di Massimo Mastrogregori

«Sì, ma a noi che ce ne frega?»: alle 19.04 del 4 ottobre 2017 il ruvido interrogativo fa irruzione nella discussione sui concorsi universitari, accesasi dalla mattina sulla rivista online. Non si può, evidentemente, lasciare una domanda simile senza risposta. Ma a chi interessano davvero le fiammate polemiche sui concorsi truccati? È una pubblicistica riservata agli esclusi: chi è riuscito a impadronirsi di un posto grazie a un concorso truccato non torna volentieri sul luogo del delitto. Credo del resto che non ammetterebbe mai che il proprio concorso era truccato. Parlano dunque gli esclusi, lamentano la situazione. Ascoltati, prevalentemente, da altri esclusi (compresi quelli costretti all’emigrazione). Allora il ruvido interrogativo sembra acquistare una certa pertinenza: in fondo la discussione partiva da un solo caso, specifico, di ripetute bocciature. Perché è venuto subito naturale saltare dal singolo caso verso le altre migliaia di casi, in tutte le discipline? perché ne deduciamo che esiste un meccanismo perverso che regola l’insieme dei casi?
Perché chi interviene su questi argomenti parla di quello che ha visto, senza specifiche analisi sociologiche, senza dati empirici accurati. Siamo nell’ambito di una testimonianza, a cui si vuol riconoscere un certo valore generale (quando non lo si nega). E agli esclusi, o agli émigrés, non vengono in mente esempi contrari, virtuosi. Non risultano, a torto o a ragione. E quindi la conclusione è che ce ne frega – per tornare alla domanda – perché parliamo dell’interesse generale, di procedure pubbliche, dell’università pubblica, della destinazione e dell’utilizzo dei fondi ad essa destinati.

Infatti la letteratura sui concorsi truccati prende, nelle sue periodiche apparizioni, anche un’altra strada: quella che dal singolo scandalo del concorso truccato rapidamente sale alla considerazione generale del funzionamento dell’intera istituzione universitaria. E in questo ambito, c’è chi scrive per rassicurare, senza scendere troppo nel particolare (si tratta solo di casi isolati) e chi per condannare senza appello (non se ne esce: perché i giudici hanno arrestato solo questi singoli colpevoli, e non tutti i professori?).
È ovvio che il funzionamento dell’intera istituzione non si può misurare solo sulla gestione dei concorsi: contano altrettanto, forse di più, la presenza e l’efficienza delle strutture (dove ho insegnato non c’erano quasi le stanze per i professori e praticamente mancavano i bagni). Perché allora l’attenzione si concentra sui concorsi truccati? Forse perché è in questi casi, ricorrenti, che è più visibile il tradimento di quello che l’università dovrebbe essere.

Mi fermo su due aspetti, collegati tra loro (ripeto: scrivo quello che ho visto, non solo in Italia). I punti organico diventano risorse personali private, da gestire come tali, dopo lunga preparazione, a favore di una persona, di solito collegata con un gruppo (cordata). Quindi i Commissari che il gruppo ha delegato ad assegnare quel singolo posto tutto fanno, tranne che studiare attentamente i dossier dei candidati (figuriamoci leggere le opere!): l’autonomia di giudizio sarebbe del tutto sprecata, fuori luogo, controproducente.
Sono piccoli Sonderkommando di tre persone, incaricate di eseguire una missione con meno perdite possibili (a volte si rifugiano dietro giudizi esclusivamente collegiali, di dubbia legalità). La missione è quella di rimpicciolire la statura di tutti i candidati, tranne quella del predestinato, che è aumentata a dismisura. È un gioco agevolato da presunti indicatori obiettivi: le abilitazioni, le classificazioni in fasce di riviste e editori, l’adozione di criteri uniformi estrinseci. Tutte cose in sé utilissime, dipende solo da come nascono, e da che uso se ne fa.

Ora, a parte qualche estrosità, qualche stravaganza, i giudizi che leggiamo nei verbali delle procedure potrebbero essere stati scritti benissimo dal funzionario amministrativo: non ci sono contenuti scientifici, di pensiero o culturali ascrivibili ai Commissari, e dei quali questi portino la responsabilità.
Diventa difficile immaginare, quindi, come potrebbe avvenire la correzione del sistema. S’impone per legge la coscienza, la libertà di giudizio, il rispetto per ciò che appartiene a tutti? Si è prodotta una privatizzazione di fatto dell’università, strisciante ma visibilissima, che contraddice vistosamente la natura pubblica dell’istituzione: per questo parlavo di tradimento.

Ma non perdiamoci d’animo. Proviamo a dare un contenuto meno astratto al riferimento alla coscienza di chi giudica sull’assegnazione dei posti, alla libertà di giudizio del Commissario.
Lo storico Giuliano Procacci una volta mi raccontò un aneddoto, una sparata di Fernand Braudel. “Io un libro come quello di Meinecke sulla Ragion di stato – avrebbe detto Braudel – lo scrivo in tre mesi”. Che significa la sparata? che c’è tra la storia delle idee alla Meinecke e quella economico-sociale alla Braudel una certa incompatibilità di vedute. Per Braudel era vera storia solo la sua, vera e difficile. Quella degli altri, tedeschi e ideologi, era compilazione, roba facile, che si mette su in tre mesi.
Questo per dire che anche nel caso in cui il Commissario possedesse la famosa coscienza, esercitasse la famosa libertà di giudizio, resterebbero – all’interno di una stessa disciplina, in questo caso la storia moderna – delle barriere abbastanza insormontabili per alcuni candidati: se giudica Braudel, fa parte di una logica scientifica che Meinecke non passi.

E allora? Allora il problema ha due aspetti. Vediamo se così la situazione diventa meno penosa per la dignità dei Commissari. Il lettore ci perdonerà se sciogliamo il nodo alla buona: si fa per discutere.
Il primo è di politica della scienza, in carico al Politico: stabilire, con solide argomentazioni, ed esplicite scelte politico-culturali, se i soldi pubblici li deve avere Braudel o Meinecke, o tutti e due, e in che proporzione. Non sarà semplice, perché le discipline si sono polverizzate, sbriciolate, ma vale la pena di tentare. E poi assicurarsi che i giudizi sui singoli candidati siano motivati effettivamente, in base a una logica scientifica, culturale.

Bisogna che si possa accertare (che, in casi estremi, anche un giudice possa accertare), se i giudizi del Commissario derivino da uno studio del dossier. Essere sicuri che egli lo abbia davvero compiuto, nei suoi termini scientifici, culturali, anche di politica culturale: non come accade adesso, dove si parla di “sedi di pubblicazione buone o discrete”, o di indicatori che non indicano un bel niente. In fondo non dovrebbe essere così strano chiedere che nei giudizi di cui parliamo si torni a una logica scientifica, culturale, inclusa la politica della cultura.

Il punto più difficile è proprio questo, politico e insieme tecnico. Bisognerà pur trovare qualche modo per abbandonare il sistema attuale dei pregiudizi, dei pregiudicati e dei predestinati. Che è avvilente anche quando arriva il tuo turno, perché non si fonda su una logica culturale e scientifica qualsiasi, visibile, ma su una specie di lista d’attesa occulta, occasionale e arbitraria, i cui presupposti scientifici, o le cui linee culturali, quando ci sono, restano impliciti.

Come prosegue, poi, dopo la conquista del posto, l’avventura del professore, quando è condizionata da origini non scientifiche, non culturali? Che cosa deve cambiare, perché chi deve giudicare abbia realmente interesse a studiare il tuo dossier, a leggere qualcosa delle tue opere? Solo allora le abilitazioni, gli indicatori, le mediane saranno utili (a condizione che siano ben fatte): elementi del giudizio, non ostacoli fastidiosi, contenuti da manipolare e addomesticare. E i dossier di candidatura torneranno a essere quella cosa banalissima che sono sempre stati, resoconti di un’attività di studio che ha una sua fisionomia culturale e scientifica, più o meno estesa, profonda, varia, originale, e da rispettare in quanto tali, al di fuori di una logica da Sonderkommando.

 

[Immagine: Aula universitaria].

4 thoughts on “Sonderkommando Braudel. Sui concorsi universitari

  1. Perdonatemi per l’intervento fuori tema, ma l’uso del termine “Sonderkommando” mi sembra davvero di cattivo gusto.

  2. Mi dispiace molto se qualche lettore si è sentito offeso dall’uso che ho fatto del termine Sonderkommando, vorrei solo chiarire che questa scelta “provocatoria” è mia, non della rivista LPLC.

  3. Buongiorno,
    ho trovato l’articolo molto interessante, grazie a LPLC.

    Politica culturale, quindi, anche. Ma, ammesso che sia necessario averne una, perchè circoscriverla al binomio diciamo Braudel-Meinecke? E’ la politica culturale italiana ancora divisa così, in due, come lo era nel ‘900? Si vota regolarmente, forse la politica culturale nelle università pubbliche non dovrebbe rispecchiare la politica culturale generale?

    E poi, qual’è, in fondo, la differenza tra le “linee culturali […] implicite” e le ideologie?

    Faccio domande. Spero di non essere interpretata però, come un’insicura cronica, sulla linea dei falliti reietti descritti nell’articolo, di fatto esclusi dal dialogo perchè casi umani.

  4. Siamo seri! Quand’anche il sospetto che solo alcuni (se non tutti..) concorsi universitari sono manipolati, verrebbe da dire quale soluzione é possibile? Belle e accurate analisi come quella dell’articolo in oggetto lasciano il tempo che trovano… Le soluzioni ci sarebbero, non ci vuole un genio a trovarle, il fatto è che a molti in ambiente universitario non aggrada… questa é la semplice banale verità. Il resto aria fritta.

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