Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Valle Giulia

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di Francesco Pecoraro

[Cinquant’anni fa, davanti alla Facoltà di Architettura di Roma, a Valle Giulia, ebbe luogo lo scontro che diede inizio alla fase più dura e più importante del Sessantotto italiano. Francesco Pecoraro era uno degli studenti che quel giorno scesero in piazza].

Sotto il pino di fronte all’ingresso c’è gente sdraiata sul prato che fuma e chiacchiera al sole.
Quelli che scalpellano la facciata seguono un disegno tracciato, pare da Guttuso, sull’intonaco col gesso: figure nude e grappoli d’uva, un’arcadia incompiuta, strana in quel contesto così politico: ma chi ha sta lavorando a quella roba fa parte di un gruppo diverso, sono una specie di situazionisti.
Si divertono a eseguire azioni totalmente deviate e astratte, che ci sembrano molto belle.
Allevano pecore nelle stanze della facoltà, scavano una piscina nello spiazzo, trapiantano un albero di fico nel patio davanti all’Aula Magna, irrompono nelle case di intellettuali affermati, purché di sinistra, e scompaginano ogni cosa, in qualche caso con una certa violenza. Ma non sulle persone, piuttosto sulle cose. Mandano all’aria cene, serate tra amici, terrorizzano famiglie.
La violenza – fisica e psicologica – è lì, è l’opzione sempre presente, fa parte integrante di tutto quello che succede, anzi che facciamo succedere. Non si può eliminare, perché essere non-violenti significa non-esistere nei termini in cui vogliamo esistere. E questi termini, anche se non sono per niente chiari, di sicuro non ammettono mediazioni con l’esistente, almeno a parole.
La violenza è necessaria, alcuni di noi ci metteranno anni per capirlo, ma operai e contadini, lo sanno da sempre: è necessaria perché senza azione fisica, senza manifestarsi nello spazio-tempo, piuttosto che soltanto nella parola scritta o detta, nessuna opposizione può prendere veramente corpo.
Nessuno, nelle assemblee del movimento, lo dice apertamente.
Anzi, si afferma il contrario, ci si ripete in continuazione che siamo noi gli aggrediti, i malmenati, gli arrestati e anche questo è vero, in linea di massima.
Ma tutti sanno che senza confronto fisico il movimento non esisterebbe allo stesso modo, le cose che afferma non avrebbero la stessa forza, la stessa sostanza oppositiva, la stessa rilevanza politica.
Occorre che tra il movimento e il sistema si instauri una dialettica della violenza, una sequenza di botta e risposta, che porti lo scontro a vero compimento.
Alcuni tra i compagni più lucidi sanno che solo attraverso la violenza si svelano le intenzioni dello Stato e dicono apertamente che è con il passaggio attraverso una o più fasi repressive che il movimento può fare i salti di qualità sperati.
Ecco quali sono i salti di qualità:

– da movimento anti-autoritario, genericamente anti-sistema, a movimento politico di impronta comunista rivoluzionaria;

– dalla lotta alla proletarizzazione del tecnico, per la liberazione dei saperi, alla lotta per la rivoluzione proletaria;

– dall’università, come principale terreno di lotta, al territorio e principalmente alla fabbrica.

Tutto questo è riassumibile genericamente nella necessità di uscire dall’università per trovare collegamento e forza in altri soggetti sociali subalterni. Percepiamo l’università, la condizione di studenti, come un ghetto e un privilegio non-accettabili.

Se ci facciamo chiudere dentro questo recinto dove il paternalismo si respira come l’aria.
Se lasciamo che la vita e la società e le feroci contraddizioni del mondo vengano tenuti fuori da ciò che vi si insegna e da ciò di cui si parla, perché non rientrano nell’area accademica dei saperi autoritari e pre-confezionati dominanti.
Se lasciamo che l’istituzione universitaria ci modelli secondo gli standard di cui il capitale ha bisogno nell’attuale fase di ristrutturazione.
Se ci lasciamo ingabbiare nella filiera che produce i prevedibili tecnici proletarizzati di cui il sistema intende servirsi.
Insomma se consentiamo tutto questo, allora possiamo dirci non solo già finiti come movimento, ma già morti come esseri umani.

Attorno a noi la società dei morti ci vuole, ci chiama, non intende lasciarci spazio, le occorriamo, siamo i futuri quadri di cui ha bisogno. Padri, professori e maestri, preti e politici, compreso il Partito Comunista, polizia e carabinieri e istituzioni varie, militari e non, insomma tutta la società, non intendono scherzare, né mollare di un centimetro la loro presa sulla nostra generazione. Tutto quello che otterremo, se otterremo qualcosa, dovremo strapparlo pezzo per pezzo.

Tra le molte differenze, i quadri dirigenti del movimento hanno in comune una basica visione marxista leninista, secondo la quale non c’è movimento rivoluzionario senza una classe sociale che abbia un interesse vitale a costruirlo e un’avanguardia che lo egemonizzi e lo conduca a buon fine attraverso le opportune alleanze.

Per gestire il salto di qualità della lotta sono già nate formazioni politiche esterne insofferenti dei limiti in cui finora si manifesta il movimento, ma che restano ancora saldamente collegate all’università come luogo principale di formazione delle coscienze politiche di base, dunque come luogo di produzione di quadri politici extra-parlamentari allo stato embrionale.
Molti esponenti e quadri intermedi gruppettari si impegnano a fondo nelle successive riprese del movimento nelle università, che non si placa mai del tutto sino all’esplosione del Settantasette.
Qui il movimento, dopo circa dieci anni di esistenza e molte metamorfosi, muore come una super-nova, consumandosi in breve tempo e in un’intensa ultima fiammata.

Dunque il terreno di lotta privilegiato è soprattutto fisico e spaziale: lo spazio universitario delle facoltà occupate, da un lato, quello della piazza dall’altro.
Dopo vari decenni, quelli che ancora ricorderemo saranno eventi di conflitto topico, contese per la conquista di estensioni spaziali che resteranno legate al nome dei luoghi dove accaddero, dove si fecero accadere: il fatti di Valle Giulia, la perdita e la riconquista della facoltà di Architettura, gli scontri di Piazza Cavour, della Facoltà di Lettere, eccetera.
Di tutto quel discutere parlare urlare bestemmiare insultare cantare scrivere leggere ciclostilare votare riflettere, eccetera, insomma di quell’immensa e complicata attività verbale sessantottesca, restano incisi, indelebilmente, nelle sequenze del movimento, nelle memorie personali, nella storia stessa delle città e dei luoghi, soprattutto i momenti di scontro fisico.
Sono anni di democrazia pre-mediatica, dove la comunicazione di massa non ha ancora messo a punto i suoi strumenti più micidiali. Ai media hanno accesso ancora poche persone, che non capiscono bene cosa succede: i primi mesi del Sessantotto sono una faccenda che si sbriga tra pochi studenti, la polizia, la
borghesia intellettuale delle città, i giornali, il ministero dell’interno. E basta.
Quelle che chiamiamo le masse operaie restano, ancora per un po’, estranee, diffidenti, inerti.
I sindacati sono attenti, ma ostili. E sempre lo saranno.

Stanno accadendo cose mai prima verificatesi, o almeno non presso di noi, figli di borghesia di città: ci scontriamo in piazza con polizia e carabinieri.
Rovesciamo automobili, dopo averle messe per traverso sulle strade, e le incendiamo.
Sono immobile e incredulo davanti a tutto questo.
Ho paura di fronte al sangue che vedo sulla faccia dei compagni, di fronte alla pistola che mi punta addosso un poliziotto uscito di testa: maledetti, vi ammazzo tutti, figli di puttana.
Mi fa paura la violenza dei compagni, ai quali non riesco mai a unirmi per davvero, cioè con anima e corpo. Forse è solo la paura di farmi male, come i ragazzi e le ragazze che vedo attorno a me, con la testa spaccata da un sampietrino, da un colpo di manganello, sdraiati a sanguinare sul selciato, la faccia bianca che sembrano morti.
I colpi secchi dei sassi sugli elmetti della pula, sui tetti e nei finestrini delle auto in sosta, le sirene, le nostre e le loro urla, gli insulti, le voci nei megafoni, gli squilli di tromba prima delle cariche, la paura di morire.
La fuga, per mettere chilometri di città compatta tra me e tutto questo.
Poi tornare indietro pentito, nell’odore forte della vernice e della gomma che bruciano, dei lacrimogeni.
Fumo bianco e nero, ovunque, i colpi e gli schiocchi emanati dal conflitto.

Perché sono qui? Che controllo ho su questa situazione? Perché non riesco a tenere a bada le emozioni? Perché a me tremano le gambe e a quelli là no? Siamo fatti della stessa materia? Siamo convinti delle stesse cose? Chi ha deciso che io oggi mi trovi qui in questo casino, così tanto più grande di me? Chi mi sta agendo? Chi si serve di me?

I compagni si spostano rapidamente, scappano da tutte le parti, i fazzoletti sulla faccia.
Vedo in fondo alla strada che alcuni di loro vengono presi e bastonati dalla polizia.
Poi li fanno salire sui cellulari.
Più in là si riformano gruppetti che svellono i sampietrini della cunetta, scelgono i più maneggevoli e li lanciano.
La polizia avanza lentamente ma senza esitare.
Allora di nuovo via di qui.
Di corsa.

[Immagine: Gli scontri di Valle Giulia]

15 commenti

  1. “ Martedì 9 giugno 1998 – Il Sessantotto, ripensato trent’anni dopo, ripensato a Roma, mi appare come una « comparsata », un film « in costume », un film mitologico, un western (all’italiana), facce, barbe, occhi – scaltri, « straniati » – di figuranti, di soliti ignoti, dai palazzoni delle periferie, dalla tristezza delle semi borgate, per un pugno di dollari, per un « cestino » – a Roma c’è sempre un film -, un mezzogiorno di fuoco, una sfida all’O. K. Corral, anzi a Valle Giulia. Povero Pasolini che voleva salvare i poliziotti dai figli dei poliziotti. Erano « affari di fami-glia », avrebbe fatto meglio a capirlo. “.

  2. Che fatica dopo cinquant’anni! Cancellato un futuro possibile, appena intravisto, è – ahimé – ancora:

    uno sputo catarroso/ il sessantotto/ non la calamita onniprensile/ che emergeva/ attraeva/ oggi si delira/ sotto puteolenti compromessi/ e su una montagna di surrealistica spazzatura/ famelici nouveaux philosophes/ rivendicano/ saccheggiano/ impacchettano/ quel nostro facile operaismo da pop-artisti della politica/ dimostratosi sterile lievito nelle fabbrichette di periferia/ e che ora in vaghi ghirigori viene offerto/ strenna drogata/ in mezzo a macerie/ recenti macerie

    E a ben poco sono serviti studi e rituali celebrazioni allo scoccare dei precedenti decennali. Sarebbe forse meglio dimenticarlo il ’68 invece di continuare con il suo vilipendio, cominciato purtroppo con Pasolini e proseguito da troppi suoi sputazzanti nipotini. Una burletta di rivoluzione? Un dannoso arrembaggio di “semicolti” distruttori dell’università, della cultura, della stessa tradizione marxista? Una rivolta dei “figli di papà”? Nessun assalto al cielo o contestazione dei saperi di Das Kapital ma solo fisiologica modernizzazione americanizzante? Basta. Non ne posso più. Fatemi invecchiare scavando nel mio ’68.

  3. Di tutto quel discutere parlare urlare bestemmiare insultare cantare scrivere leggere ciclostilare votare riflettere, eccetera, insomma di quell’immensa e complicata attività verbale sessantottesca, restano incisi, indelebilmente, nelle sequenze del movimento, nelle memorie personali, nella storia stessa delle città e dei luoghi, soprattutto i momenti di scontro fisico. (Pecoraro)

    Non solo questo. Anche le memorie personali sono più varie:

    « Ero rientrato all’Università dalla porta di servizio e prima dell’occupazione della Statale, quando a volte uscivo al mattino dal turno di notte alla SIP e andavo ad ascoltare qualche lezione, lasciando il *motom* incatenato a un palo della segnaletica vicino al muro di via Festa del perdono, non sopportavo gli studenti borghesi, impettiti ed eleganti che oziavano lì attorno; e lo stesso mi capitava quando a sera, sempre sul mio *motom*, andavo a lavorare alla SIP nel palazzone di Piazza Affari, passando davanti alla Scala illuminata per qualche concerto e sfiorando la dolce vita dei *signori*. Soffrivo solitudine e esclusione sociale. Con la partecipazione al ’68 un po’ ne uscii. Solo un poco. Perché mi accorsi presto – e ancora devo citare Brecht – che anche nel movimento degli studenti «Anders als die Kämpfe der Höne sine die Kämpfe der Tiefe!» (Diverse dalle lotte sulle cime sono le lotte sul fondo!). Quando poi s’interruppe quel frenetico ma fecondo lavoro di contrabbando intellettuale tra università e esterno (bisognerebbe informarsi sull’ormai dimenticata esperienza delle «150 ore» partite nel 1973!), mi accorsi che dal ’68 avevo imparato comunque che è possibile lottare assieme agli altri; e che potevo continuare a cercare compagni con cui farlo. Sì, «sul fondo», anche scrivendo da solo i miei poverissimi samizdat ciclostilati in proprio e distribuiti a poche persone. »

  4. “ 22 giugno 1994 – Scendono le scale di Valle Giulia le giovanotte organizzate dalla signora o signorina Ida Ferri, stilista. Scendono e salgono, con ampi, sontuosi ed elastici passi, al suono di una fattiva discodance. Con tutto che è notte, fa un gran caldo. Fra la gente convenuta come sempre conviene, gli sbadigli si sprecano. Per quanto riguarda la bocca, a Romaestate si può bere anche birra o degustare qualcosa di più striminzito, di macrobiotico. Il mio vicino mastica un sigaro. E basta. Che giorno è? Se c’è una cosa sicura è che le date non contano più. La vita è una sfilata. “.

  5. “ Venerdì 2 marzo 2018 – Quando poi è arrivata la mamma, bionda, delle due bambine, nere, che hanno paura di Salvini, ho capito che avevo voglia di andare a dormire e non vedere più niente. Però, poi, ci ho ripensato. E ho pensato che dal « teatrino della politica » ormai si è passati alla « politica come teatrino ». E questa/questo è quello che vogliono fare tutti. Vogliono dire, vogliono raccontare. Proprio come ha fatto quell’attore toscano dagli occhi spiritati che ha raccontato la storia del Dottor Zivago, che Pasternak rifiutò il Nobel perché se l’avesse accettato sarebbe dovuto andare via dall’Unione Sovietica cioè dalla Russia e invece lui voleva restare, e restò. Cioè quello che vogliono tutti è restare, a tutti i costi etc. Questo vogliono e questo faranno. E tutto questo, a pensarci bene, mi è sembrato molto « sessantottino », dico nel senso di Valle Giulia, anzi nel senso di quella canzone, che dice: « Non siam scappati più » etc. Ho pensato anche che è esattamente questa la « fermezza » di cui credo si parlerà fra qualche giorno quando saranno quarant’anni dal sequestro di Aldo Moro etc. Questo è esattamente quello su cui io rifletto da almeno quarant’anni. Da quando sono tornato dopo essere andato via. Da quando me ne sono andato di nuovo, ma non proprio, perché questa volta pensavo, questa volta scrivevo, un diario etc. Già, la fermezza… Ma in che senso, esattamente? Già, restare… Ma restare dove? restare quando? Trovo nel mio diario: « 16 marzo 1974 – Stamani mi sono reso conto di essere a Roma. Curiosamente ho cominciato dai vecchi di Roma. Mi sono comparse accanto o di fronte, o minime nella distanza, almeno una trentina di queste creature; vecchi ne avevo visti finora solo a Parigi o a Torino. Altrove non riescono a meritare questo nome: sono entità contraddittorie in cui la necessità anagrafica bisticcia molto vergognosamente con l’eterno oggi delle mode. Qui è un museo in cui tutto è al suo posto, uomini e palazzi. Voglio restare perché c’è del nuovo, molto di nuovo per me. Le capitali sono un capitolo da scrivere. I vecchi di Roma hanno il coraggio di trapassare al demodé. Portano pur sempre vecchi trofei. ». Restare a Roma o restare vecchi? Forever young o forever old? “.

  6. Col senno di poi, e’ difficile dare torto ai versi che Pier Paolo Pasolini dedico’ a quei fatti. A Valle Giulia, c’era anche un certo Giuliano Ferrara. Alla luce delle scelte successive di molti Sessantottini, posso tranquillamente affermare che non stimo affatto la mia generazione. “Chi non vive come pensa, finirà col pensare come vive”, Karl Marx.

    “E nel periodo del cosiddetto ‘riflusso’ – come si disse con metafora mestruale azzeccata per una generazione già definita come ‘proletariato biologico’ – ho potuto osservare che i più furbi, gettato il colletto alla Mao alle ortiche, occuparono poi i migliori posti nelle Università, nelle televisioni e nelle amministrazioni pubbliche e private, e si comprarono la Bmw e la cocaina tipica dei ‘tossici integrati’ degli anni Ottanta, in attesa di collegarsi via Internet e gettarsi a capofitto nella superstrada dell’informazione, nel sogno di una supposta o suggerita comunicazione globale o liberazione tramite costose protesi elettroniche. Questo mentre i più stupidi fra quelli che volevano dare l’assalto al cielo finivano in cura dai guru per una buona terapia a prezzi popolari; e i più poveri finivano in cessi insanguinati, con l’ago nella pancia, in qualche angolo della metropoli rischiarato d’irrealtà. Non so se quella sessantottina sia la peggiore generazione di egoisti, di pentiti e di opportunisti e psicopompi che l’Italia abbia mai conosciuto. So però che volevano mandare al potere l’immaginazione, la loro immaginazione. E che molti han dovuto vedere le proprie buone intenzioni rovesciarsi in cattivi effetti. Che li consoli un po’ di buona letteratura. Kafka, per esempio: ‘Non ci fa tanto male ricordare le nostre malefatte passate, quanto rivedere i cattivi effetti delle azioni che credevamo buone’. […] E’ qui, a Milano trent’anni dopo, che inciampo ancora nel corpo del mio essere sociale, lo rivolto con la punta del piede e lo trovo splendidamente decomposto. Al punto giusto per ritornare verso le portinerie delle case dalle finestre munite di solide inferriate e lampeggianti segnali pronti a dare ancora l’allarme; e i videocitofoni e gli orologi e le telecamere agli angoli di certe strade del centro con le banche vigilate notte e giorno; e poi le scale e gli uffici delle amministrazioni e delle Ussl disinfettate all’alba, tutti i santi giorni, con impiegate in preda a sogni agitati ‘un attimino’ e burocrati, leghisti di mezza età o ex-compagni di un tempo sopravvissuti a tutti i cambiamenti, anche a Tangentopoli, seduti su poltroncine in pelle, anche umana, girevoli, che ti offrono un sigaro con un sorriso brillante come un getto di napalm…”, GIANNI DE MARTINO, I CAPELLONI, CASTELVECCHI, ROMA 1997.

  7. “ Martedì 3 agosto 2010 – Al bar di Speziale (Fasano) (BA) vedo entrare prima di me una bella, alta, magra, chic, una superfiga tipo top model, che indossa un abitino leggero corto di colore ovviamente viola, che poi esce e rientra con un barbone brizzolato ma aitante, over sessanta più meno come me, ma di me infinitamente meglio conservato di me, che parla « milanese », una specie di incrocio fa Mario Capanna, Gino Strada e quello dell’Equipe 84 di cui non ricordo il nome. Mi sembra di vedere una specie di « Sessantotto reale ». Mi torna in mente il solito diario: « 5 luglio 1984 – Diranno: era un sessantottino. Chi, io? ». “.

  8. “Col senno di poi, e’ difficile dare torto ai versi che Pier Paolo Pasolini dedico’ a quei fatti. A Valle Giulia, c’era anche un certo Giuliano Ferrara. Alla luce delle scelte successive di molti Sessantottini, posso tranquillamente affermare che non stimo affatto la mia generazione.”(Falcone)

    E siccome a Valle Giulia c’era pure Giuliano Ferrara e le scelte successive di *molti” sessantottini sono state la smentita della rivolta del ’68, tutto il resto non conta, svanisce?
    E ancora a mettere i voti alla propria generazionale?

  9. “ 12 gennaio 1989 – Lo portava qualche volta alla GNAM ma di solito se lo mangiava al cinema. “.

  10. @ Sergio Falcone: a fronte di quei 50? 100? (certamente non di più) che, grazie – o malgrado – il ’68, hanno avuto vita facile (abiurando un po’) e carriera assicurata nelle università, nei media, nei vertici delle amministrazioni, o hanno ricoperto ruoli governativi (anche in quest’ultimo governo), ce ne sono migliaia, non conosciuti né ricordati, che hanno avuto (e hanno) vita “normale”, talvolta dura, e problematica. Quindi, per favore: cerchiamo di vedere (ancora) la luna, almeno fino a quando non la oscureranno.

  11. ma qualcuna l’ha mai letta per davvero quella poesia su Valle Giulia? dico al di là dei soliti due versi citati spesso a sproposito? lo so che è lunga ma potrebbe scoprire cose interessanti

  12. @ roberto b

    “a fronte di quei 50? 100? (certamente non di più) che, grazie – o malgrado – il ’68, hanno avuto vita facile”

    Ma sta scherzando? Solo all’università, grazie ai concorsi detti “ope legis”, furono migliaia…

  13. Il sentimento che domina questa testimonianza è la paura: paura delle botte e paura dell’altro.
    L’altro sono “le masse”: lontane, esotiche, evocate per scandalizzare i professori e far rosicare i padri autoritari.
    Per me le pagine più riuscite di FP sono quelle in cui questa paura è espressa senza mezzi termini, come nel primo racconto di “Dove credi di andare”.
    Valle Giulia non è un mito, è un avvenimento storico: e così scontrarsi con la polizia può anche essere un’esperienza formativa, ma prima di tutto è un atto politico.
    La conquista più eclatante delle lotte operaie del ’68 è stata l’articolo 18: se il Pd ha potuto abolirlo impunemente è anche grazie agli ex di Valle Giulia che continuano a giocare al “Grande freddo”.
    “Chi ha deciso che io oggi mi trovi qui in questo casino?”: simili prese di distanza mi mettono in imbarazzo.
    Quanto alla famigerata poesia di PPP sono d’accordo con Axel Shut, dai commenti sembra che nessuno l’abbia letta.
    Paura delle botte e paura dell’altro, i pilastri del classismo di stampo patriarcale.

  14. Alla radio stanno parlando di via Fani.
    Il ’68 e il terrorismo: se ne parla molto in queste settimane; non unitamente ma sottindendendo qualche legame.
    metto qui sotto un estratto dai miei ricordi autobiografici non a commento del pezzo di Pecoraro ma come nota a margine; nel mio computer stanno nella cartella “Stupido”.
    mi espongo.
    g.z.
    PS ero di “razza padrona” e “ribelle” come mio padre e i miei fratelli che erano andati in montagna “a ciapà i ratt”.

  15. Esitavo, sentivo che il mio posto era lì quasi per un imperativo etico. Stava arrivando il tempo della ribellione, della nostra lotta: i nostri padri avevano fatto la parte loro, noi ora facevamo la nostra, anche contro di loro. Riconoscendo con questo un legame insolubile.
    Cominciai a frequentare le assemblee a dicembre.
    Nel generale della Rovere c’è una sequenza in cui, in un gruppo di uomini fermati dalla polizia dopo una retata, uno dice – Ma io non ho fatto niente, che c’entro io? E un giovane uomo – Che stai dicendo? Il mondo va a fuoco e tu dici Io-non-ho-fatto-niente. Tu! dovevi fare qualcosa! Tu non sei innocente!
    Era mio dovere esserci. E quel senso del dovere era bello e leggero, finalmente. Molti dicevano Compagni, qualcuno diceva Rivoluzione. Era una scoperta continua. Ogni giorno scoprivamo il mondo, comprendevamo dal vero quello che fino ad allora avevamo conosciuto solo sui libri.

    Arrivarono le occupazioni. A lettere come ad architettura, a magistero, a fisica e non so quali altre. All’interno solo gli studenti: chi entrava sapeva di fare un atto illegale ma era talmente necessario e bello esserci. Pochissimi professori-compagni stavano lì ad assistere il grande divenire così simile e forse così diverso dalle cose di cui avevano studiato letto e scritto.
    Sapevamo di essere ben oltre i libri, dentro la realtà. Con forza leggerezza serietà sgomento.

    Le assemblee si svolgevano nell’aula uno. Non ci capivo molto. Ma stavo lì dove il piacere e il dovere erano uniti. Finalmente!
    Durante un’assemblea, prima che incominci la discussione di non so quale mozione qualcuno prende il megafono:
    – Compagni, abbiamo qui un compagno lavoratore, un operaio che viene da Torino Mirafiori. Un boato di felicità prende l’assemblea. L’assemblea è in fermento: studenti e operai uniti nella lotta… la proletarizzazione dei ceti medi… Poi mi distraggo.
    Sto guardando i miei ricordi e le immagini degli operai della fabbrica con i quali avevo giocato, con i quali ero cresciuto: Gaia che incarta le caramelle cantando, Ida e Angela che mi portano a fare le fotografie su una Star ormeggiata al lungolago, Ubaldo che modella per me una pipa in pasta di caramella, Gianni che mi spiega come tostare le nocciole e il cacao senza bruciarli, Santo che parla del tempo della prigionia mentre mi mostra come sentire la temperatura del cioccolato mettendosene una goccia sul labbro inferiore, Tina che ride alla macchina continua delle caramelle, Giorgio che sta al vacuum e controlla la caldaia del vapore, Bruno con i suoi racconti di parà-guastatore, Giani che in officina mi insegna a tirare di lima e intanto mi dice – Guarda l’Angelina che belle tette! Saltale addosso sui sacchi del cacao, Attilio seduto su una scala a pioli che mi legge Kim mentre l’impastatrice gira.
    Torno tra i compagni: non so niente di loro e neppure sono in grado di immaginare le loro vite, le loro storie, le loro case, i fratelli le sorelle i genitori, il loro tavolo di studio, i loro sabati e le domeniche: totale estraneità ed insieme misteriosa comunanza.

    Mi pareva che fossimo disorganizzati e pasticcioni, nel complesso. Buttavo giù appunti: dalla stamperia al sistema di distribuzione, dal servizio di picchettaggio a quello delle pulizie, dal sistema di approvvigionamento viveri all’ordinamento dei controcorsi, al controspionaggio e pedinamento. Disegnavo un secondo livello organizzativo a celle separate e impenetrabili: sarei potuto diventare un terrorista, più avanti. Non presi mai quella strada: mi sembrava necessaria e insieme destinata alla sconfitta come i” fratelli Bandiera nel vallone di Rovito presso Cosenza”. Facevo del bricolage organizzativo e comunque non sapevo con chi parlarne.

    Nella facoltà occupata una sera venne un gruppo di intellettuali – quelli ufficiali, di “sistema”. Vestivano alla rivoluzionaria, con sciarpe rosse. Furono accolti con urla fischi venduti vergogna. Moravia aveva tentato di accreditarsi come quello che aveva intervistato o aveva scritto qualcosa su Mao e lo aveva definito “eroe eponimo della rivoluzione cinese”; che figata! avevo pensato. Non riusciva a farsi sentire. Sentii che stavo gridando – Lasciatelo parlare magari ha qualcosa di interessante da dirci!
    Ero sempre lo stesso bravo ragazzo beneducato in secoli e secoli di repressione. Neanch’io riuscivo a farmi sentire.

    Verso la fine di gennaio qualcuno entrò trafelato: – Abbiamo appena ricevuto la notizia che l’esercito nord-vietnamita e i vietcong hanno lanciato offensiva del Tet. L’assemblea scoppiò in un boato di pugni alzati: Vietnam vince perché spara!. La guerra del vietnam era una delle questioni che univano gli studenti in rivolta in tutto il mondo.
    Nelle assemblee e durante le occupazioni eravamo molti, a centinaia – cioè pochissimi dato che alla sola facoltà di lettere c’erano 12.000 iscritti. Comunque ci sentivamo tanti, un sacco di compagni e compagne. Ero un compagno anch’io. E’ il movimento, tutto si muove: noi siamo il-movimento.

    Le questioni di cui si parlava là dentro erano tante e tutte fondamentali: diritto allo studio, rifiuto dei parlamentini, democrazia diretta, regime assembleare, forme di agitazione da definire, autoritarismo, nuovi-modelli-di-lavoro-universitario, collegamento studenti-operai, mobilitazione degli studenti medi, discorso globale sulla società capitalistica. Globale, globale, tutto si riferiva al globale. La contestazione era globale. Niente doveva rimanere escluso.

    Un numero di Quindici con lo scheletro pugnalato del potere accademico riportava le famose Tesi di Palazzo Campana: ci trovavo qualcosa che riuscivo a capire abbastanza facilmente: era ora! Ma non avevo ancora finito di studiarlo che arrivavano altri documenti che sembravano decisivi e irrinunciabili anche quelli, da Trento o da Pisa e il giorno dopo qualcuno tirava fuori la Monthly Review. Se provavo a parlare con qualcuno balbettavo.

    Alcuni riuscivano a mettere insieme il Movimento con il movimento del corpo e andavano al piper. Non sapevo neppure dove stava ma mi sembravano cagate piccolo borghesi. Canzonette! non sapevo che anche quella era una faccia della globalità e che il piccolo borghese ero io.
    Mi si incrociavano-le-punte, come a sciare.

    Durante un’assemblea nella facoltà occupata sento un compagno e una compagna: – Ha ragione Norman Brown, dicono, a proposito della repressione sessuale, dell’angoscia dell’orgasmo instillataci dalla morale sessuofobica…
    Stanno usando la parola orgasmo: sbalordisco. – Che libro è? – La vita contro la morte, il saggiatore. Lo comprai. E comprai anche Eros e civiltà di Marcuse. E tanti altri che saltavano fuori in continuazione. Arrivai a comprare addirittura Stalin, Sul problema della lingua! Tutto era talmente rapido eccitante e vorticoso che non ci stavo dietro. Sono sempre stato un lettore lento. Tutto cambiava e si sovrapponeva e si sorpassava così rapidamente che non tenevo il passo. Ero nel movimento ero il movimento ma ero sempre più nella merda. Il kairòs non riuscivo ad afferrarlo. Ma quella era una questione mia personale.

    Qualche volta arrivava la polizia a sgomberarci. Il questore Mazzatosta ordinava i tre squilli di tromba e cominciava. – E ora che facciamo? – Resistenza passiva, diceva qualcuno, che altro vuoi fare? – Ma se mi tirano per un braccio o per i piedi giù per la scalinata mi spaccano la schiena! Mi alzavo da steso per terra e scendevo con le mie gambe. Non ricordo come avvenissero le schedature ma i mandati di comparizione che conservo da qualche parte sono inoppugnabili. Imputato del delitto p.e.p. per avere invaso arbitrariamente al fine di occuparli…, radunata sediziosa…, rifiuto all’ordine di scioglimento…

    La mattina del primo marzo ci trovammo a piazza di Spagna per andare a riconquistare la facoltà di architettura. Passammo da via del Babuino a ranghi abbastanza larghi da occuparla tutta. Sembrava una festa. Probabilmente cantavamo e ripetevamo slogan, non ricordo quali, i soliti.

    A valle Giulia, sopra l’ingresso della facoltà di architettura uno striscione diceva: Avevo vent’anni. Non permetterò a nessuno di dire che è la più bella età della vita. (Paul Nizan). Quelle parole: vent’anni! Fu una giornata molto movimentata. Di lì a poco non sembrò più una festa. Mi ritrovai con un tortore raccolto da qualche parte. Non si poteva mica stare lì con le mani in mano.

    Quando mi rifugiai insieme ad altri dentro l’istituto di cultura giapponese avevo già preso un fracco di legnate, il sangue sui capelli e sulla fronte si stava raggrumando. I lividi sulle spalle si stavano gonfiando. Credevamo di essere in salvo sotto l’egida della Cultura-Giapponese, forse in una zona franca: il personale ci aveva portato delle ciotole d’acqua per ripulirci: arigatò, arigatò! La sala aveva una vetrata molto grande che affacciava su un bel giardino.

    All’improvviso la vetrata esplose sotto l’urto compatto di un muro di celerini: mi sembrava che la cosa si svolgesse al rallentatore come in un film di Peckinpah. Restai affascinato e immobile.
    Non ricordo cosa e quanto ne presi ma l’eskimo insanguinato mi identificava. Mi trasportarono alle forche caudine davanti all’ingresso della facoltà: un lungo tunnel di celerini che si sfogavano. Caddi a terra e allora furono calci nelle reni, con gli anfibi.
    Fui accatastato insieme agli altri nel corridoio. Passò del tempo. Dolore rabbia e paura. Eravamo in balìa: potevano farci qualsiasi cosa. Ogni tanto qualcuno a caso veniva portato via sul cellulare, altri sull’ambulanza.
    Fui portato all’ospedale di santo spirito. Il pronto soccorso era intasato, il personale medico non si mostrava amichevole. Quando sentii qualcuno che gridava: – Di più ve ne dovevano dare! farabutti, figli di puttana! Peggio dei negri siete! – colsi la prima occasione per strisciare fuori inosservato. Non avevo calcolato che il portone esterno era piantonato. Mi portarono a san Vitale, la questura. Ci fecero stendere nei corridoi. Ogni tanto qualcuno usciva dalle stanze brandeggiando la beretta d’ordinanza davanti alla faccia e urlava: Canaglie, beduini! Alle ragazze: Troie, puttane! Quando ci schedavano ci chiedevano chi sono i vostri capi? Il movimento non ha capi, si esprime liberamente nell’assemblea!

    A notte fatta ero fuori ad aspettare il 64 davanti al palazzo delle esposizioni. Incrostato di sangue raggrumato e deformato da lividi alti due dita. I passanti mi guardavano con pietà o con ostilità, a seconda del loro orientamento politico e culturale. A casa pisciai rosso.

    Un mese dopo ricevetti un avviso: La S.V. è invitata a versare entro dieci giorni dalla data della presente, la somma di lire 4.650 oltre a lire 154 per I.G.E. 3,30% per prestazioni di pronto soccorso del giorno 01.03.68 effettuate presso l’ospedale S.Spirito.
    Ma se non mi ero neanche lasciato mettere le mani addosso da quelli! Pagai. Vaglielo a spiegare.

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