di Edmund White

[Il racconto che pubblichiamo è un inedito di Edmund White (1940), uno dei maggiori scrittori americani della sua generazione. Tra le sue opere più importanti ricordiamo la trilogia autobiografica Un giovane americano, E la bella stanza è vuota, La sinfonia dell’addio, la biografia di Jean Genet, i saggi Ritratto di Marcel Proust, La doppia vita di Rimbaud e la «guida» The Joy of Gay Sex, scritto con Charles Silverstein.
Ringraziamo Edmund White di averci inviato questo suo testo, tradotto in italiano da Giuseppe Gullo, e riportiamo le sue parole di presentazione:

“Edmund White ha pubblicato solo una dozzina di racconti in cinquant’anni di carriera. Ha scritto questa storia pensando a che effetto farebbe su un giovane europeo interessato al sesso la nuova ondata di puritanesimo americano. White ha vissuto molti anni a Parigi e torna ogni estate a Roma. Fino a maggio scorso ha insegnato a Princeton. Benché la difesa della dignità della donna sul luogo di lavoro e il rifiuto di rapporti sessuali non consensuali siano nobili cause, non dobbiamo dimenticare l’importanza della presunzione di innocenza e la differenza che esiste tra un crimine vero e proprio come lo stupro e un innocuo flirt”]

Era cresciuto a Roma come una specie di principe, senza titoli ma ricco, bello e affascinante, con una personalità forte, un’auto sportiva, bei vestiti e le più belle mani d’Italia – affusolate, ben articolate, muscolari, né troppo grandi né troppo piccole e spolverate di peli scuri che diventavano dorati in punta. Se un cervo avesse avuto le mani, sarebbero state come le sue, tanto erano forti ed eleganti, senza dubbio maschili ma non in modo esagerato. Viveva in un palazzo.
Si chiamava Bobby Fitzjames e sì, era americano ma quello era soltanto un dettaglio tecnico dal momento che, come i suoi genitori scoprirono quando compì diciotto anni, non sapeva parlare in inglese. O comunque non molto bene, sebbene il suo accento fosse perfetto – disinvolto, gergale, un po’ nasale. Solo che non conosceva molte parole inglesi. Sua madre era ricca, la figlia del presidente di una società americana che le aveva lasciato un grosso pacchetto di azioni. Suo padre era spiantato e un “artista”, sebbene nessuno fosse in grado di dire quale fosse esattamente la sua arte.
Bobby era il perfetto romano che biascicava le parole come un fruttivendolo di Campo dei Fiori, che indossava giacche scure di taglio sartoriale sulle spalle, che sapeva che il baciamano a una signora si fa solo in privato e senza mai toccare con le labbra. Non esitava a parcheggiare la macchina sul marciapiede, non sapeva nuotare ma sapeva andare a cavallo, e di rado leggeva un libro sebbene fosse in grado di citare in modo convincente i nomi di Proust ed Elsa Morante in una conversazione con un anziano uomo di stato. Beveva ma non si era mai ubriacato, mangiava pasta a pranzo e cena ma raramente metteva su un grammo, era più probabile che fossero le donne a sedurlo piuttosto che il contrario e aveva fatto la comparsa solo per divertimento in un film poliziesco italiano.

Certo che quando aveva otto e nove anni aveva trascorso l’estate vicino a Blue Hill, nel Maine, nella tenuta della famiglia di sua madre e a quel tempo aveva una parlata fluente da ragazzo americano. Dopotutto, aveva giocato giorno e notte con suoi cugini Murphy (sua madre era una Murphy di Cleveland). Ma poco dopo i suoi genitori erano diventati del tutto europeizzati e sua zia era stata accusata di aver ucciso il marito: i genitori avevano deciso che fosse “più semplice” andare nella loro villa a Stromboli e Bobby, apparentemente, aveva presto dimenticato l’inglese. Persino il suo stesso nome lo pronunciava con la o chiusa italiana come in monster e non come in hobby. Suo padre rimase particolarmente scioccato dal cattivo inglese di Bobby e ne fu imbarazzato poiché lo metteva in cattiva luce e mostrava che aveva trascurato il figlio. La madre di Bobby, che era per metà italiana (sua madre), era la vera italianofila ed era segretamente orgogliosa delle sue carenze linguistiche, dal momento che lei faceva finta di sforzarsi di trovare le parole in inglese e gli parlava sempre in italiano (anche se lui la implorava di non parlare con il suo strano accento quando c’erano in giro i suoi compagni di scuola; raramente ne portava qualcuno a casa).

Fu ammesso alla Brown, piena di euro-spazzatura, è vero, ma almeno l’inglese era la lingua del campus e gli europei erano più facilmente Francesi o Greci anziché Italiani e tra di loro parlavano un inglese da aeroporto. Suo padre aveva scelto la Brown perché lui era andato lì quando era decisamente meno chic e tutta maschile. Bobby non era un bravo studente ma suo padre lo fece entrare finanziando anonimamente una piscina olimpionica, permettendo alla scuola di intestarla a qualcun altro. Suo padre temeva che darle il suo nome avrebbe messo Bobby in imbarazzo. La Brown, a differenza di Bobby, non era ben dotata e ammetteva studenti ricchi ma poco brillanti se i loro genitori erano generosi.
Quando Bobby arrivò al campus all’inizio di settembre fu sbalordito da quanto ancora facesse caldo fuori; non aveva mai provato niente di simile. Fu colpito dai grossi scoiattoli che saltellavano in giro. Trovò strano che le case fossero costruite in legno (pericolo d’incendio) e che non ci fossero muri tra i giardini e trovò il cibo servito nella caffetteria quasi immangiabile. Presto scoprì un piccolo ristorante italiano con la facciata di finti mattoni e all’interno dipinti annacquati di Napoli e del Vesuvio dietro nicchie con busti di plastica d’imperatori romani. Era lì che mangiava a pranzo e cena anche se non gli piacevano le porzioni grandi e l’inevitabile contorno di spaghetti. Avevano anche la strana abitudine di servire una scorza di limone con l’espresso. E il vecchio cameriere con la barba non fatta era amichevole ma parlava solo napoletano.
Per i primi giorni Bobby si sentì insopportabilmente solo. Aveva l’abitudine di andare a cena ogni sera con un “bel gruppo” di dieci o venti in uno dei ristoranti vicini al Pantheon. A Roma passava i pomeriggi al telefono per mettere insieme il gruppo di quella sera. Gli piaceva andare dappertutto en bande perché questo significava che potevano giocare alle sedie musicali e non si restava intrappolato con un noioso. Faceva abitualmente scherzi, battute e suoni buffi che divertivano tutti. Qui, in America, aveva paura di lasciare la sua stanza e il suo grassoccio compagno di camera, George Thomas dall’Alabama, dormiva tutto il tempo e aveva l’odore del Clearisil.
Poi un giorno sentì due studenti parlare italiano e si buttò con un “Come mai!” e anche loro s’illuminarono e presto diventarono amici e lui li portava in giro nella sua Cinquecento. Erano entrambi di Bergamo e conoscevano dei ragazzi di Roma che lui conosceva. Era un tale sollievo parlare la sua lingua! Si vestivano bene e non portavano i jeans né avevano il sedere grosso.

Li invitò tutti al suo ristorante italiano, che descrisse come “kitsch”, e loro portarono una ragazza in più per lui, anche se non dissero proprio così. La ragazza, Rebecca, era molto bassa ma aveva il seno grosso e parlava una specie di italiano, visto che aveva “preso” italiano all’università e aveva passato un’estate a Perugia. Non aveva alcuna paura di parlare toscano e passava con grandi sorrisi sopra i propri errori e le proprie esitazioni linguistiche. La ammiravano per questo.
Era un po’ troppo sicura di sé e aveva imparato quasi a urlare “Dai!” oppure “Dai, Bobby!”, che significava qualcosa come “Piantala” in inglese, come lei stessa spiegava. Lo diceva così spesso che i clienti americani la guardavano con un sorriso nauseato come se in realtà potesse essere un’assassina.
Solo per essere carino Bobby propose a Rebecca di prendere una camera in hotel (non poteva portarla nel suo alloggio visto che sicuramente George stava dormendo).
“Una camera in hotel?” disse lei in inglese. “E per cosa?”
Lui si stirò e disse con un sorriso, “Mi andrebbe un piccolo blow job.”
Lei disse, “Che orrore! Non mi sento sicura con te.”
“Non ti senti sicura? Che vuoi dire?”
“Pensavo che fossimo amici.”
“Un blow job è molto da amici, no?”
“Ma io non ho detto di essere d’accordo. Non ne abbiamo discusso. Ho parecchi dubbi con il sesso non-consensuale”
Bobby: (affranto) “Pensavo ti sarebbe piaciuto.”
Immaginava che stesse facendo un favore a Rebecca con il suo culone sotto la gonna scura e il suo italiano da principiante e il modo in cui urlava “Dai!” Quando non gli andava di scopare una ragazza ma voleva essere generoso con il suo corpo, si faceva succhiare mentre guardava un porno sul cellulare.

Poiché non conosceva molti che parlavano italiano invitò di nuovo Rebecca a uscire nonostante i suoi misteriosi scrupoli. Lei suggerì un posto Thai su Weehawken ma lui non riusciva a mangiare cibo così piccante e si limitò a giocherellare con il suo Pad Thai. Sfortunatamente cominciarono a parlare di politica. “Non vedo cosa ci sia di male con Trump. Berlusconi non è meglio e un sacco dei miei amici romani hanno il padre con la cavigliera elettronica.” Dovette mimare “cavigliera elettronica” poiché nessuno dei due sapeva la parola nell’altra lingua.
“Ma i tuoi genitori non sono liberal?” Tutti alla Brown sono liberal. Cioè, voglio dire, possono anche avere pacchetti di azioni un po’ torbide che sfruttano i lavoratori asiatici ma fondamentalmente sono liberal.”
Bobby non era sicuro cosa significasse “liberal”, ma non era quel partito neo-fascista, pro-cattolico che era guidato da Gianfranco Fini? Lo avevano studiato alla scuola superiore. “Non penso che i liberal esistano più, ma sì, i miei genitori sono liberal, sono molto cattolici e sono anche stati in udienza dal papa tedesco.”
Adesso era la volta di Rebecca di sembrare confusa.
Sollevò le spalle e urlò, “Dai Bobby, come puoi dire che Trump va bene? È anti-gay, o almeno penso che sia anti-gay, e fa solo finta di essere religioso ma non sa niente della Bibbia ed è circondato da crooks di Wall Street.”
Bobby non riusciva a capire cosa voleva dire. Lui non era esattamente anti-gay e si era anche fatto un tipo, un bellissimo campione di nuoto in Puglia, ma entrambi erano stati molto riservati: non c’era motivo di mettere in mostra i propri vizi passeggeri. E poi non fanno tutti finta di essere religiosi e di osservare solo i precetti di Pasqua? Come tutti alla Brown facevano finta di essere bisessuali? Non era sicuro cosa crook significasse in inglese (sembrano essersi assestati sull’inglese) ma Wall Street, quello va bene, no? Gente ricca? Colpi grossi? “Quindi che ci importa se è anti-gay? Io non sono gay.”
“Non sei molto sensibile. Io ci tengo a questi problemi sensibili”
Lui mise le sue belle mani sul tavolo, come se fossero state degli assi. Di solito vincevano ogni dibattito. Sorrise. “Che ne dici di quella camera in hotel? Hai cambiato idea?”
“Dai, no significa no! Ho paura del sesso con un tipo aggressivo. Non mi sento al sicuro con te.”
“Potremmo fare sesso vero, non solo un pompino, se vuoi.” Non sapeva come essere più accomodante.
“Ma tu sei un tipo robusto. Mi potresti violentare. Sono molto spaventata,” e agitò una scatola di pillole e ne ingoiò tre di colore rosa.
“Ti piace farti di roba, vedo. Ho della buona marijuana.”
“Non mi faccio di roba, come la metti giù tu. Sono farmaci prescritti dal medico. Ne ho bisogno per rimanere sana di mente. Diversi miei amici sono sotto stabilizzatori dell’umore. Alcuni sono andati in overdose. Uno è in riabilitazione. Vedo un terapista. Ho paura di te.”
“Ma esattamente perché?” Non aveva mai fatto paura a nessuno prima; non riusciva a non vantarsene leggermente.
“E se volessi violentarmi? Sei un omone – duecento libbre?”
Lui non sapeva convertirle in chili e si limitò a sollevare le spalle. A sentire così sembrava fosse uno grosso ma era molto alto.
Mentre mangiavano i saltimbocca al loro ristorante kitsch, Bobby chiese educatamente, “Ti interessa la politica concreta, come stessa paga per lo stesso lavoro o niente più nucleare, o solo queste…” tirò in ballo la sua nuova parola “questioni di stile di vita?”
“Che intendi dire?”
“Questioni come Signora e Signorina, cose del genere, legalizzazione della marijuana?”
“Ma queste sono le vere questioni del nostro tempo. Comunque, questo vitello è buonissimo. Sono stata una vegana senza glutine fino alla scorsa settimana, poi ho sentito che avevo bisogno delle mie forze per contrastare gli uomini qui nel campus.”
“Ti interessano i migranti che annegano o cose come il turno del marito a fare i piatti?”
“Entrambe! Mi preoccupo di tutto questo.”
“I bambini piccoli che annegano al largo di Lampedusa sono la stessa cosa di Signora o Signorina?” Era sinceramente confuso.
Discussero tutto il tempo fino alla panna cotta, poi lui la portò a casa in macchina in silenzio. Come scese lei gli diede un bacetto sulla guancia e disse, “Questo non è un incoraggiamento ma solo un gesto di amicizia.” Lui si chiese perché allora non dividevano mai il conto se faceva così l’amica.
La volta successiva che si trovarono insieme lei gli disse del suo “lavoro”. “Per la mia tesi di laurea sto occupandomi di modificazioni del corpo.”
“Tatuaggi? Come cominciano ad afflosciarsi quando diventi vecchio?”
“Ma no, stupido, cose come barre d’oro nei capezzoli, estensori del pene, gabbie di castità, modificatori del clitoride, castrazione –“
“Ahi!” disse lui. “Hai davvero castrato degli uomini?”
“Non prendo parte alle scelte genitali del soggetto. Le registro soltanto.”
“Foto?”
“Vorresti vederne qualcuna?”
“Perchè no?”

La Brown davvero era il posto dei tipi strani. Forse sarebbe dovuto andare a Villanova, anche se aveva sentito che avevano una statua nera di Nostra Signora messa accanto a una pila di feti abortiti. Gli Americani erano tutti pazzi?
Quando il giorno dopo al campus Bobby vide Camilla, la ragazza italiana, (lui era diretto al suo corso sulla musica di Bartok), le chiese di vedersi dopo un’ora per un caffè.
Lei era solo dieci minuti in ritardo. Appena si sedette gli chiese “Come va con Rebecca?”
Lui sbuffò e disse, “Bah! Mi ha fatto vedere alcune delle sue foto di clitoridectomie.”
“Non sapevo che si interessasse di Studi Africani.”
“E’ per la sua laurea in Women Studies.”
“Oh.”
“Non vuole fare sesso perché dice che ha paura di me.”
“Lo dice solo per farsi dare le pillole dal suo strizzacervelli.”
“Ho pensato la stessa cosa. Mannaggia! ‘Sti Americani sono pazzi.”
Camilla ci pensò su e disse, “No, vogliono solo avere un’identità, il che è un problema se sei una bianca ricca come Rebecca. Tutto quanto qui è organizzato in base all’identità politica.”
“Ricca?”
“Come te, come me. Non una miliardaria.”
“Ma se è ricca perché non le piace Trump?”
“Non è chic. È come tutti quei ricchi della generazione dei nostri nonni, le Brigate Rosse, i sequestri dei banchieri.”
“Bene, io voglio essere chic. Sono solo quelli di sinistra a essere chic qui?”
“Si, ma non puoi essere in favore di un vero cambiamento sociale. Nessuno alla Brown parla di classi sociali. Fanno tutti finta di essere classe media. Comunque, la maggior parte di loro sono molto ricchi.”
“Se sei chic alla Brown, in che cosa credi?”
“Primo e più importante di tutto, sei per i diritti dei transessuali. Nessuno ne conosce davvero uno.”
“Ermafroditi?”
“No, uomini che sono diventati donne.”
“I miei genitori conoscevano qualcuno del genere a Londra che sposò un Lord e aprì un ristorante.”
“Poi ti dovrebbero piacere i Nativi Americani”
“I Nativi…”
“Indiani.” Si portò la mano alla bocca e fece un urlo di battaglia, “Huhu-huhu-huhu. Nessuno ne conosce uno neanche di questi.”
“I neri sono chic anche?”
“Molto. Ma non dire che sono poveri. Devi fare un’analisi di razza, non di classe.”
“E tutta questa roba sul gender?”
“Oh, la dovresti studiare il prossimo semestre. È impossibile capirla se non l’hai studiata. Come la trigonometria. Ma è fondamentale. Di’ a Rebecca che la stai studiando e si potrebbe sentire al sicuro con te.”
Al loro successivo appuntamento al Napoli, Bobby era deciso a sedurre Rebecca. La sua strana resistenza nei suoi confronti l’aveva resa più desiderabile. Non avrebbe neanche guardato un porno mentre la scopava. Era molto pelosa, si chiedeva? Come sarebbe sembrato quel culone da scoperto? Poteva sempre fantasticare su Ginevra, la modella che aveva incontrato a Capri.
“Ho imparato così tanto da te” disse Bobby tranquillamente.
“Davvero? Come cosa?” Lei si sciolse e sorrise.
“Mi hai insegnato che il sesso deve essere consensuale. Altrimenti è stupro.”
Il suo piccolo sorriso gli ricordò quello di Monna Lisa. “Che altro?”
“Che siamo tutti androgeni. Io ho fatto sesso con un uomo in Puglia.”
“Eccellente! Sai quanta gente qui alla Brown si identifica come non-sessuali? Oppure dichiarano che sono bisessuali, ma questa è più un’aspirazione che una cosa reale. La loro identità è bisessuale.”
“Io non ho un’identità,” disse Bobby tristemente. “Sono Americano ma Italiano – mi sento un uomo…vuoto.”
“Non permettere che nessuno te lo dica! È vergognoso! Sei un uomo molto vero e adorabile e ti stimo moltissimo. Vedo che sei stato perseguitato, come Italo-Americano. Ti prego, non pensare che stia negando la tua oppressione.”
Mezz’ora dopo erano all’accettazione dell’hotel.
Rebecca non aveva mai capito che l’organo maschile – immodificato – potesse raggiungere dimensioni tanto grandi. Immaginò che poche donne vi si potessero adattare, il che doveva essere un vero problema per lui. Una deformità. Decise di non dire niente, di essere tollerante e di comportarsi come se non ci fosse nulla di anormale.

 

15 thoughts on “Imparando i valori americani

  1. solo il miglior Hemingway poteva scrivere un racconto così ben fatto. perfetto in ogni senso anche se potrà dar fastidio a qualche femminista

  2. In quanto giovani europee ed italiane vorremmo rispondere che, visto lo stato del dibattito in Italia e la gravità della questione, ci saremmo aspettate su questo blog dei contributi più complessi alla discussione. Il racconto potrà forse risultare divertente negli Stati Uniti; in Italia non c’è certo una “deriva gender” – i corsi di gender studies all’università sono anzi piuttosto rari. Benché quindi la difesa della presunzione di innocenza e l’analisi delle differenze che esistono tra stupro, molestie e flirt siano delle nobili cause, non dobbiamo dimenticare l’importanza della dignità della donna sul luogo di lavoro (e in qualsiasi altra dimensione della sua vita) e della sua libertà di rifiutare un rapporto sessuale per qualsivoglia ragione, anche la più assurda. Inoltre non dobbiamo dimenticare quanto sia delicata a volte la questione della libertà di rifiutare un rapporto, per esempio in situazioni asimmetriche che implicano disparità di potere.

  3. sul fatto che l’ondata di puritanesimo non ci riguardi:
    http://www.liberation.fr/debats/2017/12/12/blow-up-revu-et-inacceptable_1616177

    quindi ben venga anche questo racconto faceto (che non vedo peraltro in che modo impedisca la discussione più seria. anzi, mi sembra che dopo settimane di silenzio l’abbia finalmente innescata).

    E poi questo sito non si chiama Letteratura e realtà? Edmund White è uno dei più importanti scrittori contemporanei, e questa è la sua voce. Meglio di così…

  4. Insomma il sunto sarebbe che se a una donna di oggi racconti quello che vuol sentirsi dire te la porti a letto. Parlavano uguale anche al Grande Fratello…

    mah, più che a qualche femminista direi può far scuotere il capo a qualche persona, tipo me. Ma tant’è.

  5. @Valentina Tibaldo e Maddalena Graziano
    Non mi pare che il racconto descriva una situazione asimmetrica che implica una disparità di potere. Peraltro, non mi pare che l’abuso di potere nelle dinamiche di genere, che ci si aspettava rimanesse il punto fermo di tutto il caso Weinstein, sia poi stato tenuto presente nel fenomeno del #metoo, che è andato in tutt’altra direzione. Direzione in cui la presunzione d’innocenza va a farsi benedire, salvo poi proporre vignette illustrative sul come gestire i rapporti umani in cui la complessità delle persone viene ridotta a quella delle macchinette del caffè.
    Aggiungo che la censura o l’indignazione verso i contenuti della letteratura di finzione sono tra i capisaldi di qualsiasi totalitarismo o sistema culturale che vorrebbe essere egemonico. Scommetto che se fosse stato pubblicato Cat Person di Kristen Roupenian sarebbe andato benissimo a tutte.

  6. Ma davvero chi sopra scrive ‘capolavoro’ e ‘Hemingway’ dice sul serio? Questo racconto è orrendo prima di tutto in quanto racconto, oltre a essere stato tradotto coi piedi. Io non sono indignato per i contenuti del racconto – un ammasso di stereotipi – ma per la sua bruttezza stilistica e narrativa.
    Poi che questo racconto arricchisca la discussione (quale poi? In Italia si vedono solo criminalizzazione delle vittime e misoginia feroce, non vedo discussioni ponderate) è veramente difficile a dirsi. Trovo paternalista e mortificante che si presuma sia necessario spiegare l’importanza della presunzione d’innocenza o la differenza tra uno stupro e un corteggiamento. Grazie lplc per questa bella infornata di misoginia, cattiva narrativa, traduzione scarsa e fiera dello stereotipo, tutte cose degne di voi.

  7. faccio presente che Edmund White ha sempre trattato con la stessa ironia e lo stesso stile anche le questioni sociali in cui lui, omosessuale, era la parte debole. (E per quanto riguarda la sua misoginia, leggete My women, da My lives).
    Poi il suo stile può non piacere, e forse questo racconto non è delle due cose migliori. Ma certo è da imbecilli pensare che un sito letterario che lo riceve possa non pubblicarlo per ragioni di convenienza politica o morale.

  8. Osservazione sull’articolo di Liberation linkato da Giovine Europa, che forse torna utile in generale.

    Cita Gide come campione dell’estetismo (“non si fa arte con i buoni sentimenti”), per dire che l’idea di autonomia dell’arte ha fatto il suo tempo, dunque che Blow up di Antonioni è un raffinatissimo film maschilista e violento. L’articolo, surrettiziamente, lascia intendere che da un lato ci sia la morale, dall’altro l’estetismo.

    Se cadiamo in questa trappola, è la fine, e la purificazione morale dell’arte è dietro l’angolo (e con essa i trigger warning delle università americane). Gide è quello che, in risposta agli attacchi volgari, omofobi, reazionari di (mi pare) Claudel, già suo amico, disse, con una magnanimità umana che fa commuovere, che Claudel aveva tutto il diritto di ingoiarlo e vomitarlo; lui preferiva essere vomitato che vomitare.

    Dunque non si tratta di stabilire se l’arte debba essere bienséant o seguire le regole pure dell’estetica. Si tratta di decidere se vogliamo come Gide comprendere tutto l’umano, o secernere da esso il male per rigettarlo scandalizzati.

    (Ringrazio come sempre Barbara Carnevali, i cui contributi su LPLC sono sempre interessantissimi. Mentre ci sono: forse questo racconto è un po’ troppo a tesi. Non mi convince del tutto. Ma va bene ugualmente, tocca nervi scoperti, lo fa con ironia sottilissima)

  9. Caro Daniele,

    grazie del commento, come sempre lucido e risolutivo. Il punto è quello da te sollevato: la vocazione della letteratura a rappresentare TUTTI i lati e le ambiguità dell’umano. Non c’è nulla da aggiungere.

    Conoscendo l’opera di Edmund White, credo in effetti che in questo suo racconto, contrariamente al solito, ci sia un po’ di “tesi”, cioè di gusto della provocazione concepito in un contesto, quello dei campus americani, dove le cose non sono molto diverse da quelle descritte, e si respira un’atmosfera esasperata. Questo è un caso recente di cui si è parlato molto negli Stati Uniti: https://www.nytimes.com/2017/07/14/nyregion/columbia-settles-with-student-cast-as-a-rapist-in-mattress-art-project.html
    Ma provocazione a parte, interpretando il pensiero di altri amici della redazione, ci tengo a ringraziare Edmund White, perché ricevere un inedito da lui è semplicemente un onore.

    Vorrei infine tranquillizzare le due giovani donne “europee e italiane” sulle intenzioni di LPLC (o almeno sulle mie). Sono settimane che cerco qualcosa di buono da pubblicare sul caso Weinstein. Ma, come è stato ricordato, è difficile leggere commenti davvero intelligenti. Personalmente, da femminista, sono molto contenta che sia scoppiato il bubbone, e ho l’impressione che si stia assistendo a un cambiamento epocale nei rapporti di forza, materiali e simbolici. Ho solo qualche preoccupazione davanti alla “giustizia mediatica” – il concetto stesso mi inquieta – che associo a orrori come il linciaggio e la Lettera scarlatta. Ma in questo momento prevale in me, e nelle amiche con cui ne ho discusso ininterrottamente, il senso di liberazione. Però queste sono opinioni personali e mi piacerebbe poterle eventualmente esprimere nel corso di una discussione su un testo competente e articolato, che spero di riuscire a procurarmi presto.

    A presto, dunque.

  10. Edmund White sarà pure un grande scrittore ma trovo questo racconto brutto e macchiettistico. Non si tratta qui del fatto di cosa debba essere la letteratura ma del fatto che questo racconto è volutamente a tesi e la tesi che esprime a me non solo piace ma la trovo pericolosa.

  11. Concordo sul valore non eccelso di questo racconto e sul fortissimo sentore di “tesi” che lo rende un po’ fastidioso. Sono anche pronto a considerarlo destrorso. Vale però anche la pena ricordare che Edmund White sta attaccando una deriva culturale che sta cominciando a dire cosa è giusto ci sia e cosa non dovrebbe esserci in un’opera d’arte a livello tematico (o che gli studi di medievistica sono inevitabilmente connessi alla “white supremacy”), quindi alla fine il “racconto a tesi” mi pare un po’ l’ultimo dei problemi.

    Un paio di esempi fra innumerevoli: https://bullybloggers.wordpress.com/2017/02/22/white-men-behaving-sadly-by-jack-halberstam/

    http://www.inthemedievalmiddle.com/2017/08/teaching-medieval-studies-in-time-of.html

  12. Da lettore affezionato alla scrittura di White, sembra anche a me che il racconto non sia un capolavoro. Ma pericoloso no, suvvia. Ironizza sul conformismo liberal che anche nel nostro paese si sta radicando, in forma provinciale e mimetica (insomma, le pagine di Repubblica). E poi, mi diverte l’idea che un americano non ne possa più di gente (agiata) che si entusiasma per i nativi che non conosce e per i transgender ma non alza un dito per la questione sociale e la divisione di classe. Siamo sicuri che, mutatis mutandis, questo non stia accadendo anche nella nostra vecchia Europa? La descrizione del bel ragazzone protagonista paga il pegno all’orientalizzazione dell’italiano (che qui è un italiano di adozione). Al suo posto, non sarei andato con la sofisticata studiosa di women studies, ma con un bel pugliese nuotatore o la sua amica che gli apre le porte alla comprensione della falsa coscienza

  13. Io ringrazio Mimmo Cangiano e Vincenzo Lavenia. La cosa davvero pericolosa è che si cominci a dire che cosa dovrebbe o non dovrebbe esserci in un’opera d’arte dal punto di vista della morale. Questo racconto non è il suo capolavoro, ma White (che ha scritto bellissimi romanzi) ha il diritto di non essere minacciato di censura. Perché questa alla fine è la conseguenza.

  14. Due appunti a diverse persone. Il racconto è un bruttino, ma, tesi a parte (che non interessa), descrive una situazione reale: da molti anni basta dire le quattro parole d’ordine in croce e si passa per geni rispettosi e morali. Ergo: grazie a Barbara Carnevali per averlo pubblicato e le chiedo gentilmente dove si possa trovare l’originale (has it been published yet, or is Edmund White getting cold feet about biting the hand that feeds him?).

    A Giovine Europa e a Liberation: lo scopriamo adesso che in Blow-up Antonioni non fa solo dell’estetica della visione, ma dimostra anche che un fotografo un po’ scemotto si comporta da porco perché può e perché glielo lasciano fare? E che alle donne che glielo lasciano fare, per qualche ragione, non dà fastidio più di tanto? E quindi al fotografo i dubbi sulla visione vengono perché fino a ieri la sua visione era sicura e solida anche perché appartenente al genere maschile dominante (e, come fotografo di moda, gestore dello sguardo patriarcale)? Sarebbe bene riguardarsi L’avventura, La notte e L’eclisse senza i paraocchi dell’estetismo per capire quant’è duro Antonioni con la gente e con le coppie (o anche leggere il suo colloquio “La malattia dei sentimenti”).

    Daniele Lo Vetere: grazie anche a te per l’esempio di Gide (che Antonioni amava molto).

    A Mimmo Cangiano: la deriva culturale, per molti, è stata ed è rotta sicura di carriera, quindi sarà difficile contrastarla. È più facile che ci si metta nella corrente, sperando di riscuotere le poche briciole che cadono dalla mensa (leggi: borse di studio, che richiedono le solite parole d’ordine).

    A Valentina e Maddalena: sì, è misoginia, e rivela quello che è logico che accada in un mondo dove si è perduta la complessità e tutto si rivolge a quattro tesi semplificate, rigurgitate e approvate dallo stesso ordine patriarcale non per senso di giustizia, ma per coda di paglia. Lo scopo delle cosiddette ‘minorities’ non è esattamente la giustizia, ma l’accaparrarsi la fetta di torta più grossa; e questo perché l’America è nata come una grossa torta da aggredire. E infatti lì tutti lo fanno.

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