di Gianandrea Piccioli

[Una prima versione di questo articolo è uscita su «Il manifesto»]

Finalmente esce, da Baldini e Castoldi, ‘Nzularchia, il primo testo teatrale di Mimmo Borrelli, già previsto da Franco Quadri nella sua mitica Ubulibri insieme col secondo (‘A sciaveca).

Mimmo Borrelli, oltre che straordinario uomo di teatro, e ora anche di cinema (è il protagonista de L’ equilibrio di Vincenzo Marra, che ha avuto grande risonanza alle “Giornate degli Autori” a Venezia) è uno scrittore, scrittore autentico, e non soltanto uno scrivente, come troppi oggi. E come ogni scrittore autentico possiede una visione, una geografia, una concezione del mondo e una lingua che le esprime: anzi, soltanto in essa possono essere raccontate. Borrelli scrive nel dialetto flegreo, tipico della zona di Torregaveta che, come la mitica contea di Yoknapatawpha per Faulkner, è l’ombelico del suo mondo. Un dialetto arcaico, quasi incomprensibile, musicalissimo, adatto alla poesia (nei pressi viveva anche Michele Sovente, grande poeta in latino e in dialetto, oltre che in lingua). Borrelli lo rielabora sulla pagina con innesti contemporanei, deformazioni e invenzioni d’autore: ne nasce un linguaggio mescidato, funzionale al violento espressionismo barocco dell’ autore, che vi può travasare i suoi incubi e le sue tenerezze, i suoi furori le sue nostalgie d’amore. Proverbi, filastrocche, litanie, giochi, zoologia, artigianato, camorra, sesso, bestemmie ed eufemismi, gerghi professionali, liquami di ogni sorta, riferimenti scatologici, un’ intera enciclopedia sociale e antropologica viene impastata nella betoniera linguistica di Borrelli, che a tutto imprime il sigillo della sua inconfondibile musicalità, della sua fertile immaginazione metaforica, del suo talento nel rendere verbalmente l’opaca matericità del reale. Parole, e idee, ormai inintellegibili, relitti di un naufragio antropologico e storico, significanti senza significato, vengono estrapolate dalla tradizione e trasposte in un contesto totalmente diverso, dove l’elemento arcaico, a contatto con il munnu vacante, il mondo vuoto, il munnu strutto ‘i sacramente, il mondo diroccato e disgregato di oggi, si apre a un altro orizzonte semantico. Non più riferiti a un universo a suo modo rassicurante perché stabile nella vicenda sempre uguale di fatica e dolore, di sopruso e violenza, i termini dialettali si estraniano nel diverso contesto, si “cosificano”, si rifunzionalizzano, diventando moneta di scambio per la circolazione di un senso affatto nuovo, difettivo per cancellazione di storia e insieme abnorme per scarto di realtà. Ma poiché, come diceva Eraclito, “la trama nascosta è più forte di quella visibile”, lo scambio sussiste, e il fantasma arcaico, con tutti i suoi riverberi, affiora comunque in superficie. Del resto, in questi paraggi, quella camorra così oscuramente nemica nel mondo di Borrelli, non coniuga forse anch’essa arcaismo e contemporaneità? Credo che questa compenetrazione di mondi, nel bene e nel male, sia una caratteristica peculiare del nostro Meridione; non si tratta solo di folclore, di malavita, di superstizione: nel fondo c’è una densità antropologica che letture semplicistiche e unilaterali non riescono a cogliere. L’operazione linguistica di Borrelli, come anche di molto altro teatro meridionale, tra i più assidui nel meticciare universi e linguaggi differentemente stratificati, nasce in primo luogo da questo amalgama e può contribuire a una comprensione più articolata del fenomeno.

Come nella tragedia classica, la vicenda di ‘Nzularchia si snoda da un remoto antefatto di nefandezze, una sorta di peccato originale, da tutti conosciuto e al tempo stesso rimosso, che inquina di sé uomini e cose. Questo fondo oscuro è incarnato in un camorrista che uccide la moglie sorpresa in flagrante adulterio, e con lei il bimbo di cui è incinta. Tutta la vicenda consiste nel riportare alla luce la memoria della ferita originaria, nel tentativo, vano, di redimerla: il mondo di Borrelli è un mondo che si richiude cupo in se stesso, che non conosce salvezza, anzi il processo di anamnesi porta con sé la cognizione di ulteriori delitti. Il figlio superstite, insieme col fratello mai nato, suo alter ego briccone, quasi un trickster, cerca invano di vendicare sul padre assassino e camorrista l’uccisione della madre.

In effetti nel testo, come in altri lavori di Borrelli, non c’è vera progressione, manca la tessitura di una trama, sull’ipotassi prevale la staticità della paratassi, sulla sintassi il lessico: tutto esplode e si esaurisce nell’effervescente invenzione lessicale, in un’alluvione di parole che seducono per la loro forza ritmica, per la rabbia che veicolano, a volte persino per la dolcezza che evocano, ma che possono solo certificare la pervasività di una piaga insanabile e, sulla scena, grazie alla concretezza tangibile della materia verbale sono vive nella fisicità metamorfica del corpo degli attori.

La visione di Borrelli è di tipo gnostico, è la visione di chi pensa che l’esistenza del mondo non sia un bene in sé: Spennacore, il padre camorrista di ‘Nzularchia, è soprattutto un dio malvagio che su tutto sovrasta e tutto distrugge: la sua violenza e il suo sarcasmo, persino la sua paura di essere ucciso dai rivali nel malaffare, che lo fa vivere recluso per anni e anni in una casa in rovina, con crepe e muffe, scarafaggi e topi, sono caratteristici di un Demiurgo malvagio e vile, demonio più che padre, fosse anche padrino o capobastone: siamo lontani dal sindaco di Rione Sanità e più vicini al Signore delle tenebre. Spennacore è il dominus di un mondo rovesciato, stravolto: “Je songhe tutto chello ca nun songhe, () Je songhe ‘a verità fatt’ ‘i buscie, / …songhe ‘i buscie a cui nisciuno crere. / Songhe ‘a scazzimma (la cisposità) che sfreggia ll’uocchie ‘i Ddie (che acceca Dio)” recita all’inizio e alla fine della tragedia, in un esplicito richiamo parodistico al Prologo del quarto evangelo. Le ferite di questo universo sono talmente profonde da risultare ontologiche, quindi senza speranza, e il male è così onnipresente che soltanto nella violenza inflitta all’innocente traluce la nostalgia di un impossibile mondo diverso, come se tanto obbrobrio esigesse per forza un pendant positivo. Però l’ineluttabilità stessa del male consente a Borrelli, a me pare, di avvolgere alla fine in un unico sguardo pietoso vittime e carnefici, anche perché i ruoli non sono poi così definiti e c’è sempre la possibilità di scambiarsi le parti: le vittime di oggi possono diventare i malvagi di domani. Proprio perché non c’è scampo al comune destino di dannazione, l’unica relazione praticabile con i dannati è allora quella della pietas. Che non elude il giudizio, ma sollecita la comprensione. Anche in questa superiore consapevolezza rispetto alla sua materia Borrelli è vero scrittore, e forse solo così può lenire la sua ferita.

Tale metafisica negativa non impedisce la presenza anche di un evidente risvolto “politico”. Solo che esso non è immediatamente sociologico: la camorra di ‘Nzularchia (come il colera nel successivo ‘A Sciaveca) è sciagura pestifera, nel senso letterale del termine: portatrice di peste, riconducibile a precise e ben determinate responsabilità sociali e umane, quindi evitabile o rimediabile; ma in ogni caso sempre partecipe di un destino di ineludibile sopraffazione. “(…) la violenza è nu piatto prelibato ‘i chillu pranzo succulento che è ‘a vita, ognun’ ‘ nuje primma o poi s’adda strafuga’ ‘a parte che lle spetta” è la sardonica costatazione di Gaetano, il figlio del camorrista. Gli antieroi di questo microcosmo flegreo, campione però dell’intero universo, sono malvagi, e per questo debbono essere puniti; ma la malvagità è pur sempre il loro fato, e ad essa possono solo titanicamente ribellarsi bestemmiando. Volendo arrischiare delle etichette, direi che Borrelli è un pagano con la nostalgia dell’amore cristiano.

Da ultimo un accenno alle note, parte integrante di questi testi. In esse l’accanimento linguistico dell’autore si sbizzarrisce in piccoli excursus storico-filologici che si diramano poi in mille rivoli: etimologici, aneddotici, familiari. Le note non sono soltanto esplicative, ma con apparente ingenuità intrecciano una narrazione, tra lo svagato e l’erudito, estremamente gustosa. Non si tratta solo di passione documentaria e nemmeno solo di amore per una terra e una lingua: in modo diverso dal testo, manifestano comunque un’ altra forma di pietas: è come se una mano amorevole raccogliesse lacerti di un mondo scomparso, frammenti di vita che fu, e li salvasse nel ricordo. Come scriveva Benjamin a Scholem il 12 giugno 1938: “Non resta che la diceria delle cose vere”. Sarebbe un peccato non leggerle.

 

[Immagine: Mimmo Borrelli, ‘Nzularchia]

 

1 thought on “Il munnu vacante di Mimmo Borrelli

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *