Le parole e le cose

Letteratura e realtà

“Gettonato”: la parola e le cose

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di Nunzio La Fauci

Senza potersene fare naturalmente un merito, chi scrive queste righe è tra coloro che videro l’alba del verbo gettonare, ne videro poi sparire un valore: quello per cui “gettonare la vecchia” corrispose fugacemente a ‘chiamare la mamma servendosi di un telefono (a gettoni)’, testimone, come lessicografo, Bruno Migliorini. Videro d’altra parte crescere le fortune del suo participio gettonato, ma con altro valore: quello qui pertinente.

A gettonato capitò infatti d’essere molto gettonato. Come emblema di una lingua smart (allora non si sarebbe detto così, ma il concetto è di sempre, perché è uno di quelli che, eterni, guidano il cambiamento), gettonato entrò in una concorrenza spesso vincente con i tradizionali favorito e preferito. Lo fece nella purezza di un semplice rapporto sostitutivo o, secondo le esigenze, accompagnandosi a più o a espressioni funzionalmente comparabili. Alla svelta, gettonato si rese inoltre autonomo da gettonare. Passò a fungere da mero aggettivo, com’è adesso nella quasi totalità delle sue frequenti ricorrenze. “Un’altra possibilità interessante e molto gettonata dagli sposi è il viaggio in Cambogia”, “Le dieci professioni più gettonate…”, “Sono questi i nomi più gettonati tra i quasi quattromila nati dall’inizio dell’anno”, “C’è un tema gettonatissimo nei periodi di stanca della politica” sono esempi recenti, tratti velocemente e a casaccio dall’archivio in rete di un importante quotidiano nazionale.

Al contrario, gettonare dà oggi scarsi segni di vita. «‘Gettonare una canzone’ o ‘un cantante’, richiedere l’esecuzione di un disco con quella canzone, di un cantante, in un ‘juke-box’» (ancora una volta, il testimone è Migliorini) suona quasi pari al già menzionato “gettonare la vecchia” come paccottiglia da esporre, un po’ comica e molto kitsch, in un ideale bazar del modernariato linguistico.

Quando la fortuna di gettonato cominciò, erano infatti gli anni del juke-box, oltre che del telefono a gettoni. Il successo delle canzonette si misurava in modo fisico e non metafisico, come accade oggi invece con i mi piace (non sfugga quel mi: è una delle attuali metastasi della prima persona). Lo si misurava appunto col numero di gettoni a pagamento (o di monete) che ingoiavano per la riproduzione le macchine sparpagliate strategicamente nei luoghi pubblici. Ne veniva così remunerata l’intera catena di produzione e distribuzione.

Gettonare, gettonato erano le correlate innovazioni espressive ed erano trasparenti, in quella loro fase aurorale. Le caratterizzava un’analogia. Ed è certo suggestivo (ma forse non più che suggestivo) osservare che il juke-box assolveva a sua volta il compito con procedimenti meccanici e analogici, che oggi, alla memoria, rischiano di parere teneri.

Come quello di un primitivo robot dal movimento a scatti, il braccio prelevava il disco dalla teca. Lo sollevava, in genere ancora in posizione verticale. Lo deponeva finalmente in posizione orizzontale, sopra il piatto che frattanto aveva cominciato a ruotare. La traccia era così pronta a essere percorsa dalla testina, che un altro braccio meccanico aveva posto nella corretta linea di tangenza e aveva infine abbassato.

Nota a margine, forse gustosa: un quadretto del genere, certo straniante ma non incongruo, si è presentato analogicamente all’anziano spirito di chi scrive quando (è trascorso solo un anno) l’Ufficio Stampa del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca ha informato che “La traccia più gettonata della Maturità 2016 è quella sul «Valore del paesaggio»”. Nell’espressione, dai modi smart appunto (di uno smart ministeriale, quindi per necessità datato e polveroso), non uno, ma due indizi lessicali rivelatori, anche per via di isotopia, di un orizzonte culturale ancora yé-yé: traccia e gettonata.

Circostanze materiali e morali davano allora al mondo in cui sorse gettonato un aspetto di solida durevolezza: juke-box e gettoni erano cose. Ma la durevolezza delle cose era evidentemente ingannevole. Di quel mondo di cose, oggi non è sopravvissuto niente. Tranne la cosa, se così si vuole dire, che poteva parere la meno solida e la più effimera, impalpabile com’era e fatta dalla combinazione di puro fiato e di concetto. Tale del resto è rimasta la parola gettonato, che, come si è detto, è ancora molto gettonata.

Relitto morale di un naufragio materiale, l’aggettivo gettonato ha frattanto smesso di avere il rapporto analogico con il mondo delle cose che, motivandolo agli occhi dei parlanti, lo rendeva trasparente e conseguente. Se ne impipa però e, fuori di quel mondo, vive floridissimo. È un caso concreto ed esemplare, che, in molti e a buon diritto, si può dire di avere vissuto.

In una prospettiva linguistica ormai storica, esso fornisce un insegnamento: in funzione di valori che, nella lingua, si fanno costanti, analogia e motivazione delle eventuali aurore lessicali hanno l’aria d’essere labili pretesti: sono appunto circostanze della parole. Di labili pretesti, meglio ancora se peregrini, fuggevoli e rapidamente dimenticati, si bea del resto la ricerca etimologica, quando riempie le sue pagine erudite e, talvolta, anche fantasiosamente divertenti.

 

[Immagine: Immagine: Juke Box]

2 commenti

  1. Il “traccia” del comunicato ministeriale non mi pare c’entri con la “traccia” dei dischi di vinile, quanto piuttosto col “tracciato” o “percorso” su cui il maturando è invitato ad avviarsi partendo dagli spunti proposti dal ministero e costruendo la strada a suo modo.

  2. “ Mercoledì 27 luglio 2005 – « Gettonato », dicono i giornalisti. Ma l’hanno mai visto un gettone? Hanno almeno una vaga idea di cosa sia, di come sia fatto? “.

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