Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Il cane di Giacometti

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di Stefano Raimondi

[È uscito da poco per Marcos y Marcos Il cane di Giacometti, di Stefano Raimondi. Ne presentiamo sei testi].

Sì, proprio come quando si ritorna
a prendere le cose dalla casa:
i vestiti, il silenzio dopo l’esplosione.

In questo circondario di colpa
di stanza rotta a fiato, solo poche
impronte restano, raccontano
storie rimaste sui cuscini
schiacciati dalle schiene
nei capelli trovati sulla piastrella chiara.
E la porta tiene tutto dentro
come fosse una frase rimestata
e si ritorna fuori per svegliarsi,
come fossimo noi persiane
appena aperte, sole appena entrato
di mattina per dire: “Non è vero,
non è successo mai”.

*

Sembrano non bastare più le parole per raccontarci storie vere, cose che a dirle salvano o fanno riniziare.

Ci sono sempre posti che vengono per portarci via, altri per metterci paura. E nessuno più crede al buio sudato del nascondino, che scende dalla schiena, fa tremare: quello che senti sparire piano piano, quando la vedi l’ombra avvicinarsi ed è poco il tempo che ti resta lì vicino. Correre alla tana più che puoi, battere la mani sopra il muro, gridare, capire che tutto è finito.

*

Che tutto si possa compiere comunque
come il fiato spalancato dalle corse, come
i bersagli presi di mira da troppo lontano.

Dimmi fino a quando possono reggere
le braccia spalancate senza
che incomincino a tremare, da quale
parte sentire che qualcosa finisce, come
quando si aspetta l’ultimo rumore
sordo del chiodo che si spezza, come
la lentezza del capire: l’acuto della stortura
intravista nel martello, nel braccio
dentro gli occhi.

*

Lenz non aveva visto più nessuno.
Qualcuno lo aveva abbandonato.

Fuori ci si spartisce il secolo
e con mute furibonde scavalcheremo
l’anno, ognuno dalla sua parte
ognuno con il suo pezzo di bene nella bocca.

“Fuori fa freddo ed è gennaio”

e tutti ci cerchiamo con le mani
come ciechi, come assassini.

Da lì non avremo più il coraggio
di uccidere nessuno.

Si fanno larghe le pozze tra la neve
come i perdoni tra le impronte.

*

Non credevano, prima, all’odore dei randagi, alla smorfia che fanno quando si riconoscono dal sesso, da come ci si eccita odorandosi le gambe e ci si capisce senza una parola che dica qualcosa di più, di suo. Testimoniarsi dall’affanno, dalle carezze come chi si incontra su una strada vuota e ha voglia, di qualcosa, di qualcuno che lo tocchi, che lo faccia luccicare come una bava e che sappia di sapore: di dentro. Si fanno sogni anche sulle facce della gente senza domandare e ci si volta, si cambia strada, si torna a casa. E il pianista suonava qualcosa di bello, mentre lei lo leccava dicendogli di volergli bene.

*

Pensa alle ombre illese, quelle
che da sole iniziano a schiarirsi
come promesse mantenute piano.

È la luce sui profili a spostare
il buio dell’albero, della casa
della palizzata che li porta
senza corpo sopra noi, come
premonizioni, avvisi, luoghi
dove iniziare a rivedersi interi.
È strano come si parli d’amore
anche qui, dove non c’è che questo
immaginare, a portarci via.

 

[Immagine: Alberto Giacometti, Il cane, 1951].

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