Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Otto anacronismi

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di Christophe Tarkos, traduzione di Michele Zaffarano

[LPLC si prende un periodo di vacanza. Per non lasciare soli i lettori, ripubblicheremo alcuni post usciti nel corso del 2017. Quello che vi proponiamo è uscito il 23 luglio 2017, ed è tratto dal numero 19 della rivista «Ulisse», dedicato al rapporto fra poesia, autofiction e biografia].

Mi trovo dentro la camera, mi trovo dentro il parco, guardo dalla finestra, guardo la pioggia, guardo la neve, guardo i rami degli alberi, guardo i raggi del sole, guardo gli scoiattoli che corrono in mezzo all’erba, guardo le pigne che cascano a terra dai rami degli alberi, sto per uscire, vedo l’ombra dell’albero che passa dalla finestra che si allunga sul muro, ogni tanto in mezzo all’erba passa uno scoiattolo, i rami toccano quasi la finestra, guardo se vedo uno scoiattolo scendere velocissimo dall’albero e passare ai piedi degli alberi in mezzo all’erba, il sole se ne sta dietro il tronco nero, i rami dell’albero entrano dentro la camera, io sto per uscire dalla camera, sto per andare a fare un giro, alla caffetteria incontrerò la ragazza che più tardi incontrerò al bar in paese, lei mi dirà che suonava il pianoforte, che era troppo terrorizzata per uscire da sotto il letto, che restava sdraiata sotto il letto per giorni, che non poteva più muoversi, che va meglio, lei la incontrerò più tardi al bar in paese senza sapere come si chiama, mi dirà come si chiama, io le dirò come mi chiamo io, le dirò che scrivo, lei è fragile, parla con dolcezza, mi chiederà se le mie agitazioni durano tanto, io le dirò che non le riesco a fermare, e poi non mi ricorderò più come si chiama, me lo sarò dimenticato, però non mi sarò dimenticato il suo viso e quando la vedrò le dirò ehi, buongiorno, vieni a sederti con noi, non mi ricorderò né come si chiama, né da quando la conosco, né il posto dove ci siamo incontrati la prima volta, sto per uscire, sto per andare alla caffetteria, sto per sedermi a un tavolo, è a un tavolo che lei verrà a sedersi e a parlarmi, lei è fragile, lei è viva.

No, il pensiero non dà sensazioni, il pensiero non produce sensazioni, non può sentire, uno può pensare senza sentire, il pensiero non si può toccare, il pensiero entra nello spazio incondizionato slegato dalla sensazione del pensare, uno entra in uno spazio che non è alterato dalle sensazioni. Pensare che è un errore, che non è quello che ci vuole, quello che serve, è un pensiero felice di sapere, il pensiero gira senza toccare, senza essere toccato, io penso che il mio pensiero trovi un punto d’appoggio, che trovando un punto d’appoggio fornisca delle sensazioni, il pensiero non lo riesco a sentire, non riesco a pensare che penso senza trovare punti d’appoggio nelle sensazioni per sapere qual è la strada giusta, senza sentire, è così totalmente sconnesso, dentro non si sente niente, non salta fuori niente, è un altro mondo, assenza totale di sensazioni, il pensiero prodotto dalla coscienza, all’improvviso prendo coscienza di, allora divento cosciente di, questa cosa mi mette in uno stato di profonda angoscia, penso ai punti d’appoggio, quali punti d’appoggio, non ho la sensazione di pensare, ho la sensazione di riunire, di essere perso, non si tratta di materia, essere quello che non è, che è per il tramite della sensazione, per il tramite dell’incamminarsi, del passeggiare, dell’esistenza di un passeggiare, stare nella pelle, nel vaso, nel particolare, nella parcella, le sensazioni del pensiero non si fanno sentire. Il pensiero non si sente.

Faccio la coda con gli amici della mia stanza davanti al banco di distribuzione delle medicine, sono tranquillo, aspetto il mio turno, facciamo tutti la coda per la nostra distribuzione tre volte al giorno di medicine, abbiamo sul banco un bicchiere bianco e una bottiglia d’acqua, prendiamo il bicchiere, versiamo un po’ d’acqua nel bicchiere per riuscire a mandar giù le medicine davanti alla persona che ci ha appena dato le nostre pillole, prendendole da un contenitore di plastica a scomparti su cui c’è scritto il nostro nome e il nostro cognome, all’infermiera che mi dà le mie medicine dico che quella sera non ci rivedremo, dico all’infermiera che non è vestita con un camice bianco, che è vestita normalmente, le dico, quando gli parlo, quando parlo al medico c’è lì anche lei, c’è anche lei presente nello studio, le dico che quella sera vado a un matrimonio, che ho un permesso per uscire, che dovrebbe darmi le mie medicine della sera, la ringrazio, le dico arrivederci buon pomeriggio, esco per il mio matrimonio, trovo un sacco di gente ai piedi delle scale che portano alla sala per i matrimoni del municipio, dentro l’atrio, dentro l’entrata, per strada, la sposa è vestita con un vestito da sposa, ci sono delle macchine, ci sono dei fiori, c’è l’infermiera che mi ha appena dato le mie medicine, ci sono gli amici di Charles e di Isano che si sposano, ci sono Bernard e Françoise, si danno tutti da fare, si fanno le foto agli sposi, con gli sposi, c’è gente, c’è anche l’infermiera che mi ha appena distribuito le mie medicine, ci diciamo buongiorno, salta fuori che è un’amica di Charles, io sono un amico di Charles, siamo nella stessa cerimonia, la cerimonia del matrimonio civile di Charles e di Isano che si sposano in municipio, ci sono dei fiori bianchi e dei fiori rosa.

Rientro dentro il parco, cammino dentro il parco, prendo il vialetto centrale del giardino delle piante, arrivo fino all’orto botanico, non entro dentro la serra, rimango davanti alla vetrata per guardare le piante verdi altissime, faccio dietro front, torno indietro, cammino sul vialetto centrale del giardino in mezzo alle piante, incrocio uno che si porta la mano al cappello e dice il suo cappello non è quello che ci vuole, lo incrocio, mi fermo, mi giro e lui dice il suo cappello non protegge le orecchie, i cappelli devono proteggere le orecchie, io chiedo di che cosa è fatto il suo, di cappello, abbiamo una conversazione, conversiamo di poesia, mentre discutiamo di poesia gli chiedo di che cosa è fatto il suo cappello, di cammello, di coniglio, di capra, oppure di pecora, lui mi parla di letteratura, vengo a sapere che il premio Nobel del 1901 è Sully Proudhon, che Cioran ha vissuto grazie alla moglie che insegnava inglese, che le ragazze dovrebbero mettersi degli chador per nascondere la propria bruttezza, che senza i fiori l’orto botanico è brutto, che ci sono gli astrakan neri e gli astrakan grigi, io gli chiedo se viene dalla Siberia, lui dice gliel’ho già detto che venivo da lassù, lei con questa sua superficialità tipica dei francesi confonde l’orizzontale e il verticale, dice e poi non è così che si sta in piedi, lei tiene le gambe troppo aperte, sembra quasi una spia, bisogna stare dritti con i piedi meno aperti, lei non dovrebbe stare in questa posizione, io me ne sto dritto con i piedi meno aperti, ho incontrato un poeta, parliamo di poesia, di letteratura, di Luca, delle ragazze e dei ragazzi, io chiedo di che cosa è fatto il suo cappello, dopo un attimo di silenzio lui mi risponde, è un astrakan, ci sono due tipi di astrakan, ci sono gli astrakan neri e gli astrakan grigi, questo come lei può vedere è un astrakan grigio, ma almeno lei lo sa che cos’è un astrakan, io penso ho incontrato un poeta con un astrakan grigio perché vuole avere caldo alle orecchie, e rispondo: una pecora alle ultime luci di un giorno invernale.

Io ho dei piedi, delle mani, delle braccia, delle gambe, delle ginocchia, delle cosce, delle palle, una testa, delle spalle, un petto, un mento, una schiena, una gola, un cazzo, delle chiappe, delle dita, delle ascelle, una bocca, un naso, degli occhi, una fronte, delle labbra, una nuca, un collo, delle caviglie, dei polpacci e una pancia, però ho anche delle palpebre, dei capelli, delle unghie, delle ciglia, dei peli attorno all’ano, dei peli sulle gambe, dei peli sopra il sesso, sulle palle, dei peli sul fondoschiena, dei peli sul petto, delle sopracciglia, un ano, un paio di baffi, una barba, delle dita dei piedi, dei gomiti, degli angoli, delle ginocchia, delle clavicole, uno sterno, una sola lingua, dei denti, un pomo d’Adamo, una glottide, delle gengive, dei denti finti, delle unghie sulle dita dei piedi, ho un punto morbido sull’inguine nello spazio all’inizio delle cosce, dopo il sesso, alla base del sesso e delle palle, la pupilla degli occhi, delle reni, le anche, delle vertebre lungo la colonna vertebrale fino alla nuca, un glande, il dorso del naso, delle orecchie, dei lobi alle orecchie, dieci dita diverse, delle vene che si vedono sulle mani, dei capezzoli circondati di peli sul petto, un ombelico circondato di peli, dei palmi della mano, dei polsi sottili, dei calcagni, il blu negli occhi, dei peli tra le sopracciglia sul dorso del naso, delle piante dei piedi, dei fianchi, delle narici, dei buchi nelle orecchie, delle cicatrici sulla fronte.

Alla ricerca di un personaggio, quello che piagnucola spesso, e poi quello che piange di sera, tutte le sere, e mentre piange si lamenta, però solo di sera verso le cinque, e poi l’ex violoncellista di buona famiglia sempre coperto bello caldo, e poi quello grosso, obeso e infinitamente gentile che darebbe via tutte le sigarette ma non fuma, che parla lento e non parla spesso, e poi il meccanico specializzato in motori diesel con il suo berretto, lui è una persona discreta, mangia tenendo abbassata la testa ed è sempre molto gentile, e poi il ladro, il drogato, quello tatuato che ascolta musica tutto il giorno con il suo walkman, e poi il cinese che arriva di giorno e di notte per parlare, che ha sempre bisogno di parlare, e poi il poliglotta che non sa bene il francese ma conosce altre quattordici lingue, e parla tutte le lingue di tutti quelli che stanno lì, e poi la ragazza che parla forte per tutto il giorno, e racconta quello che farà, tutti i progetti che le passano per la testa, e poi la grossa nera impulsiva, combattiva, energica, violenta, e poi l’anziano signore senza denti e senza capelli che si lamenta sempre che non ha più né denti né capelli, non è gente grave, non sono questi i nostri personaggi, il nostro personaggio è quella che se ne sta sulla soglia della sua porta e non si muove, non so chi l’abbia messa lì, non parla, non si muove di un millimetro, è come morta, fino al momento in cui di sera non la rimettono sdraiata sul suo letto, altrimenti non si sarebbe mossa, sarebbe rimasta sulla soglia della sua porta anche di notte, non sbatte gli occhi, non ha uno sguardo, resta con gli occhi aperti senza uno sguardo, lei se ne sta immobile, è grave, lei subirà gli elettroshock.

Dipende solo dalla mia voce, in un tempo morto durante tutto un tempo morto, io parlo, è la mia voce che è la mia malattia, è la mia voce che è malata, tutto quello che la mia voce ha parlato nel tempo arrotondato, nel tempo finito, le mie parole, il riversarsi delle mie parole è tutta la mia malattia, l’arrotondamento della mia voce, l’arrotondamento di tutto quello che ho detto, tutto quello che ho detto si arrotonda e si arrotola e si richiude, è ed è la mia malattia che va curata, sono venuto a curarla, la cureranno parlando, la cureranno facendo un arrotondamento di parola in un tempo morto, trasformando in arrotondamento un gruppo di parola in un tempo dato, tutto qua, sarà la mia malattia e la mia cura. Anche il mio modo di venire avanti fino alla parola, il tempo che ci metto a parlare, a venirmi a sedere, e a cominciare a parlare, la mia malattia è il mio modo di venire avanti, la mia malattia sono io quando vengo avanti, quando vengo avanti per parlare, presentandomi, nel momento in cui mi presento, dal mio modo di parlare, di starmene in piedi, è la mia voce, vedo il medico, ho preso appuntamento, mi presento, al medico ci parlo, la mia malattia sono solo io quando parlo, solo il mio modo di starmene in piedi e di esprimermi, la mia malattia è fatta dalla mia voce, io non mi presento di fronte, non mi presento né di schiena né di fronte, non mi presento, solo in quello che dico, nel modo in cui lo dico, nel gruppo delle parole, la mia malattia è parlare, e la guarigione della mia malattia è parlare, parlare forma un tutto che è la malattia e che è la cura della malattia, non c’è nient’altro, non c’è niente di più, non c’è niente nel mio corpo, solo il mio corpo che si siede, che se ne sta in piedi, che fa alcuni passi per venirsi a sedere, che si siede proprio sul bordo della sedia, che per andarsi a sedere strascica i piedi, con lo sguardo che non va nella giusta direzione, che se ne va troppo diritto oppure che non guarda.

 

[Immagine: Philippe Parreno, Speech Bubbles]

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