di Angelo Ferracuti

Debre Markos 6 Luglio 2010

Mi sveglia il solito gallo, che sembra essersi ficcato a mia insaputa dentro questa stanza. Oggi è il mio compleanno, è la prima cosa che penso appena prendo coscienza di essermi svegliato, ma non è un compleanno  qualsiasi della mia vita, perché oggi ne compio cinquanta, e sono qui da solo in questa stanzetta buia, e chissà se ci sarà l’acqua per lavarsi, se pioverà anche oggi come tutti i giorni.

Accendo il telefonino, subito sento la suoneria dei messaggi che si attiva. il primo è di Alessandra, la donna che sposerò tra meno di un mese, mi scalda il cuore: “dei tuoi 50 anni ne ho persi 49, dei prossimi 50 non perderò un giorno! Buon compleanno mio meraviglioso principe!” Sorrido. Mi ero dimenticato di stare in Etiopia in un primo momento, pensavo di stare a casa mia, di essermi svegliato nel mio letto.

Sarebbe stato tutto diverso. Le mie figlie si sarebbero alzate per farmi gli auguri. Invece oggi mi è salita a un certo punto una tristezza che non sono riuscito a contenere. Mi succede spesso quando ci sono delle ricorrenze, è come se tutta la mia vita con tutti i suoi ricordi precipitasse in un solo istante e riuscisse a mettermi con le spalle contro il muro. E’ stato quasi sempre così nel corso del tempo della mia vita che i compleanni diventassero giornate malinconiche, e non vedevo l’ora che il tempo passasse e si spegnessero le luci, i compleanni mi mettono in imbarazzo perché sono un uomo  timido, riservato, tutto sommato, che si parli di me non mi piace. Anche il mio amico Daniele si è ricordato, e Pierluigi. Lui ha scritto un messaggio lunghissimo, “un papier” avrebbe detto mio padre. “Sono un po’ in ritardo sulla giusta posizione delle lancette vecchio straccio di uno scintillante paraculo,  magnifico amico mio, e me ne dispiace, ma questa cifra tonda voglio comunque festeggiarla, anche se in ritardo, augurandoti il più sonoro dei buon compleanno! pieno d’affetto e di riconoscenza e stima 50 cari abbracci a te amico mio”. Decido di lavarmi. Ieri è tornata l’acqua, e la nostra vita è improvvisamente migliorata. Ma lo scaldabagno è perennemente spento, così quando entro nel box bello capiente di mattonelle bianche smaltate, vengo percorso da un getto d’acqua gelida. Più mi massaggio con il sapone e più l’acqua si fredda. Lo shampoo diventa davvero un’impresa farselo, ma sono due giorni che non mi lavo, è una cosa necessaria.

Quando arrivo al centro di Debre Markos, superato l’arco trionfale finto antico e fatta la salita che porta al posto di polizia dove gli attori del Teatro Verde stanno facendo le prove, una volta arrivato sulla porta dell’edificio, c’è un piccolo bambino magro e malandato fuori. Non ha il coraggio di aprire la porta ed entrare, penso, così lo faccio io, invitandolo. Ma subito Laura e Veronica mi bloccano, non è possibile prenderne altri, già sono il doppio di ieri. “Si è sparsa la voce che qui si mangia” dice Veronica, così tutti vorrebbero partecipare, ma adesso sono troppi, non è possibile, si rischia di mandare all’aria tutto”. Mentre Ennio sta filmando tutto con la telecamera, al centro della stanza continua l’ammaestramento. Uno alla volta inscena il movimento di un animale, strisciando verso gli altri, poi indica chi sarà il prossimo.

Chiedo a Laura se può accompagnarmi alla sede del Cvm per risolvere il problema del computer. Infatti ho comprato questo Acer Aspire da un mese e non avevo capito che i programmi erano solo in prova. (…) Uscendo prendo il borsellino e sto per stendere una banconota al bambino, che nel frattempo si era fermato fuori nella speranza di essere accolto. Sto per prendere una banconota di quelle logore da 10 birr (circa 50 centesimi di euro) che lei mi ammonisce subito: “no, sono troppi, è diseducativo”. Mi censuro e gliene regalo una da 1 bir, e il bambino, come fanno sempre qui, china dignitosamente la testa in segno di ringraziamento e sorride, contento come una pasqua.

Una volta, un 6 luglio di una quindicina di anni fa, quando ero ancora un giovane portalettere, finito di lavorare sono andato dal barbiere. Il giorno del compleanno oltre a essere sempre molto triste, vorrei fare qualcosa di memorabile. Non so perché, mi monta semplicemente in testa questa cosa. Non oggi, però, anche se questo mio cinquantesimo compleanno resterà sicuramente unico, indimenticabile, nel ricordo menzognero si riempirà di contenuti incredibilmente interessanti, quasi epici. Racconterò ai nipoti, se mai ne avrò, e quelle sgallettate di Eugenia e Lorenza li metteranno al mondo. Ecco, mentre sto scrivendo penso alla vecchiaia, lo ammetto. Oltre questa soglia di vita si comincia a scendere verso l’ignoto. Racconterò di questa mia giornata africana. Adesso, mentre scrivo, sono nella sala da pranzo  dell’hotel, alla tv dell’unico canale governativo etiopico danno in differita la partita Germania-Argentina dei campionati del mondo, un giovane africano è in uno dei tavolinetti delle prime file, dietro c’è un giapponese con un cappellino nero in testa, un vago modi di fare effeminato. Intanto la Germania ha segnato. Colpo di testa micidiale. Mi sono perso. Insomma, quel 6 luglio di quindici anni fa finito di consegnare la posta andai dal barbiere che stava nella zona dove lavoravo, che in realtà era un parrucchiere per donne, e chiesi se potevano tagliarmi i capelli, allora molto lunghi, quasi all’altezza delle spalle. Il tipo simpatico disse che si poteva fare. Intanto un altro goal della Germania, anche se qui nessuno esulta.

Erano tutti per il Ghana, come me d’altronde. Inquadrano un Maradona baffuto, triste e rassegnato, la partita è finita. Dalle cucine si sente un battere di coltello. Ho un certo appetito, credo che mangerò della carne, qui la carne è molto buona, e poi in questo hotel la cucinano molto bene. E’ una specie di tagliata con del peperoncino verde fresco e piccantissimo. E berrò la mia birra etiope preferita, la Meta, 5,5% di volume alcolico. Ne berrò un paio, anche tre, perché qui siamo a 2700 metri di altitudine e stamattina mi girava la testa. Insomma, quella mattina di quel 6 luglio mi accomodai sulla sedia del parrucchiere, e quando il proprietario arrivò chiesi se poteva tagliarmi i capelli a zero, rasati completamente. Erano anni che ci pensavo, che lo volevo fare, e la cosa mi venne in mente a metà mattinata, mentre infilavo lettere e riviste nelle cassette della posta. lui disse che ero pazzo, “no, a zero no, non te li taglio”. Insistetti parecchio, dissi al mio amico parrucchiere che doveva darmi retta, in fondo ero io poi che avrei dovuto girare con la testa rasata non lui, e alla fine lo convinsi.

Tornai a casa con i capelli rasati, e appena misi piede nel tinello, i miei genitori, e mia moglie Patrizia e le mie figlie rimasero a bocca aperta. Disapprovarono, insomma. Le figlie minacciarono di non uscire più di casa accompagnate dal sottoscritto genitore, mia moglie mi guardò rassegnata, fece un sorrisetto divertito, debbo ammettere, poi dovette dire, immagino, che ero un demente. A lei piaceva chiamarmi così, anche se lo diceva molto affettuosamente. Questo pensavo all’epoca. Cosa provocò quella rasatura radicale delle mie folte chiome fu imprevedibile anche per me. A pranzo bevvi molto vino bianco ben ghiacciato, e dopo andai a piedi a Porto San Giorgio, e tornai sempre a piedi a Fermo, sotto il sole cocente. Presi tanto di quel sole in testa che alla sera mi sentivo strano, un po’ sballato diciamo. E avevamo invitato i miei cognati milanesi a cena. Fatto sta che la cena fu a base di pesce ricordo, cucinato da mia madre Elvira. Una pasta al pesce, e poi dell’arrosto. E vino, molto vino. Faceva molto caldo, ma quando mi accorsi che avevo bevuto troppo, con l’alibi che era il mio compleanno, era già troppo tardi. E il patatrac arrivò verso le undici di sera, quando litigai con mio cognato. Per offenderlo gli dissi “a cuccia Fufi”, e mancò poco che venimmo alle mani, mentre le mie figlie piangevano, e mia moglie mi insultava furibondamente.  Penso questo perché qui, nel Regno della Noia, dove tutti ingannano il tempo correndo alla ricerca di una ragione di vita, che è quella del sopravvivere, nonostante tutti, il tempo, quel tempo che per noi è ordinato, strutturato, è un tempo rotto, e si inganna camminando. Ho pensato che questo sarebbe un habitat perfetto per mio padre, che cammina, e quindi scappa dalla vita da mezzo secolo, i miei anni di oggi. E adesso capisco perché qui è nato Abebe Bikila, uno dei miei miti olimpionici di ragazzo, però tramandati in quel 1960 delle Olimpiadi di Roma dove Livio Berruti scappava dopo l’ultima curva, lui, l’uomo bianco e quasi pallido con gli occhiali scuri in faccia, elegante, implacabile sporgeva in avanti il petto e il corpo tutto per tagliare il filo intrepido del traguardo.

Poco fa ho mangiato in un localino qui vicino. Quando sono uscito dall’albergo, davanti c’era il solito brulicare di corpi. Adesso distinguo persino le persone. Quelli che vengono dalle campagne sono scalzi, portano bagagli sulle spalle, probabilmente cose da vendere al mercato, un mercato permanente che il giovedì si riempie in modo impressionante di uomini, donne e bambini. Vendono di tutto. Stamattina ho visto passare un tipo magrissimo, le gambe come stecche di liquirizia, i piedi callosi, che trasportava un sacco di juta pieno di carbone. Veniva dalle campagne, dai boschi, chissà quanti chilometri avrà fatto a piedi per sbucare in questa strada che dal balcone dell’albergo da dove sto scrivendo è un teatro all’aperto. Questo piccolo pezzo di mondo è troppo pieno per raccontarlo, mentre provi a farlo sei scavalcato da altre cose che accadono e si accavallano, corrono avanti irraggiungibili. Qui hai quasi l’impressione che la tua scrittura non riseca a catturare che una porzione infinitesima del tutto, è frigida. Da questa terrazza vedo in lontananza i quartieri nuovi di Debre Markos, palazzoni che aggrediscono d’impatto una terra di montagna, e boscaglie. Uno dei ragazzi dell’hotel sta spazzando il pavimento in cemento, l’impressione che ho è che sia una specie di esercizio, sposta semplicemente la polvere senza mai raccoglierla, giusto per giustificare il suo fare. Mentre sto scrivendo è passata una ragazza bellissima, una leonessa, se ne vedono di ragazze etiopi bionde, i capelli lunghi, increspati, un fisico da paura.

Nel locale dove ho scelto casualmente di fare il lunch, perché in albergo la cucina chiude alle tredici in punto, si accede per una scala posticcia, prima ci sono dei tavolini all’aperto, e quando hai varcato la soglia resti impressionato da una situazione del tutto inaspettata. Qui accade spesso che gli interni riservino sorprese incredibili, è come se ti scaraventassero in pochi secondi in un’altra dimensione e tu dovessi in poco tempo allenarti a sostenerla. Questa è davvero una bettolaccia, ma il clima umano è molto caldo, accogliente. Tre donne stanno sedute intorno a un tavolinetto basso, condividono un vassoio di cibo che prendono con le mani. Un ragazzetto è dietro il banco, altri camerieri (li riconosco per il fatto che indossano una logora giacca color arancio) viaggiano per il locale, a volte a vuoto, senza una  vera ragione, una ragazza dalla bandana verde in testa che le fascia i capelli, dal volto rovinato e il corpo sfatto, è appoggiata al bancone in legno fatto di canne di bambù. Il cameriere secco mi viene incontro, mentre le mosche volteggiano e la fanno da padrone in questo tavolinetto in formica dove sono alloggiato. Chiedo tabs, della carne, almeno vado sul sicuro. Il pavimento del locale è inguardabile, dissestato e pieno di sporcizia, polveroso ovunque, e il rivestimento in plastica slabbrato, in alcune parti mancante. Chiedo anche una birra, Meta però. Il cameriere secco torna dopo un po’ con una marca diversa, poi s’accorge di aver sbagliato e scappa via. Il bancone è un vero spettacolo di disordine: sopra ci saranno venti bicchieri sporchi, e una quantità impressionante di tazzine del caffè, e poi vassoi in acciaio, quelli che usano per portarti le pietanze. Ho chiesto della carne, chissà cosa mi porteranno? Nella tv che sta di lato al bancone, vicino al frigorifero e a un distributore di bevande, danno un documentario sulla vita degli animali, si vedono degli struzzi, e la musica in sottofondo è naturalmente etiope, un po’ orientaleggiante, e per i miei canoni sembra non avere nulla a che fare con le immagini che scorrono. Poco dopo inizia il telegiornale governativo. Apre con un servizio sportivo. Sono immagini che mostrano la nazionale del Ghana di ritorno in patria all’aeroporto, festeggiata dai sostenitori.

Mentre sto consumando il mio piatto di carne con cipolle, a dire il vero tenera per niente, arriva l’sms augurale delle mie figlie: “Tanti, tanti, tanti auguri al nostro 50enne preferito! Anche se non sei con noi speriamo che tu possa passare un buon compleanno con i tuoi amici etiopi…sicuramente lo ricorderai per tutta la vita. Baci ci manchi Eugy e Lola”. Scoppio in lacrime, e subito divento il centro dell’attenzione. Il cameriere secco si avvicina, mi guarda con i suoi occhi dolci, fa qualche movimento di mani incoerente. Dico con quelle quattro parole di inglese che conosco “is ok, is ok, tranquil”. Anche lui dice ok, e poi se torna dietro il bancone. Pago un conto imbarazzante, 34 birr, l’equivalente di 2 euro, poi comincio la mia passeggiata.

[Immagine: Etiopia, foto di Ennio Brilli (particolare) (mg)].

4 thoughts on “Taccuino tenebra

  1. E’ parte di una narrazione diaristica più ampia, non è un corpo isolato, che dovevo dare a un grande editore. Poi mi è parsa troppo esigua, limitata in un tempo di troppi pochi giorni, per onestà intellettuale non era poco mirata. Vorrei tornare in Etiopia per capire meglio. Ma quelle pagine possono anche morire così.

  2. Che sfrontato questo pezzo: un italiano che sta in Etiopia e parla del suo compleanno! Sfrontato e bello: bravo all’autore, a me piace così “poco mirato” e ruvido.

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