Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Palinsesto

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di Enrico Capodaglio

[Palinsesto è una raccolta di pensieri, pubblicata online dal 2013, all’indirizzo http://www.palinsestodeipensieri.it, da Enrico Capodaglio. Viene aggiornata ogni due anni. In questo momento è fatta di 4556 pagine scandite in sequenze e introdotte da un titolo]

 

Le ingiustizie non esistono più

È impressionante come cambino i giovani nel giro di pochi anni. Mi sembrava di vedere, e in effetti vedevo, un coraggio nuovo farsi strada negli studenti, subentrare una rabbia critica, insorgere la voglia di protestare contro il sistema del mondo tolemaico, che sempre si ricristallizza, ed ecco: intervisto i sedicenni sul tema di fuoco per eccellenza: le ingiustizie terrene. E cosa scopro? Nessuno di loro ci ha mai pensato.

Dico: avete presente che gente corrotta, incompetente, ignorante ha un gran potere e una gran ricchezza mentre i più meritevoli, onesti, talentosi sono messi ai margini o costretti a emigrare? Mi guardano vitrei. Avete mai pensato che un terremoto uccide gli innocenti e i malfattori, i giovani all’alba della vita e i vecchi al tramonto con la massima indifferenza? La risposta è no.

Il brivido di aver colto un altro cambiamento mentale, una nuova possente risacca, indotta anche dall’uso superstizioso e ossessivo dello Smartphone, di Facebook e di ogni altra eccitazione istantanea, sia pure, schizzo di immagine, sputo di parola, bollicina di umorismo, gas di novità, in generazioni che amo e rispetto, per il loro valore evidente, a una fede pedagogica irresistibile quanto, mi accorgo, messa oggi alla prova strenuamente, mi dà un leggero choc generazionale.

È proprio il senso delle ingiustizie infatti, nella storia e nella natura, che mette in moto l’intelligenza, nei campi più ardui e disinteressati. Ma forse nulla di profondo è cambiato, soltanto il punto di partenza: noi prendevamo il via da moventi ideologici, filosofici, metafisici, morali, religiosi, loro da casi terribilmente concreti, occasionali, precisi, singolari, esatti. E in quelli e per quelli si sdegnano, agiscono e reagiscono; forse anche più e meglio di noi.

Sedurre

Egli fa di tutto, grazie al suo fascino intellettuale, perché qualcosa accada e si decidano a metterlo al centro del loro interesse, per poi fare il ritroso e resistere alle loro insistenze, alla fine cedendo, lasciandosi prendere quasi per prepotenza. In questo tratto del carattere, è femminile. E si potrebbe dire che come soltanto un uomo di sinistra può fare con effetto vincente una politica di destra, così soltanto un maschio, sempre che valga qualcosa, può risultare oggi vincente assumendo un’attitudine seduttiva, come nella femmina di un tempo. Giacché né i politici perseguono più una politica di sinistra né le donne raggiungono più i loro scopi con le arti tradizionali. Nel primo caso perché non sarebbero seguiti dal consenso, nel secondo perché, nonostante il successo che otterrebbero, le donne non lo vogliono più per tale via.

Il corpo dei poeti

In una notte più lenta e inattendibile delle altre, mi sono tolto di dosso il lenzuolo, nell’aria lanosa della camera, calda come un forno, benché sia inverno. E per prendere sonno mi sono avventurato in un esercizio, associando a ogni poeta una parte del corpo. Ho cominciato da Giorgio Caproni, vedendo subito un orecchio, e ho continuato con Zanzotto: un occhio sempre aperto, poco incoraggiante per chi vorrebbe dormire. Mario Luzi mi ha fatto immaginare un paio di gambe da atleta e Volponi una lingua che passa sulle labbra. Così Pasolini mi fa pensare ai tendini e Clemente Rebora alla gola. Campana a che cosa lo associo? Al sangue. E Saba allora alle ghiandole linfatiche; Cardarelli, chissà perché, mi risveglia l’immagine di una schiena paterna e Ungaretti, adesso sono sicuro, di un costato. Se Betocchi mi fa pensare alle mani, di Pavese sento il rumore del fiato.

Non credo che sia in campo il loro aspetto fisico né solo le sensazioni, come dire?, trasvenanti, dai loro versi, piuttosto qualcosa di allegorico del loro sé segreto, che attraverso di essi forse mi arriva, non so come, arenato come sono su questa zattera che non riesco a spingere nel mare. E mentre il lenzuolo sembra bagnato, penso a Sbarbaro, e mi compare una nuca, ruvida come questa insonnia, e subito dopo dico Sandro Penna e vedo, icona propizia, palpebre socchiuse verso il sole.

Di altri che sfilano compaiono, anche se non li nominano mai nei loro versi, gli emblemi poetici: le spalle, le cosce, e perfino gli inguini e le ascelle, ma ora non ricordo più i loro nomi, né so di chi mai mi sia comparso un sesso bruno. Ma forse allora non sono poeti, sono donne fantasma, mia moglie che immagino mi sfiori, cercando di calmarmi per il sonno. Di chi ho visto gli inguini, di chi i muscoli? Chi mi ha fatto vedere le ciglia, o i piedi nudi? Un simbolo da toccare come gli altri che, potendo, sceglierei volentieri per me stesso.

Franco Fortini in ogni caso si associa a un gomito da marciatore mentre Amelia Rosselli alle giunture di un’adolescente. Vittorio Sereni: ed ecco, vedo una fronte; Viviani, e vedo le guance che soffiano sul fuoco; De Angelis?, Vedo chiome che fluttuano sott’acqua, ricordando i suoi versi da ragazzo. E Magrelli? Mi fingo un polso da chirurgo o da pianista.

Non è più così brutto vegliare, dondolando nel semisonno e aspettando l’onda più alta che mi porti al largo, trasognato in questo gioco serio. Così mi sembra di vedere il petto di D’Elia che respira e mi figuro le palpebre di De Signoribus, intese come ‘le labbra degli occhi’. Chi associo al bacino e agli stinchi, chi all’addome e al polpaccio? Le parti basse sono altrettanto degne per chi scrive versi.

Vorrei sapere qual è un altro poeta della pelle, se dire D’Annunzio va da sé, ma nessuno compare. Eugenio Montale, ed ecco, non c’è quasi dubbio: le tempie. Ma quando ormai l’insonnia si fa allucinazione, e il resto del volto mi è precluso, vedo un naso e il labbro superiore di profilo, non suoi ma del suo demone, quasi il genio non mostri mai intera la sua faccia.

Immaginando i poeti che amo o che rispetto, so bene che essi scrivono con tutto il corpo, che allora puoi chiamare anima, e questa fantasia non è che un trucco per addormentarmi, già torpido nelle associazioni di una mente che non è più padrona. Prima di perdere coscienza, mi sembra di sentire un battito, che non sia il cuore di Leopardi?

Ami o credi?

Può essere che un cattolico, anche membro del clero, creda a Dio ma non a Cristo? O ami Cristo più che non Dio? Ai bambini si rivolge l’odiosa domanda: “Ami più tuo padre o tua madre?” ma nessuno direbbe: “Credi più in tuo padre o in tua madre?” L’amore terreno non pare questione di fede, benché lo sia. È concepibile che uno dica: “Amo Cristo ma non credo in lui”, oppure: “Credo in Dio ma non lo amo” e perfino: “Amo Dio ma non ci credo”? Queste cose si rimuovono volentieri eppure, se scruti te stesso, vedi che hanno un senso e significano molto.

Umiltà grazie alle cose

Stavo spazzando gaiamente la camera quando mi sono accorto di un batuffolo di polvere sotto il letto, al quale non riuscivo ad arrivare con la scopa. Così mi sono infilato sotto e ho teso un braccio per stringerlo tra le dita. Alzandomi sono rimasto sorpreso di me stesso: “Guarda, un uomo pieno di orgoglio che si schiaccia sul pavimento, non per pregare, ma per raccogliere un batuffolo di polvere.”

Un’altra volta sono dovuto andare a dieci chilometri da casa per comprare una maniglia rotta del frigorifero. Mi sono messo in auto, ho guidato in mezzo al traffico, ho cercato il negozio, ho comprato l’oggetto, impiegando almeno un’ora e lasciando un classico greco aperto sul tavolo di casa. Uno di quei servizi piacevoli perché non pensi a niente. Invece io ho pensato, trovandomi in mano l’oggetto: “Un uomo che si dà arie di gran cultura al servizio di una piccola maniglia di plastica.”

Quante volte ti trovi a tagliuzzare un sughero per farlo entrare in una bottiglia di vino incominciata, ad avvitare una lampadina sul soffitto, a cucire una tasca bucata, a rimettere un bottone con un ago duro nel giubbotto di pelle, a comprare la carta igienica in pubblico (e come altrimenti farlo?), a raccogliere la spazzatura organica, a distruggere le ragnatele negli angoli nascosti, salvando i ragni, a lucidare lo specchio del bagno chiazzato da macchie di grasso. Fai cose infime e minime, tu che studi e scrivi, che ami e conosci, che contempli l’universo e critichi morali e politiche, che avanzi osservazioni sul cielo e sulla terra. E poi eccoti lì che ti domandi se le unghie dei piedi sono abbastanza corte o, peggio, se le ascelle della maglia sono già troppo sudate per indossarla un altro giorno.

Questa scuola di umiltà da parte delle cose non mi dispiace. È il nostro fascino essere alti e bassi, sublimi e plebei, lindi e sudici. In particolare le donne, abituate a questa perenne convivenza dello spirituale e del corporale, dell’alto e del basso, danno, in virtù proprio di essa, un senso affascinante di vertigine, di legame scandaloso con la vita vera, di solidarietà unanime tra prosa e poesia, tra pelo e iride, tra divino e fango.

I libri di aforismi

I libri di aforismi, intesi come sentenze pregnanti, come pensieri brevi e folgoranti, possono provocare, quando essi si succedono a batteria, saltando da un tema all’altro, torsioni, se non slogature, della mente, perché avversano la fluidità dell’esperienza, mentre perfino uno choc liberatorio dovrebbe essere disposto in una sequenza coerente di esercizi, per essere bene assimilato.

Aggiungi che l’aforisma può colpire nel segno se non attacca qualcuno in particolare, perché altrimenti sarebbe spietato. Ma, non colpendo nessuno, finisce per sparare a salve. E quindi per essere innocuo. Leggere aforismi vuol dire allora provare il brivido di veder colpita l’ombra sconosciuta vicinissima a noi, che per poco non siamo noi. Lo scrittore di aforismi diventa come il lanciatore di coltelli del circo che invita uno del pubblico a provare il brivido.

 

Il gioco del silenzio

Stando in una compagnia di giovani, è bello fare il gioco del silenzio. Che vuol dire arrivare ad ascoltare insieme, per un solo secondo, un silenzio perfetto. Per detto comune di chi l’ha provato, è come musica. È come cibo. Pensa allora alla bellezza di un giornale nel quale si apre a sorpresa una pagina perfettamente bianca. (Tale bellezza costerebbe alla proprietà decine di migliaia di euro).

A passeggio con chi scrive bene

Scrivere bene, in modo chiaro, semplice e sciolto, dicendo una cosa per volta e porgendola in modo che sia bene in luce, compresa e assimilabile, importa non solo nel saggio, storico o letterario o filosofico, o quello che sia, ma in qualunque pagina messa per scritto. In ogni occorrenza della vita sperimentiamo infatti che il viaggio, anche il più breve e ordinario, conta spesso quasi quanto la meta, nell’unità dell’esperienza, come il mezzo quanto lo scopo, e l’esecuzione quanto l’opera.

Il sogno dell’insegnante

Passare un giorno senza dire una parola. Senza che ti veda nessuno.

 

Sfiorare l’invidia

Quando a una persona stimata, ammirata e amica stretta càpita qualcosa di bello dello stesso genere di ciò che vorremmo accadesse a noi, ci prende turbamento e tristezza, appunto perché a noi non è accaduto. Il suo caso ci fa immaginare una situazione che sarebbe possibile e giusta anche per noi, senza che sia ingiusta per lei, anzi non soltanto essa è congeniale ed equa per lei, ma è fonte di rallegramento anche per noi, che approviamo e congodiamo con lei, benché siamo tristi per noi.

Un sentimento, questo, che non è invidia, secondo la distinzione aristotelica, consistente nel desiderare il male di chi merita, ma nemmeno nemesi, che è un desiderio di male per chi non merita, quindi giustificato. Si tratta invece di un misto oscillante e imbarazzante di piacere e di dolore, che ci prende di sprovvista e ci colpisce. Stato forse non immorale, ma temibile, perché è la forma più frequente e subdola in cui l’invidia ci carezza.

Nella città della morte

Quando muore una persona cara, risveglia il ricordo di tutte le altre persone care morte, creando una catena, una congiura, una comunanza, se non una comunione, nei momenti più puri e mistici, facendo entrare la vita nell’area della morte. La corrente che passa dall’una all’altra ti attraversa, ricordandoti che toccherà a te, e che in questi casi non vale ribellarsi né sprofondare nel dolore passivo, che presto diventa stordimento, né aggirare con uno slalom i corpi morti o scavalcare le mura della città mortuaria. La tua vita ne viene piegata, perde la sua allegria naturale, e si inchina alla morte, al suo passaggio imperiale, come un comune medioevale si inchinava al passaggio dell’imperatore, ben sapendo che sarebbe durato poco e che egli sarebbe passato oltre, almeno per questa volta e per i sopravvissuti.

La vita diventa non vita, serva pallida della morte, quasi non ne fosse più l’antagonista, che più si dibatte nella morsa più si fa male, più si rivolta più soffre, più vuole liberarsi dalla presa più ne viene stretta. La morte è compresa dalla vita, ne è abbracciata e generata, ne è la figlia, che un giorno ucciderà non già la madre, cosa che non può, essendo la vita immortale nel suo tutto, ma coloro che quella ha generato e amato. La vita stessa, madre di tutti, benché offesa nel suo cuore, in questi casi ci insegna a chinare il capo, a pazientare, a non filosofare, a restare calmi e umili, ad arrenderci, a piegarci, a inchinarci alla morte. Sia che si creda che in essa si manifesti la volontà di Dio, sia che non si sappia che cosa credere.

Impatto creaturale

Quando hai camminato per cinque, dieci chilometri, i sensi si acuiscono: annusi gli odori come un felino, mentre i suoni cadono nitidi nel timpano, e soprattutto vedi le donne e gli uomini in modo molto meno piatto e impersonale. Sta attento a non incrociare gli occhi, perché allora potresti succhiare da uno sguardo l’anima di una persona, ne percepisci il corpo che avanza come farebbe un cane o un cavallo. Ti senti proprio un animale, sapendo che per esso la prossimità degli altri corpi è molto più vivida e violenta, se non altro perché la percezione più acuta è indispensabile a sopravvivere.

È così che, incontrando gli occhi di una ragazza, un’intimità sconcertante irrompe, come se davvero dagli occhi uscissero frecce di eidola, di immagini fatte da atomi che ti urtano e turbano. La cosa più strana è che puoi spiegare le tue reazioni, potenziate e acuite, con i chilometri di strada che hai fatto, ma come mai anche lei, appena uscita di casa, ti guarda con la stessa sensazione che hai tu, in un incontro fuggente.

Questo impatto creaturale, nel mentre lei ti compare in una fulminea forma artistica, ti espone al riconoscimento, spinto fino allo scambio della vita, in un lampo carnale, che fa impressione e imbarazza.

Il fatto è che lo stesso accade con un vecchio o con una donna anziana. Ti accorgi, nell’incrocio degli occhi, di violare un’intimità, nel mentre sei tu stesso violato in modo sconveniente e affascinante, primordiale.

L’iniziativa

Nessuna virtù è stata distribuita meno bene dello spirito di iniziativa. Pochissimi ne hanno, tanto nel mondo dell’industria e degli affari come in quello degli affetti e dei sentimenti. In questo campo, anzi, un imprenditore pragmatico è molto più affine a un amico generoso di quanto non lo siano due operai tra loro. Legioni di uomini infatti, pur essendo buoni, onesti, leali, ricchi di sentimenti, non hanno il minimo spirito di iniziativa e possono far passare decenni prima di telefonare all’amico al quale vogliono bene. Se invece è lui a chiamarli, ecco che scoprirà tesori d’affetto rimasti sepolti e intatti.

Chi infatti non ha iniziativa, rimugina e ripensa, cova i sentimenti e i ricordi più di ogni altro. Essi sono i grandi depositi umani delle esperienze, i musei viventi delle amicizie, le biblioteche storiche della vita collettiva, che custodiscono, gelosi e segreti, senza intaccare in nessun modo i misteriosi piani della realtà, dei quali essi si considerano spettatori.

Chi ha iniziativa intanto vince sempre, anche se progetta il peggio, anche se è inetto a realizzare i suoi piani, anche se farà più danni che beni, se fallirà e pasticcerà in tutto. Gli altri infatti lo criticheranno ma torneranno a lasciargli il diritto di intraprendere nuove azioni, e solamente perché essi non riescono a metterne in moto una.

Meglio così

Un’amica settantenne mi ha detto: “Esiste una donna docile?” Ci ho pensato e non ne ho trovato un solo caso, di mia conoscenza, né matura né vecchia né ragazza, tanto meno bambina.

Il buon grigio

Il grigio può essere meravigliosamente protettivo, come la nebbia, o scandalosamente avaro, come nell’abbigliamento di quasi tutti noi, che vorremmo passare inosservati, né belli né brutti; guardare non visti, custodirci gelosamente, cibandoci degli altri, senza che gli altri ci mangino, o almeno ci gustino. Vorremmo essere colorati solo in virtù dei nostri sguardi, delle emozioni che trasmettiamo, delle parole che inventiamo. Un trucco dell’anima per spuntarla sul corpo?

Cattolici composti

I cattolici, dovendo far corrispondere gli atti ai detti, sono in genere più composti degli altri, non potendo esplodere con vizi ed eccessi manifesti, perché verrebbero subito bacchettati, ma non potendo neanche non provare gli stessi impulsi proibiti e desideri illegali degli uomini non religiosi, i quali devono rispondere solo a se stessi, sicché questo implodere della violenza e del male tutto dentro fa risultare i cattolici più ipocriti degli altri, e spesso poco attendibili, in quanto le loro passioni si tradiscono sempre, messe, come sono, in proporzione alle leggi pubbliche e ferree della loro religione. Di chiunque di loro si potrebbe dire che nascondono agli occhi altrui il loro vero essere peggiore, anche dei santi, attitudine di condanna che non trovo giusta, giacché è proprio la disciplina morale alla quale si attengono che impone loro di farlo.

Col silenziatore

Se vivi abbastanza a lungo, è normale che esistano persone e situazioni sulle quali metti una croce sopra.

Hai nemici? No, soltanto persone dalle quali mi tengo alla larga. Ma il nemico è colui che ti insegue.

Kafka dice che non ha mai tentato di uccidersi ma che conosce bene il pensiero del suicidio. Così per non odiare nessuno basta uccidere nel pensiero. Una cosa che sanno fare benissimo i bambini e le ragazze.

La chiesa cattolica è diventata specialista in quest’arte: oggi è col silenzio che uccide gli eretici.

Democrazia selvaggia della guerra

La guerra si fonda su una convenzione storica potente: lo stato, come si è venuto irrobustendo e cristallizzando sempre di più nel corso dei secoli. Convenzione in base alla quale tutti coloro che appartengono a uno stato sono nemici di tutti coloro che appartengono a un altro stato. Sintesi somma, che soddisfa il bisogno primordiale di dividersi nettamente in amici e nemici, chiamando i primi buoni e i secondi cattivi.

Resta dubbio se siano i nemici a diventare cattivi o se siano i cattivi a diventare nemici, come si indulge troppo spesso a credere, perché questo semplifica grandemente le cose, oltre a metterci dalla parte del giusto.

Il fatto è che molti dei nostri nemici, di quei cattivi, sono all’interno del nostro stesso stato e molti di quei buoni sono nello stato contro il quale muoviamo guerra o che ce la muove. La guerra è quindi il sommo dell’ingiustizia, non soltanto perché legalizza l’omicidio ma in quanto stravolge tutti i valori di bene e di male, strazia le affinità intellettuali e morali tra le persone, impone una democrazia selvaggia, che è quella secondo cui tutti coloro che appartengono a uno stesso stato, vili e coraggiosi, onesti e corrotti, infidi e leali, diventano per definizione fratelli e compatrioti, amici e buoni.

Questa follia mutila le anime quanto i corpi, sfigurando la fratellanza franca, fondata su scopi universali e benigni, la bellezza sana di legarsi liberamente con l’iraniana e il norvegese, con la congolese e l’afgano, quando sono simili a noi e nostri veri compatrioti, per osteggiare tutti coloro che, nel nostro stesso popolo o in altri, fanno il male o perseguono valori stranieri e opposti ai nostri, essendo italiani, sì, ma barbaramente alieni a noi.

La chiesa schierata col mondo

Il cardinale Ruini, sapiente e potente, non nel fisico da ottuagenario, ma nello spirito da generale della chiesa, dice in un’intervista (nel Corriere della sera, 31 gennaio 2016), imboccato abilmente dal giornalista, che, com’è passato il comunismo, così passerà il liberalismo sessuale. La visione della famiglia cattolica, bimillenaria, è destinata, secondo lui, a sopravvivere alle mode, anche se diffuse in Europa, alle quali, dice, gli italiani hanno saputo resistere meglio di altri popoli.

Il vecchio saggio è consapevole infatti che, anche se sono sempre meno gli italiani che vanno alla messa, sono milioni quelli che la pensano come quelli che ci vanno, almeno sul fatto che gli omosessuali non possano formare una famiglia, adottando dei bambini grazie a un utero in affitto, all’inseminazione artificiale, o a una stepchild adoption, un’adozione dei figli del coniuge o della compagna.

Quello che mi colpisce, senza entrare nel merito di una questione così delicata, soprattutto pensando ai bambini adottati, è come il cardinale senta, nonostante l’età, di appartenere a un’istituzione spirituale tutta schierata dalla parte del mondo, della sua durata, della sua sopravvivenza, essendo essa l’unica che lega i tempi dell’impero romano ai nostri, il che esercita su di noi un fascino irresistibile.

La chiesa è dalla parte della storia e della natura nello stesso tempo, ma della storia umana, della natura umana. E noi le siamo grati per questo, perché viene incontro alle nostre debolezze: essa è umana, troppo umana. Ma Cristo, alla quale essa si ispira, è l’uomo del mondo? O il suo regno non è di questo mondo?

Troppa grazia

Non avendo imparato a perdonare, ci limitiamo a dimenticare. Soltanto che insieme al torto ci dimentichiamo anche la persona che ce l’ha fatto.

Il processo

E finalmente ho capito che la cosa non è per noi, che il senso del senso del senso non è alla nostra portata, che dobbiamo stare buoni e vivere, anche per forza, senza pretendere di capire, che solo allora i conti tornano meravigliosamente, in una stupenda e banale tautologia: il mondo è quello che è, e tutto si rimette in squadra, se pensi che le cose, stando così, vanno pure bene così. E ora, che c’è il sole, vivi, e in fondo ti dispiace questa insipienza che pur godi, e poi morirai e non farà poi così tanto male. Ecco che pensi, con un gesto, o un getto, di ribellione, il quale quindi viene prima di qualunque coscienza, che allora, vedi, ci stima veramente troppo poco un dio, che ci mette a letto tutti come bambini, ci fa morire o dormire per sempre, mettila come vuoi, senza prima farci capire il gioco, dirci come stanno le cose, farci sapere almeno la verità. Tanto moriamo.

Eh, no, questo temo che sia brutto, come ammazzare uno, condannarlo a morte, e non dirgli neanche perché. Ed ecco che il processo intentato a Joseph K., tanto assurdo, surreale, grottesco, paradossale, contro diritto e ragione, come vogliamo che sia, quasi riguardi soltanto Kafka e la sua immaginazione potente e sconvolta, ci compare invece esattamente, alla lettera, il resoconto imparziale e compiuto della nostra condizione terrena universale.

 

Piccola dignità cosmica

Credere di possedere la verità assoluta ci rende violenti, se non pratichiamo un esercizio di umiltà massacrante. Ma allora, invece che esaltarci e inorgoglirci nel possesso del vero supremo, per poi flagellarci e perseguitare i nostri istinti aggressivi, punendo la nostra vanagloria, non potremmo, evitando salti al di sopra delle nostre forze e cadute al di sotto, riconoscere che Dio soltanto sa la verità, affidandoci alla bellezza e alla giustizia del mistero?

 

[Immagine: Biblioteca di Stoccarda]

Un commento

  1. Sono delle piccole perle, grazie per averle proposte.

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