di Corrado Stajano

[Diciassette anni dopo la prima uscita, Il Saggiatore ripropone Patrie smarrite di Corrado Stajano (con una postfazione di Paolo Di Stefano): un libro diviso in due parti, dedicata alla Sicilia la prima, alla Bassa Padana la seconda; rivisitando i suoi due luoghi d’origine, Noto e Cremona, l’autore ripercorre e situa in una nuova luce l’intera storia del Novecento italiano. Pubblichiamo uno stralcio della prima parte e uno della seconda].

Mi appoggio alla ringhiera della terrazzina del Circolo e osservo la passeggiata sul corso, rinsecchita rispetto a un tempo, ma non troppo mutata. I giovani non si distinguono dai loro coetanei di altre città piccole e grandi. Forse nel gestire, nel parlare a voce più alta, nel mostrare una maggiore esuberanza. Ma i modi del vestire e gli oggetti, i motorini dalle forme e dai colori aggressivi, sono gli stessi di tutta una generazione omologata.
Allora ascoltavo quel che dicevano i signori della città e qualche volta la presenza del ragazzo, che sentivano estraneo nonostante le patenti del nome, li eccitava nel gioco della provocazione. Io soffrivo le inadattabilità per il rifiuto di prender parte a riti che mi parevano arcaici. Un certo gratuito accanimento di alcuni faceva del ragazzo del Nord il capro espiatorio di tutti i mali del Sud. Dalle conversazioni traspariva, tra tante idee di grandezza, tra la spagnolesca ostentazione del passato e i lamenti per il gramo presente, la certezza dogmatica che i siciliani sono esseri superiori per diritto di nascita e di intelligenza e che la loro roba è la più bella e la più invidiata. Chissà perché. Davano per scontato il riconoscimento della superiorità e dell’ingegno. Avevo il sospetto che quello spirito di vanagloria coprisse antiche frustrazioni, ma stavo zitto. Anche se non mi lasciavo incantare dalla mania di grandezza isolana, dagli stemmi delle grandi casate zeppi di scudi e di spade alti sui portoni dei palazzi, e neppure dai titoli nobiliari esibiti come bandiere al vento da principi in giù, conti e baroni esclusi.

Avrei voluto conoscere sia le ragioni del merito sia le opere. Non mi bastavano i fantasmi del passato, con le sue bizzarrie, i suoi capricci, il suo fascino. Non provavo compiacimento, non vedevo né gloria né originalità. Degenerazione dei rapporti sociali e mancato sviluppo civile, piuttosto. Parlavano, parlavano, marchesi, professori, ammiragli, procuratori generali, baroni, medici, direttori di Ministeri. La mafia era quella del Nord: i mali del Sud nascevano dallo strapotere di Milano, dallo sfruttamento delle regioni meridionali o dalle ragioni storiche. Pareva che non esistessero altrove. I nativi erano esenti da ogni pensiero critico, da ogni sospetto di incuria del bene collettivo, di incompetenza, di responsabilità.

Gli occhi mi cadevano vendicatori sul corso dissestato sotto la terrazzina del Circolo. Il vento, le piogge, le falde idriche e le fognature spappolate, la mancanza di una manutenzione, l’abbassamento del livello della strada avvenuto nell’Ottocento, avevano reso indifese le fondamenta creando guasti profondi. Di qui non erano davvero passati i fervori dei Comuni medievali e i lumi del Settecento avevan lasciato traccia soltanto nel palazzo Villadorata ai tempi del conte Giacomo, «il gobbo». Altro che menar vanto con quelle iperboli di lodi a se stessi e al proprio mondo. Dove tutto era dovuto e dove non c’era neppure consapevolezza del privilegio e il privilegio, anzi, appariva come un diritto.
Ero a disagio anche con me stesso. Ciò che pensavo di certi siciliani e della loro visione del mondo non l’avrei mai confidato ai miei amici del Nord e non avrei neppure permesso che simili osservazioni le facessero loro o altri. Erano una mia prerogativa, una pertinenza. Un soprassalto dell’orgoglio siciliano.
Sentivo quasi fisicamente il conflitto tra l’ordine razionale, la concretezza delle radici materne e l’irrazionalità, l’asprezza, lo smarrimento e il timore della perdita di se stessi, la fantasia nata dall’esasperazione del particolare delle radici paterne. Tra le città rosse di cotto e di antiche accensioni politiche e morali, dove i santi, gli apostoli, i profeti delle facciate delle Cattedrali romaniche sono uguali ai contadini degli almanacchi, dove la piazza del Comune, del Duomo, del mercato è la stessa, simbolo di una società che nutrì dal suo sottosuolo l’autonomia dei Comuni e creò l’idea di cittadinanza, e gli angioloni delle chiese barocche, i cornicioni, i fregi, i capitelli, i ghiribizzi delle facciate e la cenere dorata dei palazzi sgretolati che fanno da scenografia a un mondo dissennato. Tra il paesaggio di un fiume in apparenza placido come il Po e i paesaggi del caos.
Mi sarei portato dentro per sempre le contraddizioni di quelle due anime sovrapposte e ora avrebbe prevalso l’una ora l’altra. La pacatezza e l’aggressività. Il disinteresse al limitare della finzione e l’esplodere del rifiuto. La passività e l’immaginazione. L’orgoglio e la pietà. Avevo, avrei sempre avuto nella vita, la percezione di qual era la fonte del comportamento. La ragione e la passione. Gli incanti e i disincanti. La tenacia e la distrazione. L’attenzione al prossimo e l’assenza. Il dovere di cittadino e la tentazione alla disubbidienza. La ribellione. La volontà di composizione del conflitto e la rottura subitanea. La morbidezza e la durezza. L’indifferenza e la permalosità. Il realismo e l’astrazione.
Se si potessero raffigurare i geni in guerra tra loro, mi dicevo. Quasi che i geni ereditati dalla madre faticassero a mescolarsi con i geni ereditati dal padre. L’immagine era barocca: in un’ampolla il sangue non sempre riusciva a mescolarsi, a dar forma a un’omogenea sostanza.

Cerco di sapere se qualcuno ricorda quel che successe nei 45 giorni di Badoglio, quali reazioni suscitò in città la caduta del fascismo. Non accadde nulla. Anche nelle menti, anche nei cuori?
E che cosa pensano le persone cui chiedo del servilismo, della cortigianeria, dell’untuosità degli abitanti nei confronti del signore che ebbe qui per vent’anni un potere assoluto? Lo domando a molti. Mi osservano con meraviglia. Stupiti perché dopo tanto tempo voglio sapere. Non è preferibile dimenticare, accantonare i ricordi, chiuderli nell’angolo di un canterano, usare invece i parametri della positività, riesumare con spirito finalmente obiettivo l’opera di quel signore osannato dai padri, dai nonni, analizzarla con diversa misura, con misura, senza più l’inciampo dell’antifascismo distruttore?
Non conta che i fascismi possano rinascere sotto forme inaspettate, diverse nel tempo. Non conta che il tiranno possa apparire di nuovo, dal video della tv, questa volta, travestito da signore suadente, portabandiera di mondi inconciliabili, prodigo di menzogne e di promesse chimeriche, tutore dei valori supremi del denaro, della vita priva di ogni regola, dei beni minacciati dal comunismo inesistente, invidiato dai cittadini moderati nelle idee, supini, neppure sospettosi dell’inganno mortale di una democrazia incompiuta, degenerata in una demagogia oligarchica, noncuranti anche degli indici minimi di moralità che persino la politica esige, sdegnosi della commistione degli interessi pubblici e privati e degli affari di giustizia in cui sono implicati governanti autori fra l’altro delle leggi ad personam che hanno fatto impudentemente approvare, accusati e sotto processo per gravi reati nei tribunali della Repubblica, tutelati dalle immunità parlamentari, condannati poi, salvati il più delle volte dalla prescrizione, che non è l’assoluzione, ma soltanto il passare del tempo senza che sia stata fatta giustizia. Distolti da ogni disturbante pensiero, gli italiani rimasti nell’angolo buio della povertà vanno alla ricerca del miraggio in un deserto sordo di speranze civili; gli italiani benestanti si sentono rassicurati dalla certezza di poter di nuovo disporre degli uomini adatti a far da cani da guardia al loro patrimonio. Quel che conta.
La città sonnolenta rifiuta il fastidio della memoria. Non ricorda, non vuole ricordare. Ha cancellato quel brandello della sua vita e della sua storia. Non ne vuole neppure parlare. È arrivato anche qui lo spirito del revisionismo impudico? Farinacci il tiranno? Farinacci il ras?

[…] C’è anche qualcuno che ricorda. La ragazza Carla abitava proprio davanti al palazzo del Regime Fascista. Suo padre era un socialista turatiano e stava alla larga. Aveva quindici anni, tutta pelle e ossa, ma ugualmente bella. Di sera, curiosa, scostava le persiane e guardava Farinacci di là dalla strada, con il testone chino vicino alla segretaria, la fedele Maria Antonioli. Lei ricorda quel 25 luglio. Si trovava in montagna, tornò subito in città con una zia. Ricorda l’aria della libertà. Non c’era più il testone di quell’uomo dietro la finestra di fronte. Suo padre sprizzava felicità. Si annuvolava soltanto al pensiero dei tedeschi in casa.

La ragazza Carla ricorda anche il linciaggio di un partigiano sotto il porticato del Regime Fascista. Un giovane. Qualche mese dopo. Lo picchiarono a sangue in molti. Farinacci, al colmo dell’eccitazione, urlava nella notte che avrebbe schiacciato come vermi quei pochi banditi traditori della patria. Poi battagliò, gonfio d’ira, contro le persiane delle case vicine naturalmente serrate. Qualcuna si aprì.

[Immagine: Corrado Stajano]

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