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Letteratura e realtà

L’alternanza scuola lavoro in Italia e il sistema duale in Germania

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di Francesco Rocchi

[Questo testo è già stato pubblicato, ma in una versione diversa, sul sito www.imille.org].

Un recente caso di cronaca ha riportato l’attenzione dell’opinione pubblica sull’alternanza scuola-lavoro (da qui in avanti: ASL), suscitando dubbi e accuse di sfruttamento. Non è facile dare un giudizio su questo tipo di vicende, perché è arduo fare delle verifiche accurate, che spieghino ad esempio perché degli studenti abbiano acconsentito a farsi impiegare ben oltre le modalità dell’ASL pur non essendo pagati, cosa che permetteva loro di rifiutarsi di andare oltre il monte ore regolare senza temere ritorsioni.
Uno studente intervistato ha sostenuto che la ragione per una simile acquiescenza risiedeva nella speranza di essere assunti per davvero una volta preso il diploma. Anche così, è evidente che la scuola aveva tutti gli strumenti per evitare degenerazioni, ed infatti la preside dell’Istituto Professionale di Sassari coinvolto in questa storia ha bloccato tutto.
Non è quindi il caso di drammatizzare la questione. Nondimeno, qualche domanda e qualche riflessione bisognerà pur farla.
In Europa, il parallelo più prossimo all’ASL è il sistema duale tedesco, ma tra il nuovo sistema italiano e quello ormai rodato della Germania ci sono delle differenze sostanziali. Può dunque essere utile descrivere in quale modo le cose funzionino in Germania e, dove possibile, fare qualche confronto con l’Italia, anche perché il sistema duale tedesco viene generalmente considerato un modello di grande successo e una delle ragioni della forza dell’economia tedesca nel suo complesso. È importante sottolineare quanto i due sistemi siano differenti, perché a confrontare mele con pere si rischiano giudizi privi di qualsiasi reale sostanza, ma comparazioni se ne possono fare, con la dovuta attenzione, per vedere come e quanto i due sistemi servano al fine generale che entrambi si prefiggono: rendere più accessibile il mercato del lavoro.

Il sistema tedesco, come quello italiano, comincia dunque a 16 anni. C’è una prima, importante differenza, però: laddove a 16 anni uno studente italiano è nel bel mezzo della scuola superiore, nel sistema duale (scuola+apprendistato lavorativo) lo studente tedesco ha appena completato il suo secondo ciclo di istruzione (quello obbligatorio) ed è libero di decidere se iscriversi alla scuola superiore (in vista dell’università), se seguire una scuola professionale oppure dedicarsi al sistema duale.
La prima cosa che balza agli occhi è che nel sistema duale è l’apprendistato ad avere la parte del leone: le ore di scuola sono dodici nell’arco della settimana, e vengono usate per due terzi per materie attinenti all’apprendistato svolto in azienda. D’altra parte, che l’accento sia più sulla pratica che sulla grammatica è evidente: si accede al sistema duale non iscrivendosi ad una scuola, ma rivolgendosi direttamente all’azienda di interesse. L’azienda, a sua volta, deve avere i titoli e le autorizzazioni per fornire l’apprendistato. Il luogo per trovare l’azienda giusta è la Camera dell’Artigianato e dell’Industria, la quale è responsabile della gestione di tutto il processo burocratico (organizzazione degli esami, supervisione delle aziende, regolazione del sistema). Le tipologie lavorative certificate attraverso il sistema duale sono circa trecento, stabilite a livello nazionale e riconosciute quindi in tutta la Germania. Ovviamente le tipologie cambiano e vengono modificate nel corso del tempo a seconda delle necessità del mercato del lavoro e dello sviluppo tecnologico, anche se vi è chi trova che in questo senso il sistema necessiti qualche miglioramento (ad esempio l’Hanse Parlament a p. 13 di questo suo documento). Il fatto che le aziende siano coinvolte nel processo di definizione delle tipologie assicura in qualche modo che i profili lavorativi proposti siano effettivamente rispondenti alle necessità produttive, e che le aziende abbiano un reale interesse a prendere apprendisti.
Quasi la metà degli studenti tedeschi al termine dell’obbligo scolastico (a 16 anni) sceglie il sistema duale, la cui durata va da due a tre anni e mezzo, durante i quali l’apprendista riceve uno stipendio che si aggira, in media, sugli 800 euro (si tenga conto che il lavoratore è in formazione e che di fatto è in part-time). In due terzi dei casi, l’apprendista viene poi assunto nell’azienda presso cui si è formato.
È un sistema elastico, in cui molto è lasciato all’iniziativa del singolo apprendista, senza alcuna forma di obbligatorietà, ma con un forte impegno dal lato aziendale. Le aziende hanno dei vantaggi fiscali nell’essere sede di apprendistato, ed in più hanno modo di formare lavoratori preparati ad hoc, circostanze che giustificano i costi che pure vi sono: a svolgere il tutorato sugli apprendisti non può essere un dipendente qualsiasi, ma un lavoratore abilitato a farlo, all’interno di una azienda che abbia le strutture e le attrezzature necessarie per formare apprendisti. Questo spiega anche come mai ad essere coinvolto nel sistema duale sia circa un quinto delle aziende tedesche, per la maggior parte di dimensioni medio-grandi.
Quel che spicca di questo sistema è il fatto di essere decisamente mirato. Il senso del sistema duale non è tanto di far conoscere allo studente il mondo del lavoro di per sé (etica del lavoro, struttura delle aziende, rapporti con colleghi e superiori ecc.) quanto di insegnare un singolo mestiere del quale si possa fare tesoro. Presuppone quindi che uno studente sappia scegliere quello che vuole e – ciò che è essenziale – che la scelta possa tradursi davvero in un lavoro. Si capisce in questo senso l’importanza delle tipologie lavorative autorizzate e promosse dalle Camere dell’Artigianato e dell’Industria: se esse risultassero “farlocche” e non spendibili, l’intero sistema crollerebbe.
Tale attenzione presuppone a sua volta una forte responsabilità sociale da parte delle aziende, che investono del loro nella formazione professionale, in vista ovviamente anche di un ritorno concreto del loro impegno nell’ambito delle risorse umane. A monte dell’intero sistema c’è un’importante coordinazione istituzionale, cui partecipano anche i sindacati, almeno per quanto riguarda alcuni aspetti dell’apprendistato (ad esempio il salario).
Cosa si può pensare di tutto questo, con una prospettiva italiana ed in particolare un occhio all’alternanza scuola-lavoro italiana?
La prima considerazione riguarda la forte – e precoce – specializzazione lavorativa. A 16 anni molti adolescenti sceglieranno il lavoro che potrà molto facilmente diventare quello della vita, o quasi. Come si arriva ad una scelta consapevole? Una ricerca approfondita in questo senso trascende le possibilità di questo articolo, però si può cominciare a notare come un’efficace organizzazione delle tipologie lavorative, oltre a permettere l’organizzazione pratica degli apprendistati, fornisca anche un indirizzo a chi si sta affacciando al mondo del lavoro. Le circa 330 categorie lavorative approvate e disponibili (un numero alto ma “maneggiabile” con appena un po’ di pazienza) offrono a chi non vuole fare l’università un’immagine realistica del mercato del lavoro, rendendo così possibile una scelta consapevole. Si consideri che a fronte di così tante categorie lavorative, il 20% degli apprendisti sceglie una delle cinque più gettonate (come riportato dalla Konrad Adenauer Stiftung a p. 10 del suo documento).
Ovviamente, esistono materiali informativi ed istituzioni dedicate (come questo, ad es.). In ogni caso, mi sembra importante sottolineare quel che da fuori sembrerebbe un aspetto importante: la scelta è libera, e sta all’apprendista (e presumibilmente alla sua famiglia) attivarsi per trovare l’azienda presso cui farsi prendere.
Altri aspetti da sottolineare sono l’ampia diffusione di questo sistema e la sua specializzazione. L’apprendistato del sistema duale non è una parentesi in un percorso di formazione scolastica che prosegue lungo i propri binari, bensì il caposaldo e il centro dell’attività formativa, rispetto alla quale la scuola è assolutamente ancillare. Nonostante la sua diffusione, è anche lontano dall’essere un sistema universalistico. Il fine è portare giovani lavoratori nel mercato del lavoro, non dare lezioni di etica lavorativa, ragion per cui lo fa soltanto chi poi pensa di mettersi a lavorare nel settore prescelto.
L’alternanza scuola lavoro, si diceva, è uno strumento talmente diverso che non la si può direttamente confrontare con il sistema duale tedesco. Il problema della retribuzione, assente nella scuola italiana, si spiega ad esempio in tal senso: lo studente non viene pagato perché, al contrario della controparte tedesca, non sta lavorando, bensì fruendo del suo diritto all’istruzione. La distinzione può sembrare causidica, ma non lo è: le attività cui gli studenti vengono dedicati e il monte ore sono coerenti con il sistema scolastico, non con quello lavorativo.
Quando si trascende, si passa all’abuso, come sembrerebbe nel caso sardo citato all’inizio dell’articolo, e si può subito passare alle vie di fatto ritirando gli studenti. È curioso però che sia proprio nell’ambito di un abuso che si stesse determinando quella possibile transizione da apprendistato a lavoro vero e proprio che pure sarebbe nelle intenzioni del sistema.
Viene da chiedersi dunque se l’ASL possa essere efficace, se è l’abuso ad ottenere i risultati sperati più che il percorso autorizzato. Nella mia limitata esperienza (in ambito liceale) l’alternanza scuola-lavoro un’utilità ce l’ha avuta, ed è stata quella di far capire meglio ad alcuni studenti del Liceo delle scienze umane o del Liceo scientifico scienze applicate quale ambito lavorativo potrebbe fare di più per loro. Una mia studentessa, dopo dei tirocini in nidi e asili ha capito che i bambini più piccoli, quelli del nido, non fanno molto per lei. Un altro mio studente ha visto che le attività dell’azienda in cui si è trovato erano interessanti e potrebbe interessarsene in futuro, quando dovrà fare delle scelte, anche universitarie. Altri ancora hanno dato buona prova di sé ai tutor aziendali, che sono stati contenti di riconoscere il loro merito.
Non ho modo di dire se questi esempi positivi siano soltanto aneddotici o se casi simili a questi saranno in numero sufficiente da smuovere il mercato del lavoro. Nel frattempo però rilevo che c’è una sproporzione tra la fatica che la scuola ha fatto per trovare tirocini a tutti e i risultati che, pur positivi, danno l’impressione di essere tutto sommato modesti: capire con quale fascia di età infantile si vuole lavorare o scoprire quale azienda possa risultare interessante per sé stessi sono risultati che si possono ottenere in altre, meno faticose vie. Né si può dire che si sia preparato un percorso assunzionale più facile: almeno nel caso dei licei, la prosecuzione ideale dopo il diploma è lo studio universitario, ragion per cui la transizione facile, punto di forza del sistema duale tedesco, in molti casi non può esistere.
Per gli istituti tecnici e professionali la cosa può avere invece altra efficacia, ma ricordiamoci sempre che il problema della forza lavoro italiana è la sua bassa percentuale di laureati. Il nostro problema più urgente non è inserire gli studenti nel mondo del lavoro nella maniera più rapida possibile, ma convincerli a continuare a studiare, possibilmente non Lettere o Giurisprudenza, ma materie tecniche e scientifiche.
Più importante di queste considerazioni forse un po’ vaghe, è la riflessione da fare sul ruolo delle imprese nel sistema di istruzione. Il coinvolgimento delle aziende tedesche nel sistema duale è serio e strutturale. Le aziende tedesche hanno un interesse forte nella formazione del personale e investono in questo senso. L’Italia da questo punto di vista ha un problema: se il sistema duale tedesco si regge principalmente sul contributo delle aziende medio-grandi (con la partecipazione di quelle piccole o individuali addirittura in calo), l’Italia ha invece un sistema di imprese per molti versi pulviscolare, soprattutto al Sud. In ogni caso, anche così, sarebbe il caso che il mondo imprenditoriale cominciasse a contribuire più fattivamente e concretamente alla formazione di quella forza lavoro di cui denuncia quotidianamente le carenze, ma che non fa molto per formare.
L’alternanza scuola-lavoro è dunque un inizio molto concreto ed è la prima volta che in un modo o nell’altro le aziende sono coinvolte direttamente (sia pure con modalità che spesso faccio fatica a capire). Sarebbe il caso di rendere la partecipazione delle aziende più strutturale e meditata, laddove finora è spesso apparsa episodica e superficiale. D’altra parte, sarebbe anche necessario rendere tutto questo meno faticoso – e burocratico – per le scuole. Si potrebbe addirittura prendere in considerazione di portare tutta questa struttura al di fuori del perimetro dell’istruzione italiana.
Una critica infatti che è stata sollevata da più parti è come l’ASL, pur realizzabile durante la pausa estiva, sia stata dirompente nella vita scolastica italiana: intere settimane di scuola sono saltate e il calendario annuale delle attività è spesso stato stravolto, con i ritmi didattici alterati per venire incontro a questa nuova necessità.
Portando l’intera struttura all’esterno si può agire sull’agency degli studenti (inducendoli a far da sé, piuttosto che ad aspettare che la scuola li piazzi da qualche parte) e al tempo stesso si può salvaguardare l’andamento delle lezioni. Si evita anche quell’obbligatorietà che incide tanto sulla qualità dei tirocini, e si può lasciare alle scuole il compito di avviare forme di cooperazione ed orientamento così come meglio ritengano, in coerenza con il territorio circostante, ed evitando quegli automatismi burocratici che costringono a fare le cose tanto per fare, anche quando non ci sono le condizioni.

 

[Immagine: Edward Burtynsky, Fabbrica cinese]

 

 

20 commenti

  1. C’è un errore. A un certo punto il testo ricomincia dal principio, eccetera.

  2. @Giulio Mozzi

    Abbiamo corretto. Grazie.

  3. Per organizzare qualsiasi cosa seriamente c’è bisogno di una struttura stabile di organizzazione e di personale deputato e pagato.
    In Italia sono gli insegnanti stessi che per due spicci e nel tempo libero dal loro primo vero e unico mestiere, trovano aziende, scuole, enti … dove collocare gli studenti in asl. E’ evidente che non può funzionare così.

    La Germania è dal Dopoguerra il paese modello (nei due sensi del termine) dell’economia sociale di mercato. E’ uno stato che funziona sia da sé, per virtù che evidentemente noi non possediamo (e con la fine della spinta propulsiva e progressiva della modernizzazione non troveremo più: oggi non siamo negli anni Cinquanta Sessanta, siamo oltre la modernità. Ma sarebbe un discorso lungo), sia perché è stato aiutato a funzionare per ragioni geopolitiche: è il cuore dell’Europa e, quand’era spezzato in due, lì si doveva mostrare che il capitalismo (sociale e di mercato) era meglio del comunismo; ora è interesse di moltissimi farlo funzionare perché l’Europa senza Germania non può esistere.

    Io non sono contrario all’asl in assoluto, anche per me, alle scienze umane, ha consentito di fare un’esperienza pertinente con il proprio percorso scolastico. Ma nella mia scuola si faceva già in quarta prima della legge. Ora, triplicata, è diventata un ingombro mostruoso e ripetitivo.

    Tuttavia se vogliamo davvero parlare di asl, bisogna anche inquadrarla nel contesto delle politiche del lavoro e della retorica delle politiche del lavoro che vige in Italia in questi anni e che ha reso indistinguibili centro-destra berlusconiano e Pd renziano (e non solo renziano).
    C’è un punto e un principio da difendere: la precarizzazione del lavoro che è globale e che in Italia, poiché siamo il ventre molle, colpisce con particolare durezza. In questo quadro, l’asl è solo una riproduzione in piccolo di un mercato del lavoro inteso come sfruttamento. Gli episodi dell’accordo Miur-McDonald, le storie raccontate dagli studenti scesi in piazza nello sciopero, gli incidenti, vanno invece sottolineati.

    Oggi per strada ho visto un’atroce pubblicità di uno di quei mega incontri tra aziende e chi cerca lavoro. Titolo: “jobbando”. Seguiva un penoso giochetto pubblicitario sulla definizione da dizionario: “[giob-bàn-do] andare alla ricerca di un lavoro qua e là”, una cosa simile.
    Siamo dalle parti di “job’s act” per dire “legge sul lavoro”. La brandizzazione della precarietà.

  4. Questo articolo ha il vantaggio di affrontare il problema dell’alternanza scuola-lavoro da una prospettiva diversa dalle solite: analizzare il sistema duale tedesco per mostrare che rapporto c’è tra le due esperienze. Si capisce che non c’è quasi nessun rapporto, e che se c’è qualcosa che assomiglia vagamente al sistema duale tedesco, in Italia, sono invece i percorsi di Istruzione e Formazione Professionale. Inseriti però in un sistema che non definisce bene la fine dell’obbligo, e non chiarisce quindi gli sbocchi possibili all’uscita dell’obbligo.
    Si capisce anche, quindi, che l’alternanza è stata pensata e attuata molto male. Tuttavia, e qui rispondo a Daniele, il principio non è sbagliato. Non è vero che è la riproduzione della precarizzazione nel mercato del lavoro. Queste visioni mi sembrano molto generiche. Il problema è questo: se la scuola è di massa, dovendo scolarizzare tutti si deve porre il problema di un rapporto organico tra formazione scolastica e mercato del lavoro, perché altrimenti sarebbe discriminatoria nei confronti di chi è socialmente più debole, quando esce da scuola e entra nel mercato del lavoro. E’ uno dei compiti della scuola, anche se ovviamente non l’unico, se vuole essere una scuola democratica. I percorsi di alternanza servono a realizzare una integrazione tra i due mondi, scuola e lavoro. E servono per tutti, non solo per gli istituti tecnici e professionali, dal momento che per la maggior parte delle persone fare l’università serve per entrare in qualche professione, non per continuare a studiare e basta. Se si accettano questi presupposti, dipingere l’alternanza come la penetrazione del capitalismo nella scuola è fuorviante.
    Ovviamente, le cose andrebbero fatte bene. Se l’alternanza italiana è lo sfascio che è ciò dipende da fretta, approssimazione e sciatteria, oltre a mancanza di strutture e risorse. Come è successo per altri argomenti, il governo Renzi ha bruciato delle riforme necessarie a causa di questa approssimazione (accompagnata da una certa arroganza), ma non per un presunto spirito aziendalista o “neoliberista”, che ci avrebbe invece garantito delle soluzioni efficienti. E faccio notare che prima del luglio 2015 quasi nessuno ha sollevato il problema: tutti gli oppositori si scagliavano solo contro la “chiamata diretta”, il “bonus” docenti, i poteri dei presidi ecc. Non ricordo nessun intervento, nessuno slogan contro l’alternanza prima dell’approvazione della legge. Dopo è arrivata la tegola, e allora sono iniziate le lamentazioni.

  5. Condivido in toto la parte finale dell’ intervento precedente, a proposito di fretta e sciatteria e quello che segue. Tuttavia penso che l’alternanza scuola/ lavoro non abbia comunque senso o ne abbia poco nei licei, che sono stati concepiti come scuola di preparazione all’ università e non direttamente al mondo del lavoro. Per uno studente ha senso alternare il proprio studio a quello che presumibilmente sarà il proprio lavoro, mentre gli studenti liceali non hanno nessuna idea di quella che sarà la loro futura professione e pensano piuttosto alla scelta universitaria. Senza contare la pesantezza oraria dell’ impegno, 200 ore nel triennio, che sono ore obbligatorie e spesso sottratte allo studio, giacché gli studenti le svolgono anche al mattino in orario scolastico. Così capita ancora che uno studente del classico o dello scientifico venga bocciato magari per carenza di studio dopo essere stato costretto a non studiare, di fatto, mentre alternava con un ” lavoro” che non sarà mai il suo e che per giunta in terza e quarta nemmeno viene valutato con un voto di fine anno. Converrebbe suggerire laicamente al governo o a chi per lui di fare una retromarcia parziale in questo senso, magari migliorando l’ organizzazione dell’ASL nei tecnici e professionali, senza riferimenti che mi paiono un po’ strumentali alla scuola “renziana-berlusconiana” come allenamento allo sfruttamento capitalistico del lavoro.

  6. @ Mauro Piras. No, non sono visioni generiche, sono visioni.

    Semmai è la tua visione delle mie idee che è generica, perché non sarò certo io a negare che la scuola in una società complessa debba pensare sia a chi andrà a fare il meccanico che a chi farà l’astrofisico – va da sé il primo studiando per meno anni del secondo. Mi stupisce anzi che tu nelle mie parole abbia visto questo.
    Anzi no, non mi stupisce. Fa comodo dipingere la mia posizione come una posizione astrattamente intellettualistica e culturalistica, ergo persino classista, perché penserebbe solo ad alcuni e non ad altri (si sente, sotto sotto, lo schematismo rozzo del dibattito sul classico). Questo è anche un po’ volgare, o quanto meno rozzo.

    Il lavoro si sta precarizzando e un base debole come l’Italia fornisce un ampio terreno di applicazione delle ricette neoliberiste di precarizzazione del lavoro. Qualsiasi decisione politica che intervenga sul settore del lavoro oggi lavora in questo quadro: se hai un sistema dove le aziende sono in grado di accogliere gli studenti e l’accoglienza prelude all’assunzione stabile, è una cosa; se così non è, si inserisce l’asl in un sistema dove i diritti e le garanzie sono labili o assenti.
    Basta volerlo vedere. Ma l’argomento è già squalificato preventivamente.

  7. Ah, e sul fastidio per la parola “neoliberismo” usata come categoria sintetica, leggi Eloi Laurent, Mitologie economiche.
    Almeno a un economista non potrai opporre “usi la parola ‘neoliberismo’ in modo generico”.

  8. Caro Daniele,
    mi spiego meglio, perché non voglio fare polemiche ma cercare di chiarirmi le idee, ma purtroppo il poco tempo a volte mi porta ad affermazioni semplicistiche.
    Le cose che trovo generiche sono queste.
    1) L’idea che tutte le politiche del lavoro che vengono fatte da forze moderate (centrodestra) o riformiste (centrosinistra) siano “neoliberiste” mi sembra generica, perché non si tiene conto di dettagli che possono fare delle differenze reali: il centrodestra ha moltiplicato le tipologie di contratti, specie parasubordinati, mentre il centrosinistra ha cercato di ridurle, per esempio. Poi, la creazione del contratto a tutele crescenti non è necessariamente una precarizzazione del mercato del lavoro, perché i dati per ora non lo dimostrano (i licenziamenti in generale sono in diminuzione). Inoltre, non è vero che la precarizzazione in Italia è maggiore che in altri paesi: l’incidenza dei lavoratori temporanei sul totale dei dipendenti è del 14%, tasso leggermente inferiore a quello della media UE (14,2%). Infine, a me sembra che ci siano tanti aspetti della politica dei nostri governi che non sono affatto liberiste, perché fondate su investimenti pubblici, incentivi ecc. che molto spesso non sono razionali dal punto di vista economico, ma hanno intenti elettorali; o comunque si muovono in una logica di politica di spesa pubblica (ad es., gli “80 euro”, o l’assunzione dei precari nella scuola) che ai liberisti fa orrore.
    Ovviamente, tutte queste cose possono essere contestate nel dettaglio. Ma non mi sembra sufficiente dire “sono tutte politiche neoliberiste perché si muovono nel contesto attuale del mercato del lavoro”, perché non contesta gli aspetti di dettaglio. Certo, è legittimo assumere una prospettiva critico-sociale che considera queste differenze irrilevanti, perché vede in questa epoca una svolta strutturale verso il neoliberismo, rispetto all’economia dei “trenta gloriosi”. Da questa prospettiva però rischia di diventare irrilevante qualsiasi politica economica, dal momento che non si vede una alternativa concreta di politica economica, se non il cosiddetto “sovranismo”.
    2) Tu dici “l’asl è solo una riproduzione in piccolo di un mercato del lavoro inteso come sfruttamento”. Affermi questo solo sulla base della premessa che il mercato del lavoro è sempre più precarizzato. Questa mi sembra una affermazione generica, perché anche se è vero che il mercato è più precarizzato di diciamo 15-20 anni fa (i dati lo dimostrano), non ne deriva direttamente che un’alternanza fatta bene sia una riproduzione di quel tipo di rapporto di lavoro. L’alternanza non è apprendistato, quindi per definizione non deve portare a un contratto a tempo indeterminato; deve permettere una formazione anche sul posto di lavoro. Se si accetta che il principio è giusto, questa formazione non implica nessuna precarizzazione, a meno che non si accetti l’equazione “lavoro=precarietà” a prescindere, cosa appunto un po’ generica. Mentre in modo più preciso si può dire, come fa Mauro Parrini, e come fai anche tu, ma non in questo passaggio, che l’alternanza non serve in certi casi, perché se ne dovrebbe fare di meno, perché forse al liceo non serve ecc. Punti che io in parte condivido in parte no, ma si tratta di osservazioni specifiche.
    Altrimenti, il discorso diventa: l’alternanza è solo una forma del dominio neoliberista sulla nostra forma di vita, è questo è un discorso culturale, di opposizione culturale netta. Ma in tal caso bisogna ammettere che la posizione è radicale e non si interessa dei dettagli delle politiche riformiste. Io penso che il problema culturale in parte ci sia (ma non vada esagerato, perché la libertà economica ha anche un rapporto con le altre libertà), ma che sia importante distinguere anche i dettagli delle politiche riformiste, perché da certi dettagli possono dipendere differenze concrete per la vita delle persone (per esempio, chi ricorda che il vituperato jobs act ha aumentato le tutele per i dipendenti delle imprese sotto i 15 dipendenti, prima privi della protezione dell’art. 18?). Se si rifiutano questi dettagli, bisogna avere un’altra prospettiva, rivoluzionaria o di riformismo radicale. Io non ce l’ho. I “sovranisti” vogliono illudere il loro elettorato di averla, ma quando e dove governeranno, e non potranno fare quella politica economica “stile anni settanta” che promettono, che cosa succederà di tutto questo elettorato deluso? E’ un rischio molto alto. I “sovranisti” vincono perché propongono una ricetta chiara, con fondamenti motivazionali forti (il nazionalismo, le identità chiuse). Tutte le altre critiche non hanno ricette, buttare via le differenze di dettaglio significa perdere tutto.

  9. Devo ribadire il mio sostanziale accordo con quanto affermato sopra da Mauro Piras, ma proprio perché come da lui ben detto ” da certi dettagli possono dipendere differenze concrete per la vita delle persone” io che sono un insegnante ho ben presente quel mio studente di quarta scientifico bocciato per la seconda volta di fila, e ora a pagare migliaia di euro all’ anno in istituti privati che gli promettono la promozione da privatista dopo aver fatto due anni in uno, essendo stato costretto ad ” alternare” studio e lavoro quando, per uno come lui, sarebbe stato infinitamente più utile e più giusto concentrarsi fino all’ ultima ora soltanto sullo studio. Ripeto, l’ ASL non solo non è produttiva per certi indirizzi di studio, ma insensata e dannosa. Spostiamo in avanti casomai, al periodo universitario, sotto forma di dignitosi tirocini, la possibilità di completare la propria esperienza di studio con esperienze nei luoghi di lavoro che presumibilmente diventeranno i propri. Quanto a coloro che da una prospettiva rivoluzionaria rifiutano en bloc la logica del sistema capitalistico, del lavoro capitalistico, della scuola asservita al capitalismo ecc., l’ unico modo per dare senso a un discorso altrimenti astratto e infantilmente estremistico ( come ci insegnavano una volta i veri rivoluzionari) mi pare sia quello di operare attivamente in una prospettiva rivoluzionaria, sperabilmente avendo in mente un qualche modello concreto di lavoro e di scuola da sostituire a quelli presenti.

  10. @ Parrini. La prego di non saltare a conclusioni e a definizioni. Non mi conosce, a differenza di Mauro Piras. Per cui non è gentile a usare avverbi come “infantilmente”. Usciamo da questo aristotelismo de noantri per cui se uno non è riformista, ovvero renziano o piddino, allora è rivoluzionario.
    Tra bianco e nero ci sono almeno cinquanta sfumature di grigio.
    Se volessimo poi ragionare su cosa sia astratto e cosa concreto, dubito che io starei mai dalla parte dell’astrattezza. Ma il problema è che l’astrattezza è sempre nell’occhio del prossimo, mai nel proprio. Per cui si potrebbe andare avanti all’infinito.

    @ Mauro. E’ proprio un discorso culturale, e linguistico, e retorico, quello che voglio fare, perché è l’unico che sappia fare. Non posso scendere sul campo dei numeri e del dettaglio economico, perché non sono un economista. Mi sono fatto vaghe idee come qualsiasi cittadino.
    Posso però dire che io evidentemente leggo fonti diverse dalle tue, perché ho letto numeri, come i tuoi, da fonti ufficiali, a partire dai quali si davano interpretazioni molto diverse del mercato del lavoro e del job’s act. Ultimamente, per dire, Marta Fana.
    Ma ho imparato a diffidare dei numeri. Gli si può far dire quello che si vuole, specie sul breve-medio periodo. Pensi di leggere il numero e invece stai leggendo l’interpretazione celata che ci sta dietro.
    Inoltre, “l’economia è diventata la grammatica della politica” (Laurent). E’ caratteristica principale delle grammatiche quella di essere usate senza che uno se ne accorga. Ma il senso dipende da esse. Se tu metti l’asl dentro una certa grammatica, è quella che gli dà il senso.

    Un esempio, ma è solo uno da un infinito repertorio. Il sottosegretario all’istruzione D’Onghia, a fine agosto (la data non è casuale) rilascia un’intervista. Essa non parlava a titolo personale, ma era stata “mandata avanti” dal Miur a tastare il polso all’inizio dell’anno scolastico. E’ prassi, come sai, fare dichiarazioni tardo-estive sulla scuola. Ecco le frasi più rilevanti.

    L’asl:
    “… può aiutare gli studenti ad affrontare meglio le sfide del mercato del lavoro sempre più dinamico e specializzato”

    “… consentirebbe alle nuove generazioni di accelerare l’ingresso nel mondo del lavoro come accade già in numerosi paesi europei” (falso: il 60% dei paesi europei finisce la scuola a 19 anni)

    “…non si tratta solo di risparmiare ma piuttosto di un investimento serio e innovativo”

    “…la formazione deve essere continuativa”

    “…rimettere al centro del sistema scolastico l’innovazione al servizio degli studenti”.

    Non c’era altro nell’intervista. Solo questo economicismo, peraltro retorico e generico.
    D’altra parte che cosa aspettarsi di diverso da questi redattori della Buona scuola, fra cui D’Onghia, che non c’entrano niente con il mondo della scuola e che sono yuppies della rottamazione renziana? (cfr. https://www.comune.bologna.it/iperbole/coscost/riforme_Giannini/l'illusione_far_bene.pdf)
    Non si tratta sempre di salvare i dettagli: c’è un modo di affrontare le questioni che denota forme mentali precise, valori, stili politici e personali. A me quelli di questa gente qui non piacciono nemmeno un po’. Io ho un’altra idea di scuola. E lo dico forte e chiaro.
    C’è solo un ambito nel quale essere generici è colpevole: la classe. Lì sono preciso e pratico. Sul resto ho diritto ad essere emotivo, incazzato, sintetico ecc… tanto le mie parole non sono un progetto politico, non cambiano niente. Il governo va neoliberamente per la sua strada, incurante del mio ronzio di mosca. Che male faccio?
    Per ora preferisco tenere una posizione etica. Chissà che domani non ridiventi anche una posizione politica.
    A vedere come stanno messi i partiti riformisti d’Europa, direi che ho fiutato l’aria giusta.

    F

  11. Mi sembra che il dibattito si sia un po’ allontanato dal tema dell’articolo, ma sia nondimeno molto interessante. Non aggiungerò le mie posizioni perché sono abbastanza vicine a quelle di Mauro Piras e non serve ripeterle.

    C’è però un’ultima cosa che nell’articolo non m’è riuscito di inserire (perché al di fuori del confronto con la Germania): negli ultimi venti anni almeno, il mantra delle riforme scolastiche è stato ed è tuttora l’ “autonomia”. Tanto ci ha creduto nell’autonomia la Buona Scuola che da un anno all’altro ha inserito da 200 a 400 ore di attività obbligatoria in tutte le scuole della Repubblica, in maniera indifferenziata.
    Questo è grave. Dà l’idea che il ministero sia schizofrenico: predica autonomia, proattività, innovazione e creatività, poi impone vincoli abnormi. C’è un problema nel “governo” della scuola”, la cui sala dei bottoni appare caotica e vetusta. Eppure non ne parliamo mai. E questo accade anche perché passiamo il tempo a parlare di neoliberismo. Non siamo cambiati dai tempi dei capponi manzoniani.

  12. “Infantilmente” va letto insieme ad ” altrimenti” e indicava una possibile interpretazione del suo discorso, non della sua persona. Mi pareva chiaro ma se non lo era me ne scuso subitissimamente. Dopo di che devo dire che definire la propria legittima posizione ( non trovo nulla di illegittimo e di infantile in una teoria associata a una pratica rivoluzionaria) come un ” ronzio di mosca” espressione di una posizione etica disgiunta da una posizione politica, mi lascia perplesso: se si discute concretamente su una misura concreta come l’ ASL nessuna opinione è un ronzio di mosca, e soprattutto ogni opinione è immediatamente politica. Pensandola invece come il riflesso di una posizione etica si espone il proprio discorso a implicazioni tutt’ altro che astratte, e che potrebbero diventare poco simpatiche nei confronti degli interlocutori che magari la pensano diversamente ( in che senso la sua posizione etica sarebbe diversa dalla mia? Nel senso che lei è libero e io sono servo? O che lei è buono e io cattivo? Giacché di questo si parla quando si parla di etica). Ma sono certo che lei non vuole intendere questo, non conoscendomi, quindi stavolta non dovrò scusarmi per questo mancato fraintendimento. E in ogni caso mi piace molto il modo con cui lei e Piras, colleghi senz’ altro più giovani di me, discutete con maggior passione e miglior competenza di queste cose che riguardano la scuola.

  13. @ Rocchi. Anche se sei d’accordo con Piras politicamente – peggio per te – io sono d’accordo con quello che dici di autonomia e centralismo della nostra scuola. Segnalo però che di recente mi è capitato di leggere un articolo, segnalato da Norberto Bottani, nel quale dei francesi si lamentavano della loro stessa farraginosa burocrazia e dello scollamento totale del ministero dai bisogni della scuola reale. La Francia è certamente centralista, ma di solito la citiamo come esempio di centralismo quanto meno funzionante. It’s a small world, dicono in America. (Se può interessare l’articolo francese, provo a recuperarlo).

    @ Parrini. La disgiunzione tra etica e politica era riferita al discorso di Piras. No, non penso affatto di detenere una posizione privilegiata in etica. Il senso del mio discorso è che Mauro ritiene che i discorsi “radicali” siano ineffettuali, quindi inutili politicamente, solo che – per come la vedo io – così finisce sempre per schiacciare le sue posizioni su un moderatismo governativo e un accettazione del reale così com’è. Io preferisco ribadire alcuni concetti chiari, che definisco “etici” con una sfumatura un po’ rassegnata: sono una testimonianza, ma non hanno efficacia politica. Per ora.

    @ Mauro e tutti. Visto che oggi mi son messo a trascrivere ad uso personale qualche brano del libro di Laurent, ve ne incollo qui uno. Laurent non parla di scuola, ma suona molto, molto familiare.

    «Il discorso neoliberista, il cui senso proprio è mettere in scena l’impotenza dello Stato per meglio consentirgli di servire di nascosto gli interessi privati, non detesta nulla dei nostri giorni quanto il conservatorismo. Ritiene infatti di essere “carica dirompente”, capovolgimento dei “tabù”, lotta contro i “privilegi acquisiti”. Nella nuova economia le rendite sono spietatamente snidate e riconquistate da parte di temerari produttori di valore. Le innovazioni tecnologiche fanno cadere uno dopo l’altro gli intermediari di un tempo e i polverosi bastioni del vecchio capitalismo per liberare i prezzi a massimo beneficio di tutti. La crisi occupazionale è concepita come un’opposizione tra degli “insiders” barricati (a cominciare dai dipendenti statali) e degli “outsiders” abbandonati (i giovani soprattutto). Il contratto sociale deve ormai mettere a confronto i meritevoli che si danno daffare (i “makers”) e i pigri che approfittano del lavoro altrui (i “takers”). La mistificazione ingegnosa va molto lontano: i diseredati diventano dei benestanti e gli industriali degli avventurieri, i ricchi diventano degli oppressi e i poveri dei protetti, le regressioni sociali si trasformano in riforme e i diritti in privilegi, e infine, forse soprattutto, i conservatori diventano dei progressisti e i progressisti dei conservatori», pp. 46-47

  14. @Lo Vetere

    Tralasciando per un secondo l’acre fastidio che mi dà una frase come “Anche se sei d’accordo con Piras politicamente – peggio per te – “, la Francia ha smesso da un po’ di essere presa a modello. Io, per parte mia, non l’ho mai particolarmente elogiata o presa a punto di riferimento. Per cui l’argomento “Ma in Francia fanno così” mi lascia piuttosto tiepido.

    Sul neoliberismo, sì, può bastare, grazie.

  15. Rocchi, che caratteraccio. “Peggio per te” era uno scherzo (davvero) e ho citato la Francia non certo per opporla a un qualche tuo argomento, visto che mai l’hai nominato. Si può anche allargare il discorso, no?

    Del neoliberismo parlerò finché ne avrò voglia, anche perché io ho portato due esempi concreti di logica neoliberista applicata alla scuola. Magari valeva la pena discutere quelli, invece di fare battutine.

    Io qui ho polemizzato solo con Mauro, il mio primo invervento non era polemico. Polemizzo con Mauro perché lo stimo e mi fa incazzare. Non capisco francamente questo astio tuo.

    Buone cose.

  16. @ Lo Vetere

    Questa volta mi schiero dalla tua parte, con tutta l’inutilità del gesto e del caso. L’alternanza scuola- lavoro è una cagata pazzesca. Tanto è vero che il modello che viene citato è quello tedesco, che non solo non c’entra niente con la puttanata messa in piedi in Italia, ma che come poi fra le righe si legge in questo stesso articolo, di duale ha ben poco. Chi sceglie questa via duale ha già deciso di intraprendere un corso di formazione, quindi il percorso scolastico di fatto è già concluso. L’unica cosa su cui si può discutere è se sia meglio a 16 o a 18. Ma la formazione in Germania è a carico delle aziende, ci sono aziende che preferiscono formare loro per quello che gli serve rispetto a un percorso universitario, per dire. E lo fanno perché hanno tutto l’interesse nel farlo, non perché bisogna avvicinare i giovani al mondo del lavoro. Quanta retorica insopportabile. Io vado spesso in biblioteca e ormai da qualche anno si vedono queste mandrie di giovanotti che oltre a perdere tempo sono anche una rottura per chi lavora in biblioteca. Detto questo, propongo comunque una mozione per abrogare l’uso del termine neoliberismo.

  17. @ FF vs PPP. Ora mi è finalmente chiaro perché mi sei sempre stato simpatico nonostante gli scazzi reciproci, a volte. :-)

    Scherzi a parte, chiamiamolo Mickey Mouse. Capisco il fastidio, visto che ne parla Fusaro. Ma continuiamo a parlarne. Anche negli anni Settanta c’era chi vedeva fascisti ovunque, e non si sopportava, francamente. Però i fascisti c’erano davvero.

    Hai ragione, non si può pensare l’asl senza pensare anche al modello di scuola che hai. In Germania hanno un modello di selezione molto precoce. Il discorso ci porterebbe molto lontano a un confronto tra sistemi scolastici e organizzazione dei cicli.

    Ciao

  18. Pingback: L’alternanza scuola lavoro e il sistema duale tedesco – hookii

  19. Certo, bella idea: ci dà l’orticaria QUELLA parola e quindi aboliamola! Scriviamo anche, già che ci siamo, una bella mozione per abolire dai discorsi politici i termini fascismo, neo-nazismo e simili! Che noia! E quanti abusi! In fondo erano (e sono) dei ragazzi esuberanti che difendevano le loro idee in modo alle volte un po’ troppo vigoroso! L’immondizia è meglio nasconderla sotto il tappeto.
    Bene fa invece Daniele a insistere sull’idea di neoliberismo che sta dietro a tutta questa storia della ASL, come del resto – con buona pace degli intervenuti che si riconoscono nelle posizioni di Mauro – dietro al Jobs Act e a tutto quello che è stato fatto negli anni per prepararlo.
    Andrebbe forse solo precisato meglio il concetto: non neoliberismo tout court, ma neo-liberalismo più compiutamente, di cui il primo costituisce l’estrinsecazione economica e pratica. Perché qui si tratta di un progetto antropologico a tutto tondo, un liberalismo estremista, che si propone di cambiare in profondità la natura umana, convinto com’è che il solo modo di evitare il totalitarismo – comunque lo si concepisca – è quello di potenziare al massimo grado la libertà, sul modello però di quella imprescindibile dell’economia di mercato, svincolata da qualsiasi controllo statale e collettivo: una ripresa ideologica di tutte le (discutibili) assunzioni liberali sulla natura umana – specie di quelle che stanno alla base delle teorie di economia politica classica – che però si è evoluta in raffinatissime tecnologie di ingegneria sociale che alla fine sono responsabili dei disastri sociali di cui sempre più spesso ci si lamenta.
    Di tutto questo argomenta il più volte citato (e anche presentato in un articolo su LPLC) De Carolis nel suo “Il rovescio della libertà”.
    Di conseguenza, messo in questo termini, il discorso neo-liberale non può non interessare la scuola, contrariamente a come in molti commenti ci si è sforzati di affermare: si tratta di addestrare alla realtà della competizione di tutti contro tutti, e la scuola deve diventare la prima palestra di questo esercizio.
    E’ vero, dunque, che il paragone con la Germania non c’entra proprio niente: lì, per come l’ho capita di quel sistema duale, si formeranno, con la fattiva (economica) partecipazione delle imprese, quei nuovi lavoratori che hanno deciso di terminare il loro corso di studi in azienda. Qui in Italia la cosa è posta in modo alquanto diversa: si tratta di far entrare nella testa degli studenti (che come è noto sono “choosy” come non mai), a prescindere da quello che vorranno fare, che il loro immutabile futuro sarà sempre e soltanto quello: competere, competere e ancora competere. Non si vuole insegnare niente del mondo del lavoro, specie riguardo a cosa si fa e ai modi in cui si fa (e come si potrebbe?) – e guai a parlare di diritti! Bisogna solo far passare l’idea che lì si sarà soli, mediamente disprezzati e molto sfruttati e che bisogna cavarsela con le proprie forze.
    E che vinca il migliore.
    Se no che senso avrebbe tutto quello a cui si sta assistendo?
    Ci sarà pure un certo grado di approssimazione, di pressapochismo e disorganizzazione, ma l’idea che sottende l’operazione è chiara e neanche tanto celata. E anche il riferimento a quello che succede da altre parti in Europa poi lascia il tempo che trova: il modello neo-liberale è quello ormai imposto urbi et orbi.
    Se proprio si vuole insistere sulla coordinazione tra scuola e lavoro, bisognerebbe lasciar perdere l’attuale impostazione, potenziare le scuole professionali e tecniche, articolandole meglio – se è il caso – alle imprese, perché questo è il loro scopo, e ridimensionare l’argomento – altro mantra estenuato ed estenuante – della mancanza di laureati, quando si assiste spesso – e qui parlo anche per esperienza personale – ad un umiliante demansionamento di coloro che, con una laurea in tasca, provano a lavorare.
    Perché semplicemente il nostro sistema produttivo, per quello che fa e per come lo fa, non ha bisogno di tutti i laureati sfornati dalle università italiane e questo in base al fatto evidente che saremmo invasi da laureati che provengono dall’estero, se ci fosse tutta questa carenza.
    Diversamente bisognerebbe pensare che l’imprenditore (grande e piccolo) italiano, pur avendo bisogno di personale molto preparato, non è disposto per nessuna ragione a pagarlo adeguatamente, provocandone la fuga verso altri paesi: qualcosa, in ogni caso, non torna.

  20. @ Ferrero

    L’abrogazione è una provocazione, ma a me rimane comunque il senso di un uso poco razionale e totalmente ideologico. Per cui l’ideologia non è la molla che ti fa cominciare un pensiero, ma diventa il metodo di ragionamento. Così non credo che sia utile discutere. Preferisco discutere delle cose e meno delle parole, e in ogni caso non ho bisogno di parole speciali per farlo. Nel merito mi pare che la scuola sia da sempre una palestra di competizione, per il semplice fatto che a scuola si dànno i voti. Oltre al fatto che è di per sé una società in miniatura, dove la competizione c’è già fra intragruppo (ragazzi vs ragazzi, ragazze vs ragazze) e extragruppo (ragazzi vs ragazze). Per cui cosa aggiungerebbe l’ASL? In Germania è fatta con criterio, perché a un certo punto lo studente può scegliere: o continua a studiare o impara un mestiere. Cosa che avverrebbe comunque. Quello che hanno fatto è stato semplicemente razionalizzare e istituzionalizzare un processo altrimenti spontaneo. E lo hanno fatto con la stessa logica liberista con la quale lo si vuole fare in Italia, ma senza, probabilmente, la retorica liberista. E da gente più seria sicuramente. Al di là dei problemi che hanno anche in Germania. Il declino italiano ha a che fare col neoliberalismo? Questo è un paese che perde laureati e importa braccianti. E lo è diventato perché tante cose hanno smesso di funzionare. Certo la povertà la si può gestire in maniera più umana, ma è difficile parlare di diritti quando si è poveri. I diritti hanno bisogno del benessere. E il benessere è dato da un sistema che funziona. Io non so se c’è un progetto antropologico, ma di certo so che il sistema tedesco almeno ha senso, e non c’entra niente con il liberismo. Quindi, per lo stesso motivo credo sia meglio opporsi all’ASL per le sue deficienze, non perché sarebbe uno degli strumenti messi in atto dal pensiero neoliberista. Così come il jobs act va respinto sulla base del fatto che era stato proposto per incentivare contratti a tempo indeterminato e ha prodotto l’opposto. Per lo stesso motivo per cui non è l’articolo 18 che garantisce i posti di lavoro, ma la produttività del sistema.

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