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Letteratura e realtà

Western e letteratura. Lonesome Dove di Larry McMurtry

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di Tommaso Pincio

[Questo articolo è uscito su «Alias»]

Il 1985 fu un anno miliare per l’America delle lettere. Fu difatti in quell’anno che Bret Easton Ellis debuttò con Meno di zero. E fu ancora in quell’anno che Don DeLillo raggiunse la maturità con Rumore Bianco. E fu sempre in quell’anno che videro le stampe libri significativi rimasti a lungo inediti: Queer di William Burroughs, una sorta di seguito della Scimmia sulla schiena; La strada per Los Angeles, primo romanzo di John Fante nonché primo capitolo della saga di Arturo Bandini; un paio dei tanti romanzi «seri» che Philip K. Dick si era visto rifiutare dagli editori negli anni Cinquanta. Per un interessante scherzo del destino, nel 1985, a distanza di poche settimane uscirono anche due tra i più importanti romanzi western mai scritti, Meridiano di sangue di Cormac McCarthy e Lonesome Dove di Larry McMurtry (Einaudi, trad. di Margherita Emo, pp. 937, € 25). La rarità della coincidenza risulta ancor più eccezionale se si considera che, nonostante la grande popolarità goduta per quarti del Novecento dal western, le opere davvero importanti erano transitate sul grande schermo, non nelle librerie. In ambito letterario, il genere era rimasto perlopiù confinato alle edicole, senza mai affrancarsi dagli stereotipi confezionati per le masse nella seconda metà dell’Ottocento, quando le storie più o meno autentiche del selvaggio West vennero trasformate, praticamente sul nascere, in leggenda. Non aveva perciò tutti i torti Jorge Luis Borges nel sentenziare che il western era un genere tardivo e secondario rispetto alla poesia guachesca.

A parte fenomeni pittoreschi come Louis L’Amour, cosa era possibile citare che davvero meritasse una qualche memoria? Molto poco. Il romanzo di esordio di Doctorow. Il Grinta di Charles Portis, addattato due volte per il cinema, prima nel 1969 con John Wayne e in seguito dai fratelli Coen. Le vicende della banda Dalton e dell’assassinio di Jesse James rivisitate in due diversi romanzi da Ron Hansen. E poi Il piccolo grande uomo di Thomas Berger, ovviamente. Poca roba, ma soprattutto roba tardiva, proprio come diceva Borges, perché quei libri risalivano tutti agli anni Sessanta e Settanta ovvero a un periodo in cui i vecchi miti del West, per molti aspetti incompatibili con la controcultura  allora imperante, avevano imboccato il viale del tramonto e potevano riacquistare vigore solo se ridiscussi, se trasformati in un nuovo genere, il western revisionista o anti-western. Del resto, il romanzo che nel 1958 aveva anticipato questa nuova tendenza, Warlock di Oakley Hall, potrebbe essere considerato un antesignano del postmoderno. Raccontava una storia vera, quella della sparatoria all’Ok Corral, ma intrecciandola così finemente con la leggenda che la finzione risultava più vera del vero, salvo poi scoprire che perfino il teatro immaginario degli eventi narrati era una città fantasma. Quel romanzo confermava insomma che la grande letteratura non precorre affatto i tempi, bensì gli corre dietro e spesso si getta al loro inseguimento quando di essi non resta più nulla, se non appunto il fantasma. Se il western è un genere tardivo non è però tanto per questo, quanto per effetto di un altro suo tratto: perché in esso la malinconia del tramonto e il rosso del sangue sparso con violenza sono un tutt’uno.

Non a caso il sottotitolo di Meridiano di sangue è «Rosso di sera nel West». Parole molto in sintonia con quelle che fanno da epigrafe a Lonesome Dove: «Tutta l’America si trova in fondo a una strada selvaggia, e il nostro passato non è morto ma vive ancora in noi. I nostri avi avevano la civiltà dentro; fuori, la natura selvaggia. Noi viviamo nella civiltà che loro hanno creato, ma in cuor nostro quel mondo selvaggio perdura. Viviamo ciò che sognarono e ciò che loro vissero, noi lo sogniamo». E qui molto si potrebbe speculare sul fatto che questi due romanzi siano apparsi proprio nel 1985, nel mezzo esatto dell’era reaganiane. Ma limitiamoci a osservarli quali meri oggetti letterari, anzi quali gemelli mancati, perché malgrado affrontino la stessa materia si collocano agli antipodi per come la trattano e per il profilo dei loro autori. McCarthy appartiene al canone occidentale; Harold Bloom ce lo ha inserito proprio in virtù di Meridiano di sangue. Il canone di McMurtry è invece quello popolare, tanto che lo vediamo comparire insieme a Carrie di Stephen King e Il grande nulla di James Ellroy in una lista di dieci titoli da supermercato che David Foster Wallace proponeva come indispensabili per il suo corso di prosa narrativa, avvertendo gli studenti di non prenderli sottogamba perché, quanto a lettura critica, quei testi si sarebbero rivelati più ostici di opere convenzionalmente «letterarie». In effetti, di quella lista, Lonesome Dove era probabilmente il più letterario. Il suo successo commerciale non inganni. Il romanzo aveva sì generato una miniserie televisiva e indotto McMurtry a ricavarne una saga composta di un sequel e ben due prequel, ma parliamo pur sempre un premio Pulitzer che merita lo statuto di classico. Certo, tutto impallidisce al confronto con un Cormac McCarthy che Bloom riconduce direttamente a Shakespeare vedendo nel giudice Holden, il capo della feroce banda paramilitare di Meridiano di sangue, un’emanazione di Iago. Quando poi si sofferma sulla qualità della prosa, il paragone di Bloom è addirittura omerico; la definisce più prossima all’epica che al romanzo, dunque collocandola su piani lontanissimi dalla scrittura di McMurtry. Eppure tra i due libri corre comunque un filo. Il West tragico, visionario e gnostico di Meridiano di sangue sta infatti a quello ben più drammatico, realistico e umano di Lonesome Dove alla stessa maniera in cui la preistoria e l’apocalisse stanno alla storia. Parimenti i discorsi del giudice Holden – questo dio della guerra che parla tutte le lingue e padroneggia ogni arte e scienza – trovano un’eco addolcita nella filosofia assai più spiccia di Augustus McCrae detto Gus: «Se era la civiltà che cercavo, restavo nel Tennessee a guadagnarmi da vivere scrivendo poesie». Non che in Lonesome Dove non ci si ammazzi; violenza e morte sono presenti anche qui, ma con accenti più mansueti, come parte della vita e non più quale metafisica che impregna ogni cosa. Curiosamente, il romanzo di McMurtry si accoda a Meridiano di sangue anche sul piano storico. Se l’epica cruenta del giudice Holden si accentra tra Messico e Texas e verte sullo sterminio dei nativi del Sudovest, Gus e il suo socio Woodrow Call sono due ex ranger diventati mandriani. Ormai non più giovani, vivono nelle stesse zone, in Texas, in uno sputo di paese non lontano dal confine con il Messico. I tempi sono cambiati, la guerra civile è finita da un pezzo; banditi e indiani non rappresentano più un pericolo, perlomeno non come in passato. Si è aperta una nuova e breve fase, quella dei bovini guidati per centinaia e centinaia di miglia dal Texas ai pascoli del Montana. È questo West più quieto – un West destinato a finire con la diffusione del filo spinato – che viene ricostruito in Lonesome Dove. Forse perché nato dal soggetto abbozzato in precedenza da McMurtry per un film che Peter Bogdanovich aveva in animo di girare, il romanzo è tanto concreto e vero nella restituzione di un’epoca, di un modo di vivere e di parlare, quanto velato dalla nostalgia per quel tempo perduto. Ma se è tipico di ogni età dell’oro, come di ogni luogo violento e selvaggio, il rendere impalpabile il confine tra il sognato e il vissuto, non meno arduo diventa lo stabilire dove finisca il West e dove cominci il western, cosa separi l’epica dal romanzo, il canone occidentale dalla narrativa popolare, McCarthy da McMurtry. Del resto, non sarà soltanto per caso che questi due libri tanto diversi, ma comunque irrinunciabili per cui voglia capire l’America, siano apparsi nel medesimo anno tardivo, l’ormai lontano 1985.

[Immagine: Bill Wittliff, Call & Gus].

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