Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Paesaggio con manichini

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di Paolo Zanotti

[LPLC si prende un periodo di vacanza. Per non lasciare soli i lettori, ripubblicheremo alcuni post usciti nel corso del 2017. Quello che segue è apparso il ​16 novembre, in occasione dell’uscita di L’originale di Giorgia e altri racconti (Pendragon) di Paolo Zanotti. Queste pagine sono un estratto dal racconto Paesaggio con manichini].

La finta fantascienza, partita come un gioco d’infanzia, per noi era presto diventata un automatismo, nessun bisogno di sforzarsi, di strizzare gli occhi finché non si riempiono di piccole esplosioni, stelle filanti, cuccioli di ippopotamo. Mi accorgo che è difficile spiegare quella che è fondamentalmente una questione di sguardo. Forse si tratta di una delle poche varietà di fantasticheria (ammesso che si tratti solo di questo: potremmo anzi chiamarla una filosofia) che è più facile vivere che descrivere. A parole anzi è del tutto impossibile. La chiesa del tuo quartiere, se la guardi sotto la giusta angolatura e nella notte, puoi benissimo prenderla per un manufatto alieno attorno al quale il quartiere si è prudentemente rannicchiato. La più insulsa scena di colazione (il caffè sul fuoco, il coltello che stende la marmellata) può celare interessi insospettati non appena ce la fai a convincerti che si tratta di riti sopravvissuti: il caffè e la marmellata non sono reali, non sono nemmeno nutrienti, sono solo rami secchi della storia, riti che non siamo riusciti ad abbandonare a mille anni dalla scomparsa dell’ultima fetta di pane, dell’ultimo frutto marmellatizzabile.

Quel che voglio dire è che è solo in base a questa specie di automatismo, a questa abitudine di messa a fuoco, che io sono riuscito a vedere subito, a credere quasi, anche se si trattava di qualcosa di scriteriato, in quello che Alex e Sofia stavano facendo. Da quanti mesi è iniziata la nostra navigazione (a vista, messianica) in questa stanza? Cinque? Sei? Per quanti mesi Alex non ha messo neanche il naso fuori? Per quanti mesi Sofia non ha cambiato quel suo ridicolo abito da sposa, ormai una tavolozza di macchie e piagnistei?
Li guardo. Dormono rettilinei sui materassi trascinati in soggiorno. Confronto con i corpi orizzontali le loro rispettive versioni in cera. Grazie al mio sguardo interstellare li posso vedere come due astronauti ibernati, ma anche, contemporaneamente, come due anime perse in una sterile catatonia, in attesa di nemmeno loro sanno cosa e che, certo con altre intenzioni, ma sono stato io a innescare. Sono come ipnotizzati, mi dico, perduti nell’attesa e, forse, a modo loro, sideralmente felici.
Ho dei dubbi? Beh, non devo. È questo il mio completo fallimento, il fantasma del mio operato. Come hanno potuto ridursi così? O, meglio, come ha potuto ridurli così? Come ha potuto farmi questo? Parlo del Lemure, certo. Il Lemure: il rinnegato, colui che un tempo era stato il figlio del mio esotismo. Che ha regalato l’ocarina a Sofia. Che (almeno così dice lei) l’ha chiesta in sposa. E che non arriverà.
La pioggia ormai descrive lunghe diagonali strascicate sui vetri, come sui finestrini di un treno in corsa. Là fuori, nello spazio profondo, l’umiltà delle cime degli alberi fa indovinare un vento impetuoso, le nuvole sono qualcosa di enorme e imbizzarrito.
Anch’io, come tutti, ho il mio elenco di cose che mi fanno paura: la solitudine, poniamo, e gli incendi, i ragni troppo grossi e le stanze troppo piccole, le strade di campagna e i televisori accesi la notte, i sogni di animali compositi e quelli di bambine bionde. Ma niente, davvero niente, mi fa più paura delle nuvole.

Epoche. Nel 1971 i tre quarti dei bambini avevano il permesso di attraversare la strada da soli, metà di andare in autobus da soli, due terzi possedevano una bicicletta. Nel 1990 metà dei bambini avevano il permesso di attraversare la strada da soli, neanche due su sette di andare in autobus da soli, quasi tutti ormai avevano ottenuto la bicicletta ma senza poterla usare. Inutile dire che all’altezza del 1990 era anche scomparsa la possibilità che un bambino restasse fuori casa col buio.
Io e Alex nel 1971 eravamo troppo piccoli, ci era stato quindi riservato di crescere nel momento peggiore. Questo a maggior ragione varrebbe per Sofia, ovvio, ma con le sorelle prima di una certa età non si hanno grandi rapporti. Di quello che mi è successo all’inizio ho poche isole di memoria: di quando due incoscienti mi gettarono nel mondo, di quando il mio corpo tardoinfantile incubava all’asilo all’ombra di un siniteparvulos in gesso, dell’appicicaticcia disciplina elementare. Ma quello che ricordo saldamente è quel piccolo giardino pubblico di periferia che in origine doveva essere nato come aiuola spartitraffico e che poi, dacci e ridacci di semi dispersi e sabbia caduta con la pioggia, aveva raggiunto una dimensione ragguardevole, cresciuto come l’isola attorno al suo vulcano. Sui confini la barriera dei tigli non era troppo consistente, per cui ci si trovava comunque assediati dalle macchine. I clacson ti circondavano con i loro gridi di battaglia, le mamme passavano sospingendo carrozzelle o strascicando borse della spesa, i nostri coetanei li vedevi in capannelli intenti a scambiarsi le figurine. Gli inizi di una silenziosa cospirazione di reticoli e oggetti, credo che già allora pensassi (lo so che non è troppo verosimile, ma non è neanche il caso di preservare l’infanzia dai pensieri adulti, l’infanzia non è mica niente di speciale e fine della parentesi), oggetti ancora non troppo differenziati, automobili tutte squadrate, bambini non troppo grassi, apparenze di un mondo a venire, angeli o diavoli custodi pronti a fotterci non appena fosse venuto il momento propizio. Insomma, questo il ritratto generale.
Ricordo Alex come un bambino smarrito e dall’aria convalescente. Ricordo che io mi stavo apprestando ad attraversare d’un fiato con la mia bicicletta nuova un grosso boschetto di ortiche che infestava il margine dei giardini e che mi era stato segnalato da quella saputella di Sofia, quando dal nulla avevo avvistato un bambino che arrivava e si piazzava giusto giusto davanti alle ortiche e in mezzo alla mia traiettoria, un bambino troppo biondo per meritare di vivere. Indignato, mi lanciai in una corsa mulinante, frenando e sgommando abilmente un pelo prima di inforcarlo. Ma lui niente, non aveva paura, sembrava ipnotizzato.
“Non le avevo mai viste queste ortiche”, mi disse ispirato, come fosse normale rivolgersi così al signore dei giardini. “Pensa… Pensa se fosse l’avamposto di un’infestazione. Pensa se fosse proprio,” riferendosi qui a un popolare cartone animato di quegli anni, “un avamposto delle mazoniane”.
Siccome le aliene vegetali (verdi, affusolatissime carogne) piacevano anche a me decisi che l’avrei risparmiato. Gli chiesi persino come si chiamava. Incredibile ma sembrava non ricordarsene. “A… Ale… Aless…” (prima ancora che finisse decisi che l’avrei chiamato Alex, più pratico) “Alessa…” Ma fu un’altra voce che si incaricò di completare. Non ricordo bene il richiamo ma facile che fosse la cosa più banale possibile: “Alessandro, sbrigati che è tardi, dobbiamo tornare a casa”. O forse qualcosa di più minaccioso: “Alessandro, vieni qui, quante volte ti ho detto di non parlare con gli altri bambini”.
Avrei pianto per Alex vedendolo, alla sua età, ancora così sottomesso. A quella voce, come al tocco di un telecomando, si bloccò, il suo sguardo rivolto verso di me evidentemente mi attraversava, si voltò e raggiunse quella che doveva essere sua madre, una donna enorme e triste come un giocattolone a molla. La mamma-a-molla partì con una ramanzina che non potevo sentire, ma ricorderò sempre l’aria smarrita di Alex: ma io che c’entro? ma parla proprio di me? E ricorderò sempre anche il passaggio improvviso, premonitore, di quella nuvola sporchissima, proprio in quel momento, come per dirmi di darmi una mossa perché la minaccia era fin troppo incombente, come per dirmi di non sprecare le occasioni, ora che avevo finalmente conosciuto una mente delirante simile alla mia.
Nei giorni successivi passai tutti i pomeriggi in prossimità del boschetto di ortiche. Mi esercitai a fissare quegli steli coperti di peluria e vederci tanti corpi di mazoniane, corpi scheletrici che quando vengono colpiti bruciano come la carta. Le mazoniane saranno anche vegetali, ma pericolosissime. E in più forse non sono neanche donne (propriamente i mazoniani non esistono, perché la loro specie si riproduce gettando semi a caso nell’universo). Non sono come noi terrestri, non sanno pensare per conto loro, sono più simili a termiti, api, formiche. La regina Raflesia le comanda tutte, la regina Raflesia pensa o vuole qualcosa e tutte le altre, giù giù lungo la scala gerarchica, dicono: sì obbedisco. Dato che ero un bambino precoce, continuando a pensare alle mazoniane mi venne presto il dubbio che tutta questa diversità tra Mazone e la Terra fosse solo propaganda. Per quel poco che conoscevo della vita, anche gli uomini somigliavano agli insetti. Per esempio, benché io fossi nato dall’unione assai probabilmente fisica di un uomo e di una donna, i miei genitori erano dei perfetti idioti. Pensando questo passava il pomeriggio. E di Alex neanche l’ombra.

Quando tornò, tre giorni dopo, approfittai dell’unico momento che la sua mamma l’aveva lasciato solo (si era distratta con un’amica magra e grigia come una zanzara) per avvicinarlo. Si scusò dicendomi che nei giorni prima aveva avuto un attacco di, ehm, quella cosa che ti fa andare sempre in bagno, e non era potuto uscire. Ci spostammo a scrutare la chiazza di ortiche come avremmo contemplato il mare in tempesta. Avendo avuto un po’ di giorni per lavorare sulla teoria, gli rivelai solennemente che le mazoniane avevano già vinto, che l’umanità era morta da, non ricordo più la cifra, anni, che gli uomini rimasti sulla terra erano solo dei cloni manovrati, e che però per qualche meraviglioso accidente (simile a quando, tramite evoluzione, nasce un ruminante dal collo più lungo e fa carriera come giraffa) ogni tanto nasce ancora qualche clone pensante, ma è destinato a una vita triste, perché capisce che negli altri c’è qualcosa che non va. Ci fissammo con stima mista a compatimento, attribuendoci a vicenda il triste privilegio.
Lui mi disse che i suoi genitori lo mandavano in una scuola privata molto triste, e che questa storia dei cloni gli aveva fatto capire perché era sempre stato, da che si ricordasse, così straziato e sonnolento.
Io gli dissi che noi cloni abbiamo dei poteri esp alla nascita (tipo saper indirizzare in volo le sassate) che però ci vengono disattivati per controllarci meglio, ma che i cloni liberati possono imparare a riattivarli.Lui mi disse che gli sarebbe tanto piaciuto avere un amico, perché si era sempre accontentato di parlare al muro, e se per piacere gli potevo far vedere come funzionava il controllo in volo delle sassate.
Io gli dissi che in me aveva trovato un amico vero, ma che come regola generale sempre meglio gli amici immaginari dei muri. Quanto alla questione dei poteri esp, qui non nego che il richiamo della mamma-di-latta mi tornò davvero comodo. Prima di correre da lei, Alex mi lasciò stringendomi la mano commosso e giurando che non avrebbe divulgato il gran segreto.

Alex, che era cresciuto pensando di essere l’unica persona disadattata sulla faccia della terra, era molto sensibile alla mia amicizia e alle mie coccole. Essendo molto più cane sciolto di lui pensavo io a tenere i contatti. Lo andavo a trovare regolarmente alla sua scuola di lusso durante gli intervalli. Nelle notti più chiare presi l’abitudine di insinuarmi nel giardino della sua villetta per incoraggiarlo a uscire (sapeva scavalcare il davanzale con un certo stile, ma fatalmente incespicava all’ultimo), a esplorare insieme a me il continente perduto delle ore della notte. Il più delle volte finivamo per muovere verso l’estrema periferia e ci ritrovavamo sulle sponde di un piccolo canale. Comportandoci da cospiratori (alle nostre calcagna c’era sempre una piccola ombra incappucciata, che riuscivamo a seminare solo a costo di tortuose deviazioni) prendevamo posto sulle gradinate dell’oscurità e parlavamo interminabilmente e a bassa voce di pterodattili, grandi amori e lunghi viaggi che avremmo fatto da grandi. Alex ogni tanto tossicchiava, un po’ per la paura un po’ perché a star fuori dopo il tramonto prendeva freddo. Poi come sempre mi chiedeva come si faceva a indirizzare i sassi in volo. Io, spazientito, alla fine estrassi un sasso piatto dalla compattezza dell’argine e lo lanciai, annunciando a posteriori il numero dei rimbalzi e il punto che avevo voluto colpire. Questo lo impressionò.
Per me far colpo su di lui era una cosa importante. Non che mi mancasse il carisma, ma era la prima volta che mi capitava di avere qualcuno così totalmente subordinato, così totalmente per me. Mesi dopo, all’argine, a distanza di sicurezza dall’ombra nera che ci spiava, gli rivelai che secondo me non eravamo ancora arrivati a un punto di non ritorno con gli alieni. Ci stavano assoggettando, sicuro, ma non lo eravamo ancora del tutto. Eravamo la loro batteria di polli di allevamento, non ancora la loro carne da cannone. A questo punto, terrorizzato, Alex ebbe un attacco d’asma. Gli dissi di rilassarsi e di prendere il suo tempo, io intanto ne approfittai per correre a fare sciò sciò all’ombra acquattata.Ragionevolmente sicuro che non ci avrebbe più scocciati tornai da Alex. Dove eravamo rimasti? Ah già, i polli d’allevamento. Che prove potevo addurre? Gli ricordai quel famoso episodio della nostra vita televisiva, la storia del bambino caduto nel pozzo che non riesce a tornar su. La prova che non siamo ancora alieni, gli dissi oscuramente, è che abbiamo provato a tirarlo fuori con i metodi e i macchinari più assurdi e dispendiosi, tutto invano, che fallimento, che pena, mentre una seria razza di alieni gerarchicamente organizzata si sarebbe radunata in cerchio attorno al pozzo, un tenente alieno avrebbe distribuito palette e secchielli e poi diecimila alieni soldati semplici avrebbero continuato a scavare attorno al pozzo in modo da salvare il bambino eliminando il pozzo. Non era forse più logico?

 

[Immagine: Silvia Camporesi, Giostra (particolare)]

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