Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Carlo Bordini, Premio Pagliarani 2017

| 1 commento

di Andrea Cortellessa

Domani alle 18, alla sala Squarzina del Teatro Argentina di Roma, si svolgerà la premiazione della terza edizione del Premio Nazionale Elio Pagliarani. Dopodomani, sempre alle 18, ma all’Istituto Cervantes di Roma (Via di Villa Albani 16) si presenta La muchacha Carla, la traduzione della Ragazza Carla fatta da Leonardo Vilei e Ignacio Vleming e pubblicata da La Bella Varsovia di Madrid, col contributo della sezione per le traduzioni del Premio Pagliarani 2016. I finalisti della sezione editi 2017 (sei, anziché cinque, per un ex æquo) sono Primine di Alessandra Carnaroli (Edizioni del verri), La primavera fa ridere i polli di Michelangelo Coviello (Edizioni del verri), Strettoie di Marco Giovenale (Arcipelago Itaca), Controlli di Rosaria Lo Russo (Mille gru), Esercizi di vita pratica di Gilda Policastro (Prufrock) e Power Pose di Michele Zaffarano (Edizioni del verri); quelli della sezione inediti sono Laddove dovresti cominciare a cadere di Gianluca Garrapa, Archivio privato di Simone Marcelli e Il libro dei liquidi di Irene Santori. Il premio alla carriera (dopo Nanni Balestrini insignito nel 2015, e Giulia Niccolai l’anno scorso) va a Carlo Bordini, e consiste di un’opera realizzata per l’occasione da Emilio Isgrò, col titolo Rosso Pagliarani. Riportiamo qui la motivazione del premio a Bordini, scritta da Andrea Cortellessa, insieme a un suo pezzo sulle Memorie di un rivoluzionario timido, pubblicate l’anno scorso da Luca Sossella.   

Sbagliarsi, correggersi, sbagliare meglio

 Non ne so più di voi, ma sarei incline a ritenere non casuale il fatto che per questa serata sia stata scelta la data del 6 novembre: quella cioè in cui ricorrono cent’anni, cent’anni giusti, dall’inizio dell’insurrezione che portò alla presa del Palazzo d’Inverno a San Pietroburgo, e dunque dal momento in cui convenzionalmente datiamo la Rivoluzione bolscevica in Russia. Cioè la «rivoluzione d’Ottobre». La quale – dunque – si consumò in novembre. Dipende com’è noto dai due diversi calendari allora vigenti qui e in Russia, il gregoriano e il giuliano; ma traguardato a un secolo di distanza questo errore di coincidenza, ancorché casuale, non può non apparirci emblematico. Non tutti ma molti di noi, infatti, si ostinano a pensare che quella fosse una rivoluzione giusta (o anche molto giusta), ancorché in seguito abbia preso una piega sbagliata (o anche molto sbagliata). Eccoci arrivati allora a cent’anni giusti da un grande sbaglio – o, forse, a cent’anni sbagliati da un grande atto di giustizia.

Non si potrebbe immaginare uno scrittore più giusto di Carlo Bordini, a cui guardare in questa circostanza di oggettivo smarrimento. Lui che, dello smarrimento della giusta strada rivoluzionaria, è stato il maggior cantore: nei versi di una produzione poetica a lungo dispersa e negletta (da lui forse per primo), e negli ultimi anni invece emersa dal letargo in tutta la sua potenza, riconosciuta da estimatori più o meno giovani fra le più importanti della sua generazione; e, forse soprattutto, in un testo in prosa, sorprendente quanto vulnerante, che l’anno scorso il complice di sempre, Luca Sossella, ha pubblicato col titolo Memorie di un rivoluzionario timido. Un «romanzo totalmente legato all’autobiografia», lo definisce l’autore, che fonda la giustezza incontrovertibile del suo quanto mai erratico percorso, appunto, su una madornale fenomenologia dello sbaglio (o meglio, pensando ad Amelia Rosselli – che di Carlo fu amica – si dovrebbe dire lapsus): allegoria di una «lotta contro la realtà», come chi dice «io» vi definisce la sua lunga militanza rivoluzionaria, «questo strano sogno monastico», in una cellula trotskista clandestina infiltrata nel PCI. Una vita all’insegna dello sbaglio, che lo sbaglio – morfologico, sintattico, redazionale, tipografico – come detto allegorizza e insieme, in qualche modo, crudelmente irride.

E non si potrebbe immaginare un artista più giusto di Emilio Isgrò, per commentare da par suo quest’epica dello sbagliarsi. Che per una volta, in doppio omaggio all’intestatario del premio e a chi ne viene insignito, opera le sue cancellature, anziché in nero, in rosso. Rosso Pagliarani, intitola appunto Emilio il suo lavoro. Proviamo ancora col rosso. Proprio le Memorie di un rivoluzionario timido sono l’oggetto di questo lavoro: come a correggere severamente (ancorché non troppo severamente: a matita rossa infatti) l’elaborato di un discente testone. E forse le cancellature di Isgrò vanno sempre lette, anzitutto, come delle correzioni: in buona misura paradossali, dal momento che occultano quasi interamente, di norma, il testo che vorrebbero adeguare a una norma non meno imperscrutabile. Del resto lo stesso titolo del libro di Carlo, che, quasi in un ossimoro, mette insieme il sogno rivoluzionario e il temperamento della timidezza, par essere il frutto di una almeno parziale correzione, quella che i retori chiamano correctio. La quale, sempre a rigor di retorica, non è una cancellatura bensì una preterizione: si dice, e poi ci si corregge; ma in questo modo non si annulla quanto appena detto, piuttosto lo si rilancia in avanti – più o meno marcatamente cambiandolo di segno. È la dialettica che i filosofi chiamano Aufhebung: e che tendiamo a operare più spesso di quanto siamo disposti ad ammettere, forse, in letteratura come in politica.

Qualcuno mi ha riferito che Bordini starebbe riscrivendo da cima a fondo queste sue Memorie. Che le stia a sua volta cancellando, cioè, per farle di nuovo. Lui di mestiere ha fatto lo storico, si sa, e sa bene che un signore barbuto amava dire che le grandi tragedie della storia, quando si ripetono, ci appaiono come farse. Non so se sia sempre vero, questo, ma un altro signore che la barba non ce l’aveva, invece, una volta ha scritto: «Ho sempre tentato. Ho sempre fallito. Prova ancora. Fallisci ancora. Fallisci meglio».

 

 

Il principio di autodistruzione

 

I tempi sono cambiati, e piuttosto in fretta. Dieci anni fa un libro assai notevole come La ragazza del secolo scorso di Rossana Rossanda veniva sabotato, allo Strega, dall’allora onnipotente Anna Maria Rimoaldi in quanto «non un romanzo» ma un’autobiografia. Oggi trionfa un altro libro notevole, La scuola cattolica di Edoardo Albinati, che risponde più o meno allo stesso identikit. Anche Javier Cercas, nel suo importante saggio sul non-fiction novel, Il punto cieco (Guanda 2016), segnala una simile trasformazione. La differenza è che libri simili – quello di Albinati come l’ultimo di Cercas, L’impostore – non si peritano di scrivere in copertina, oggi, la qualifica commercialmente (a quanto pare) decisiva: «romanzo» appunto. Se l’è cavata con una formazione di compromesso – nella breve quanto decisiva nota Al lettore premessa al suo libro – Carlo Bordini: definendo il suo libro, Memorie di un rivoluzionario timido, un «romanzo totalmente legato all’autobiografia». Una differenza c’è, per la verità, rispetto all’autobiografia “classica”: testi come le Memorie di Bordini, o gli a loro volta notevolissimi Works di Vitaliano Trevisan e Parigi è un desiderio di Andrea Inglese, selezionano un periodo circoscritto dell’esistenza dell’estensore, e insieme vi isolano un tema (i lavori più o meno atipici nel caso di Trevisan, l’amoroso esilio in terra di Francia per Inglese): del gomitolo di concause che ci fa ciò che siamo tirano un filo, cioè, e nei suoi zigzag più o meno labirintici lo seguono sino alla fine. Gli anglosassoni hanno un termine efficace per questo genere, memoir. L’anglofilo Trevisan, infatti, nel suo testo se lo attribuisce; mentre il credo non molto anglofilo Bordini lo traduce alla meglio, nel titolo del suo, coll’ambiguo «memorie» (che nella nostra tradizione si applica piuttosto, invece, alle autobiografie “classiche”, vere o simulate).

In questi casi anzitutto bisogna trovarlo, il filo che imbastisce la trama (o, meglio, che circoscrive il profilo di chi scrive: al modo della linea di gesso che la polizia scientifica traccia sul luogo del delitto); non sempre è ovvio. (Meno ovvio è, beninteso, meglio è.) Se per Albinati è l’atroce omicidio del Circeo, del ’75, colle sue ripercussioni nella sua coscienza e identità, nel caso di Bordini parla la seconda parte del suo titolo. Rivoluzionario perché la maggior parte del testo racconta la sua esperienza di militante trotskista, negli anni Sessanta penetrato da “entrista”, in clandestinità, nelle fila del PCI: un lunghissimo periodo di vita claustrofobica in uno spazio separato (definito «la stanza dei giochi»: una delle tante cripte, o tane, nelle quali chi dice «io» ha sempre teso a rifugiarsi con quello che chiama «istinto della talpa»), che nella scrittura appare insieme immobile e istantaneo: una situazione limbica, sostanzialmente onirica («questo strano sogno monastico»). Una «lotta contro la realtà» che è «una fuga», «una difesa e contemporaneamente un’offesa verso gli altri e verso te stesso». È la stessa mossa che in seguito Bordini praticherà praticando la ricerca accademica (da storico, alla «Sapienza» di Roma) e, soprattutto, nella quanto mai accidentata vita amorosa. Ed è questa la chiave psicologica, o psichica senz’altro, dell’aggettivo che corregge, e anzi in qualche modo capovolge, il sostantivo: timido. Politicamente tale, intanto, perché sin dal principio votato alla sconfitta, segretamente affascinato dal mito narcisistico e autoassolutorio della sconfitta. Nel Poema a Trotsky contenuto nella raccolta Mangiare, del 1995 (e dal 2010 nell’antologia quasi integrale della sua produzione poetica, I costruttori di vulcani, pure edito da Sossella) scrive Bordini: «avevi ragione, / ma tanto, era ormai una ragione sconfitta, e così, / vivevo nella parte di dietro della storia, e stavo comodo […] / che bello scegliere la parte perdente, morire per procura / attraverso / gli altri, / suicidarsi in effige». L’unico modo per continuare a vivere, nel mondo che fra socialismo e barbarie ha scelto la barbarie, è seppellirsi in una «morte vivente»: quella di chi non doveva più «salvare il mondo», bensì «salvarsi nel mondo».

Si capisce che l’autodistruzione perseguita non è solo politica (Manuale di autodistruzione s’intitola uno dei primi testi in prosa pubblicati da Bordini, da Fazi nel 1998): bensì un principio di vita, una coazione paradossalmente difensiva (sul piano morale) che punteggia l’esistenza finendo per costituirsi, in modo ancora più paradossale, quale principio costruttivo (sul piano letterario). Di fatto, le Memorie s’interrompono all’altezza del 1975 (ancora!), quando per la prima volta il “reduce” Bordini fa circolare, in ciclostile come s’usava allora, delle sue poesie.

Quello che è rimasto per tanti anni l’unico importante critico di Bordini (poeta oggi invece assai amato dagli autori più giovani, e insofferenti delle stantie categorie di sperimentalismo e anti-), Alfonso Berardinelli, ha scritto una volta che, «per difendersi meglio dalle minacce di distruzione e di attacco», Bordini intenzionalmente decostruisce ogni «misura di solidità retorica e metrica»: portando «l’intero ordine del discorso […] in uno stato di aerea mobilità e indeterminazione». È il primo, macroscopico effetto che nota il lettore delle Memorie, il quale può restare irritato e persino traumatizzato dall’incredibile (per quantità e polimorfismo) mole di refusi, lapsus, anacoluti, frasi interrotte, irregolarità redazionali e tipografiche che il testo ostenta (e, nella premessa, rivendica: «per cercare di superare la piattezza dell’italiano televisivo su cui si basa il linguaggio letterario contemporaneo e per creare un impasto sospeso tra il sogno e la realtà»). Nel ’78 una delle prime pubblicazioni di Bordini (con Antonio Veneziani) fu un’antologia suggestiva, Dal fondo, che raccoglieva versi di non-poeti (prostitute, tossici, militanti, pazzi, emarginati di ogni tipo): volendo essere un’operazione documentaria, finiva per diventare «puro suono». E negli anni Ottanta, colla cooperativa editoriale Ælia Lælia (fondata con Giorgio Messori, Daniela Rossi e Beppe Sebaste), Bordini si fece editore della grande Amelia Rosselli, all’epoca al nadir delle proprie fortune. È come se l’irregolarità morfosintattica – l’indeterminazione di cui parla Berardinelli – fosse per Bordini un traslato, un correlativo di quel desiderio autodistruttivo, e paradossalmente costruttivo, che ha segnato la sua esistenza (sul piano amoroso, per esempio: sul quale le Memorie esibiscono un’oltranza autodenigratoria, e un «fortissimo senso di colpa», che non appaiono meri tòpoi letterari: «avevo fatto tutto il male possibile a qualche persona, ne avevo ricevuto moltissimo, ero infelicissimo ed era come se fossi felicissimo»).

La fenomenologia del lapsus indotto, con questa insistenza, come dicevo può anche irritare; eppure a volte crea cortocircuiti effettivi, rivelatorî. Per esempio, in «feci il numero del telefono. La voce di donna mi rispondevo qualcosa, che non capivo», l’oscillazione di persona grammaticale crea un’incertezza reale – che è poi in effetti oggetto, da parte di chi scrive non meno che di chi legge, del non capire. Perché la vera infrazione delle Memorie di Bordini, rispetto al codice autobiografico, è l’impossibilità di porre il complesso del passato al servizio del presente. Ossia appunto di capirsi: «È per questo che sto scrivendo: non per riannodare l’esperienza, per riannodarla, ma per dimostrare a me stesso, inequivocabilmente, che non c’è stata esperienza». Il suo poemetto più conosciuto, e più bello, s’intitola Polvere (e dà il titolo alla raccolta omonima del 1999): Bordini vi si paragona ai calchi di gesso dei corpi sommersi dalla lava a Pompei. Mentre qui, a consuntivo, il «reduce» deve constatare che non solo s’è disgregata l’utopia, non solo «la società in cui tu avresti dovuto stare si è spezzata in tanti pezzi, è solo polvere»; è polvere anche chi quella disgregazione malinconico contempla: «solo che tu non sei polvere immobile, sei polvere in viaggio, sei una specie di polvere in trasmutazione nell’universo». Di conseguenza, disgregata e incomponibile è a sua volta l’opera che di questa vita dovrebbe rendere testimonianza. Non un edificio, un monumento aere perennius: viceversa un «aggregato», qualcosa di instabile e sempre periclitante, in continuo smottamento. Una morte continua che è anche, però, un interminabile rinascere. Perché polvere siamo e, si sa, polvere ritorneremo.

Carlo Bordini, Memorie di un rivoluzionario timido, Luca Sossella 2016, pp. 191, € 10

Una versione più breve di questo articolo è uscita su «Tuttolibri»

 

[Immagine: Emilio Isgrò, Rosso Pagliarani (particolare)]

Un commento

  1. 1.
    Dopo il Giardino dei Giusti all’omba della Shoah sta per partire anche il Giardino dei giusti/sbagliati all’ombra della Rivoluzione del ’17?
    2.
    Gratta il “rosso pagliarani” e ci troverai l’elogio dell’autodenigrazione (finta).

Lascia un commento

I campi obbligatori sono contrassegnati con *.