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Comunisti sulla Luna

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di Massimo Raffaeli

[Questo intervento è uscito su «Alias»].

Chi oggi non è più un ragazzo può ricordare che negli anni Sessanta alle cagnette veniva imposto preferibilmente, specie nelle regioni rosse, il nome di Laika. Erano bastardine ubicate in casa di comunisti o, per meglio dire, di militanti filosovietici del Pci. La prima Laika non aveva un pedigree, pare fosse una randagia per le vie di Mosca, una bastardina e però molto sveglia, resistente, che qui a molti rammentava Flaik, il cane di Umberto D. nel film di Vittorio De Sica, che i nostri democristiani, e ovviamente filoamericani, avevano ritenuto un agente criptosovietico o un delatore sotto copertura della miseria italiana. Laika fu imbarcata nella capsula spaziale Sputnik 2 il 3 novembre del 1957 e fu il primo essere vivente ad orbitare nello spazio mentre il suo lancio festeggiava in maniera trionfale il quarantesimo anniversario dell’Ottobre rosso. Nello spazio morì, venne immolata nella soddisfazione della burocrazia sovietica come nell’ammirazione di quanti immaginavano nel suo musetto arguto e inerme un gesto di sfida e ormai una vittoria, nella incipiente corsa allo spazio, sul capitalismo americano e la sua poderosa macchina industriale-militare. Ma Laika è appena il battistrada di colui che pare esclamasse, volitando fra il Pianeta blu e la Luna Rossa, “di quassù la terra è bellissima, senza frontiere né confini” ovvero (ma qui l’affermazione è meno certa e sa troppo di ateismo di stato) “quassù non c’è nessun dio”, vale a dire Jurij Gagarin, il primo uomo lanciato nello spazio il 12 aprile 1961, l’eroe della destalinizzazione e il talismano anti-Kennedy, di schiette origini proletarie, già impegnato da bambino nella Resistenza antinazista, poi primo della classe in aviazione, dotato di una straordinaria tempra psicofisica, insomma un modello ideale per Nikita Chruscev e la Nomenklatura, un eroe da brandire contro la corrotta nonché ritardataria rincorsa degli yankee.

Non basta, perché c’è un terzo tempo, che al suprematismo del Cremlino sembrò definitivo, e incarnato addirittura da una donna, Valentina Tereskova, la prima cosmonauta (gli americani viceversa dicevano astronauta) il cui lancio risale al 16 giugno del ’63. Valentina ha soltanto ventisei anni, è una ragazza gioviale, gradevole, e il suo aspetto contraddice lo stereotipo, vulgato in Italia dai grandi giornali borghesi o dai fogli neofascisti come “Candido”, della donna sovietica rozza, asessuata o semmai decisamente mascolina. Il mito sorridente di Valentina sembra proclamare una vittoria ma, involontariamente, annuncia l’inizio della fine: sei anni dopo, quando al Cremlino è ben insediata la cricca neostalinista di Leonida Breznev, saranno infatti gli americani, il 20 luglio del ’69 con l’equipaggio dell’Apollo 11, a mettere per primi piede sulla luna e dunque a stravincere la battaglia dello spazio che in effigie anticipa la conclusione della stessa Guerra Fredda. Di tutto questo tratta, con dovizia bibliografica e documentaria, un bel volume di Stefano e Marco Pivato I comunisti sulla Luna. L’ultimo mito della Rivoluzione russa (il Mulino, “Intersezioni”, pp. 239, € 16.00), diviso in due parti, l’una concernente la ricezione italiana del mito aerospaziale sovietico l’altra invece dedicata, in maniera sintetica ma davvero limpida, alla cronologia e alla fisionomia dei rispettivi protagonisti di quell’epico contenzioso. Non è certo un caso che, al di là dei progetti pionieristici, tutto prenda davvero avvio nella primavera del 1945, a Peenemunde, in territorio tedesco. Lì i soldati liberatori del leggendario Zukov requisiscono quanto rimane in deposito delle micidiali V2 lanciate contro l’Inghilterra e il Belgio in attesa della megabomba, presagita e mai costruita, con cui Hitler negli ultimi giorni del proprio delirio minacciava di sterminare gli alleati e con essi il genere umano. Fatto sta che il progettista ha lasciato orfani i suoi ordigni solo per consegnarsi, con i più stretti collaboratori, agli americani. E’ sempre stato un nazista osservante se non proprio fervente, si chiama Wernher von Braun ed essendo un genio pragmatico della missilistica, non un semplice cumulo di deiezione organica quale per esempio il suo superiore feldmaresciallo Goering, anziché impiccarlo gli americani lo assumono. Pochi anni e sarà l’onnipotente responsabile della Nasa nonché il bersaglio grottesco di un ex pilota dell’aviazione britannica, Peter George, nel soggetto de Il dottor Stranamore (tradotto al cinema, tutti lo sanno, da Stanley Kubrick) che comincia con una diagnosi presaga: “Due grandi nazioni possedevano, fra tutte e due, il novantacinque per cento della potenza atomica, sia per le armi in sé, sia per i mezzi necessari per portarle a destinazione. Le due potenze non erano in rapporti amichevoli, e questo è per noi difficile da comprendere, perché entrambe erano rette da sistemi politici che ci sembrano fondamentalmente simili”. Sia detto ora per allora, niente affatto simili ma senza dubbio equipollenti perché la corsa allo spazio, come attesta lo studio di Stefano e Marco Pivato, fu un conflitto da entrambe le parti annunciato senza essere direttamente combattuto. Se gli americani subirono un danno decennale di immagine è per avere concentrato in un primo momento ogni sforzo tecnico-economico sull’aviazione e sulle armi, convenzionali e nucleari: all’opposto, se alla lunga i sovietici dovettero soccombere è non solo per l’enorme inferiorità delle risorse a disposizione ma per l’invadenza dispotica dell’apparato politico e per l’elefantiasi di una burocrazia pressoché zarista. Perciò, censiti da Stefano Pivato nella prima parte del volume, oggi sul serio stringono il cuore e danno da pensare le reazioni plateali della base come più in generale della intelligenza comunista, in Italia, di fronte alle imprese di Laika, di Gagarin e di Valentina, tanto più se le calcoliamo cronologicamente situate fra la repressione dei moti in Ungheria, la costruzione del Muro di Berlino e la incipiente glaciazione brezneviana. Il mito dello spazio era evidentemente una ideologia e perciò, in senso strettamente marxista, tanto una falsa coscienza quanto un resarcimento fantasmatico. Sono implicati in una simile apologia scrittori che abbiamo molto amato, come Gianni Rodari, e pochi fanno sul serio eccezione (tra costoro, vale ricordarlo, Lucio Lombardo Radice). Nel libro non è comunque menzionato l’omaggio più vistoso a firma di un futuro Premio Nobel, Salvatore Quasimodo, il quale su commissione dell’“Unità” (teste il critico Gian Carlo Ferretti, allora redattore del quotidiano, che ne parla nell’autobiografia Una vita ben consumata, Aragno 2001), scrisse all’impronta per lo Sputnik 1 i versi intitolati Alla nuova luna (poi nella raccolta La terra impareggiabile,1958) dove si legge che tale impresa rinnovella la creazione del mondo e che un dio redivivo “senza mai riposare/ con la sua/ intelligenza laica,/ senza timore, nel cielo sereno/ d’una notte d’ottobre,/ mise altri luminari uguali/ a quelli che giravano/ dalla creazione del mondo. Amen”. Sono per l’appunto versi auto-evidenti, si commentano da soli. E’ vero che la fantascienza americana di quegli anni ridonda di comunisti travestiti da marziani ma è anche vero che il primo a dare notizia dello Sputnik sulla stampa del Pci fu Pier Domenico Colosimo e cioè Peter Kolosimo, il pioniere, è detto tutto, della fanta-archeologia.

 

[Immagine: Sputnik 1]

Un commento

  1. “ Giovedì 26 novembre 1998 – Quando, come ha fatto ieri, Bucchi fa una vignetta in cui si vede la cagnetta che quarant’anni fa fu la sfortunata protagonista di una delle prime imprese spaziali, giocando sul doppio possibile senso/suono del termine « laica » – « Sulla rampa di lancio il nuovo assetto scolastico / L’istruzione Laika », in «La Repubblica», mercoledì 25 novembre 1998) -, mi aiuta a confermarmi nell’opinione che la disposizione umoristica può produrre anche effetti più interessanti del puro e semplice riso. Per esempio in questo caso, nel mentre mi fa tornare in mente un epigramma di Alfonso Gatto, giusto di quarant’anni fa – « Erano i giorni che Laika moriva / nella sua botte di ferro e d’orgoglio. / Qui, sulla terra, durava l’imbroglio / delle bottiglie che servono il vino », in «L’Almanacco del pesce d’oro», 1960 [1959] -, mi fa capire che forse la « trovata » – nel senso di felice intuizione – di Bucchi era già sottintesa nella « trovata » – intesa nel senso di un « trobar » sia pure epigrammatico – di Gatto: cioè che anche allora c’era di mezzo una « laica ». « Nel senso di creatura di sesso femminile di sentimenti non religiosi? » Sì, oppure, volendo, di cagn(ett)a. (Comunque l’epigramma/denigramma di Gatto non l’ho capito) “.

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