di Walter Siti

[LPLC si prende un periodo di vacanza. Per non lasciare soli i lettori, ripubblicheremo alcuni post usciti nel corso del 2017. Quello che segue è apparso il 27 settembre 2017, in occasione del ritorno in libreria, a dieci anni dalla sua prima apparizione, di Il contagio di Walter Siti, edito da Rizzoli con un post scriptum inedito ambientato nel 2017. Queste sono le pagine iniziali del libro] .

Post scriptum
2017

«Professore, si ricorda di me?»
Al Colosseo di Pietralata si accede da via Bombicci, dopo una breve deviazione in salita; un doppio arco di cerchio sfalsato se visto dall’alto, ma i costoloni verticali lo fanno credere poligonale e l’assomigliano a un sottoproletario Castel del Monte; l’interno ha l’aspetto di un anfiteatro con piante, sedili di pietra e panni stesi – un centro culturale al pianterreno, un elettrauto, un poliambulatorio, due “incubatori d’impresa”, pilastri bruciacchiati e murales, disoccupati sospettosi alle finestre. Un senso generale di rilassata e complice sguaiatezza.
«Mi deve scusare, la voce mi dice qualcosa ma…»
«Ma il fisico fa schifo, vabbè, a qualcuno piacerò… sono
Mauro, Mauro Ciacci, l’amico di Marcello Moriconi…»
(un lampo doloroso, qualche flash lusinghiero, il professore avverte una fitta di riconoscimento all’inguine)
«… se semo pure incontrati ’na vorta a Tor Vergata, all’ospedale…»
«Ma certo, certo, come stai? Siamo cambiati tutti…»
«Eh, ma io de più… so che lei ha avuto grandi successi… l’ho vista in televisione dalla D’Urso, da Floris, da Luca Telese… se non sbaglio ha vinto un premio importante, il Campicello…»
«Più o meno, per il mio romanzo peggiore… ma diamoci del tu come allora, ti prego… ho vinto il campionato fatto per scherzo ma a quello vero non mi lasciano iscrivere.»
«Chi te capisce è bravo, non sei cambiato pe’ gnente.»


Il dialogo si svolge al centro del cortile, dove domina incongrua una gigantesca voliera piena piena di pappagallini brasiliani gialli e verdi.
«Chi ha avuto l’idea di metterli qua?»
«So’ de Straccaletto, mo’ che non comanda più il giro s’è
dedicato all’uccelli… ma lei… no, te, che ce fai da ’ste parti?»
«Sopralluoghi per una docufiction di RaiDue… ma son mica sicuro che si farà, per colpa d’una produttrice incostante come la luna…»
«Nun te infilà nei guai, me raccomando… qua ’o sai come funziona, ce stanno ’e sentinelle e si venite a smucinà co’ ’a macchina da presa je interrompete er commercio… ve conviene parlà co’ chi de dovere, no co’ ’a Raggi… lo dico pe’ voi… anzi pe’ te, dell’altri che me frega…»
«Tranquillo, stiamo ancora al caro amico… però ho visto che m’hanno già fotografato… so che devo domandare il permesso a un certo Carmine… è un primo contatto alla ricerca di belle storie.»
«Zitto, nun te fa sentì… manco ’o devi scrivere, quer nome… se m’accompagni in via del Peperino, e mi dài dieci minuti, poi te la racconto io ’na bella storia… la mia.»

Seduti all’ombra, con due triangoli di pizza e mezzo litro di romanella.

«Tornato dall’America m’ero talmente depresso che Simona l’ho lasciata andà per la sua strada, non sapevo ’ndo sbatte la testa… avevo persino progettato de tornà a Colleferro, che sarebbe stata ’a morte… sicché Carmine, giustappunto, m’ha proposto un lavoro de truffa… poi i nomi li cambi… che consisteva in telefonate che facevamo alle ditte per farci portare del materiale… roba d’edilizia, di ristrutturazioni, lavatrici, tubi, climatizzatori… quando veniva il corriere facevo scaricare in un magazzino fittizio, davo l’assegno all’autista, lui mi firmava la bolla e appena l’autista usciva di là le cose venivano subito ricaricate… l’assegno che io j’avevo dato era a vuoto… facevamo dei RID bancari… postdatato a sessanta giorni era il massimo, perché la gente è malfidata… scaricavo qualsiasi cosa, tipo ’no smorzo ti richiedeva cinque o sei bancali di porfido… i rotoli d’asfalto se li prendono tutti… la roba quando arivava era già venduta, come su ordinazione… dopodiché ripulivi tutto e non c’era più nessuno, staccavi le utenze telefoniche e chi rimaneva era l’amministratore unico, cioè in quel caso io, che poteva essere perseguitato…»
«Al massimo potevi farlo una volta, poi ti sgamavano…»
«La difesa era che io non potevo pagare perché l’altri m’avevano solato a me e io ero rimasto come don Falcuccio, e ch’ero stato costretto a chiude ’n fallimento… io automaticamente passavo in protesto però Carmine… sempre ’sto cristo me salta fòri… lui lo poteva fà mille volte co’ altri prestanome… io lì ho guadagnato quindicimila euro in due mesi, figurati loro… che poi so’ stato veramente ’n cojone… all’epoca pippavo de brutto, ’o sai, e co’ ’a roba ce diventi, ’n cojone… ce sarebbi dovuto stà tutte ’e matine a ’e otto, l’occhio der padrone ingrassa il cavallo, ma io certe matine manco ’o sapevo che esistevano le otto…»
«E le ditte, scusa, non ti hanno cercato?»
«Le ditte per prima cosa sono assicurate… infatti non ci pijavamo ditte piccoline, famigliari, perché li mandi a zampe pe’ ll’aria, e se quello poi te trova non sai mai come reagisce… comunque nell’accordo co’ Simona a nostra fija ce dovevo pensà io, sicché me so’ venduto pure la casa ai Monti del Pecoraro, che non la potevo vendere perché non era mia, era dell’ATER… io sono andato a vivere in un campeggio con la roulotte davanti al fiume… stavo bene pure là, libero, me piace stà da solo… meno che quand’è nevicato a Roma, che so’ annato in un albergo quattro stelle… l’dell’ATER ancora adesso non sa niente, se pensano che vivo sempre da loro… ho regalato a mi fija pe’ dieci anni a venire e ho investito ventimila euro per un negozio a Val Melaina, de vestiti usati che se pijaveno a Napoli in balle… poi però le Ferrovie hanno avuto necessità der locale e io ciò perso i ventimila, sennò me facevano causa…»
Il professore osserva Mauro gesticolare, occupare punti diversi dello spazio, agire nella vita; come se venisse da un altro mondo, o da un mondo sepolto che lui ha ripudiato.
«Non riesco a capire se sei povero o ricco.»
«A me m’ha rovinato ’a guera, a Wà…»
«In che senso? sembri Alberto Sordi…»
«Che dopo la fine del locale in Val Melaina, i soldi a Simona non glieli potevo più riprendere perché ciaveva intestato, come se dice, un fondo, un capitale per la bambina quando ciavrà diciott’anni, o sedici, boh… avemo litigato, se semo pure menati… allora er nome che nun se po’ dì me fa “te metto in uno sgobbo più mejo”… te ricordi che Gianfranco se n’era ito in Germania… Gianfranco, quello dell’appartamento grande, col figlio handicappato…»
«Ce l’ho presente anche troppo, sì…»
«Lui lavorava pe’ Car… beh, me chiama e me dice “t’aa senti de venì in Germania?”… che problema c’è, erano le dieci della sera, alle sette antimeridiane stavo all’aeroporto… e lì comincia la storia bella, quella che te volevo raccontà.»

 

[Immagine: Robert Mapplethorpe, Orchid and Hand].

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