Le parole e le cose

Letteratura e realtà

La meditazione dello zero. Diario 1972-1999

| 0 commenti

di Adriano Barra

[LPLC si prende un periodo di vacanza. Per non lasciare soli i lettori, ripubblicheremo alcuni post usciti nel corso del 2017. Quello che vi proponiamo è uscito il 22 settembre 2017].

“ 20 maggio 1932 – Letto nel Paris-Midi un fatto di cronaca che mi ha molto colpito. Un giovane ungherese si uccide a Budapest, tirandosi una pallottola alla tempia, ma non muore all’istante. Ha il tempo e lo strano coraggio di andare sino al lavabo e di farsi la barba, poi si corica nel proprio letto e attende la morte. Una tale cura di pulizia in una circostanza simile m’è sembrata un fatto singolare”. (Julien Green, Journal). [*]

[*] Questo testo, che è destinato a fungere definitivamente da epigrafe al mio diario, è stato in realtà trovato molto dopo il suo inizio. (Esattamente: l’8 febbraio 1994) Scegliere di farne il suo emblema è stato decidere che questo doveva essere, piuttosto che soltanto un diario, una specie di “ opera “, di “ libro “, di “ romanzo “: una “ storia “ da raccontare, avendone, fino dal principio, “ intuito “ la fine (novembre 2003)

Torino, settembre 1973 – […] Tempo, tempo, tempo, ho bisogno di tempo… tutto quello che mi serve.

12 agosto 1975 D’ora in avanti, a chi mi chiederà che cosa faccio, risponderò nella maniera più semplice: sto scrivendo un romanzo.

Senza data [1980] – Nel giornalismo che aborrisce/abolisce i punti interrogativi la dispersa plebe delle certezze minuscole. Chiarezza, chiarezza e il nero solo in certe occasioni. Il qui, l’oggi, il mattino, e se è la sera è illuminata a giorno. L’effimero portato avanti, dietro non c’è mai niente. La memoria archivio. Al quarto piano. La preghiera laica del mattino. Ma io pregavo la sera. Prima di addormentarmi.

Senza data [1980] Didascalia alla foto. Nella didascalia una riserva mentale tuttavia nel rispetto della foto alla quale si deve comunque affidarsi. La didascalia aiuta a vedere.

Senza data [1980] – Provati a pensare ma attento a quello che fai. E poi: che cosa significa pensare? Prova ad accumulare una riserva mentale. Una distanza, una prospettiva (in senso visivo). Prova a respirare, ad avere un ritmo, a cantare (in senso fonico). Prova – ecco – ad ascoltare (in senso non solo uditivo), a sentire: ciò che è opposto alla coazione: autodeterminazione psicologica, spontaneità, senza rabbia.

Senza data [1981] – Compri la treccia dei bei peperoncini rossi, e non sai resistere a quel sedanone verde bandiera. Com’è rotondo e giallo il melone! E la pasta di segale è di un bruno pastoso e accattivante. Compri compri compri. E i vasetti e le confezioni speciali. E poi ti fa male la pancia. Impara. A educare la vista.

Senza data [1981] – Le voci dei nonni. Quella della zia Olga, tremula, quella della nonna, leggera ma con dentro una sottile anima d’acciaio, così precisa nel pronunziare, così elegante. Quella del nonno, ironica e calda. Le voci buone che mi volevano bene.

Senza data [1981] – “ Atmosfera di fessa” , scrive il cronista alla manifestazione femminista.

Senza data [1983] – Il “ romanzo ” del ‘75 comincia così: “ Dal giorno del martirio di San Giovanni Battista “. Fallito come romanzo – non c’è racconto di niente – si rivela fin dall’inizio un diario. Del diario ha la compromissione ostentata con il quotidiano in forma di note appunti objets trouvés. È una ricerca a partire da una perdita. Prima – nell’ottobre 1973 – c’era stato un altro diario – Il riepilogo -: anche in questo caso si trattava di un bilancio riconsiderazione meditazione sul “ già fatto “ – anche questo si era concluso con una catastrofe: non avevo trovato niente (o avevo trovato il niente?). Da allora ho continuato a scrivere diari – c’è anche, sempre alla fine del ‘73, un Antinemesi / Ipotesi di diario. Poi quello cominciato nel ‘76. Poi il lavoro su Gadda che, guardacaso, è centrato sul Giornale. Tutto il resto – poesie, racconti, note – si inscrivono in questo ininterrotto rito della scrittura giorno-per-giorno. L’imperativo del nulla dies sine linea, valevole per il mestiere dello scrittore in generale, si è trasformato, perdendo il suo carattere ingiuntivo o comunque epico, in una fisiologia del tot dies tot lineae, regime né della felicità né del dolore ma ormai dell’indifferenza.

22 febbraio 1984, Roma – Nel giorno dello sciopero generale (contro Craxi?) chiusi cinema e puttane. Praticamente tutta Roma.

24 febbraio 1984 Mi dovete delle spiegazioni.

2 marzo 1984 – Storia napoletana. Lei non mangia. Lui la conosce. Lei mangia. Lui si buca. Farà psicologia. Lei.

20 aprile 1984 – Trent’anni dopo, La finestra sul cortile (Rear window, Hitchcock, 1954) mi appare finalmente chiaro. Dopo che in una delle prime inquadrature lo stesso Hitch ha rimesso – indietro? – le lancette dell’orologio del pianista disperato perché abbandonato, tutto diventa felicemente inevitabile. Innanzitutto la questione delle gambe: all’inizio il fotografo investito dall’auto da corsa ha una gamba ingessata – “ Il dannato bozzolo “, dice -, alla fine ne ha due. Nelle inquadrature finali la macchina scivola lentamente dalle gambe – fasciate – di James Stewart a quelle – nude – di Grace Kelly, morbidamente distesa come un’Olympia di Manet. Nel finale tutto ritorna al suo posto: la ballerina – che ballava tristemente da sola – ritrova il soldato, la zitella – che allestiva cenette romantiche senza un partner – si accoppia, il cane che era stato strangolato non era stato strangolato: resterà ad allietare la vita di coppia dei protagonisti. (Il buffo è che il “ cattivo “ Raymond Burr su una sedia a rotelle ci è poi finito non metaforicamente).

23 luglio 1984 – L’Europa in calzoncini corti torna incontro al suo boia, il nano restato fermo.

28 luglio 1984 – Per quanto Maometto evitasse di andare alla Montagna prendesse tempo si dicesse che non c’era tutta questa fretta rimandasse l’impegno con i più vari pretesti adducesse scuse non di rado ridicole ci dormisse sopra indugiasse nicchiasse temporeggiasse procrastinasse persino sine die differisse magari alle calende greche puntasse i piedi resistesse con ogni mezzo negasse omettesse bluffasse mentisse insomma di andarci se ne guardasse bene un bel giorno senza preavviso ma anche questo è opinabile buongiorno! chi è? venne lei in persona grande e grossa e alta e agna da lui. Povero Étto.

13 settembre 1984 – «“ Si sente vittima di un complotto? “ “ Per ora diciamo che si è trattato di un pasticcio “.» (Dai giornali)

18 novembre 1984 – Come Un homme qui dort di Perec è l’inizio di uno dei primi capoversi di Du coté de chez Swann, così Se una notte d’inverno un viaggiatore è in Mimesis di Auerbach.

8 dicembre 1984 – Scopro – con stupore – che sul Messaggero ci sono gli annunci con le lauree (Notizie liete).

4 marzo 1985 – Benjamin, Parigi capitale del XIX secolo, Einaudi, 1986, costa lire centomila. Vale molto più di una messa.

8 luglio 1985 – Secondo Charles P. Snow l’idea che il mondo finisca in un gemito (Eliot) è scientificamente inattendibile. Sic, in Le due culture, 1959.

12 luglio 1985 – Mio padre è molto antiautoritario con me.

27 ottobre 1985 – “ Il mostro non si è fermato mai un momento “, scrive il giornalista. Ma dimentica di aggiungere: “ La notte segue sempre il giorno “, etc.

10 gennaio 1986 – Cammino per la città come in un museo o in una chiesa. Prego ammiro stupisco atterrisco esulto canto dentro di me le lodi del Creato. Il Creato ridendo replica: troppo onore. (Inoltre: ragazzino, lasciaci lavorare)

13 gennaio 1986 – Con grande presumibile stupore di tutti Moravia intervistato afferma che ora (a 78) fa l’amore come lo faceva a vent’anni. Ma non dice come lo faceva a vent’anni.

9 marzo 1986 – Prevarrà il capocomico.

2 gennaio 1987 – Uno studio sui nomi d’arte. P. e.: Ornella Muti (ammesso che lo sia). Mi fa pensare 1 al fascismo (la “ Muti “ brigata repubblichina) 2 al mutismo, l’assenza di parola, il silenzio, la bellezza sans phrase: Ornella-per-i-muti 3 all’ammutolire, far tacere: “ ch’ogne lingua devien tremando muta “ (Dante, Vita nuova) (Credo anche che a Siena il primo cinema – muto – fosse nei locali dell’istituto per sordomuti «Tommaso Pendola»).

10 giugno 1987 – Nell’edizione 1964 di Apocalittici e integrati due refusi divertenti e forse sintomatici – dell’autore o del correttore? -: un “ Godard ” che diventa “ Goddard “ (ma quella è Paulette) e un “ 1848 “ (dell’Educazione sentimentale) che diventa un “ 1948 “ (dell’attentato a Togliatti?). I refusi tipografici intesi come lapsus ideologici meriterebbero da soli un vasto approfondito studio.

25 ottobre 1987 – Questo diario: una specie di action writing?

21 dicembre 1987 – Il giornalista tratta ogni genere di argomento ma solo quando si parla di calcio vedi che si entusiasma.

27 febbraio 1988 – Ma veramente facendo La terra trema, Visconti voleva “ riportare Verga al suo dialetto “, come afferma Tullio Kezich?

24 marzo 1988 – La Recherche: non un romanzo giallo, ma un romanzo d’avventure/a: riuscirà il nostro eroe a scrivere il libro che scrive di non riuscire a scrivere?

21 giugno 1989 – Sono trascorsi più di venticinque anni dalla per me sconvolgente mostra sui lager nazisti allestita nel cortile del Palazzo Pubblico. Fu come un nuovo inizio. Nel segno dell’orrore o, come ormai ho capito, dell’arte fotografica.

20 dicembre 1989, in treno fra Roma a Siena – Mi siedo e vedo riflessa sul pomello cromato del rubinetto una piccola faccia rossa: sono io che seduto guardo. Vedo anche sul rotolo quasi esaurito della carta igienica una scritta azzurrina: “ … vie dello Stato “. Caco e penso: le vie dello Stato sono infinite.

15 novembre 1990 – Il giornalismo rimane quella cosa che, dentro la sciagura aerea di Zurigo, ci mette la sciaguretta di Vicenza. “ Ce l’hai una sciagura di venti righe? “.

30 dicembre 1990 – La letteratura non è alla bassezza dei tempi.

13 febbraio 1991 – I contadini che negli anni Cinquanta portavano “ ancora “ il cappello erano davvero più buffi di me che studiavo “ ancora “ il latino? “.

20 maggio 1991 – “ Tenga le mani a posto “, disse il fondo a quello che lo voleva toccare.

7 gennaio 1992 – “ Se la domenica a piedi diventa una festa “. Ecco in an­ticipo la verità sulla campagna antismog.

27 gennaio 1992 – In tutti questi anni lo sforzo – grande – di inibire l’immediatezza dello sguardo, di so­spendere il giudizio, per capire che cosa era ve­ramente quello che vedevo, che cosa vo­leva dire lo spettacolo a cui assistevo. Le donne, la politica, il cinema.

17 febbraio 1992 – Roma (capitale): vedi Lella (sora).

23 marzo 1992 – Quando ho visto il babbo che per me era sempre stato il simbolo della imbelle disarmata gentilezza trattato dal basso in alto ho capito che era proprio finita.

19 maggio 1992 – « Ma sentiamo gli uomini: “ Stare sotto mi dà una vista meravigliosa della mia ragazza “, dice Mario, scenografo, 30 anni. “ Trovo che esalti la sua bellezza “. » (Dai giornali).

27 ottobre 1992 – Sul manifesto da dietro attonito sfuocato e trapassato fotografato Gadda si guarda stampato cubitale GADDA neretto nerone fatto poster convegno giornate di studio sale di studio fatto commendatore commenda senza nessuno sdegno. Nel pubblico a sinistra il chierico giovane ha estratto un foglio nel mentre del dibattito: estratto conto ho notato. Con il collega poi è tutto uno scambiarsi estratti ed estratti. a destra la piccina vacanzeromane grandi ciglia calze a rete che scrive tutto ma proprio tutto tutto tutto tutto. Quanto parlano.

25 novembre 1992 – Mi ricordo le ultime ore di Calvino. Pensandolo a Siena in quell’ospedale che conoscevo benissimo – l’ospedale in cui la nonna non-morì – mi sembrava di avvertire come un brusio sullo sfondo un respiro o un lamento ma senza do­lore piuttosto la voce – cavernosa – della tribù che accompagnava quell’agonia pubblica il suono sordo – bestiale – di un’emozione fatta di stupore ma anche di approvazione (una voce che mi è sembrato di udire non di rado lungo questi dieci anni). I sacrifici umani.

16 gennaio 1993 – “ Generale, Totò è con noi “ (Titolo di Repubblica sull’arresto di Riina)

3 maggio 1993C’è una relazione fra Dash e Mani pulite? C’è… c’è…

18 agosto 1993 – Quello che non va nel diario è che tende ad essere interminabile. Come la vita. Il libro invece non ha paura di volere la fine. Avendo avuto un inizio. Il diario è fatalità. Il libro è volontà.

17 gennaio 1994 – A scuola stavo bene. Mi piaceva ascoltare. Ascoltando imparavo, senza fare fatica. Io stavo fermo, zitto, e le voci mi entravano dentro. Entravano e lasciavano le parole, in una folla ordinata, tranquilla, variopinta. Ero bravissimo a stare fermo. Immobile, disincarnato, strano. Come un fachiro. Non sarei uscito mai da quella trance uditiva. Non ero di quelli che aspettavano solo la campanella. Ora non ricordo quasi niente di quelle voci, scomparse nel fondo di lontanissimi inverni. Ricordo solo la beatitudine. Dell’ascoltare.

18 gennaio 1994 – Forse quello che più mi manca di Siena è la vista della campagna dalla finestra della mia camera. Una vista che in realtà non c’è più da tanti anni, ma che io ho continuato a vedere, a dispetto degli alberi, della foresta di antenne, dell’orrenda mole della Casa dello studente. La vista che ho negli occhi è ancora quella di quarant’anni fa: lo scenario dei campi che salgono e scendono, le ville sparse in alto, in basso, a mezza costa, senza un ordine preciso, e, altrettanto immotivata e perfetta, qualche figura umana fatta piccola nella distanza, il poggio su cui posa la costruzione per nulla imponente del convento dei Cappuccini, la linea delle colline, verdi, nere, viola, fino alle ultime lontanissime dietro le quali ho sempre immaginato il mare. È la mia vista, quella.

28 gennaio 1994 – Vorrei farti capire come, nonostante le condizioni non proprio favorevoli: tutta quella gente, gli amici, la caciara, fra me e la signora che di recente ha perduto il marito, si fosse stabilita una silenziosa, promettente intesa. È ancora giovane, l’ho capito da un paio di sguardi sfuggiti alla conversazione, scoccati dai due accesi occhi neri, troppo accesi, troppo neri, per essere quelli di una sepolta viva. Così, vorrei che tu lo capissi, la mia sorpresa, la delusione, è stata notevole quando, andandosene, mi ha chiamato “ Gianni “. Perché io, che mi ero convinto di aver stabilito un malizioso avventuroso feeling con la curiosa sconosciuta, assolutamente non mi chiamo “ Gianni “. E tu lo sai.

 

16 febbraio 1994 – Come il babbo faceva i conti delle spese di casa così io scrivo il diario.

18 febbraio 1994 – Guardo il cofanetto Longanesi da sempre poggiato sul tavolo dell’assistente di sala a cui ancora una volta sono seduto: Diari di esploratori dell’Africa Orientale 1843-1929. Si mormora che all’inizio qualcuno dei «colleghi» meditasse di affibbiarmi un soprannome: Livingstone.

24 febbraio 1994 – La riserva mentale. Innanzitutto à la lettre: pregiudizio, ostile barriera alla condivisione di un punto di vista, arrière pensée, sfavore, inimicizia. Differenza. Distanza. Ma anche « riserva » nel senso di « scorta », magazzino, patrimonio. La riserva che è sempre sul punto di finire, che si teme finisca. Riserva aurea. Champagne réserve. Indispensabile nelle emergenze: viaggi, assedi, carestie, malattie. Psicologico: “ riservatezza “ alias, forse, timidezza. Infine “ riserva “ nel senso di “ indiana “. Ghetto, museo, lebbrosario. Fili spinati, muri, inferriate. Conservazione-deportazione. Estinzione. “.

12 marzo 1994 – La zia Olga stava in un ufficetto che io ricordo tutto rosso piccolo e protettivo come la cabina di una nave nei locali della Accademia dei Rozzi. Oppure il rosso che ricordo era quello dei velluti dell’adiacente teatro, ora in via di riapertura dopo restauro. Nell’ufficetto c’era una macchina da scrivere: io ci scrivevo, credo le solite frasi dei principianti, nome, cognome, indirizzo etc. La zia Olga era nubile cioè zitella. Una volta le diedi un colpo di zappa sulla testa, involontariamente ma non troppo. (No: involontariamente)

24 marzo 1994 – Presente presente presente scrivevano sulle tombe dei caduti della Grande Guerra. Presenti gli scrittori morti quegli altri.

25 marzo 1994 – Stava per iniziare la grande diretta televisiva del Palio. il percorso, diversamente dal solito, era attraverso tutta la città, che veniva mostrata come non l’avevo mai vista, splendida nella giornata di festa, dal bravissimo teleregista. “ Porta San Paolo “, ad esempio: chi se n’era mai accorto che ci fosse? Corrado invece, che era con me davanti al televisore, sì. (Questo sogno è il sogno “ della vista “. Per una parte è storia: verso i sedicianni io “ scoprii “ Siena. Profittando delle indicazioni dei miei nuovi amici, – quelli che per semplificare chiamo sempre “ gli architetti “ – io me ne andavo in giro a piedi o in bicicletta, incontrando chiese, vicoli, scorci per me assolutamente inediti. Facevo anche fotografie, esploravo musei. Sono stati anni felici, pieni di sole, innamorati, appassionati. Le oscurità – e la saggezza “ cattiva “ (“ captiva “) – degli anni d’infanzia furono dimenticate in un attimo. Ero libero, liberissimo. Poi c’è un aspetto simbolico. “ Porta San Paolo “ mi fa pensare a San Paolo, ovviamente, e in particolare alla sua conversione, e di seguito al dipinto di Caravaggio che, come è arcinoto, si trova qui a Roma a Santa Maria del Popolo e che non molti anni fa ho rivisto e considerato. Credo di aver pensato allora che il pittore aveva giocato sull’ambiguità del messaggio: il soldato che giace a terra tramortito potrebbe essere stato abbattuto dalla vista della enorme massa bianca abbagliante del cavallo, o forse la stupefacente visione è frutto del suo sogno, forse l’uomo disteso sta dormendo e sognando la grande bestia luminosa (il cavallone sarebbe una sorta di “ fumetto “). Forse “ convertirsi “ è “ vedere “ qualcosa. Forse in quegli anni luminosi, abbaglianti, io, l’incredulo, vidi e credetti.

1 aprile 1994 – Ecco la lettrice giovanetta che si chiama “ Isolina “. Come la nonna del babbo. Voilà il postmoderno.

5 aprile 1994Vergogna “ titolava l’Unità. Io arrossii.

18 aprile 1994 Dopo il Gattopardo venne la Gattamorta.

7 maggio 1994 – Quando venivo a Roma dal mio amico, non di rado assistevo sul terrazzo della sua casa a un rito buffo e misterioso: la preparazione della maionese. Era il padre ex aviatore e pittore a tempo perso che l’officiava, nella tesa attenzione degli altri componenti della famiglia. Mentre l’olio calava in un sottile quasi impercettibile filo giallo – un’impercettibilità che non doveva assolutamente variare pena la cattiva riuscita dell’operazione – gli altri restavano con il fiato sospeso, anche perché un’osservazione o un commento potevano provocare una risposta, e una risposta alla risposta, fino a degenerare nella rissa verbale, nel putiferio casalingo. Io non sapevo bene che cosa pensare di tutto quel pathos per me immotivato, anche perché da moltissimi anni in casa mia si consumava maionese industriale, in quei tubetti strizza e fuggi che, se spremuti, cacciano fuori un serpentello rigato, che è gradevole lasciarsi calare lentamente sulla lingua, e ancora più entusiasmante succhiare direttamente dal buco, in segreto, fuori dai pasti. Richiesto, io convenivo sulla nobiltà di quell’arte di sbattere uova, per cortesia, e perché, dopotutto, io ero l’ospite. Ma avevo sempre il timore di non dimostrarmi abbastanza partecipe, poiché sentivo di essere il destinatario di qualcosa di più di una salsa: intorno a quella materia giallastra, che, come per uno strabiliante gioco di prestigio, veniva crescendo e acquistando consistenza, facendosi, da uovo che era stata, meravigliosa succulenta crema, – quasi un colore, un dorato sontuoso giallo da consegnare alla tela – io indovinavo l’alone di un messaggio, l’eco di un “ discorso “, un’idea, insomma. Allora non capivo, e sogguardavo divertito e curioso. Non sapevo di essere già l’infedele, il barbaro, lo straniero in un mondo diverso dal mio che, mentre lo osservavo, non aveva mai smesso di guardarmi con un occhio severo e lungimirante.

24 maggio 1994 – Il nonno stava in una piccola stanza in fondo al corridoio. Ho detto “ in fondo “, ma sarebbe meglio dire “ all’inizio “, dato che era proprio davanti alla porta d’ingresso. “ In fondo “ vuol dire che era una stanza separata dalle altre, più quieta, più solitaria. Fra le pareti dipinte a piccole macchie rosa, dietro al paravento che difendeva il letto dalla luce del giorno, sulla scrivania falso cinquecento, nella libreria dai vetri lavorati che sembravano rossi per la stoffa rossa tesa dietro, non arrivavano le querele (della zia e della nonna), i pianti (miei, della zia, della nonna), tutte le voci più o meno concitate della famiglia. La stanza del nonno era un’area protetta, un’enclave silenziosa dove io andavo a nascondermi quando volevo stare un po’ solo. Aperta, la libreria offriva lo spettacolo dei libri che, allora, a me sembravano molti e molto vecchi. Passavo ore frugando fra i volumi e le vecchie carte in quello spazio favoloso che per me era la più visibile traccia del mondo di prima che io nascessi, leggendo, indagando, fantasticando. Quando si avvicinava l’ora di cena, il nonno arrivava a riprendere possesso dei suoi territori. Che io tuttavia non abbandonavo prima di aver consumato con lui un rito calmo e solenne: la preparazione del letto. La pacifica cerimonia aveva spesso un contrappunto guerriero, quando il nonno, in vena di scherzi, mi sommergeva di cuscini, in una incruenta bagarre da collegiali. Poi, lungo quel corridoio che a me, allora, sembrava così interminabile, oscuro e deserto, tanto da richiedere un sovrappiù di coraggio per essere percorso, facevamo rotta verso la cucina, il fulcro luminoso della casa, dove erano già tutti gli altri, mentre di là dai vetri la notte inutilmente affermava il suo impero.

5 luglio 1994 – Non è cominciato nessun « fascismo ». Non essendo cominciato non finirà.

20 luglio 1994 – “ La notte è piccola per noi – cantavano le gemelle Kessler – troppo piccolina “. Un po’ inutilmente, perché a me, che già mi ero attestato nell’intimità del pigiama, nella consolazione delle ciabatte, nella pace del caffellatte, quelle figure animate che si muovevano nella penombra della sala da pranzo, davanti a me non meno che al nonno, alla nonna, alla zia Olga, alla mamma, al babbo, la nostra piccola tranquilla platea famigliare, sembravano quasi subito parte di un sogno, messaggere della notte, propagandiste dell’oblio, a me che forse dormivo già, perché allora, come anche ora, mi veniva presto sonno, complice la penombra, il pigiama, la nonna che mi precedeva lungo le silenziose rotte di Morfeo, e dopo un po’ andavo a letto, alla mia notte sconfinata, beata. “ La notte è piccola per noi – continuavano a cantare quelle sceme delle sorelle Kessler – troppo piccolina. “. Io dormivo già. Alla grande.

26 luglio 1994 Anche se non lo scrive, ognuno di noi ha un diario, da qualche parte. Se quel giorno di marzo avevo le guance troppo rosse, e non era per il freddo, qualcuno l’avrà notato. Se lei stamani si è alzata i capelli sulla nuca, sorridendo beata, l’ho notato io (nello specchietto retrovisore). O quella volta per esempio che sul cartello che indicava la casa di campagna dove ero andato a stare scrissi “ fellow me “, invece di “ follow “, e mi fu fatto notare, ma non è che non sapessi l’inglese, è che andavo pazzo per l’amicizia. Niente va veramente perduto, neanche quello che si vorrebbe, ammesso che lo si voglia. In un certo senso il mondo è un grande diario, dove tutti scrivono qualcosa, giorno dopo giorno, anno dopo anno, per sempre. Si può stare tranquilli.

26 ottobre 1994 – Commuove nella didascalia d’apertura di Via col vento (Gone with the wind, Fleming, 1939) leggere scritto: “ cavalleres-ca “. Nell’inimitabile inconfondibile incidente ortografico c’è tutta la goffa stralunata grandezza del cinema, la sua affamata generosità, la sua sgangherata irresistibile vocazione cavalleres-ca. (Tè capì?)

“ 23 novembre 1994 La MDZ può essere letta anche come una serie di inizi, un elenco di risvegli. “.

26 novembre 1994 – Mi ricordo bene che in casa si è sempre comprato il giornale. Lo comprava il nonno, mi pare, ma è certo che per anni lo ha portato il giornalaio stesso, lasciandolo infilato nella maniglia di ottone della porta. Il giornale era La Nazione di Firenze, foglio moderato-conservatore quanto a indirizzo politico, assai ben radicato in tutta la regione. Ricordo che a me non interessava quasi per niente; lo trovavo brutto e non di rado ridicolo. Per di più era inservibile. Per esempio, i film annunciati nella cronaca cittadina erano sempre sbagliati, per sapere che cosa andare a vedere si finiva sempre per telefonare al cinema. Al piano di sopra il vecchio ex fascista, nonno del mio più caro amico, ricordo che leggeva L’Unità. Il fatto, ancorché strano, non era comunque di quelli che allora attirassero la mia attenzione. Del giornale ricordo che mi facevano ridere certi titoli come, ad esempio, “ Senese smarrisce il portafoglio a Vladivostock “, non proprio così ma quasi. Ricordo anche che un’occupazione del nonno era tagliarlo (il giornale) in tanti rettangoli formato cartolina che poi, appesi a un gancio accanto alla tazza, servivano da carta igienica per tutta la famiglia. Ovviamente in epoca ante-scottex. Nel giornale ricordo che si involtavano le mele, le pesche, le patate quando ancora non esistevano le buste di plastica. Con la carta di giornale si facevano anche certe palle che servivano ad avviare il fuoco nella stufa. Ugualmente pressata la medesima carta veniva introdotta nelle scarpe perché conservassero la forma. Con la carta di giornale gli zufoli non vengono bene, posso assicurarlo. Con la carta di giornale ricordo anche di aver foderato i libri, qualche volta. Per pulire i vetri la carta di giornale è speciale, assicurava la zia. Etc., etc.

Che cosa c’era scritto nel giornale? Non era una domanda che mi facessi mai.

3 dicembre 1994 – Che cosa c’è di più datato di un diario? (Risate)

23 marzo 1995 – Gadda l’ho incontrato tardi, all’inizio degli anni Settanta. Prima ricordo che lo leggeva un architetto – nel senso di studente di architettura – a Firenze, verso il ‘65. Ma a quel tempo non mi interessavano gli scrittori, mi interessavano gli architetti. L’ho incontrato nel momento in cui, dopo una lunga pausa, ero tornato a decidere che la letteratura era la mia vocazione, se una mia vocazione c’era. Ricordo che pensai che scriveva come avevo sempre desiderato scrivere io, o, forse, come avevo sempre scritto. Non sarà mai dimostrato che sia vero, ma certi temi al tempo della scuola media, dei quali ricordo il vertiginoso godurioso piacere dell’aggettivazione, l’ardimento della costruzione sintattica, l’humour irresistibile delle trovate, mi sentivo di dire che erano ante litteram, “ gaddiani “. Negli anni Cinquanta del resto sarebbe facile dimostrare che io ero il lillipuziano duplicato di un letterato degli anni Trenta. Gadda me lo portai con me sui treni desolati che attraversando la Spagna mi condussero in Marocco, in un viaggio che, vent’anni fa, volli, fra me e me, intitolare al cinquantenario del viaggio di Eluard. Me lo portai insieme alla mia Olivetti lettera 32 che alla dogana di Tangeri suscitò la sospettosa meraviglia dei doganieri. Gadda fu oggetto della mia fulminea tesi di laurea. Gadda me lo sono sognato spesso. Gadda è stato in questi vent’anni monumentalmente bibliografizzato. Gadda non mi interessa più, solo vorrei riuscire a scrivere qualcosa sul mito – romano – del Gran Lombardo, come paradigma del rapporto – furbo – fra letteratura e cinema nel tempo di quella che ora si chiama la Prima Repubblica. (Gadda è nato il 14 novembre, esattamente come me) “.

1 giugno 1995 – Come un contadino, ogni giorno mi alzo “ prima dei polli “. I polli, che tanto polli non sono, continuano a dormire e, forse, fanno meravigliosi sogni. Nel crepuscolo del mattino c’è una strana pace, un abbandono, un silenzio felice, come se quello che sta per cominciare fosse una notte. Riconfortato da quest’inizio, mi inoltro nel giorno, lieto come se andassi a dormire, sperando di non avere incubi. Scrivo, in quella luce neonata, le mie memorie per l’oggi.

13 giugno 1995 – All’inizio degli anni Sessanta la vita cambiò. Novità fondamentali furono la macchina (utilitaria) e la televisione (in bianco e nero). Non mi piacevano troppo nessuna delle due, casomai meglio la prima. La terza novità, introdotta dal babbo, riguardò l’alimentazione. Non che prima non si mangiasse, anzi, cucinando la nonna, ricordo deliziosi saporiti piatti nei giorni festivi e non, ricordo il pane, ricordo il burro, ricordo la marmellata, ricordo il latte buono e denso che non si usa più, ma, in un certo senso, allora si cominciò a mangiare davvero. Rivedo le domeniche nei ristoranti fuori porta, antipasto primi secondi frutta dessert caffè e sambuca – sia maledetta nei secoli -, le facce nere dei camerieri, le facce rosse dei commensali, le mani unte, lo stomaco gonfio, la vista annebbiata, la maligna tristezza delle campagne, i concitati ritorni in città. Io non digerivo mai bene, a differenza del babbo che del mangiare era un appassionato cultore. Per non dire dello zio Carlo, per non parlare del cugino Mario, di cui si raccontavano fantastiche storie, di pranzi, di cene, da Guinness dei primati, da congestione, da infarto. Su quelle tovaglie sporche, fra quelle voci confuse, fra le chiacchiere e le risate, in quegli inverni sudati, se ne andava la mia infanzia severa e immacolata. Travolto dagli arrosti, invaso dalle pappardelle, annegato dal vino, unto e bisunto, sempre più rosso, io meditavo, in segreto, la fuga. E così scappai (se dici che tu allora non mangiavi non me ne frega niente) (o forse eri tu che cucinavi?).

3 luglio 1995 – Anche stavolta mi sono scottato, anzi stavolta di più. “ Sei stato al mare, eh? “, mi dicono tutti, prima di ridere. “ No comment “, rispondo io, sentendomi arrossire. A essere rossi come sono rosso oggi io – rosso come un semaforo, come un altoforno, come un conto in banca, come un billo (tacchino), come un roast-beef, come un rosso per labbra (rossetto), come una trasfusione, come una mestruazione, come un succo di pomodoro, come una fetta di cocomero, come un film di Bertolucci, come un socialista, come un romanista, come una Ferrari, come un sunset, come un ristorante cinese, come un alcolista anonimo, come un naso da circo, come un principe della Chiesa, come un indiano d’America, come una pizza, come una piazza – c’è anche un vantaggio: si può arrossire – di vergogna, di imbarazzo, di stupore, di disperazione, di indignazione – senza che se ne accorga nessuno. (Io ho la tendenza a arrossire) (La prossima volta mi metto un cappello).

Sabato 13 gennaio 1996 – Il nonno si sporgeva un po’ dalla poltrona di paglia, di lato, facendo leva sui braccioli per sollevarsi, e lasciava cadere verso il basso uno sputo lentissimo, così lento che, qualche volta, fra la sua bocca socchiusa e la sputacchiera si formava un lungo filo lucente di saliva, e il nonno restava così, appeso al basso come un involontario ragno, preda del pavimento, prima di separarsi dal quel suo umido secondo io.

Domenica 10 marzo 1996 – La nonna aveva l’asma. Ma non era colpa mia.

Venerdì 12 aprile 1996 – Ho cominciato a scrivere – questo diario? – all’inizio degli anni Settanta. Pur non avendo ancora trent’anni, sentivo di avere esaurito, nel breve arco di un decennio, tutte le mie forze, ogni mia ricchezza. Mi sentivo, non avrei saputo dire altrimenti che: finito. Cominciando a scrivere pensai subito di dover scrivere quello che avevo vissuto, ma non scritto: appunto i dieci anni precedenti, gli anni Sessanta della mia burrascosa, disorientata giovinezza. Pensavo che essa era consistita in una serie di colossali errori, di equivoci ripetuti, in un vagabondare furioso fra persone, idee, luoghi che mi aveva lasciato stremato e sconvolto. Ero convinto di avere perduto tutto: anche se non si vedeva, io sapevo che questa era la verità. Non capivo niente, non riuscivo ad immaginare nessun futuro, volevo una cosa soltanto: ricominciare. Non sapevo niente, ma una cosa sì: non avrei più sorvolato su quello che non capivo, non avrei più fatto finta di non avere paura. Avevo capito che per dieci anni non avevo fatto altro che affannarmi a tornare, allontanandomi ogni volta di più. Ero tornato, ma non avevo trovato niente che somigliasse a quello che ricordavo. Sono ripartito, per cercare ancora. Tornare è ancora quello che cerco.

Lunedì 10 giugno 1996 – Lo spot Sammontana (« Passa dalla parte del gusto ») consiste di un citazione quasi letterale dal Sorpasso di Dino Risi. La citazione è intelligente anche perché individua il momento cruciale del film, quello in cui uno dei due protagonisti, risvegliandosi, “ passa “ dal suo abituale mondo polveroso e grigio di studente di legge a quello euforico e festivo rappresentato dalla spiaggia di Castiglioncello, in una luminosa, colorata – non importa che il film sia in bianco e nero – mattina di piena estate. Il “ passaggio “ avrà per lui, come è noto, un esito tragico, mentre l’altro dei due “ viaggiatori “, uscito incolume dal disastro, si limiterà a commentare ambiguamente: “ Non lo conoscevo “. Quando, e mi succede spesso, sono indotto a ripensare al Sorpasso e a quella scena del risveglio che, come ho detto, ne costituisce il centro simbolico, finisco sempre per ripensare anche al Calvino de La giornata di uno scrutatore. Anche lì c’è un risveglio, anche lì c’è un “ passaggio da un’altra parte “, che lì è la “ parte “ delle mostruose strazianti creature del Cottolengo, laddove nel film era quella delle giovanissime adolescenti in bikini. Ho sempre pensato che questa “ altra parte “, questa parte “ altra “ in cui prima non si era e in cui ora, svegliandosi, si entra, fosse per Calvino tutto ciò che non-era scrittura, come del resto lui stesso ha chiarito parlando di “ mondo non scritto “. Ora, mondo più non-scritto del cinema io credo non c’è. “ Passarvi “, entrarvi, è un invito che si continua a ricevere, è un’esperienza che ci si continua a proporre, “ passare in un altro mondo “, all’altro mondo, a miglior vita se si preferisce, che sarà anche migliore, ma io non ci credo. In ogni caso “ passare “, cioè “ morire “, perché di questo si tratta, è qualcosa che non si può fare due volte. Anche perché, trent’anni dopo Il sorpasso, trent’anni dopo La giornata di uno scrutatore, ormai sappiamo che, se dove stiamo noi non c’è molto – qualche vecchio libro, molta polvere, al massimo un diario -, dall’” altra parte “ non c’è niente, al massimo una ditta di gelati.

Martedì 11 giugno 1996 – In maniera elusiva, timida, reticente, questo diario – che è dominato dalla paura – si aggira intorno a una domanda a cui credere di poter rispondere è presunzione di folle: che cosa è la letteratura? Senza nemmeno sfiorare l’inizio di una risposta, giorno dopo giorno, pagina dopo pagina, questo strano giornale – che non sarà mai in edicola – si incaponisce a cercare notizie, a accumulare testi, in un trovarobato frenetico e vano, come se, riscattando dall’abbandono tanti vecchiumi, cianfrusaglie, residui senza valore, si possa un giorno scoprirvi in mezzo la Notizia, la Formula, la pietra filosofale di questo oro diventato impossibile. È un progetto un tantino superbo e non c’è nessuna ragione per credere che sia io – che ho sempre cercato di non-scrivere, che ho fatto di tutto pur di non-scrivere, che perso tutto il tempo che avevo e anche molto di più, che ancora stasera non ho il coraggio di non-vedere la partita della nazionale italiana di calcio – quello che può riuscire ad adempierlo. Infatti non è per presunzione che io scrivo questo diario, ma solo per necessità. Questo diario, che cerca di capire che cosa sia lo scrivere nell’unico modo per lui possibile e cioè scrivendosi, non è un lusso che mi concedo, io che sono sotto molti aspetti il più deprivato degli uomini, io che certamente mi sbaglio quando mi incaponisco a credere di averlo una volta saputo, ma qualcosa come un me stesso. Una forma di esistenza, una forma di vita. Non posso – letteralmente – fare altro. E si può accusarmi di tutto ma non di continuare a vivere.

Mercoledì 12 giugno 1996 – Due potenti Entità impersonali, invisibili a occhio nudo ma ovunque e in ogni momento presenti, dominano la nostra vita da un tempo che si avvia a diventare immemorabile. La prima, che mi sono permesso di denominare U.R.V.S. (Una Risata Vi Seppellirà) si adopra a fare ridere tutti quasi sempre e quasi su tutto, compiacendosi dello stato di ebbrezza e di quasi demenza che il ridere provoca in chi ne è affetto. La seconda, che altrettanto arbitrariamente ho chiamato Associazione Nazionale Dolore & Rabbia (A.N.D.R.), dispiega la sua lacrimosa, accorata, indignata iniziativa in tutti gli spazi trascurati dal riso, in tutti i tempi lasciati vuoti dal permanente sghignazzo, perseguendo il suo implacabile scopo che è appunto quello di fare piangere. Ambedue nemiche giurate dell’indifferenza, ci vogliono depressi o eccitati, ma normalmente incerti, normalmente distratti, normalmente preoccupati, normalmente perplessi, normalmente stanchi, normalmente contenti, normali insomma, assolutamente no. Istigati senza requie a ridere e a piangere, frastornati da segnali tanto assillanti e contraddittori, impossibilitati a sapere ormai più di che cosa si debba veramente ridere e su che cosa sia realmente il caso di piangere, allegri a dirotto, afflitti a crepapelle, io credo che stiamo diventando tutti matti. Proprio come è successo già a me.

Giovedì 4 luglio 1996 – La mamma mi diceva: “ Fammi un sorrisino “. Ma io non glielo facevo. Non sono cattivo, sono solo stupido. O forse ho dei problemi con la faccia. Se gliel’avessi fatto, l’avrei fatta contenta e magari avrei avuto la recen­sione di Cesare Garboli come oggi succede a Benigni in occasione del suo primo libro. Non mi piace che mi facciano ridere. Non mi piace che mi facciano il solletico. Che mi tocchino in certi punti. Provocando quella reazione inconsulta, quello spasmo – doloroso, spaventoso – che si chiama riso. Avrei potuto fare un sorriso finto, americano, berlusconiano, e anche in questo caso la vita mi avrebbe sorriso di più. La mia faccia – che non è bella – è opaca come un televisore spento. È una faccia perplessa, distratta, preoccupata, impaurita, stupìta, stupida, insomma. Quando sorrido, sorrido come un bimbo: è un sorriso così timido, così candido, che non c’è da stu­pirsi che non lo voglia mostrare. Ma il problema, ormai lo so, non è ridere, è fare ri­dere. Come Benigni. Come la mamma. Fare ridere è un modo di fare. Un modo di dare e di ricevere. Un modo di chiedere. Io non sono cattivo, ma non so fare ridere. (Se a farmi ridere è una donna va ancora bene. È come il pizzicorino delle compagne di classe, una cosa puerile, una cosa di più di trent’anni fa, va bene per i grassi, a me non ricordo che l’abbiano mai fatto, anche perché non sono mai stato grasso. Se a cercare di farmi ridere è un uomo allora il discorso cambia. Perché non capisco che voglia da me che sono un uomo come lui. Quelli che fanno ridere si chia­mano comici. In Italia ce ne sono tanti. Alcuni sono ricchissimi)

Mercoledì 26 febbraio 1997 Tanti anni fa, quando ero bambino, per le strade della mia città, mi capitava di vedere certi uomini piccoli, dai tratti somatici forti, dal fare circospetto e irresistibilmente goffo, dall’aria di chi non è di qui ma viene da fuori, ma non per turismo anche se, a ricordare bene, qualche volta ha anche l’aria di divertirsi, e tutti immancabilmente, d’inverno come d’estate, con la pioggia o con il sole, avevano una strana cosa in testa: il cappello. In certi giorni, poi, se ne stavano in piazza, a gruppi, a parlottare, a fare non si sa cosa, a non fare niente, come polli, come piccioni, come ora, nelle città in cui viviamo, si vede fare ai filippini, ai pachistani, ai polacchi, agli albanesi, agli africani. Mi sembravano tutti uguali, e tutti comicamente diversi da noi, che eravamo di qui, cioè di quella piccola città, che, in ogni caso, stavamo – sempre – in città. Erano i contadini: quelli che stavano in campagna, quella che, come si poteva vedere anche solo affacciandosi fuori dalle mura, circondava la mia – fortificata? addormentata?- città come un immenso mare verde, giallo, nero, viola – la campagna, con la serie regolare illimitata movimentata delle colline, mi è sempre sembrata una specie di mare, guardandola dalla mia finestra mi sembrava di affacciarmi su una vasta distesa d’acqua, abitando in periferia mi sono sempre sentito come se abitassi in riva al mare. Dico queste cose perché ho letto che quest’anno è l’anniversario del cilindro, il cappello haut-de-forme, che sembra si sia cominciato a portare, fra lo stupore generale, ma soprattutto delle signore, in Inghilterra, nell’anno 1797; che è una specie di super cappello, il cappello nella sua forma quintessenziale, una specie di personificazione della “ cappellità “. Già l’anno scorso, nelle “ dirette “ televisive dai campionati del mondo di calcio, uno dei gadget più diffusi era una specie di spropositato cilindro da cappellaio matto – si era anche in quel caso in Inghilterra -, segno che la faccenda già un anno fa era nell’aria, sempre percorsa da fremiti, suggestioni, visioni, dei produttori di cose inutili ma simpatiche cioè buffe cioè significative cioè maledettamente importanti. Il cappello è un simbolo virile e, per tornare agli agricoltori di cui sopra, quel loro portare il cappello mi sembrava un modo di essere uomini, e, poiché lo portavano tutti, un modo essere uguali – i contadini, c’è anche da dire, erano tutti comunisti. Uguali fra loro, uguali nel cappello, uguali senza bisogno di dirlo, uguali senza parole. Questa uguaglianza, così immotivata, così reale, così visibile, così precostituita, a me sembrava strana, come se mi costringesse a chiedermi a chi ero uguale io, che non portavo in cappello o comunque non l’avrei mai portato in quel modo (senso). Chi era uguale? chi era diverso? chi era di qui? chi era di fuori? Tutti quei cappelli, tutti quei piccoli uomini che non si sapeva che facessero, che erano buffi ma senza accorgersene, che apparivano solo ogni tanto e poi non si sapeva dove fossero andati, che sembravano sempre in tanti, in gruppo, in branco, come animali, che sembravano tutti uguali, come se fossero copie di una stessa persona, che stavano lì, in mezzo alla piazza, sotto il sole, come sassi, come alberi, mi facevano anche paura. Dico queste cose perché ieri sera in tv si parlava del caso della pecora clonata, cioè di ingegneria genetica, ovverosia di bioetica. Questi discorsi sulla clonazione, cioè sulla possibilità di produrre un essere vivente in tutto e per tutto identico a un altro, di “ copiare “, per ora una bestia, ma poi, pourquoi pas, un uomo, mi interessano ma mi sembrano un po’ fuorvianti. Perché a me pare che al mondo si copi e si sia sempre copiato, che non si faccia altro che copiare, che la “ gente “ non voglia fare altro che copiare, che tutti ci sentiamo tranquilli soltanto quando siamo convinti di essere non dico la copia perfetta ma quasi di un altro. È strano ma è così. Lo penso sempre: quando sulla spiaggia in mezz’ora conto cinquantasette ragazzi con il “ pizzetto “ – mi è successo davvero -, quando alla tv in dieci minuti “ registro “ dodici signore vestite di rosso, quando, nel tempo di una passeggiata a Villa Borghese, constato l’esistenza di trentuno ragazze con il cane, quando leggo lo stesso titolo su otto quotidiani diversi, quando mi rassegno all’idea che, se sento chiamare “ Andreaaaa! “, anche stavolta non stanno chiamando me. Essere uguali, cioè somigliare è la grande passione di tutti. Somigliare è una specie di prova dell’esistenza, se non di Dio, di qualcuno che ci ha fatto, ci ha pensato, ci ha voluto, è la dimostrazione che non ci siamo per caso, ma secondo un disegno, un progetto, una volontà, una legge. Essere stati voluti – essere figli di qualcuno – ci dà dei diritti e di diritti pare che abbiamo sempre bisogno. Inoltre, somigliando, non ci sentiamo soli, c’è sempre almeno un altro con noi, cioè quell’altro che ci somiglia. Questa è la verità. Poi c’è chi è contento di somigliare e c’è chi se ne vergogna. C’è chi copia di nascosto e chi lo fa con baldanza. Come quel vecchio cronista che, appena arrivato al giornale, si sentì in dovere di raccontarmi che a scuola c’era il suo compagno di banco che non lo voleva fare copiare e nascondeva il foglio con la mano ma lui gli prese il braccio e, stringendolo in una morsa d’acciaio, gli disse: “ O mi fai copiare o te lo stacco “ e quello naturalmente lo fece copiare; ed è stato allora che ho cominciato a capire che i giornalisti sono quelli che copiano senza vergognarsene anzi con una certa irruenza anzi con una vera passione. Comunque tutti copiano, tutti vogliono essere uguali, anche se qualche volta non si capisce a chi. Come il cassintegrato con la Land Rover che tutti i giorni mi domando per chi voglia essere preso. Come quei lavoratori della terra che portando il cappello forse si illudevano di sembrare “ cappelli “ cioè proprietari terrieri. Come quella campagna che, una collina dopo l’altra, un verde di seguito a un altro, incantava la mia vista come un meraviglioso sconosciuto mare. Come me, che anche io copio sempre e anche in questo momento sicuramente sto copiando, qualcuno, forse uno scrittore, forse un diarista, uno che scrive un diario, uno che scrive, che si illude di scrivere stando di fronte a una movimentata, eternamente misteriosa distesa d’acqua. E la pecora? Ecco: il brutto della clonazione è che sa di poco. Che gusto ci può essere a copiare una pecora, a fare un’altra pecora, come se quella di essere pecora non ne avesse già abbastanza? Magari voleva somigliare a un cavallo, o a un gatto, o a un lupo – ma anche di lupi ce n’è abbastanza. E poi le pecore sono tutte uguali, una più o una meno non cambia niente. Capisco un contadino che porta il cappello, una campagna che vuole sembrare un mare, un povero scemo che finge di scrivere, capisco tutto, la cappellità, la acquoreità, ma le pecore… O fanno dormire o servono ai lupi. (Stamani non ho comprato il giornale perché il giornale era in sciopero e se il giornale era in sciopero vuole dire che i giornalisti, non solo non si vergognano di copiare sempre ma vogliono anche più soldi. Io, invece, non voglio mai niente, perché non sono niente, nemmeno una copia, oppure la copia di un niente, e anche per questo scrivo un diario – o viceversa – che, come dice Jean Rousset, è un “ testo senza destinatario “ (Le journal intime: texte sans déstinataire?, in «Poetique», n. 56, 1983 – non so altro perché la biblioteca non possiede quel numero della rivista ), è una specie di lettera non spedita o spedita dove non può arrivare per esempio ai posteri, alla “ posterité “, ma quello, credo di avere letto, da qualche parte era Proust, e io a copiare uno così non ci penso nemmeno, perché, io, mi vergogno) (Ormai mi vergognerei anche a portare un cappello) (E, a proposito di lettere, di poste, di pacchi postali, di mittenti e di destinatari, sulla scatolina di cartone da cui è stato sottratto ad opera di ignoti – a Roma ladrona? a Milano ladrona? – il modesto collier omaggio della ditta francese produttrice di formaggi Camembert – che più puzzano e più sono buoni – leggo una scritta – “ maggi francesi “ – che lì per lì mi stupisce, come se dal passato giungesse a me, stralunato futuro, una fetente madeleinette di quell’anno mirabile, ma è solo una carta strappata, un frammento, un lacerto, un dettaglio, un ricordo rubato alla dimenticanza)

Giovedì 20 marzo 1997 “ Tènere le distanze “: in questo breve motto di mia, non faccio per vantarmi, invenzione, che è soprattutto un calembour, cioè a dire un gioco di parole, cioè un gioco e come tutti i giochi è un po’ buffo, un po’ puerile, un po’ scemo – un po’ “ tènero “: fa sorridere, fa “ tenerezza “ – si afferma che, a differenza di ciò che spesso si crede, le distanze sono “ tènere “. “ Tènere “ significa in questo caso il contrario di odiose, dolorose, o addirittura strazianti; come in un film sentimentale, “ tenerezza “, è sinonimo di dolcezza, benevolenza, forse, chissà, amore. Che la “ tenerezza “ stia nella distanza non è oggi una cosa facile a capirsi. Per esempio, che in quel breve intervallo che separa la lettura della frase “ tènere le distanze “ dalla sua piena comprensione – capirla non è difficile, ma ho notato che non tutti ci riescono subito e, in un primo momento, dato che leggono “ tenére le distanze “, hanno l’aria di volersi adombrare come se avessero ascoltato un insulto e solo dopo un po’ capiscono il trucco cioè lo scherzo cioè che è tutta una questione di accento -, in quell’attimo di spaesamento che fa sentire chi legge un pochino stupido, un po’ troppo « distante » dall’oggetto della sua lettura, cioè dal senso delle parole che cerca di decifrare, come se non fossero sue ma solo di un altro – quello che le ha scritte – e tali fossero destinate a restare, negando così lo scopo stesso della lettura che è la comunicazione di un pensiero, la comprensione di quello che un altro ha in mente, la solidarietà fra due estranei, il contatto fra due perfetti sconosciuti – e allora, come farebbe un miope, chi legge non vede di meglio che cercare di ridurre questa distanza malevola e si avvicina, o, come minimo, inforca gli occhiali -, che in quel contenuto spavento che è connaturato comunque sempre, io credo, all’atto della lettura, alla decisione di leggere, ci sia qualcosa di “ tènero “, sembra effettivamente difficile da dimostrare. Eppure io penso che sia così. Quello che penso è che la “ tenerezza “, per non dire l’amore, è almeno altrettanto “ tenersi “ lontani che avvicinarsi, restare a una certa distanza, a quella certa distanza, dalla quale, come quando si scatta una foto, si distinguono bene i contorni della figura che si sta inquadrando, e ciò che, un po’ più vicino o un po’ più lontano, appare nebuloso, confuso, sgradevolmente vago, il volto, il corpo si precisa in tutta la sua confortante esattezza, si illumina di ciò che le è proprio e che, l’abbiamo sempre saputo, ci piace. Per quanto è doloroso sgranare gli occhi per cercare di riconoscere qualcosa che è troppo irrimediabilmente lontano, oppure doverli chiudere di fronte a qualcosa che, troppo vicino, ci appare innaturalmente, spaventosamente enorme, strano, quasi deforme, così è un immenso piacere guardare qualcosa che amiamo là dove è giusto che stia, come amiamo che sia, prossimo ma non assillante, nelle sue proporzioni reali, nella sua “ tènera “ estraneità. Tutto questo l’ho pensato sfogliando su un antico fascicolo di «Paragone letteratura» (n. 20, agosto 1951) un conosciutissimo racconto di Calvino: L’avventura di una bagnante, che anche io, come molti da allora hanno fatto, avevo già letto in quella raccolta dei suoi racconti che si chiama Gli amori difficili. Leggerlo così, su una carta francamente gialla, dentro un libretto dalla copertina austeramente verde – un cauto assennato verde degli anni Cinquanta -, leggere la data: “ 1951 “, pensare che allora, in quell’estate remota, io avevo sei anni, e, se leggevo, non leggevo di certo Calvino, tutto questo istituisce fra me e questa storia un distanza che non avevo previsto. Quello che sta accadendo, penso, è esattamente questo: un cinquantatreenne legge qualcosa scritto quarantasei anni fa da uno che aveva venticinque anni quando lui ne aveva sei. Quello che di seguito penso è che, capire veramente di che si tratta, in queste condizioni non può essere facile. Ma questo è solo un esempio, perché la verità è che, quando si legge, non si capisce mai davvero ciò che si legge. Anzi, io penso che il piacere del leggere è in una certa parte proprio nel non capire – oppure capire solo in parte, interpretare, divinare, fraintendere. Si legge per sentirsi un po’ fessi – fesso chi legge, come dice l’antico graffito -? No: chi legge non è così fesso, se legge avrà pure le sue ragioni, il suo tornaconto, ci troverà il suo gusto. Che sia la “ tènerezza “? Bisognerebbe pensarci su. Per intanto, poiché la comprensione piena, l’intelligenza integrale, la celebrata chiarezza sono tutte almeno improbabili – di questo sono sicuro -, è bene che ci sia qualcos’altro a portata di mano – o di occhio, o di orecchio -: la “ tènerezza “, forse.

Giovedì 12 giugno 1997 – Nella foto la didascalia ammira il silenzio. Essenziale. Eloquente. Vorrebbe essere così: esatta, puntuale, perfetta. La didascalia – che odia le chiacchiere – non può tuttavia fare altro che limitarsi ad essere “ di poche parole “.

Giovedì 5 gennaio 1998 Chi va Piano / va sano / e va lontano / (Se si chiama Renzo, / io penso).

Lunedì 9 marzo 1998 – Oggi è il 9 marzo ed è lunedì. Che sia il 9 marzo non significa niente, che sia lunedì in­vece è importante. Il lunedì è un giorno molto « da diario », perché è il primo giorno della settimana, un giorno “ di inizio “ e, a guardare bene, un diario è fatto tutto di inizi. Ogni volta – ogni giorno, ogni frase – si inizia qualcosa e il fatto che finisca presto o addirittura prestissimo non toglie il fatto che si è iniziato. Il piacere dell’iniziare è quanto basta a un diario, perché un diario – ecco il punto – di accontenta di poco. Non c’è diario, tuttavia, che non vorrebbe qualcosa di più: diventare racconto, trasformarsi in romanzo. Riscattarsi dall’insignificanza del tempo, guarire dalla patologia del puro e semplice gesto. Il gesto di iniziare, l’atto di scrivere. Dire fare baciare lettera testamento. Invece di limitarsi a dire, a fare, a baciare – che sono tutte cose che lasciano il tempo che trovano – essere almeno una lettera, o, male che vada – è andata male – un testamento.

Giovedì 10 settembre 1998 – Capii che mi avevano fregato quando seppi che una certa signora mi chiamava “ il grande Gatsby “. (Capii come mi avevano fregato)

Domenica 27 giugno 1999 – “ Non è morto, è sparso “, diceva lo studente all’amico. Mi camminavano davanti, nei vicoletti della città vecchia, della vecchia città. Parlavano di letteratura, parlavano di Pavese. Aveva parlato come un contadino: “ sparso “ voleva dire “ sparito “, “ scomparso “. Ed è cominciata una notte di avventurose ricerche, non di Pavese però, ricerche e basta. Prima avevo sognato che il dentista giovane, un po’ per sbaglio e un po’ per cattiveria, mi aveva fatto a pezzi la dentiera. Poi ho sognato la tromba d’aria a Castiglione della Pescaia, poi la comunità di ex drogati al convento dei Cappuccini – ce n’era uno che era scomparso -, poi… In generale, come sempre quando sogno, ho dormito meglio.

Appendice:

Venerdì 16 giugno 2000 – “ È un Duccio “, diceva il mio professore di storia dell’arte della mia fidanzata. Ma io, che non avevo voglia di studiare la storia dell’arte, mi limitavo a constatare che alludeva al pittore senese, l’ovvio per noi senesi Duccio di Buoninsegna. Che poi il mio amico d’infanzia si chiamasse Duccio anche lui, non mi sembrava neanche una coincidenza. A quei tempi non avevo neanche voglia di fermarmi a notare le coincidenze. (Comunque, se una è un Duccio, forse è un pittore, forse è un quadro, forse è un amico d’infanzia, ma una donna è l’ultima cosa che è) (C’è poi da dire che il mio amico Duccio era un po’ scemo, almeno nelle cose, dico, in cui non ero scemo io)

 

[Immagine: Henri Evenepoel, Autoritratto (1898)]

Lascia un commento

I campi obbligatori sono contrassegnati con *.