Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Il fallimento di un’identità

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Intervista a Fabio Rocchi, a cura di Gilda Policastro

Il servizio su Matrix l’ho visto per caso, rilanciato da un contatto Facebook: l’Albania come terra di conquista degli imprenditori italiani, affrancati dalla burocrazia infinita che da noi sembra paralizzare le attività. «Qui, al contrario, tutto funziona agilmente», dice un giovane esportatore di prodotti toscani. Relativamente giovane: uno dei cosiddetti TQ, la generazione di mezzo, dei trenta-quarantenni che fanno maggior fatica a posizionarsi in un sistema mutato secondo una doppia velocità: negli ambiti lavorativi tradizionali (aziende, scuola-università) si perpetuano vecchie pratiche, privilegi e carriere determinate dalle preferenze e dagli orientamenti delle generazioni precedenti, nella new economy si avvantaggiano i giovanissimi, neolaureati in discipline rigorosamente non umanistiche, dall’economia aziendale all’informatica applicata alle ingegnerie “semplificate”.

Quell’imprenditore toscano io lo conosco: era un mio collega di dottorato, formatosi a Pisa alla scuola di Francesco Orlando, capofila della comparatistica e degli studi tematici in Italia. Si chiama Fabio Rocchi, lavorava a una tesi sui figli e i padri in letteratura e in contemporanea studiava al conservatorio per diplomarsi in composizione e direzione d’orchestra. Raccontava di pomeriggi passati col suo maestro Orlando, appassionato melomane, a studiare l’opera.

Rocchi, che ci fai in Albania? Da quanto sei lì?

Ciao Policastro, che ci fai tu in Italia, mi verrebbe da dire. Mi ricordi, forse, per la mia tesi di laurea, Il gran diavolo è morto. Padri e Figli nel romanzo italiano tra Otto e Novecento, giusto? Poi coltivavo il sogno di diventare direttore d’orchestra, ma avevo di fatto concluso soltanto la preparazione per il terzo anno di conservatorio e studiavo composizione come privatista, allievo del maestro Pietro Rigacci. Però dei pomeriggi e delle serate passate con Francesco Orlando ascoltando musica nel suo salotto di Lungarno Pacinotti a Pisa ho tutt’ora un ricordo vivissimo. Orlando mi ha insegnato il senso dell’implicito e molte cose sulla letteratura, senza mai prendere troppo sul serio alcune urgenze che mi si paravano davanti, come è successo del resto a tanti della mia generazione. Tutte cose lontane, come lontana adesso mi appare quella vita, che ho interrotto dodici anni fa. Forse l’impresa mi ha sedotto non soltanto per una piccola ma concreta convenienza economica, quanto per l’autonomia che mi ha regalato stare da questa parte. A Tirana sono arrivato la prima volta il 10 marzo del 2014, soltanto per vedere com’era il posto e per verificare se fosse vero che qui gli imprenditori italiani non facevano fatica a far quadrare i conti. Le cose stavano realmente così. E nel giro di un anno ho trasferito la mia attività all’estero, di fatto spostando anche la mia vita qui. Ho trovato delle condizioni particolarmente favorevoli per portare avanti il mio progetto imprenditoriale e per dare seguito alle mie idee. Purtroppo in Italia non avrei mai potuto avere sbocchi e anzi la mia posizione stava già cominciando a mostrare preoccupanti problemi: permanente assenza di liquidità, esposizione finanziaria … due tra i mali più diffusi da noi, in pratica l’anticamera per il fallimento.  

Precisamente in cosa consiste il tuo lavoro? Puoi raccontarci una tua giornata tipo?

Qui, indipendentemente dal ruolo che ricopri, ti abitui presto a vivere su ritmi diversi da quelli del nostro paese. Ti regoli su pulsazioni più alte. Una mia giornata tipo mette al centro dal lunedì al sabato il lavoro in Proclic, la mia agenzia di webmarketing. L’ho aperta quasi per scherzo e invece l’anno prossimo sono dieci anni che mi dà da vivere. Lavoriamo per una clientela quasi esclusivamente italiana con un team misto di ragazzi italiani e albanesi. Una cosa del tipo sveglia alle 7 del mattino, in ufficio alle 8 per scaricare la posta e preparare la scaletta di produzione, riunione con il team alle 9.15 e poi videochat con i clienti, gestione dei problemi, incombenze amministrative, configurazioni e report del nostro servizio di punta, ovvero il posizionamento dei siti internet su Google. Una routine che mi assorbe molto ma che mi offre una prospettiva di crescita che in Italia, pur lavorando credo duramente e con intensità, non sono mai riuscito a intravedere. Stacco attorno alle 17.30, mi riposo un paio d’ore e poi vado ad occuparmi della mia seconda attività, una piccola bottega con cucina che ho caratterizzato sui prodotti toscani. Sembra un paradosso o un’esibizione un po’ stucchevole di attitudini multitasking ma mi metto volentieri ai fornelli. Non sono uno chef, sono soltanto uno che da piccolo a Firenze ha visto tante volte cucinare bene e vuole provare a riproporre quei sapori avvantaggiato da una materia prima locale piuttosto valida. Ho anche avuto modo grazie al cibo e al vino di avvicinare persone che mai avrei potuto raggiungere in altre circostanze: deputati, manager italiani di grosse società che hanno spostato qui la produzione, un ministro della repubblica albanese. Questa è una delle magie di Tirana, una capitale di ispirazione europea abitata da circa un milione di persone che riesce a condensare e a rendere fluidi i rapporti e gli scambi ad ogni livello.

E i rapporti con l’università? Hai conservato legami professionali o affettivi con la tua vita precedente?

Siccome mi conosci tu con questa domanda inviti la lepre a correre, come si dice dalle mie parti. Sai troppo bene che quando uno decide o è costretto (come nel mio caso) ad allontanarsi dall’ambiente universitario, decreta in quel momento una sua condanna a morte sociale, perché comunque smette di far istituzionalmente parte di un tessuto a prima vista compatto; non ha più occasioni di venire riconosciuto se non nel suo nuovo status di corpo estraneo. Comunque stessero le cose, un problema di competizione in meno per molti, un fastidio personale in meno per qualcuno. Una sospensione della partecipazione a riti anche parasociali (dei quali io mi sono ben volentieri pasciuto fino ad un certo momento, sia ben chiaro) è assolutamente inaccettabile per un sistema che si autoalimenta e che costituisce un nucleo davvero impermeabile. Ricordo il disorientamento anche psicologico da parte di una persona a me vicina quando confessai che avrei scelto di fermarmi e di passare a “vendere siti internet”. Mi guardò come se si stesse sgretolando addirittura la mia dignità personale, dal suo punto di vista non poteva che essere la compassione il sentimento da esibire. Forse anche a causa di questo corporativismo, quando ho provato a inviare ad ex amici in redazioni di riviste qualcosa di mio, qualche racconto, qualche scritto, qualche riflessione critica, tutti (con le uniche eccezioni di Antonio Tricomi e Niccolò Scaffai) si sono trincerati dietro quell’educazione così falsa e irritante che ho sempre riscontrato essere la cifra stilistica di molti rapporti in quel mondo. Googlando viene ancora fuori qualche mia pubblicazione, qualche mia comparsata nella saggistica: avrei potuto continuare nel ruolo di outsider ma ho capito presto che non ce n’era modo. Già non si leggono tra loro quelli che sono rimasti dentro, figuriamoci se vengono prese in considerazione le cose di uno che se n’è andato in Albania.

Qualche rimpianto mi pare tu ce l’abbia, in effetti. Faresti qualcosa in modo diverso, a posteriori, ti lasceresti qualche porta aperta, qualche spiraglio…

Direi che ne ho di rimpianti, e anche molti, però è abbastanza inutile starci a pensare visto che non c’è proprio verso di tornare indietro; anche se ci provassi finirebbe malissimo. Credo molto meno al potere della parola e del racconto rispetto al passato, contano i fatti. Mi mancano – e non mi mancano – diverse cose. Di quella prima fase di studi non mi manca l’accettazione condivisa del servilismo e non mi manca l’aria stantia di un ambiente ripiegato su se stesso. Non mi manca nemmeno l’ossequio tributato nei confronti del maschio alfa – quasi sempre un sessantenne – che si prendeva spesso senza eccezioni il meglio di tutto. Ricordo volte in cui noi giovani facevamo a gara per offrire caffè, passaggi in macchina, addirittura cene a persone che percepivano stipendi ai quali noi non saremmo mai potuti arrivare. Un’assurda deferenza nei confronti del superiore, che ci teneva lì come pubblico delle sue performance, pur sapendo che soltanto per pochissimi di noi ci sarebbe stato un futuro in quell’istituzione. A causa di un carattere particolarmente refrattario al compromesso, che non ha tardato a manifestarsi, penso che sia stato un bene che io mi sia autoeliminato dalla competizione e che abbia preso altre strade. I calci li ho dati e li ho presi, ma non ho più commesso quel tipo di errore reverenziale del quale ancora mi vergogno principalmente di fronte a me stesso. Invece mi manca il senso di far parte di qualcosa, un certo idealismo che ci rendeva più improbabili, ma più umani e simpatici. Mi ricordo discussioni e viaggi in auto per la campagna senese in cui era bello tutto,pareva possibile una nostra futura affermazione lavorativa e intellettuale, un nostro riconoscimento sociale.

E dunque mi pare di capire che imputi il tuo cambiamento di vita al carattere, più che a un destino generazionale?

Ho letto da qualche parte che noi nati alla metà del Settanta non saremmo stati capaci di opporci e di alzare la voce, lasciandoci sedurre dall’iperrealismo del videogame prima e dalle impalcature dei set televisivi Mediaset dopo. Tuttoilcalciominutoperminuto e Controcampo avrebbero fatto il resto. Forse in parte è anche vero. Ma sono convinto che ci siano state responsabilità importanti nelle figure dei falsi maestri che molti di noi hanno incontrato. Ho sempre avuto difficoltà a identificarmi in un personaggio del mio tempo in grado di darmi qualche riferimento (che so, forse Roberto Baggio?). Vale anche per la piccola impresa (quale di fatto è rimasta la mia, nonostante sia cresciuta come giro e come portata qui a Tirana), col falso ricordo – ancora una volta da parte dei cinquantenni e dei sessantenni – di un’economia fulgida e sorprendente, che ti regalava in cinque anni di lavoro la villa al mare e dopo altri tre lo chalet in montagna. Questo mito degli anni Ottanta e Novanta (il nostro secondo boom non economico ma finanziario di cui noi quarantenni stiamo ancora pagando il debito) mi ha sempre un po’ irritato, perché da subito, dal 2008, ho fatto una gran fatica per far entrare i soldi e ancora ne duro veramente moltissima e non penso che cambierà mai questa condizione di travet del pagamento posticipato. Tornando ai rimpianti, mi manca la possibilità di mettermi alla prova a casa mia, in Toscana: ci ho provato e anche per demeriti ed errori personali non ci sono riuscito. E mi mancano delle persone che ho allontanato per quello che si definisce in gergo “l’insieme delle decisioni strategiche”: aver a che fare con i soldi, pochi o tanti che siano, ti rende veramente una persona dalla quale spesso è bene prendere le distanze.     

Resta il fatto che se un giovane e apprezzato studioso finisce a fare l’imprenditore a Tirana, qualcosa, a livello di sistema, non va senz’altro. Tu che ne pensi?

Molte volte mi sono posto questa domanda. Nel mio caso c’è stata una transizione abbastanza strampalata: dallo studio delle figure putative e vicarie della narrativa italiana (mi ricordo il fantastico padre turco di Carlino nelle Confessioni di Nievo, una tra le pochissime opere di respiro romanzesco ed europeo nel panorama un po’ lento delle storie ottocentesche di casa nostra) sono passato al lampredotto in brodo, transitando per qualche campagna pubblicitaria e per qualche e-commerce di medio successo. Qualcosa non ha funzionato, è vero. In prima battuta, senza cercare alcun capro espiatorio, ti vorrei dire che non ho funzionato io. Non ho saputo aspettare forse il mio momento, ho bruciato alcune tappe fondamentali in un percorso di formazione – una tra le prime e tra le più importanti è appunto l’accettazione dello stato di attesa – e ho voluto cambiare troppo repentinamente pelle e direzione, rimanendo in molti sensi esposto e portandomi dietro qualche scompenso di troppo.

Parli di te ma vale per un sistema più generale, insisto.

L’unica cosa di cui sono convinto, anche avendo avuto l’opportunità di osservare il management di grandi società, è che non è stata così forzata la circostanza per la quale un letterato si sia ritrovato a gestire la comunicazione online di svariate tipologie di aziende. Nel 2006 ho provato a convertire una pesante preparazione letteraria in direzione delle logiche internet: ci ho messo un bel po’ a fare mia una sintassi per molti aspetti nuova. In questo processo di semplificazione estrema mi sono trovato coinvolto (abbastanza casualmente devo riconoscerlo) in un fenomeno mediatico e culturale di vastissima portata proprio quando c’era molto bisogno di gente che avesse dimestichezza con le parole, prima ancora che con il linguaggio html. Non con il loro significato, ma con la manipolazione del loro sound, con una loro forma condensata. Una delle grandi colpe di tutto quel mondo universitario di cui si parlava prima è stata non comprendere con la necessaria prontezza che il web poteva e doveva essere il grande ufficio di collocamento di tanti giovani validissimi che si stavano formando in quegli anni. In molti eravamo già allora, agli inizi degli anni Zero, pronti a condividere qualcosa di nostro non soltanto nell’agonismo specialistico: avevamo diritto ad avere accesso ad un dibattito più ampio, di tipo culturale e generazionale. Anche questa cosa vorrei dirla, visto che me ne dai l’opportunità: non aver cercato fondi e non aver dato vita a progetti che mettessero in relazione una formazione tradizionale e un medium tanto rivoluzionario è stata una enorme occasione mancata per la quale qualcuno mi piacerebbe rispondesse – magari anche in solido.

 

Come vedi l’Italia da Tirana?  

Credo di vedere l’Italia – e Firenze in particolare – come qualsiasi expat italiano può vedere oggi casa. Con nostalgia, con rabbia a volte; con molto rimpianto. I sentimenti come comprendi sono contrastanti ed è anche difficile soffermarsi per analizzarli con oggettività. Repubblica.it e i social sono un’occasione quotidiana per non staccare mai dal contesto del nostro paese. 40% sport, 35% cronaca 25% politica, più o meno. Un continuo reload per rimanere pateticamente informato, per vedere cosa sta succedendo. Osservo le ultime manovre ideologiche e mi vergogno per aver sostenuto in passato qualche fazione credendo a quel tipo di retorica – proprio io che avrei dovuto essere munito di strumenti per smontarla. Vedo la povertà che avanza, vedo la violenza vera che sta occupando spazi anche simbolici della nostra società. Vedo l’artigianato e il nostro proverbiale saper fare perdere terreno ormai in maniera irrimediabile, sempre sopraffatto da normative concepite per favorire quella lobby, quella GDO, oppure per dare rilievo a nazioni europee che non sono mai l’Italia. So che è difficile che io a breve torni. Per fare cosa poi. Per migliorare quale aspetto della mia condizione. A volte mi trovo a pensare: come è mai possibile riscontrare più sicurezza e organizzazione in un paese che è entrato nella storia contemporanea soltanto da 25 anni? Gli albanesi sono tosti, abilissimi e molto concreti, spesso ai limiti del cinico e allo stesso tempo capaci di grandi slanci emotivi. Ma io, pur essendo fiero di trovarmi a Tirana, non sono nato qui. Sono italiano e in questo momento per forza di cose mi trovo costretto a vivere in un isolamento culturale e personale necessario soltanto al proseguimento del mio progetto di impresa. Mi viene in mente Volponi e mi ritrovo a pensare che sono proprio diventato una moschettina del capitale. In realtà accetto con convinzione il fatto che questo sia il miglior posto per me in questo momento. Qui è possibile, mi dico, fare un onesto commercio (di servizi, di prodotti, di beni di consumo) senza subire tutte le storture di sistema e tutte le rotture di scatole con cui la mia terra mi ha per circa otto anni messo all’angolo presentandomi una specie di conto salatissimo da pagare per non si sa quale colpa. Alla fine, anche se rientro spesso per incontrare i clienti più importanti, degli anni passati è rimasto troppo poco. Credo che finirò per guardare all’Italia come un qualsiasi turista, che viene, soggiorna, mangia (sempre più spesso al di sotto delle aspettative) visita musei e poi se ne va dopo qualche giorno con qualche brutto souvenir. Se la vedi in quest’ottica, è veramente il fallimento di una identità. Almeno, io la vivo così.

 

[Immagine: Pierre Huyghe, Colony Collapse]

8 commenti

  1. “ Giovedì 18 luglio 1996 – Se fosse viva, la mamma ora avrebbe ottant’anni. Se fosse viva, perché invece è morta, e anche un po’ presto, considerato l’allungamento della vita media. Avrebbe ottant’anni perché era nata nel 1916, nel pieno della prima guerra mondiale. La mamma si lamentava sempre che, nel 1916, quando era appena nata, il nonno, cioè il suo babbo, se n’era andato. Se n’era andato perché era andato volontario nella guerra mondiale, come ufficiale, in Albania. Più la mamma insisteva a lamentarsi e più io non capivo perché lo facesse. In quel racconto, mille volte raccontato, continuamente « attualizzato », io ci sentivo qualcosa di tenebrosamente psicoanalitico, edipico, maniaco e chissà che altro. Però, a pensarci, anche lui… mettersi la divisa, attraversare il canale d’Otranto – che, dice, era anche pericoloso -, lasciare la moglie, lasciare la figlia… per andare a leggere un giornale – illustrato – sotto una pergola, fare una Grande Guerra… per tornare a dirigere i vigili urbani in una piccola città… Ci sono vite che corrono sempre sul filo del ridicolo. E più corrono e più rischiano di fare ridere. Infatti nella mia città – dove tutti hanno uno spiccato senso del ridicolo – chi corre, chi si fa correre, sono i cavalli, due volte all’anno, e vanno tutti a vederli. Il nonno – che a quella animalesca corsa doveva assistere sempre, per strette ragioni di lavoro – queste cose le aveva capite benissimo, ma quello che è fatto è fatto. Però non si è più mosso. “.

  2. Pingback: Quando penso allo spreco penso anche a questo tipo di vicende | il pane e le rose

  3. Testo di grande interesse, il cui autore principale mostra molta lucidità, ammirevole ironia e senso (auto)critico. Però, però. Questo signore, che vende comunicazione sui social media, prima dice: “Credo molto meno al potere della parola e del racconto rispetto al passato, contano i fatti”; e poco più sotto, come niente fosse, afferma: “c’era molto bisogno di gente che avesse dimestichezza con le parole, prima ancora che con il linguaggio html. Non con il loro significato, ma con la manipolazione del loro sound, con una loro forma condensata.” Prima svaluta il potere della parola, e poi ammette onestamente che riesce a vivere proprio grazie alle torsioni che, da esperto, sa imporre alle parole? Davvero non si accorge che è al limite della contraddizione? E lasciamo stare che una persona dotata di una istruzione qualitativamente alta come la sua, dovrebbe stare attentissima ad usare una parola infida e a doppio taglio come “i fatti”…

  4. molto interessante.
    un problema è che le facoltà umanistiche “preparano” gli studenti per lavori ormai estinti. non si pensa nemmeno che il web sia o possa essere un ambito lavorativo.

    l’italia è gravata da handicap antropologici: simulazione, sopruso, connivenza ecc. oggi ce la prendiamo con gli universitari – e io notai ad es.? tranqui, i notai domani, quando ci saremo dimenticati dei prof.

    conosco diversi italiani che lavorano in svizzera tornando a casa o ogni giorno a ogni week-end. un elettircista lì in 15 gg. ottiene tutti i permessi (ogni comune, anche micriscopico, ha un ufficio apposta per seguir il richiedente in tutti i passaggi). iva al 12%, obviously.

    conosco bene invece un albanese solo, 35nne: uno che ha insegnato qui in italia falegnameria a tanti ragazzi psichicamente disabili e ora finalmente è… in canada.

    robi baggio dev’essere un esempio per tutti noi. tutti noi vicentini eh! viene spesso in paese in cerca di gabbiette antiche dei cacciatori per gli uccelli da richiamo. suo nipote gioca nel cartigliano, mezzapunta come lui, stessi lineamenti (solo un po’ più scarso ahaha). bene: robi dice che solo rarissime volte in tanti anni di calcio non ha sentito dolore durante le partite (a 18 anni si trovò con una gamba più corta di 10 cm., causa incidente di gioco a rimini), solo a primavera, certe domeniche che il prato è tenero al punto giusto, e invece di respingere il piede quasi lo accarezza…

    ecco, se vale la pena vivere, è solo per quelle rare domeniche della vita. compagni, awanti!

  5. Vivendo e avendo studiato all’estero, posso dire che: certo, l’università italiana è umida e viscosa, ma non si può nemmeno pensare che ogni addottorato in lettere trovi un posto all’università. Non credo succeda in alcun paese al mondo, comunque non in Francia, Spagna, Germania, Inghilterra. Trovo più divertente la satira della “postura” adottata dagli universitari verso gli esclusi o i viventi sul limes del sistema, postura che conosco bene e che trovo tanto più ridicola perché presa da persone in genere non particolarmente colte, nel senso di interessate alla cultura. Provare a uscire dal loro campo di ricerca per credere.
    Se però constatiamo il lato grottesco dell’ambiente universitario, bisogna anche ammettere che sia grottesco volerci entrare a tutti i costi in quell’ambiente, o sbaglio, Gilda Policatsro ? Anche se capisco benissimo che sia tra i modi più gradevoli e logici di guadagnarsi da vivere per persone che amano leggere libri(ascoltare musica, vedere film, ecc.) e commentarli. A quel punto però dovrebbero anche scriverli? Non si verrebbe a creare una concentrazione di potere in pochissime mani, mani che allo stesso tempo scrivono e commentano?

  6. Non capisco perché @Cagnolati si rivolga a me che sono curatrice del pezzo, semplicemente. Comunque se lo incuriosisce la mia vicenda accademica, io ho avuto, fino a un certo momento, un percorso più fortunato e lineare rispetto a quello raccontato nel pezzo (e non staremo a indagarne qui cause condizioni e ragioni, che non rileva). Il che vuol dire che le mie ambizioni di carriera sono state incoraggiate e sostenute con passaggi e riconoscimenti concreti dall’istituzione: dottorato (portato a termine nei tre anni, senza proroga, a differenza di quasi tutti i miei colleghi di anno), assegno di ricerca a seguire, rinnovato per 4 anni (situazione davvero rara, se ci si fa un giro e si chiede ad altri neoaddottorati), infine abilitazione alla docenza di seconda fascia, in due settori, sin dalla prima tornata, nel 2014. Fu uno dei docenti in commissione a congratularsi con me durante un convegno a seguire con le seguenti parole: “lei non è sicuramente una velleitaria, lei entrerà, prima o dopo”. Prima sicuramente non sono entrata, dopo non saprei ma nel 2019 le mie due idoneità che fin qua hanno avuto il valore e la funzione di due medagliette al merito, scadranno e da allora in avanti saranno, semplicemente carta straccia. Spero basti. Cordialità.

  7. In esergo di un saggio di Fabio Rocchi sulla rappresentazione del lavoro nell’opera di Volponi, spiccava la voce di Aspri-Murieta in”Corporale” (1974):

    “Se vuoi una confessione, eccola; questo è proprio il luogo adatto. Ho lavorato troppo. Sono stato fregato proprio come il figlio di una serva dal mio senso del dovere. Credo che sia la fregatura più grossa: lavorare pensando di salvarsi ideologicamente e intanto come un enzima instancabile far bene a questo organismo.”

    Mi piace ricordarlo qui: aprendo il testo a una pluralità di interpretazioni

  8. Non metto affatto in dubbio le sue qualità accademiche, @Policastro. Riflettevo a briglia sciolta sulla relazione che si sta venendo a creare tra scrittori (anche piuttosto affermati, com’è il suo caso) e università nella lotta alla sopravvivenza in atto ormai da un paio di decenni nel mondo intellettuale. Non è il caso di prendersela e tirare fuori i titoli. Con stima.

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