di Arturo Mazzarella

[È uscito da poco, per Bollati Boringhieri, Le relazioni pericolose. Sensazioni e sentimenti del nostro tempo di Arturo Mazzarella. «Nell’attuale società del disagio», si legge nel risvolto di copertina «si è ormai erosa la capacità di regolare le relazioni reciproche, presupposto stesso del processo di incivilimento. L’imponente contenitore sociale in cui si riversa l’esperienza individuale e collettiva registra dinamiche inedite, che una tesi oggi corrente imputa alla devastante infiltrazione psichica da parte dei meccanismi sovrani della finanza. […]. Arturo Mazzarella, invece, ritiene molto più illuminante rovesciare il rapporto di causa ed effetto: è la carica fantasmatica della potenza finanziaria a trarre forza dall’ordine pulsionale, là dove si generano gli epicentri emotivi destabilizzanti tipici del nostro tempo». Presentiamo un estratto del libro].

Saranno circa quindici o vent’anni che «il nuovo spirito del capitalismo», o «la cultura del nuovo capitalismo» (per richiamare i due titoli delle opere, ampiamente note quanto tra loro distanti, di Luc Boltanski ed Ève Chiapello, da un lato, e di Richard Sennett, dall’altro), ha esteso la propria egemonia su scala globale. In questo arco di tempo, attraverso un robusto contraccolpo deterministico, si è via via affermato, in vari campi delle scienze umane, un paradigma ermeneutico fondato sull’interiorizzazione dei dispositivi che regolano il potere del capitalismo finanziario. Un potere talmente pervasivo da penetrare nei minimi ingranaggi del nostro apparato psichico. La resa di ogni pulsione e di ogni sentimento a questa tirannia economica pare inevitabile. Lo confermano alcuni tra i più attenti osservatori delle tendenze socio-economiche, e antropologiche, oggi in atto. […] Difficilmente potrebbe esistere un panorama maggiormente desolante. Certo, incontestabile nella raffigurazione degli impulsi che orientano attualmente l’apparato psichico collettivo; ma, forse, disegnato attraverso caratteri univoci, muovendo da un’angolazione troppo schematica nel suo eccessivo determinismo per riuscire attendibile.

Siamo sicuri, infatti, che l’economia neoliberale possieda oggi una forza egemonica, capace di infiltrarsi nell’intera articolazione psichica fino a dominarla, rendendola subalterna alle sue leggi come alle sue imprevedibili oscillazioni? Proviamo ad avanzare l’ipotesi opposta. Che non sia l’apparato psichico a preparare le condizioni da cui derivano la genesi e, poi, il radicamento delle modalità di produzione e consumo sulle quali si fonda il «finanzcapitalismo», per riprendere l’efficace formula coniata da Luciano Gallino? Non c’è nulla di provocatorio in questa proposta . È tutto molto semplice. Invece di stabilire una gerarchia di tipo deterministico tra i circuiti della politica economica e il sistema dell’economia psichica, perché non intrecciare i due sistemi tenendo conto della loro effettiva fisionomia, la cui medesima radice economica richiede chiavi interpretative meno semplicistiche di quelle appena riportate?

Una medesima radice genera, infatti, sia il predominio finanziario sancito dall’economia neoliberale negli ultimi decenni sia il ventaglio di scansioni che regolano la conformazione – sempre più diffusa nel nostro universo globale – dell’economia psichica. Spesso, troppo spesso, si dimentica, però, che l’apparato psichico si configura in base a principi squisitamente economici.

Eppure questa consapevolezza designa uno dei presupposti basilari della teoria e della pratica analitica di Freud, richiamata con vigore nel corso di tutta la sua attività. Senza pause, né ripensamenti, Freud (al pari dello stesso Jung, d’altronde, che desume proprio da lui il concetto di «energia psichica», anche se per poi ribaltarne, rispetto al maestro, l’origine e la funzione) torna di continuo a sottolineare l’attività energetica che circola nella vita psichica, il «fattore quantitativo della forza pulsionale», come lo definirà in Analisi terminabile e interminabile. […] Non esiste, dunque, modello più elastico e indeterminato dell’apparato psichico, le cui «permutazioni» e «trasformazioni» si insinuano anche nel cuore del sistema finanziario.[…]

Ma cosa è successo? Perché questo disagio sta dilagando attraverso espressioni tanto nuove da ipotizzare, secondo Massimo Recalcati, l’esistenza inquietante di un «uomo senza inconscio» e, da parte di Alain Ehrenberg, la presenza, altrettanto perturbante, dell’«individuo insufficiente» – sempre e dovunque insufficiente? Tuttavia nessun trauma di particolare evidenza ha fatto improvvisamente irruzione nello scenario psichico della collettività. Non c’è stato nessun evento tangibile che abbia prodotto una necessaria riconfigurazione dei rapporti tra gli individui. Molto più semplicemente – ma anche più drammaticamente – è arrivata a compimento, con passo tanto felpato da risultare inavvertibile, una rapida erosione di quei presupposti ritenuti da Freud indispensabili ai fini del processo di incivilimento. Non è certo poco. Nei quasi novant’anni che ci separano dal Disagio della civiltà, vertice incontrastato del disincanto freudiano, si è completamente frantumata la capacità di regolare «le relazioni reciproche, le relazioni sociali, tra gli uomini», nella quale Freud riconosce la principale funzione della civiltà. […] Senza alcuna premeditazione l’assoggettamento reciproco ritaglia, infatti, la cornice – direbbe Goffman – entro cui si articola la maggior parte delle relazioni interpersonali. L’aspirazione a sottomettere l’altro, a impadronirsi pienamente di lui, si è imposta nei modi di una martellante coazione a ripetere collettiva. Proprio come richiede una microfisica del potere – per riprendere la nota espressione di Foucault –, che non si serve più di un controllo e di un asservimento esercitati tramite gerarchie rigidamente verticali, ma si snoda lungo una molteplicità di relazioni mobili, tanto da scorrere senza sosta da un ruolo al suo opposto: innescando un’ininterrotta metamorfosi irriducibile a un ordine stabilito. […] Da questo incessante scambio di ruoli, dalla continua inversione dei rapporti di vicendevole dipendenza, discende l’affermazione del debito in quanto modello di riferimento comune: anzi, quasi una sorta di capostipite da cui derivano tutte le altre forme di relazione. Non si dà rapporto tra due persone, superficiale o profondo, nel quale ognuno non si scopra, a turno, debitore nei confronti dell’altro. […] Qui, in questo territorio in apparenza remoto dai clamori e dai bagliori che animano la finanza internazionale, va ricercata l’origine dell’indebitamento collettivo tipico dello stadio attuale del neo-liberismo. Che si tratti di un modello economico privo di regole o di un piano calibrato lo dimostra l’impossibilità di ritrovare al suo interno quelle ripartizioni fondamentali – fonte, oggetto e meta – individuate da Freud, già nei Tre saggi sulla teoria sessuale, quali elementi che caratterizzano la pulsione. È un’impresa vana risalire dalle più disparate dinamiche pulsionali oggi prevalenti agli oggetti, alle mete e alle fonti che le orientano. Sembrano riferimenti scomparsi irrimediabilmente, a favore dell’incontrastata sovranità di un soddisfacimento che, nella sua categorica imperatività, ignora le scansioni attraverso cui deve passare.

Per assumere, in una determinata circostanza, il ruolo di padrone, ciascuno deve sottoscrivere preliminarmente con il servo, o con un suo vicario, un patto che lo obbliga alla restituzione – in tempi anche brevi, se necessario – di quanto ha ottenuto. Un accordo del genere è destinato ad annullare il riconoscimento del valore particolare dell’oggetto e della meta verso cui si indirizzano, di volta in volta, le pulsioni: regolate, viceversa, da un indebitamento che esplicita la massima indifferenza rispetto a qualsiasi meta e oggetto. […] Siamo dinanzi – osserverebbe Nietzsche – a una legittimazione del «diritto alla crudeltà». Per esorcizzarlo, la sola alternativa risiede nel ricorso a quello che Lacan ha definito «debito simbolico». Ma dopo il tracollo di tale debito è un’impresa sterile sfidare il «diritto alla crudeltà». Soprattutto nel nostro presente: quando i barlumi dei vantaggi che i simboli comportano si sono spenti in un accecamento generale. Che può erompere e propagarsi anche all’improvviso; senza alcuna spiegazione. Come accade nel romanzo di Saramago Cecità. […] L’economia delle vita dei ciechi si impregna esclusivamente del violento assoggettamento reciproco. Il «diritto alla crudeltà» – esercitato nella forma delineata da Nietzsche – diventa l’unica legge da loro riconosciuta. Ogni personaggio è costretto a sottomettersi a essa. Non c’è alcun effettivo discrimine tra servi e padroni, tranne che occasionalmente. Tutti ambiscono, nelle situazioni più disparate, a diventare padroni. […]

David Kepesh, protagonista dell’Animale morente – il romanzo pubblicato da Roth nel 2001 –, arriva a conclusioni altrettanto nichilistiche. […] La sensibilità di David nei confronti della bellezza femminile non ha niente della languida contemplazione estetica. Possiede, invece, i connotati della più avida sensualità, dilaniata dall’arsura di un godimento insaziabile: esemplare riproposizione del «godimento smarrito» (così lo definisce Lacan nella lunga intervista concessa nel 1974 alla televisione francese), o del «godimento mortale», come sempre Lacan lo aveva denominato qualche anno prima nel Seminario XVIII. Proprio in un simile godimento risiede l’impulso totalizzante dell’esistenza di David. […]

Nell’universo di immagini allestito da Nan Goldin – imprescindibile riferimento della fotografia contemporanea – non compare nessun segno di appagamento. Circola una desolazione priva di riscatto, insieme al rancore per un investimento talmente elevato da ripiegarsi su se stesso, sull’atonia paralizzante di corpi che hanno desiderato troppo, e invano. Ancora una volta l’atmosfera, la comune percezione di stati affettivi creati da situazioni particolari prevale sulle singole individualità, condizionandole del tutto. È quello che avviene nella Ballad of Sexual Dependency, il lavoro senz’altro più impegnativo, e giustamente celebre, di Nan Goldin: uno slide show presentato nel 1986 e riproposto, attraverso vari supporti mediatici, in un arco di trent’anni, fino alla recente versione offerta per il MoMa tra il giugno 2016 e il febbraio 2017.[…] L’impronta caratterizzante di questa campionatura «diaristica» – per riprendere un termine caro a Nan Goldin – delle molteplici relazioni attraverso cui si può esprimere la sessualità coincide con una traumatica assenza di partecipazione tra i numerosi personaggi ritratti. C’è tutto: violenza, sopraffazione, smania del desiderio, una sensibilità atrofizzata, la stoltezza più vacua. Manca solo una minima traccia di reale condivisione. […]

Non esistono, allora, alternative a questo paralizzante nichilismo? Certo che ce ne sono. A patto di non affidarsi alle utopistiche lusinghe di una palingenesi collettiva. […] È sufficiente essere consapevoli che la reversibilità incessante tra la figura del padrone e quella del servo non potrà mai uscire dalla spirale autodistruttiva innescata e, poi, stabilizzata dalla ciclicità di tale movimento. […]Si possono, dunque, solo giocare le pulsioni contro se stesse, farle confliggere con se stesse: sottraendo loro i margini di guadagno che il concetto di appropriazione sembrerebbe illusoriamente presentare. Significa opporre ai principi dell’economia generalmente diffusi, i quali dipendono interamente dalla «legge del proprio», un ordine diverso, istituito sulle risorse, anzi sulla forza, dell’espropriazione. […] L’investimento operato da Sophie Calle, al pari di Sebald e Christian Boltanski, riesce a capovolgere, attraverso una metamorfosi radicale, le leggi dell’economia finanziaria: abolendo ogni debito per trasformarlo in un credito. Nel credito verso se stessi. Un credito davvero inestinguibile: premessa di una condivisione che ha liquidato qualsiasi proprietà.

Incrementarlo giorno per giorno è il dovere di tutti noi.

 

[Immagine: Nan Goldin, C Putting on Her Make Up].

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *