Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Scrivere la battaglia. Intervista a Romolo Bugaro

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a cura di Marco Zonch

Tra le voci che nell’ultimo ventennio si sono dedicate al racconto del cosiddetto Nordest, e più in generale tra quelle che si sono dedicate a temi di rilevanza civile, quella di Romolo Bugaro è probabilmente una delle più interessanti. A essere notevole è la distanza che separa le opere di Bugaro da molte altre con tematiche affini e pubblicate nel medesimo periodo. Fatta eccezione per Bea Vita! e per un breve testo contenuto in I nuovi sentimenti, nella produzione dell’autore non trovano spazio l’autobiografico o il documento: la forma prescelta è il romanzo. In secondo luogo, e sarà questo l’oggetto dell’intervista, la distanza è, in senso ampio, filosofica. Al centro delle opere di Bugaro siede infatti una coppia di concetti-guida – destino e guerra – oggi piuttosto inusuale.

Romolo Bugaro, avvocato padovano nato nel 1962, esordisce nel 1987 con due racconti pubblicati in Belli & Perversi, secondo volume dell’antologia «Under 25» curata da Pier Vittorio Tondelli. I due racconti confluiranno, qualche anno più tardi (Theoria, 1993), nella raccolta intitolata Indianapolis, riedita in forma estesa qualche anno più tardi con il titolo Indianapolis e altri racconti (Theoria, 1999). Seguiranno La buona e brava gente della nazione (Baldini e Castoldi, 1998), finalista al premio Campiello e consacrazione letteraria per il suo autore, Il venditore di libri usati di fantascienza (Rizzoli, 1999), Dalla parte del fuoco (Rizzoli, 2003), Il labirinto delle passioni perdute (Rizzoli, 2006), romanzo ancora una volta finalista al Campiello, nel 2007, Ragazze del nordest opera collettiva che Bugaro cura assieme a Marco Franzoso (Marsilio, 2010), Bea vita! Crudo nordest (Laterza, 2010) ed Effetto domino (Einaudi, 2015).

Marco Zonch: Sembra che nei tuoi libri ci sia un interesse per situazioni in cui un determinato fatto è avvenuto, una decisione è già stata presa, e non si può far altro che subirne le conseguenze. Perché questo interesse?

Romolo Bugaro: Ci sono fatti (o dinamiche, o processi) che si compiono e si concludono molto prima dei loro effetti visibili. Pensa al tracollo della Banca Popolare di Vicenza, sul quale peraltro, come sai, sto lavorando adesso. La banca sembrava sanissima, addirittura una delle più liquide del paese. Grande volume di raccolta, grande attivismo sul mercato del credito ecc. In realtà, ben prima che il bubbone scoppiasse, la sostenibilità finanziaria era compromessa e tutto era destinato al crash. Come scrittore mi interessano molto questi spazi e tempi sospesi, rarefatti, nei quali la realtà e già altro da sé stessa. Intervalli nei quali le persone si trovano a fronteggiare prospettive inaudite, veri e propri ribaltamenti di orizzonte, che sono un’occasione fantastica di analisi e scavo delle loro personalità e anche, spesso, della nostra storia collettiva.

MZ: A quando risale questo tuo interesse? In un certo senso mi sembra che qualcosa di quello che si vede in Effetto domino, quello di cui parli, si possa già trovare, pur con delle differenze, in romanzi come Il venditore di libri usati di fantascienza e Dalla parte del fuoco. Nel primo dei due sicuramente in ciò che accade dopo l’inaspettata condanna al carcere del figlio o con la conversione religiosa e la richiesta di divorzio della moglie del protagonista. Nel secondo è il crack economico di uno dei due personaggi principali, ma è forse anche la posizione in cui viene messo il lettore, che nelle ultime pagine scopre di conoscere già le conseguenze di quanto raccontato nel romanzo; in questo ci sono naturalmente delle differenze.

RB: Credo che il “filo rosso” che tu hi individuato in effetti esista. La prendo larga. Io sono molto interessato ad alcuni temi, magari disparati, ma che sono ricorrenti nel mio lavoro. Uno è quello del fallimento personale, il crollo (soprattutto per ragioni economiche e/o finanziarie) della persona. Un altro è l’interiorità femminile, che mi affascina esplorare (Il labirinto delle passioni perdute). Un altro ancora è lo sguardo e lo studio dei grandi organismi acefali, determinati dalle loro stesse procedure, che dominano il nostro tempo (banche, ma non solo). Ora tutti questi materiali diventano più nitidi e leggibili in alcune situazioni e condizioni piuttosto che in altre. Lo spazio bianco fra la produzione di un fatto e la sua manifestazione esteriore è una specie di corrente ascensionale che porta i materiali sui quali mi interessa lavorare ad una notevole altezza dal suolo, in un’atmosfera rarefatta, dove ogni forma si precisa, ogni dettaglio diventa più nitido.

MZ: L’impressione che io ho è che l’aumento di peso, come dire, la comparsa di questo tipo di dinamica e il suo aumento di peso, che passa dall’essere struttura del singolo episodio a struttura dell’intero testo (Effetto domino), vada di pari passo con la comparsa e ascesa di una parola: destino. Come dici, è certamente vero che esiste un album di temi ricorrenti che sono, volendo, presenti fin da Indianapolis. La parola destino compare già qui, ma solo con l’edizione del 1999 in Un vuoto talmente bianco e occidentale, ma senza che le venga assegnata una vera e propria centralità, che è invece data al sentimento, su cui il racconto si chiude. Nemmeno La buona e brava gente della nazione, di cui il testo citato è forse materiale preparatorio, riserva spazio alla parola, se non marginale. E infatti qui non mi pare tu faccia ricorso a tale meccanismo narrativo, che compare, appunto, solo con il romanzo successivo.

RB: È vero: il tema del destino, inteso come corso delle cose determinato fin dall’inizio, come parabola necessaria o necessitata, è cresciuto lentamente nel mio lavoro, precisandosi libro dopo libro.

Oggi per me il tema ha una doppia (o forse tripla) valenza:

  1. Il destino personale inteso come tentativo/sforzo di ognuno di seguire il proprio percorso, restare in accordo con sé stesso (col proprio destino), non trovarsi scardinato dalla propria identità. Tentativo/sforzo sempre più difficile da perseguire in anni di dominio delle procedure anelastiche, generali e non modificabili. Questo tema (destino personale/scardinamento dall’identità) viene fuori moltissimo in quest’ultimo libro appena finito e inedito, ma c’è anche secondo me nel Labirinto delle passioni perdute.
  2. Destini generali, flussi di eventi poco controllabili o del tutto incontrollabili dal singolo che fanno salire o scendere, arricchire o impoverire se non a prescindere dall’impegno e dalle capacità di ciascuno, quantomeno in modo molto meno direttamente legato a tale impegno e capacità che in passato. Questa è una delle vere caratteristiche della contemporaneità. Questo è uno dei temi di effetto domino.

MZ: Che tipo di rapporto intrattengono, tra loro, queste differenti parti, valenze, del destino?

RB: Entrano in rapporto nella carne e nella vita della gente. Faccio un breve esempio. Noi siamo stati educati a considerare come fondamentale l’impegno, la buona volontà. Se studieremo con passione, se ci impegneremo nel lavoro, avremo dei buoni risultati. Se ci lasceremo andare, se sprecheremo il nostro tempo, la nostra vita avrà una cattiva riuscita. È uno dei principi cardine dell’educazione di qualsiasi tempo. Adesso non voglio mettermi a contestare l’enunciato – non avrebbe senso. Però diciamo, in modo laico, che questo principio andrebbe un po’ attualizzato. Il nostro oggi è caratterizzato da una (sempre più) frequente interruzione della catena delle responsabilità. Tu hai cercato di impegnarti, di far bene al massimo grado, ma lavoravi nel comparto dell’edilizia, che ha perso il 90% dei volumi del giro di 10 anni, hai avuto la irrimediabile sfiga di trovarti lì, e il tuo impegno non vale più nulla, vieni travolto da un orizzonte di eventi assolutamente irriducibile a qualsiasi forma di previsione o controllo. L’impegno personale si scontra, oggi, con una serie di trasformazioni sempre più rapide e imprevedibili che tendono a svuotare il suo contenuto. Il noto “essere gettato” nel mondo si stampo heideggeriano acquista oggi un significato ancora più attuale, perché è la vera cifra materiale, quotidiana della vita di milioni di persone. Il punto dove si avvera l’interruzione della catena delle responsabilità è anche quello di intersezione delle due forme di destino.

MZ: Nella tua scrittura mi pare che tu attribuisca un ruolo altrettanto importante a un altro elemento, quello della battaglia/guerra. In tutti i tuoi testi fai largo impiego di lessico proveniente da quest’area semantica. Anzi, credo si possa dire che l’analogia tra vita e battaglia sia una costante dei tuoi romanzi, tanto da legarli insieme, oltre dunque il limite del libro.

RB: Non mi ero del tutto reso conto di utilizzare spesso una lingua legata al tema della battaglia/guerra. Però mi riconosco in pieno nell’osservazione, perché credo che il nostro tempo sia caratterizzato da una violentissima guerra economica (e finanziaria) che impatta duramente sulla vita delle persone. Non sto parlando di un tema astratto, figurale, ma di circostanze molto concrete: aziende che decollano o si distruggono quasi da un giorno all’altro a causa del cambiamento di un rating creditizio,  entità economiche che nascono o muoiono rapidissimamente quali proiezioni immediate e “nude” delle variabilità del sistema. Tutto questo in misura infinitamente più profonda e pervasiva che in passato. La questione, molto presente nel Labirinto delle passioni perdute e in Effetto Domino, si affacciava già in Dalla parte del fuoco (dove peraltro la battaglia, cioè la guerriglia, era raccontata in modo diretto).

MZ: Questo aspetto della tua scrittura si connette sempre più strettamente, di romanzo in romanzo, a quello del destino. Come vedi tu questa interazione?

RB: La guerra è uno dei principali luoghi di condensazione del destino. In una guerra tutti gli eventi scattano immediatamente alla loro dimensione finale, decisiva, e l’agire diventa tentativo continuo di controllare ciò che tendenzialmente non lo è. Tutto questo mi sembra una metafora piuttosto centrata della vita di moltissime persone oggi.

MZ: La visione delle cose umane che, in questo senso, emerge dai tuoi romanzi pregiudica la possibilità di far ricorso, dentro al testo e fuori, come autore, al concetto di responsabilità. Se non mi sbaglio impieghi la parola solo a ridosso della pubblicazione del tuo primo romanzo, La buona e brava gente della nazione, in un’intervista per Maltese narrazioni e quindi prima della comparsa del tema del destino.

RB: Io credo che scrivere comporti una terribile responsabilità, che è tale soprattutto nei confronti della scrittura stessa. La responsabilità di fare tutto quanto si può per arrivare alla forma esatta, e per restare all’interno di una sorta di “campo” nel quale convivono tante cose, per esempio visione, sincerità, pietà umana, coraggio.

MZ: Ti definiresti scrittore impegnato? Anzi, pensi esista, oggi, la possibilità stessa dell’impegno e, se sì, che forma assume il tuo di fronte e all’interno di quello che chiami destino?

RB: Credo che lo scrittore impegnato esista ancora e produca spesso ottime cose. Penso per esempio ad autori come Alessandro Leogrande o Angelo Ferracuti. Anche l’ultimo romanzo di Simona Vinci può senz’altro essere definito “impegnato”. Personalmente mi considero uno scrittore impegnato nel senso che, anche per via del mio lavoro, ho accesso a una serie di dati e informazioni che la maggior parte della gente non conosce, non immagina nemmeno. E sento la responsabilità (ancora) di divulgarli, “democratizzarli”.

 

[Immagine: Padova, Teatro anatomico].

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