di Francesco Giusti

Cosa vuol dire sognare la pioggia quando si è avvolti da una siccità lunga cinque anni? E perché ricordare rovesci lontani, i temporali di Roma, quando si è nell’assolata California? La ristampa per Castelvecchi di Roma, la pioggia… di Robert Pogue Harrison (prima edizione italiana Garzanti 1995) non poteva scegliere momento più adatto per venire alla luce dell’estate 2017 troppo arida ed eccessivamente calda. Un’estate che degli effetti nefasti della siccità ha fornito ripetutamente prove disastrose, recando gravi danni, tra l’altro, proprio a quei boschi al cui valore culturale per la nostra civiltà Harrison ha dedicato il suo Foreste. L’ombra della civiltà (1992). Disastri ambientali che quest’anno non si sono placati nemmeno con l’arrivo dell’autunno. La pioggia, per Harrison, non è soltanto, romanticamente e metaforicamente, una dimensione dell’essere; è, ecologicamente, la condizione di possibilità dell’esserci, della vita qui su questa terra, e quindi anche del pensiero umano. La pioggia batte un tempo, permea la terra, dà profondità alla vita umana. Per questo nel sottotitolo ci si può chiedere: A che cosa serve la letteratura? O, si potrebbe dire, perché e come leggere?

Nel breve libro Harrison racconta qualcuno che assomiglia a se stesso fuori del tempo ordinario degli orologi e dei calendari, e lo fa attraverso cinque capitoli-dialoghi che vertono su altrettante questioni: il vizio e la virtù del fumo tra dipendenza e proibizione; il restauro delle opere d’arte di fronte alla Pietà di Michelangelo; le funzioni della letteratura per l’umano e l’impotenza degli scrittori moderni; l’emancipazione che può scaturire solo da un rinnovato rapporto con i morti; gli autoinganni della società, che le nostre città manifestano, e la lettura come possibilità di infrangere le semplificazioni del letterale per riscoprire la nostra intima indeterminatezza. Seppur scandito dal tempo meteorologico, il libro vuole essere infedele alla linearità e alla teleologia tanto della narrazione quanto della storia letteraria. La pioggia – elevata a sfondo, tema e forza generativa della scrittura – scompone il tempo, non per rarefazione, come gli eccessi della canicola che pure Roma conosce fin troppo bene, ma suggerendo i ritmi diversi dei temporali che la città accoglie.

La pioggia – come le volute di fumo del tabacco – iscrive il soggetto e la sua parola in cadenze che non lo annullano nel puro corpo materiale, quasi fuso con la terra riarsa, bensì lo producono incessantemente nel pensiero. Nella serie di incontri in uggiosi spazi romani, Owler, l’interlocutore del giovane studente Leonard Ash, non fa altro che agire come la pioggia, detta lo spazio e il ritmo del dialogo, scandendo, con entrate e uscite di scena, interruzioni e contrapposizioni, le fratture che animano il movimento della parola. Dentro e fuori dall’uomo che interroga se stesso, la pioggia ristabilisce quella prospettiva che il solleone appiattisce su una superficie sfocata.

Se dietro la passione analitica del giovane Leonard si può facilmente ritracciare lo studioso di letteratura Harrison, come confermano numerosi dettagli biografici espliciti nel testo; dietro il misterioso e incredibilmente longevo Owler sembra celarsi quella tradizione che non si accontenta dell’analisi, della coerenza logica e della conservazione, ma sente con forza l’urgenza di essere all’altezza dei tempi senza rinunciare alla continuità con il passato. Che siano due facce della stessa passione? O meglio, che i due personaggi costituiscano l’irreconciliabile scissione che anima la medesima persona?

Certamente si tratta di due movimenti complementari, sia pure difficilmente conciliabili, della stessa operazione condotta nel libro. Lo sforzo del pensiero si colloca con precisione in un luogo, Roma, e attraversa le sue strade, le sue piazze, i suoi parchi. Se Owler e Leonard sono i protagonisti umani dei dialoghi-incontri, coloro che hanno ed esercitano il linguaggio, la città eterna non svolge certo un ruolo minore: sebbene colto nella sua strenua ricerca di astrazioni, il pensiero emerge in uno spazio fisico in cui storia e geografia si incontrano, e si scontrano, con particolare potenza. Una Roma in cui spettralità e materialità non si escludono a vicenda ospita le tensioni tra lo scambio intellettuale intrapreso con Owler e l’attrazione per una donna ancor più misteriosa.

In Roma, la pioggia… l’accademico esce dal suo genere d’elezione, il saggio argomentativo, per avventurarsi nelle forme della narrazione semi-autobiografica, finendo però per rientrarvi quasi in seguito a una necessità costitutiva che si dispiega nel tentativo stesso. Il libro non è semplicemente il racconto aneddotico di una serie di incontri, per quanto intriganti. Quei momenti non si fanno soltanto frammenti di memoria e contenitori di illuminanti riflessioni sull’arte, la letteratura e più in generale sulla cultura occidentale, ma costituiscono il momento generativo del riflettere stesso, delle contraddizioni e dei contrasti che spronano questa operazione così profondamente umana.

Nella forma ibrida che mette in azione – narrazione per singole scene, dialogo maieutico-filosofico, riflessione artistico-letteraria – Harrison va alle radici ultime della sua biografia intellettuale, forse della propria vocazione. Colui che scrive, l’ampiamente riconosciuto professore di oggi, mostra il farsi di una mente letteraria, il proprio processo di formazione come critico. Chi conosce gli studi di Harrison sulla memoria e sulla produzione culturale ritroverà in questi dialoghi i grandi temi che li animano, in particolare il complicato rapporto con il passato e con i morti, conflittuale e indispensabile allo stesso tempo, affrontato in Il dominio dei morti (2004) e nel più recente L’era della giovinezza. Una storia culturale del nostro tempo (2016). Ancora una volta è la pioggia a nutrire il sottosuolo in cui i morti dimorano e così a fecondare quel mondo che soltanto su quel suolo può essere edificato. Chi, invece, non conosce ancora l’opera di Harrison, vi scoprirà un’ottima introduzione non soltanto ai temi, ma anche alle modalità del suo pensiero.

A proposito dei morti, Owler, l’enigmatica figura che sembra partecipare di entrambe le dimensioni, spiega al giovane Leonard: «Dipende da te che restino aperti gli spazi in cui possano continuare a essere ciò che sono, ciò che erano. Dipendono da te. La relazione non è parassitaria, tutt’altro. Questo è il problema. Senza questo, senza il loro abitare fin dall’inizio le nostre vite, non ci sarebbero da abitare né mondo, né parole. È la continuità della loro vita dopo la morte che accorda la vita ai viventi».

Ed è proprio questo problema a motivare e guidare la riflessione futura di Leonard-Harrison. Anche sulla letteratura, perché «i poeti sono gli scribi di questa autorità», della voce dei morti. E, nella scena in cui si svolge questa conversazione, nel cimitero acattolico di Roma dove riposano Keats, Shelley, Gramsci e tanti altri, la pioggia che cade imperterrita a bagnare il mondo dei vivi si fa anche contatto con il mondo dei morti. È la pioggia che rende permeabile la membrana della terra, non l’abbacinante luce del sole che riduce la profondità dei tempi a un presente senza dimensioni.

 

[Immagine:Pioggia]

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