di Gianluigi Simonetti

[Questo articolo è uscito sulla Domenica del «Sole 24 ore»].

Per la poesia italiana il Novecento è davvero un secolo breve: finisce, di fatto, negli anni Settanta, quando il genere in molti sensi cambia pelle – per poi entrare in una crisi di visibilità sociale e culturale destinata a approfondirsi col passare del tempo. Questo suggerisce un’interpretazione critica ormai consolidata, che comincia dalle prime annotazioni ‘in diretta’ di Berardinelli e Cordelli, in una piccola ma importante antologia poetica chiamata Il pubblico della poesia (1975); questo conferma l’ultimo numero della rivista specialistica «Ticontre» dedicato alla poesia italiana dal ’75 a oggi, nel quale tra l’altro Guido Mazzoni fa il punto sulla storia sociale della nostra versificazione recente. Colpisce il fatto che all’inizio degli anni Settanta, mentre la società si fa compiutamente di massa, alcuni dei nostri poeti più noti e affermati, come Montale e Pasolini, cambino insieme bruscamente registro, rinunciando definitivamente a scrivere in stile tragico; e che contemporaneamente molti dei migliori poeti emersi nel secondo dopoguerra – Luzi, Sereni, Caproni, Bertolucci – smettano di reinventare e aggiornare quel sapiente equilibrio di alto e basso che avevano messo a punto negli anni Cinquanta e Sessanta. Anche gli scrittori della (neo)avanguardia smettono di incidere, proprio quando sembrano sulla cresta dell’onda: avevano capito prima di tutti che la vecchia lirica egocentrica e sublime stava morendo, anzi doveva morire; avevano avuto buon gioco a metterne in luce gli aspetti più anacronistici e patetici; ma non riescono a rimpiazzarla con la loro antipoesia cementizia, dissonante, volutamente brutta.

Insomma, nello stesso breve giro di anni perdono colpi tutte le principali ipotesi poetiche del secondo Novecento: annaspa chi voleva riformare il lirismo tradizionale tenendo insieme vecchio e nuovo, ma anche chi voleva rivoluzionarlo in nome di una poesia senza io e senza bellezza. Più o meno da allora i poeti italiani si sentono autorizzati a fare quello che vogliono, non devono dar conto a nessuno delle proprie scelte formali perché mancano idee forti e nuove e massicciamente condivise su dove la poesia debba andare. Già nel calderone del Pubblico della poesia coesistevano senza problemi versi di tutti i tipi – dall’ironico allo sperimentale, dal diaristico al tradizionalmente lirico; da quel momento a oggi diverse generazioni di poeti hanno lavorato in direzioni diverse, tentando ciascuna a suo modo di ampliare o stravolgere lo spazio convenzionale della poesia: ora recuperando generi poetici non lirici (la poesia narrativa, filosofica, satirica o didattica), ora mescolando la poesia con altri generi letterari (il romanzo, il teatro, il diario), ora incrociandola con linguaggi artistici non letterari (la musica, la fotografia, la videoarte); magari rinunciando al verso, e mettendo alla prova del palco, del microfono o dell’installazione, o di altro, l’idea tipicamente otto-novecentesca di una poesia solo scritta, prevalentemente lirica, specializzata nell’esprimere contenuti universali e assoluti in una forma strettamente personale.

C’era però nel gruppo del Pubblico della poesia un esordiente che ha fatto strada rimanendo fedele alle ragioni della poesia-poesia. Già nel ’75 si mostrava insensibile al sarcasmo, tentato ancora e sempre dal sublime: era un milanese classe ’51, Milo De Angelis, lettore di Luzi, Bigongiari e Fortini: scrittori raffinati, difficili, capaci di versi memorabili e metafore definitive. Non gli interessava, e non gli interessa, allargare in orizzontale lo spazio di ciò che si può dire in poesia; come tutti i grandi lirici moderni si sente attratto dall’asse verticale, che lo spinge ora verso l’alto (l’infinito, il divino) ora verso il basso (l’oscuro, l’inconscio), nel sospetto di una simmetria, o coincidenza, fra questi due estremi. Un solo scopo, ma ambizioso; sfiorare, sia pure per un attimo e nella più grande economia di mezzi (poche parole, di solito semplici ma scelte attentamente, lasciate fluttuare nel bianco della pagina; pochi temi, sempre gli stessi, non sempre elevati e anzi a volta umili o meschini) niente di meno che la parte essenziale e assoluta, e quindi nascosta, della vita: «la nostra verità, la nostra ombra, il nostro segreto».

Da pochi mesi Mondadori ha raccolto l’opera in versi di Milo De Angelis in un volume intitolato Tutte le poesie. L’apparizione di questo libro è rilevante in sé, perché consolida la figura di De Angelis come uno dei due o tre maggiori poeti italiani viventi; ma assume un senso ulteriore se si considera, come credo si dovrebbe, la situazione complessiva della poesia italiana attuale. Mai come oggi la scena sembra tentata dal completare il gesto accennato negli anni Settanta: mai come oggi, in altri termini, la poesia sembra voler diventare altro da sé, facendosi romanzo, saggistica, rap, installazione – o silenzio. Mai come oggi il timore sconvolgente, e per questo inconfessabile, è che una lirica perfetta, ambientata nella nostra lingua e nella nostra vita, non si possa più né leggere né scrivere: non per mancanza di talento dei singoli poeti, ma per una disabitudine collettiva, sociale, alla verticalità, alla concentrazione, all’ascolto della lingua – ciò che spinge ogni vero poeta a quell’atto per tutti sommamente misterioso (ma per lui tassativo, indispensabile) che consiste nell’andare a capo. Ebbene, l’opera di De Angelis, raccolta in volume, ci ricorda invece, insieme a quella di non molti altri colleghi e colleghe, che l’espressione lirica resta possibile, che andare a capo ha un senso, insomma che si può ancora scrivere grande poesia – anche se forse questa pienezza di forma e di significato non la sopportiamo e non la meritiamo più. Possibile non vuol dire facile: tra le centinaia di testi che formano Tutte le poesie (otto raccolte pubblicate da De Angelis in quarant’anni di carriera, più due dozzine di inediti giovanili talora molto interessanti), le liriche impeccabili potrebbero ridursi a venti o trenta: ma queste venti o trenta resteranno tra le più belle mai scritte in lingua italiana negli ultimi decenni. Chi vuole potrà trovarle in buona parte dentro Somiglianze, la raccolta d’esordio; ma andando oltre s’imbatterà in altre grandi riuscite, come ad esempio – cito solo le prime che mi vengono in mente – E’ possibile portare soccorso agli assediati, Remo nel gennaio sconosciuto, Cartina muta, La buona notte, Semifinale, la serie di Hotel Artaud, oppure Nei polmoni:

La coperta, la sua forza, mentre crescevamo.
O gli occhi che ieri furono ciechi,
oggi tuoi, ieri l’inseparabile. Le fiale,
il riso in bianco diventano l’unico
mondo senza simbolo. Materia che
fu soltanto materia, nulla che
fu soltanto materia. Vegliare, non vegliare, poesia,
cobalto, padre, nulla, pioppi.

Come si vede, De Angelis non racconta, non spiega, non sonorizza, non decora e soprattutto non sperimenta; insiste a interpretare la sua arte come acrobazia, ispirata da forze linguistiche e psichiche di cui è solo in parte consapevole («Non scrivi ciò che sai, ma cominci a saperlo scrivendo»: così nell’autoriflessione che chiude il libro). Se ci si mette al servizio di potenze che non si controllano il rischio del fallimento comunicativo è sempre dietro l’angolo; i grandi lirici moderni corrono spesso questo rischio; ma quando la magia verbale si produce, ecco verificarsi quella situazione tipicamente lirica per cui gli oggetti o gli episodi più banali e quotidiani vengono sottratti alla ragione e al tempo abituali e consegnati a una ragione e a un tempo superiori: in un culmine di senso, in un presente assoluto. E’ quanto accade ad esempio in una poesia come La luce sulle tempie, non so se tra le più riuscite del volume, certamente tra le più istruttive:

Che strano sorriso
vive per esserci e non per avere ragione
in questa piazza
chi confida e chi consola di colpo tacciono
è giugno, in pieno sole, l’abbraccio nasce
non domani, subito

il pomeriggio, i riflessi
sui tavoli del ristorante non danno spiegazioni
vicino alle unghie rosse
coincidono con le frasi
questa è la carezza

che dimentica e dedica
mentre guarda dentro una tazzina le gocce
rimaste e pensa al tempo
e alla sua unica parola d’amore: “adesso”.

In versi come questi si dispiega tutto il mondo espressivo di De Angelis, ma prima ancora tutta un’idea profetica, ellittica e iniziatica di lirica, che ha radici antiche ma sempre meno interpreti qualificati. Per De Angelis poesia è ciò che serve a nominare, con la massima precisione formale e senza traccia di vergogna, quell’istante cruciale, circondato dal nulla, in cui l’episodio più contingente s’intreccia al sentimento della permanenza. Il suo stile è tutto teso a esprimere, anzi a catturare, questa sintesi suprema, irrazionale, contraddittoria. La compresenza tra istante e durata rivive così nel ricorso simultaneo all’ astratto e al concreto («i riflessi/sui tavoli del ristorante non danno spiegazioni»), o al corto circuito tra particolare e generale («guarda dentro una tazzina le gocce/ rimaste e pensa al tempo»). Musica e silenzio s’incontrano nella perentorietà degli a capo («questa è la carezza//che dimentica e dedica»). Ogni cosa risponde a leggi cosmiche e assolute, eppure ogni cosa è detta mentre sta accadendo: «esserci», «subito», «adesso».

[Immagine: Oscar Ghiglia, Limoni (1928-1930), particolare].

 

18 thoughts on “Milo De Angelis, presente assoluto

  1. ” Senza data [1975] – sono tornato in piazza / dove la settimana / i vecchietti scatarrano / (e i piccioni curano / di non restare colpiti) / dove al sabato / certe donne schitarrano / (e certi uomini, sembra, / restano ammutoliti) “.

  2. Dubbio: De Angelis è « uno dei due o tre maggiori poeti italiani viventi» perché Simonetti preferisce la «poesia-poesia» (o “in verticale”), perché De Angelis esce dalla Mondadori o perché la poesia di De Angelis, oscillando «ora verso l’alto (l’infinito, il divino) ora verso il basso (l’oscuro, l’inconscio)», indica «dove la poesia debba andare»?

  3. A mio modesto parere, la poesia italiana si è eclissata nel 1975, poiché in quel periodo vedevano la luce le opere dei nuovi poeti del XX secolo: i cantautori. Sopra tutti, io prenderei in considerazione i versi di Fabrizio De André e quelli di Roberto Vecchioni. Cito del secondo:
    “A parte che nel mare c’era gente insospettabile/Persino gli idealisti ci nuotavano benissimo…”.
    “… E non si è soli quando un altro ti ha lasciato/Si è soli se qualcuno non è mai venuto…”.
    Per quanto inerisce a De André, non cito nulla, poiché considero “sacra” tutta la sua produzione e, pertanto, non vorrei peccare di apostasia. Dico soltanto che Fernanda Pivano, nota americanista (a proposito, Bob Dylan ha vinto il Nobel per la letteratura), ha definito Fabrizio De André “Il più grande poeta del XX secolo”.

  4. Ho una domanda per Gigi, che ringrazio del bell’articolo. La poetica di Milo De Angelis, alla fine, può essere definita una reinterpretazione di quella modernista delle epifanie (momenti di essere, intermittenze del cuore…)? E in questo consisterebbe la sua verticale non contemporaneità?

  5. @Di Leno: ha certamente ragione sul nuovo medium universale di diffusione del poetico ed anche sul periodo storico in cui il transito si e’ compiuto in Italia, ma si tratta di idee gia’ acquisite anche a livello accademico. Trovo invece triste continuare a sovraccaricare nel 2018 la poesia di De Angelis di ultimativita’, mi pare una posa critica ormai stilizzata, elitista e retrograda che fa diventare De Angelis il santino degli ultimi settari, il lasciapassare iniziatico alla loggia degli ultimi difensori della lingua e che altro.

  6. @ Abate
    Che De Angelis sia uno dei maggiori poeti italiani viventi lo pensa un gruppo consistente e qualificato di cosiddetti addetti ai lavori. Lo penso anch’io, ma questo è irrilevante. Mondadori lo pubblica perché è bravo, o è bravo perché lo pubblica Mondadori? Lascio a lei la risposta, limitandomi sommessamente a osservare che non tutti i poeti Mondadori sono considerati tra i maggiori italiani viventi.

    @ Carnevali
    Grazie. No, non credo che De Angelis c’entri molto col modernismo. Scrive una poesia legata agli istanti, ricca di elementi plastici e (a volte) feticistici, e questo è oggettivamente epifanico, può far pensare al modernismo (insieme alla sintesi di singolare e cosmico). Vedo però differenze altrettanto importanti. Per esempio gli è estraneo il corazzarsi autodifensivo nel romanzo, e forse la dimensione stessa del racconto; al posto del tempo perduto c’è il mito, come in Pavese (“la lirica narra ciò che avviene una sola volta”). Psicologicamente mi sembra tomista più che dualista (quel particolare dualismo della della tradizione proustiana e montaliana). E poi gli manca l’aspetto analitico e riflessivo dell’epifania modernista: per lui la vita non è affatto un surrogato, anzi vivere conta più che comprendere. Poeta dell’autentico più che dell’inautentico, del kairos più che dell’intermittenza…

  7. “ Mercoledì 9 novembre 2016 – « Strano paradosso della poesia: puntare alla permanenza e farlo con i mezzi più poveri e antichi e indifesi: fuori dall’attualità, fuori dal commercio, fuori dall’economia, fuori da tutto, a volte anche fuori da se stessi, se noi scriviamo con una parte di noi che non conosciamo interamente, che è nostra e non è nostra, che scaturisce da una zona oscura e segreta anche per noi. Segreta e a volte sconvolgente. Ma così deve essere in poesia: per cambiare la vita di chi lo legge, un libro deve sconvolgere quella di chi l’ha scritto. » (Milo De Angelis, L’avventura della permanenza / Cosa è la poesia, in Doppiozero) “.

  8. @Abate
    Per fortuna.

    @Simonetti
    Ho una domanda per te. Può questa poesia-poesia, indicando dove essa ‘era già stata’, offrire, senza averne le intenzioni probabilmente, un percorso ancora oggi percorribile?

    @adriano barra
    Citazione straordinaria.

  9. @Gabriel
    Dipende. Se per percorribile intendi “capace di imporsi e creare un’influenza”, ho qualche dubbio, nel senso che – posto il grande valore di alcune poesie di De Angelis – il suo tipo di lirica mi pare destinato, nella situazione attuale della letteratura e della comunicazione – a vedere contrarsi il suo pubblico. Poesia difficile, per essere scritta, capita e apprezzata ha bisogno di concentrazione, tensione, sensibilità per la lingua, abbandono. Tutte cose alle quali ci stiamo disabituando.
    Se però per percorribile intendi “capace di dire qualcosa che non si può dire in un altro modo”, allora sì, penso abbia un futuro. Più le “arti poetiche” guardano altrove – a poesie narrative, o letterali, eccetera – più i pochi bravi poeti lirici (ma sono sempre stati pochi) hanno il compito di ricordarci che esistono modi diversi, e speciali, di usare le parole.

  10. @Gianluigi
    Grazie. La questione dell’egemonia mi interessa poco e ancora meno quella relativa al pubblico. Non mi sembrano questioni serie. Mi riferivo ad un senso più vicino alla tua seconda ipotesi. Dove percorribile sta anche ad intendere la possibilità di aprire sentieri, indicare orizzonti. Grazie di nuovo.

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