Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Una consacrazione impropria. Guadagnino, Chiamami con il tuo nome e l’inconscio imperiale dei semicolti.

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di Daniele Balicco

Last Week Tonight with John Oliver è una trasmissione statunitense di satira politica. Il conduttore è un comico britannico quarantenne, una versione sulfurea del nostro ben più rassicurante e qualunquista Maurizio Crozza. La puntata dello scorso 26 febbraio è stata interamente dedicata alle elezioni politiche italiane. Il video gira in rete da una settimana e vale la pena guardarlo. Non tanto perché faccia ridere. Anche se un po’, a dire il vero, lo fa. Quanto perché condensa molto bene quel miscuglio di aggressività e inconsistenza con cui l’Italia viene spesso osservata dagli emissari del nuovo patriziato imperiale. Di fatto, senza rendercene bene conto, siamo diventati in questi ultimi vent’anni il capro espiatorio della decadenza politica delle istituzioni dell’Occidente. Ci abbiamo messo del nostro, non c’è dubbio. Eppure, i deprecabili onorevoli che da domani torneranno a tormentarci dagli scranni di Montecitorio non sono più pittoreschi dei vari Trump o Boris Johnson o Marine Le Pen. Sono solo meno pericolosi. Il potere reale da cui dipende la nostra vita – lo sappiamo tutti – sta altrove e parla altre lingue. Come ci dice sarcasticamente John Oliver, chi domina il mondo ci considera ormai poco più che un’insulsa e caotica semi-colonia. Di questo prima o poi bisognerà parlare seriamente, se si vorrà ricominciare a fare politica davvero.

Altrimenti, lasciamo che l’Italia torni ad essere, proprio come in Call me by your name di Luca Guadagnino, una semplice espressione geografica. Forse non è un caso, del resto, che proprio questo film, pensato e costruito a tavolino per un pubblico internazionale, sia stato candidato a quattro premi Oscar – fra cui quello per miglior film dell’anno. Come sappiamo ne ha portati a casa solo uno, quello per la miglior sceneggiatura non originale a firma, ahimè, duole dirlo, James Ivory. Non c’è dubbio che alcune scene del film siano esteticamente potenti, come per esempio il lunghissimo primo piano finale. Ottima, del resto, è anche l’interpretazione del giovane Timothée Chalamet che va a controbilanciare quella, all’opposto imbarazzante, di Armie Hammer. Call me by your name è un film fragile, d’atmosfere rarefatte, a tratti noioso a tratti mellifluo. In un clima ovattato, senza conflitti significativi, il film racconta i tormenti di un giovane adolescente ebreo cosmopolita. Elio suona Bach come lo avrebbe suonato Busoni. D’estate, nella casa di campagna dei suoi genitori, si innamora di Oliver, un giovane ebreo americano, dottorando in archeologia, che legge – senza davvero capirlo – Heidegger su i presocratici, a bordo piscina in costume da bagno. Lo spettatore è dunque avvertito: se ama la vita, eviti la sala. E invece, quasi all’unanimità, critica, stampa internazionale di settore, e perfino Pedro Almodovar e Xavier Dolan, hanno parlato di vero e proprio capolavoro. E così Call me by your name è stato candidato all’Oscar per miglior film dell’anno, avendo per altro già incassato in sala oltre 35 milioni di dollari. Un successo vasto, dunque. Di pubblico e di critica. Ed è su questo che cercherò di ragionare, sulle cause implicite di una consacrazione impropria. Sarà necessario domandarsi: che cosa si desidera realmente in questo film? Lo spettatore – necessariamente non brechtiano – che se ne innamora, con cosa, nel profondo, si vuole identificare? Con quale tipo di vita? È difficile immaginare infatti che un successo così vasto sia attivato esclusivamente dall’empatia per lo struggimento di un amore adolescenziale; vissuto, per altro, senza alcun conflitto e ostacolo significativo. C’è probabilmente dell’altro. Vediamo meglio.

La prima considerazione da fare è quasi ovvia. L’oggetto del desiderio di Call me by your name, come del resto dei due lavori precedenti di Guadagnino, è una precisa classe sociale. Al nostro regista palermitano interessa infatti la vita dell’alta borghesia internazionale, quella sorta di patriziato urbano colto (anche se rappresentato con tutti i cliché con cui i semi-colti pensano la cultura), cosmopolita, poliglotta, ricchissimo, liberale nei costumi e nella politica. Di fatto, una classe imperiale che gode di privilegi e libertà pressoché assoluti e che è ben consapevole che nessun conflitto reale può minare, nel profondo, la sua granitica stabilità. Nell’immaginario di questa élite, l’Italia gioca e ha sempre giocato un ruolo importante, dal Grand Tour fino ad oggi. Non certo per la sua storia moderna, che al contrario turba e verso cui prova disprezzo; quanto per essere un altrove edenico, una somma vertiginosa di arte e cultura, concentrata in uno spazio tutto sommato innocuo, perfetto per autocelebrarsi come gaudente aristocrazia dello spirito. Un magnifico teatro, insomma, su cui proiettare deliri di onnipotenza, angoscia e dissacrazione.

Colpisce, infatti, di questo film altrimenti evanescente, la violenza con cui è continuamente aggredito il contesto geografico e storico. Se guardiamo Call me by your name film nella versione originale scopriamo, quasi subito, che la lingua ufficiale della campagna cremasca è – ohibò – il francese. Le amiche che si innamorano di Elio e che corrono in bicicletta, ignare, conversano fra loro e con il giovane musicista con un perfetto accento parigino. Del resto, si sa: l’Alliance ha sempre fatto ottimi affari nella bassa padana. Per contro, la servitù, che non merita neppure un’inquadratura di rilievo e che appare e scompare fugacemente dallo schermo, emette enigmatici suoni gutturali in un oscuro dialetto lombardo. La realtà e il presente restino incomprensibile come la lingua di questi plebei.

Ma la deformazione è soprattutto storica, più che linguistica. Alcuni esempi. Le campagne industrialmente coltivate della bassa padana sembrano uscite da una pagina di Carlo Levi: terre un po’ magiche alla fine del mondo, popolate quasi esclusivamente da vecchi contadini rimbambiti. Girando in bicicletta, i due protagonisti trovano qua e là immagini nostalgiche del Duce. Ad Oliver che si sorprende, Elio risponde laconico: «gli italiani sono questo». Poco importa che il film sia ambientato all’inizio degli anni ’80 e che un italiano su tre – soprattutto in quelle campagne – voti ancora per il PCI. E poco importa che l’Italia stia per diventare la quinta potenza economica del mondo. Guadagnino sa bene che per questo patriziato borghese (e per lo spettatore che sogna di farne parte) la storia reale non conta. La forza della sua operazione estetica sta tutta nella conferma di questo punto di vista patrizio e cosmopolita per cui l’Italia non esiste, se non come incantato rifugio periferico o come oggetto nobilitante, da possedere e da ostentare.

A dire il vero, però, ad un certo punto del film, la realtà storica cerca faticosamente di fare irruzione. Alla tv passa uno spettacolo di Beppe Grillo, velata allusione obliqua al presente. Poco dopo assistiamo addirittura ad un pranzo di famiglia dove si discute di politica. La madre ha invitato due amici italiani, non a caso imbarazzanti. Con loro prova a decifrare i problemi dell’Italia, ma è difficile ragionare con persone paonazze che urlano, litigano in continuazione, farfugliano concetti vaghi. Il tema che li preoccupa è il maledetto compromesso storico che ha portato al potere Craxi. Già, il compromesso storico…. Peccato che con il governo di Craxi non c’entri proprio niente. Ma d’altronde, come si dice all’inizio del film, siamo «da qualche parte nel Nord Italia» e, potremmo anche aggiungere, «in un qualche tempo indistinto di questa pittoresca penisola». Del resto, alle semi-colonie non deve appartenere pienamente né lo spazio, né il tempo. E un’ultima scena, a questo proposito, è emblematica. Il padre di Oliver, che è un famoso professore di archeologia, porta figlio e dottorando americano sul lago di Garda per assistere al ritrovamento di una statua romana che, magicamente, affiorerà di lì a poco dall’acqua. La statua, che viene afferrata con le mani, senza alcuna protezione, come se fosse un luccio, viene deposta sulla spiaggia. E i due nostri incerti amanti, ma già sicuri padroni del mondo, si divertiranno a giocare con il fragilissimo reperto appena trovato. Poco importa se si rompe. La storia non serve a nulla. È solo un gioco.

Call me by your name è sicuramente un film sul desiderio. Ma non, come è stato scritto, sulla sua natura erotica, tortuosa e indecifrabile. Quanto sulla sua natura infantile, innocente e prevaricatrice. È il desiderio di possedere il mondo; è il desiderio di distinguersi, come anime elette e libere, da una sempre più sterminata plebe senza nome. Questo è il vero centro magnetico del film e la ragione ultima del suo successo. Del resto, la distruzione del ceto medio di cui siamo tutti testimoni, sta facendo riemergere una distinzione sociale antica. Quella fra una minuscola élite, rapace e cosmopolita; e un nuovo infinito popolo plebeo. Call me by your name mette in forma questa mutazione neo-oligarchica, rimuovendone il contenuto. Spostando cioè nei tormenti illusori di un desiderio erotico omosessuale conciliato, privo di veri ostacoli e tabù, il delirio di onnipotenza di una nuova classe patrizia predatoria. Fa male pensare che un film così aggressivamente classista abbia sfiorato la possibilità di vincere l’Oscar, come miglior film dell’anno. Così come fa impressione pensare che l’Italia diventi, nel nuovo inconscio imperiale dei semi-colti, uno degli spazi elettivi di questa vistosa involuzione post-democratica.

 

[Immagine: Luca Guadagnino, Chiamami con il tuo nome].

85 commenti

  1. Non si può che concordare. Pare un prodotto degli anni Ottanta, edonistico e sollecitante all’edonismo più disimpegnato.

  2. Quello che trovo spaventoso in questo film kitschissimo e involontariamente ridicolo è la cancellazione totale del negativo. Non esistono conflitti di classe, di generazione, di genere, di lingua e di cultura, nemmeno di psicologia. I servi servono i ricchi vacanzieri muti e contenti, gli italiani delle campagne si esprimono perfettamente in francese e in inglese, gli adolescenti cosmopoliti invece di fare quello che farebbe un normale diciassettenne in villeggiatura forzata con mamma e papà passano le serate discutendo di musica e di filosofia coi genitori, con cui peraltro non hanno alcuna ragione di litigare, visto che non dicono mai NO (se davvero ci sarà un sequel, il protagonista che sembra uscito dalla Fatica di essere se stessi di Ehrenberg non potrà che cadere in depressione); le donne sono cornute e mazziate, ma incapaci di conflitto: la ragazza scaricata per il biondo non ha diritto nemmeno a una sana scenata isterica, le basta un piantarello, e la moglie di babbo gay represso vive felicemente ignara della propria infelicità sessuale declamando versi di letteratura tedesca. Sullo sfondo dell’Eden anni ‘80, i laghi rigurgitano antiche statue romane, la natura si identifica adialetticamente con la cultura, gli alberi regalano pesche lussureggianti alla mano del desiderio innocente. Rivogliamo la mela.

  3. [riprendo il mio messaggio lasciato sulla pagina FB, per continuare il dibattito qui]

    Caro Daniele Balicco, ho letto la sua recensione e non sono d’accordo. Lei esprime un punto di vista, che, per carità, è più che legittimo. Ma interpretare il film come una specie di sberleffo alto-borghese contro la classe medio-bassa è quanto di più assurdo si potesse fare. Solo uno sguardo profondamente ossessionato dalla lotta di classe avrebbe potuto produrre una simile lettura. Lei osserva il film con il pregiudizio snob di una certa classe intellettuale senza cogliere, invece, il vero senso della pellicola. Che non sta nella ghettizzazione del popolino, come invece sottolinea lei, ma nel prodigio di un incanto, del desiderio (sì, d’accordo, lei ne parla, ma poco e male) che invece d’essere “libero” è certamente ostacolato (distanza, preoccupazioni sociali di Oliver, una vita preordinata già fissata in un altrove). Lei non coglie del film la magia dello stupore, non coglie la raffinatezza di una classe borghese colta ma non caciarona, anzi sensibile e attenta, di una discrezione di modi e di gesti che niente hanno di pretenzioso (come invece sottolinea lei). Insomma, il suo messaggio sembra essere: un film sulla borghesia è pietoso a priori. Io la inviterei a rilfettere in maniera un po’ più trasversale, a lasciarsi un po’ più andare alle pieghe suggerite da Guadagnino-Aciman, al mistero dell’amore che è per pochi eletti, e all’incanto di quella campagna che non è, come dice lei, una macchiettistica riproposizione di un’Italietta da quattro soldi. Io ci sono nata e cresciuta in quelle terre e lo sguardo di Guadagnino mira alla bellezza, ché, fortunamente, è per tutti, di una democrazia infinita, la bellezza non guarda in faccia a nessuno ed è, al contrario del suo propos, pronta solo a essere colta, “bevuta”. Bellezza è per sguardi che abbiano voglia di macchiarsi d’un po’ di poesia, non soltanto di stanche idee proto-politiche che ormai lasciano il tempo che trovano (vista l’epoca oscura in cui ci troviamo). Un cordiale saluto.

  4. Barbara, mi hai tolto ogni residuo desiderio di vederlo.
    In questi giorni non riuscirei a sopportare malessere che si aggiunge a malessere.

  5. Gentile Ilaria, la ringrazio per la sua lettura. Non sono d’accordo con quello che scrive, ma fa parte del gioco. Non credo davvero che “il mistero dell’amore sia per pochi eletti” (sarebbe troppo lungo spiegare perché, dopo un secolo di psicoanalisi) e non credo che sia un film “sulla raffinatezza di una classe borghese colta ma non caciarona”. Ho parlato di aristocrazia, infatti. Di patriziato urbano. Sono concetti che con la borghesia non c’entrano nulla. Comunque sia, ognugno è libero di lasciarsi incantare da quello che vuole. Come diceva Adorno, ciò che ami ti condanna. I più cordiali saluti, Daniele

  6. #Ilaria

    “L’arte riuscita non è quella che risolve le contraddizioni in una armonia spuria, ma quella che esprime l’idea di armonia negativamente con l’incorporare le contraddizioni, pure e prive di compromessi, nella sua struttura interna.”

  7. “ Domenica 4 marzo 2018, Siena – Sotto una foto del regista Luca Guadagnino candidato all’Oscar scriverò la seguente didascalia: « Guadagnino ». “.

  8. Adorno, che notoriamente del cinema aveva capito tutto.

  9. È un sollievo leggere questa recensione in questo marasma di commenti esaltanti. Tuttavia, nonostante la sceneggiatura sia sicuramente la nota più dolente di questo film mediocre, non si fa nessun riferimento alla regia. Tralasciando i capolavori a cui ci ha abituato il regista, come l’indimenticabile “Melissa P”, Cbyn si nutre di espedienti tecnici degni di una telenovelas messicana degli anni 80′ (che sia voluto per ricreare l’atmosfera?). Emblema di queste discutibili scelte registiche, il terribile movimento di macchina, che si sposta dal melenso abbraccio “precoito” della coppia sdraiata sul letto, alla finestra aperta sulla campagna. Roba che non si vedeva dai tempi di “Sentieri”. Per non parlare della direzione artistica macchiettistica, in cui le persone felici sono messe in scena mentre ballano e quelle tristi mentre piangono.
    Un film, insomma, denso di sentimenti a buon mercato.
    Grazie Daniele, mi hai fatto sentire meno solo.

  10. “Heiddeger”?

  11. Alcuni spunti.
    Ma veramente, questi ricchi sono come quelli dei film precedenti? veramente, gli intellettuali, che siano ancelle del potere o meno, sono la stessa cosa della finanza milanese? Davvero non vale la pena distinguere tra realtà e rappresentazione (cos’è la bassa padana e come invece la si vuole rendere?) Inoltre, non capisco proprio perché ignorare (volutamente o meno) che no, nella campagna cremasca e pure a Bergamo ci sono anche locali, hanno un loro carattere (una fa da madre a Elio, come ben si capisce in una scena) non solo francesi a svernare – quello fanno non sono dei locali, fanno parte di quell’elite intellettuale, questo all’autore penso sia chiaro, ma non lo rende chiaro al lettore. Inoltre, davvero ancora dobbiamo parlare della deformazione storica in un film? Di film costruiti a tavolino per un pubblico internazionale (ohibò che scandalo!)?
    Sono d’accordo che vada fatta ancora una volta una riflessione seria su come veniamo rappresentati all’estero – sommessamente, faccio notare che alcuni caratteri (specie la dinamica pittoresco/tradizione) siano gli stessi da 200 anni, pace Guadagnino Aciman Ivory – e ancor più cercare di capire quale potere ha interesse a rappresentarci in un certo modo, e riportare assolutamente il discorso sulla pregiudiziale orientalista a casa nostra, ma farlo appiattendo invece che complicando è del tutto inutile se non dannoso – faccio anche notare come il film proponga un’idea stereotipata degli americani, o molto colti ma coloniali o un po’ stupidi e in grado solo di non capire quello che leggono (“che vuoi ne capisca lui, è americano” e via nell’altra stanza a sanguinare), non è che perché loro siano in posizione egemone non vada fatta una critica anche a come vengono rappresentati (anche perché, queste posizioni fluttuano, anche noi siamo egemoni agli occhi di tanti), lo stesso dicasi per il personaggio francese, giovane figlia dell’intellettualità parigina (letteralmente, Garrel) che scopre la poesia etc etc. I conflitti, infine: ne esistono tanti, ci sono quelli che ci piacciono (e che ahimè spesso al cinema risultano goffi), e ci sono quelli da cui tendiamo a fuggire, e non capire quanto conflitto ci sia nei personaggi (quasi tutti), nel loro provare a trovare un posto nel mondo (privilegiato, d’elite quanto si vuole) mi pare infici una discussione seria sul film. Anche i semicolti (come li chiama l’autore) e i semiricchi possono amare e vivere in maniera conflittuale l’amore o la scoperta di. Mi pare più sensato odiare la borghesia per il loro odio che non per il loro amore.

  12. Se si vuole attaccare il classismo si attacchi Downton Abbey e simili, ma non si proietti pregiudizi vari su un film e un regista che chiaramente non hanno glorificato questo ‘patriziato imperiale’. Lei cita I due film precedenti di Guadagnino come prova del classismo di Guadagnino peccato solo che proprio in ‘Io sono l’amore’ l’elite milanese sia criticata e denigrata nella sua snobberia più patetica invece di essere celebrata. La villa Necchi funge da palazzo e prigione allo stesso tempo per Emma – Tilda Swinton- la cui famiglia e’ rappresentata come un covo di serpi eccezione fatta per I suoi due figli. Quando Emma scappa di casa non saluta nemmeno la suocera ma abbraccia la domestica invece. La figlia di Emma a sua volta sa che puo’ confessare il suo amore per un altra donna solo al fratello e alla madre e non certo ai nonni o al padre perché ‘ loro non capirebbero’. Il cuoco per cui Emma perda la teste non e’ certo un operaio della Fiat ma ha comunque bisogno del finanziamento economico del figlio di Emma per fare il suo ristorante in mezzo alla campagna ligure a dimostrazione del fatto che non e’ ricco sfondato. All’inizio del film vediamo Emma vivere in questa villa opulente di Milano e vestirsi per la cena con lo zelo di un generale che si mette l’uniforme e alla fine del film la ritroviamo a godersi la natura vestita umilmente… inno al classismo? Direi proprio il contrario. E’ un inno all’ sensualita’ nel senso più genuino ed universale come lo e’ Chiamami con il tuo nome.
    Lei sostiene che non si possa certo spiegare il successo del film con lo struggimento di un amore adolescenziale e un desiderio erotico omosessuale vissuto senza alcun conflitto e ostacolo significativo, ma dove sono le prove di questo? Con quale fondamento afferma che un film abbia bisogno di conflitti macrospici? Da quando un film non si puo’ concentrare sulla natura umana e suoi sentimenti? Pensi che I finanziatori avevano fatto molto pressione su Guadagnino affinche’ rendesse la madre omofoba, invece il regista ci ha regalato un saggio sull’amore che e’ specificamente omosessuale ma allo stesso tempo universale. L’amore tra Elio e Oliver e’ specificamente l’amore tra due uomini perché non sono soggetti alle differenze di genere tra uomo e donna, perché non possono corteggiarsi in maniera spontanea e diretta – come invece fanno con le rispettive ragazze – e perché non possono mostrare affetto in pubblico. Allo stesso tempo I loro sentimenti sono universali e il film riesce a parlare di un tema abusato come l’amore in maniera originale con la scena del padre che ammette che la capacita di amare -come la gioventù- non e’ infinita ma preziosa quanto deperibile purtroppo. Un’ammissione molte tragica e in contrasto con la visione infantile contemporanea dell’amore che si ha di solito. Certo bisogna essere sensibili per leggere il significato sottointeso nelle scene, questo film non e’ polpettone per bambini come Shape of Water, questo e’ film per persone sensibili che hanno sperimentato l’amore autentico e la sua negazione.

  13. Grazie, Guido. Pensavo di essere l’unica a cui il film fosse piaciuto.

  14. si è sempre l’Orientalismo di qualcun altro

  15. In parte apprezzo l’analisi da lei condotta, ma devo evidenziare una serie di forzature che abbassano la qualita dell’argomentazione. Innanzitutto, l’assenza di un’informazione fondamentale, ossia, il fatto che “Call me by your name” sia la trasposizione cinematografica di un romanzo. Dunque per analizzare compiutamente il film sarebbe necessario compararlo con l”opera scritta, così da sapere in che modo gli autori abbiano modificato la trama e i toni della narrazione. Elementi fortemente criticati potrebbero essere presenti nell’originale e, in tal senso, risulterebbe inutile il giudizio espresso sul alcune scelte d’autore. “Call me by your name” rappresenta un contesto sociale utopico, innaturale se si considerano meccanismi che governano la realtà. Si ritrae un nucleo familiare irrealistico, in cui la cultura e la sua condivisione costituiscono un elemento essenziale. La presenza di lingue diverse, per quanto apprezzabile dal punto di vista narrativo, risulta anch’essa un azzardo. In poche parole, la realtà rappresentata nel film è meravigliosa, affascinante e invidiabile ma impossibile da attuare. È forse vero che Guadagnino scava nell’immaginario collettivo e ci ripropone un’ Italia onirica, fatta di atmosfere evanescenti, paesaggi di bellezza sconvolgente, tradizione artistica e culturale. In questo modo, l’idea del “Bel Paese” si imprime nelle menti dello spettatore come “locus amoenus”, un paradiso naturale ma che non possiede altro se non la bellezza. Mi chiedo, tuttavia, se la scelta di rappresentare il ceto alto-borghese, ricco e amante della cultura, liberale e con una visione della vita estremamente positiva, direi sognante, non sia stata un’esigenza di tipi narrativo, volto a mantenere una sorta di coerenza o “realismo” all’interno del film. Se si vuole rappresentare l’amore omosessuale con assoluta libertà non si può fare riferimento ad un ceto sociale medio-basso, in cui l’assenza di cultura o, peggio, la presenza di una cultura di scarso livello, non permettono di elaborare una visione così inclusiva del sentimento amoroso non “tradizionale”. Da questo punto di vista, la rappresentazione di un nucleo famigliare artificioso, quale quello che delinea la convenzionale visione dell’Italia “serena e speciale, costituisce un presupposto necessario affinché la raffigurazione del sentimento omosessuale, la sua scoperta e il suo sviluppo, non siano associati necessariamente al conflitto e alla “impossibilità”(benché nel finale si affermi il contrario, e penso per motivi di “coerenza storica”). Le parole con le quali il padre si rivolge ad Elio nel finale sono profonde e indicative di una grande sensibilità: una sensibilità che, negli anni 80, mai ritroveremmo nel contadino o nel anziano signore che siede al bar e gioca serenamente a carte con i compagni. In conclusione, trovo che molte delle sue affermazioni siano pienamente condivisibili, ma allo stesso tempo ritengo che il giudizio da lei espresso, gradevole per qualità della prosa e capacità argomentativa, in alcuni punti esageri in superbia( non in senso offensivo) e conduca a esiti non proprio errati ma incompleti. Lei ha ragione: chi guarda film apprezza quella dimensione libera e serena, sciolta da qualsiasi vincolo, lontana dalle tradizionali costruzioni sociali, che è la famiglia di Elio ed il suo contesto amicale. Il desiderio di farvi parte, unitamente alla qualità estetica del film e alle modalità di rappresentazione dei sentimenti, determinano il successo dell’opera cinematografica. Si può definire classista? Assolutamente si. È possibile immaginare un diverso ambiente culturale nel quale inserire la storia rinunciando all’elemento del conflitto? Tristemente ritengo che non sia possibile.

  16. Trovo che sul desiderio adolescenziale (e in generale sulle ambivalenze della famiglia) dica cose più profonde il molto meno pretenzioso Lady Bird. Il mondo senza tragico e senza ironia di Guadagnino è solo il prodotto di un falso pensiero positivo, un bengodi commerciale (non scomoderei la categoria di utopia) per cui non mi viene in mente altra definizione possibile: kitsch.

  17. Caro Balicco,
    trovo la sua lettura uno spunto interessante, ma ho alcune osservazioni da farle. Ritengo, come traspare anche dal suo articolo, che Guadagnino non sia un genio del cinema, né tantomeno che Call me by your name sia un film avvincente. Devo ammettere che il film nel complesso non mi è dispiaciuto, sebbene la lentezza della prima parte e un infinito monologo finale francamente opinabile. Però la sua lettura ai miei occhi va un po’ al di là di quanto sia effettivamente detto nel film (d’altro canto merito della critica è anche andare al di là). Mi sembra infatti molto chiaro che il conflitto di classe c’entri in maniera solo trasversale. In maniera evidente e inconscia il film richiama le teorie di Bourdieu, + ricco + cultura + figo. Ma la centralità del conflitto (anzi della distinzione) sociale che come lei ben sottolinea è tangibile ha una giustificazione molto banale, e prettamente culturale. Guadagnino scompone e ricompone nel film gli stereotipi più comuni della giustificazione dell’omosessualità. Ricordiamo infatti che il film è un film sugli omosessuali (cosa che i critici secondo me hanno teso a scordarsi) e proprio intorno a questo centro propulsore si costruisce la trama. È come se il regista avesse voluto prendere tutte le giustificazioni più comuni dell’omosessualità e metterle in scena in una trama organica. Mi spiego meglio, frasi come “anche i greci erano omosessuali” “la cultura rende liberi di pensare” “gli omosessuali hanno mamme elicottero” trovano loro spazio nel film. Il sottofondo di cultura archeologica greca e, in maggior battuta, di Prassitele con tutti quegli efebi androgini, unito alla scelta della classe colta, forse la più notoriamente colta, come la ricca borghesia ebraica unito, non a caso proprio una religione matrilineare come quella ebraica, sono secondo me i punti di salienti del film. Questo giustifica quello che anche lei sottolinea della contrapposizione tra la famiglia all’avanguardia e i due parenti scemi che connettono il compromesso storico e Craxi, e giustifica ancora le scelte linguistiche: i colti che parlano più lingue al popolino che crede ancora in Mussolini e parla dialetto e, se si vuole, anche la scelta di uno studente americano, Ivy League, ma dall’altrettanta ignoranza (tanto che alla fine, in una scena totalmente evitabile, lui chiama per dire “toh mi sposo!”). La giustificazione culturale, tra l’altro, una cultura giustificata dalla ricchezza, è il filo rosso che tiene insieme il film. Indipendentemente dalla veridicità di questa frase, sembra di sentire Foucault che dice che senza letteratura non ci saremmo mai potuti innamorare. La vera ragione del successo del film è che è una storia romantica un po’ pretenziosa perché basata sul presupposto di “ricchezza culturale”, come una via col vento omosessuale che mette d’accordo anche i più perbenisti, ma che rimane comunque una storia romantica dal sapore banale. Più che di immedesimazione parlerei di sentimento buonista nei confronti della storia (scambiati con due etero sarebbe stato un remake più culturale di 3msc) e di amore mondiale per i bei paesaggi e la bella vita (direi che in questo sta la vittoria della mancanza di una città più nota e più definita).
    Apprezzo la sua lettura e la trovo molto interessante. Avrei piacere in una sua risposta, saluti.

  18. E’ bene che qualcuno abbia sottolineato l’ineleganza di certe uscite di un film, a mio parere, stupendo. Ineleganza per non dire cialtroneria. Mi è spiaciuto, vedendo il film, che il regista utilizzasse cliché e siparietti per descrivere l’Italia. Quindi sono in parte d’accordo con ciò che scrive Balicco, ma mi permetto di dissentire su alcune cose. Prima di tutto è chiaro che le ragazze che parlano francese sono amiche in vacanza, come il protagonista e la sua famiglia. Precisazione pedante ma necessaria, visto che l’argomentazione fa parte della critica mossa al film.
    Secondariamente, la questione sul Duce e i due amici di famiglia, imbarazzanti tanto sono caricaturali. Così imbarazzanti che a me è parso si trattasse di una semplice stoccata al vetriolo del regista alla sua terra madre (matrigna) che da anni lo snobba, preferendogli autori che replicano se stessi all’infinito, con film dove il picco più alto è un litigio corale di una famiglia, ca vans sans dire, disfunzionale e tutto si risolve sempre nel conciliante finale aperto che non vuol dire niente, ma fa commuovere e annuire con il cuore gonfio.
    Una stoccata quindi, sicuramente semplicistica e banale, ma non il vero perno su cui si regge il film, né un suo filo conduttore. Il cinema di Guadagnino è un cinema di “estetica dei sentimenti”, slegato da qualsiasi riflessione di classe o, semplicemente, senza alcuna pretesa di realismo, nel senso più tradizionalmente cinematografico del termine. I suoi film sono come quadri, finalizzati a raccontare un istante, uno sguardo, un palpito, una morsa allo stomaco, un dolore. L’intento è di dilatare, quasi sezionare, questi sentimenti e istanti fugaci, in una ricerca spasmodica di bellezza e di verità tramite la bellezza. Si può amare questo cinema oppure no, considerarlo accessorio e puro esercizio di stile, ma la lettura che viene fatta nell’articolo mi sembra un po’ eccessiva nel ridurre l’intero film a un elemento che sicuramente è posto in maniera sbagliata e quasi irrispettosa, ma che certamente non svela un intento predatorio e post-coloniale. Nel film tutto è metaforico, estetizzante, mirato a descrivere con immagini lo svolgersi di un sentimento. Il resto del mondo, la situazione politica dell’Italia degli anni Ottanta, la vita quotidiana della provincia rurale, a Guadagnino, non interessa.

  19. Spiace sempre vedere recensioni che finiscono in psicanalisi di autore (qui ce ne sono almeno tre, ma ci si accanisce su uno solo) e spettatori.
    Spiace rilevare che il rammarico espresso da questa recensione sia per la “consacrazione” e per “gli Oscar”.
    Spiace rilevare la dimenticanza dei precedenti film del regista (che non hanno avuto un successo paragonabile a questo, pur condividendone il difetto della “propaganda neopatrizia” o delle assenze di conflitto) e del romanzo da cui è tratto (a cui pure andrebbe imputata ogni dietrologia di questa recensione, che alla forma cinematografica non fa accenno), dimenticanza funzionale a tenere in piedi l’impianto accusatorio e allarmista.

    Questi rilievi spiacciono davvero, evidenziando l’urgenza del recensore di usare l’opera altrui per lanciare giudizi non già su di essa ma su tutta l’umanità che essa ha saputo catalizzare. Un’inchiesta sociologica, al limite, piú che una critica d’arte, ma come critica d’arte smerciata, e questo è disonesto.

    Nel merito, confesso di essermi perso fra i troppi tentativi di indovinare le intenzioni di quanta piú gente possibile: “In cosa si identificano gli spettatori? Ve lo dico io. Quanto i personaggi vogliono davvero suonare Bach e leggere Heidegger? Ve lo dico io. Cosa pensano davvero Almodovar e Dolan? Ve lo dico io. Quanto si credono colti i semi-colti che raccontano dei colti? Ve lo dico io. Quanto quel personaggio è davvero un archeologo? Ve lo dico io.”
    Il film non è piaciuto tatto neanche a me, e ero genuinamente curioso di conoscere una recensione approfondita di chi ha avuto la mia stessa esperienza, ma quello che ho letto argomentato qui è solo la scusa/vanto di non essere stato coinvolto dalla storia e il giudizio sommario delle persone di esperienza/parere opposti, giudizio per di piú presuntuoso e troppo automaticamente complottista.

    E niente, come dicevo: spiace.

  20. Pietro, mi puo’ spiegare cosa ci sia di irrealistico nel nucleo familiare poliglotta, istruito e inclusivo? Solo perche’ il nucleo familiare del film non rappresenta la media italiana – che oggi dopo le elezioni sappiano essere populista,xenofoba e omofoba – non vuol dire che sia irrealistico. Io di persone con nazionalita’ duplice che parlano 3 lingue e sono colte e progressiste ne conosco parecchio, mi spiace che lei e molti altri qui pensate che nuclei del genere siano una fantasia irreale.
    Ilaria, grazie a te. Sopratutto perche’ il tuo commento sulla recensione esprime con arguzia quello che provavo anche io ma non sapevo articolare cosi bene.

  21. La lettura del film è rigorosa e inoppugnabile. Il commento di Barbara Carnevali ne è il sigillo definitivo.

  22. Non sono d’accordo praticamente su niente con questa lettura intellettualistica del film. Magari quando si va al cinema si potrebbe anche accendere il cuore e spegnere per un attimo un cervello pieno di giudizi e pregiudizi? Che ne dice?

  23. Ma se davvero fosse un film d’evasione o un prodotto commerciale rivolto ai ricchi, cosa pensiamo ci stiano a fare la TV Grillo e Craxi sullo sfondo? Un film mal capito. Anche io ho pensato all’ Eden vedendolo, ma ho ammirato chi ha saputo rappresentare l’Eden così bene che me lo ha evocato. Se le contraddizioni del film confondono, non sarà perché il film rappresenta le contraddizioni nostre? Si vedano i migranti sullo sfondo della storia da telenovela della gente ricca e infantile in “A bigger splash”. In definitiva, a parte la forza con cui questo film evoca la carica dirompente della sessualità adolescenziale, e l’afa orrenda della Pianura Padana d’estate, mi pare riduttivo ignorare gli elementi storico politici solo perché i due innamorati li ignorano. Abbiamo visto film più impegnati e meno veri.

  24. Mi piacerebbe ricordare a tutti che il cinema è un’arte visiva e qualsiasi critica cinematografica dovrebbe prescindere, se non necessario, dal fattore contenutistico e soffermarsi prima di tutto sulla sua qualità nella costruzione estetica. In secondo luogo, il film ha una sua sceneggiatura che prescinde totalmente dalla sua controparte letteraria e che dovrebbe essere giudicata autonomamente. Terzo, cinema e realtà sono cose che si intersecano ma che al tempo stesso sono da considerarsi su due piani totalmente diversi. Se Guadagnino ha deciso di mettere in scena una società classista saranno anche fatti suoi, non è su questo che si giudica la qualità di un film. Forse sarebbe il caso di andare al cinema con queste consapevolezze prima di dar libero sfogo alla tastiera.

    P.s. “E invece, quasi all’unanimità, critica, stampa internazionale di settore, e perfino Pedro Almodovar e Xavier Dolan, hanno parlato di vero e proprio capolavoro” – Sarebbero altrettanto sorpresi di leggere questo articolo, temo. Almodovar e Dolan sono tuttavia…Almodovar e Dolan, sapete com’è.

  25. mah, io un po’ di ricchi – ricchi veri intendo – li ho frequentati, per motivi di lavoro. Questo patriziato globale non è nè troppo colto nè indulge nei piaceri agresti o culturali. Spesso ha una formazione tecnica (o tecnologica), ha poco tempo libero, non ha idea di chi sia Heidegger (o Bach), e quel poco tempo libero che ha lo passa in modi estremamente costosi. A me il film di Guadagnino sembra, più che altro, la furba celebrazione di come un certo ceto intellettuale, o para-intellettuale, vorrebbe vivere: parlo di giornalisti, professori universitari, avvocati di provincia con il romanzo nel cassetto, scrittori, pubblicisti, insegnanti, PR, pensionati di livello… Non si incassano 35 milioni di euro producendo un film per il famigerato 1%. Piuttosto, si vede un film del genere e si capisce perché il PD ha perso rovinosamente le elezioni. Quelli che hanno visto il film del buon Guadagnino votano, al 90% posso scommetterci, PD (o LEU, o Bonino)… gente che accetta l’omosessualità, ma rifiuta i poveri, gli ignoranti, i brutti. Tengo a sottolineare che nel mondo di ieri l’aristocrazia illuminata (quella di Bertrand Russel, tanto per dire) rifiutava anch’essa la povertà, l’ignoranza e la bruttezza, ma cercava di elevare i poveri, i brutti e gli ignoranti. Oggi no. Oggi se ne fregano. L’empatia finisce laddove comincia il dialetto e la puzza di ascelle. Signor Balicco, non commetta l’errore di dare a Guadagnino più meriti di quanti non ne abbia.

  26. La presunzione intellettualoide di questa recensione supera di gran lunga quella del film di Guadagnino. Giudicare il film sulla base della veridicità storica e geografica è inutilmente tendenzioso ed appare come un palese pretesto di critica negativa. Chi ha capito, o meglio voluto capire il film, sa benissimo che la cornice storico-geografica ha puramente uno scopo estetico e quindi non è il tema fondamentale del film o comunque per il cui il film andrebbe principalmente valutato. Per non parlare poi della visione classista dei personaggi. Non so neanche come commentare questo punto. Ottime le risposte di Francesco e Guido. Condivido tutto.

  27. Una piccola precisazione che comunque dà un po’ l’idea della pretenziosità dell’articolo. Non c’è nessun Heidegger letto a bordo piscina senza capirlo. Lo studente americano rilegge pagine della sua stessa tesi di dottorato di cui però è visibilmente non soddisfatto.

  28. L’unica cosa che mi sfugge è come una famiglia di professori possa essere diventata parte di un patriziato urbano, dal momento che è proprio quel tipo di ceto medio ad essere stato colpito e indebolito negli ultimi 20 anni.

  29. Daniè, qualcuno deve per pur dirtelo: il delirio sulla lotta di classe speravamo di averlo sepolto insieme ad Andrea Costa e compagnia. Giusto un centinaio di anni fa. Ora tu arrivi, armato di lessico discreto e virgole precise, e, tradendo il tuo compito di critico, fingi di aver colto corrispondenze visionarie quando in realtà hai soltanto riesumato dalla terra un cadavere. Roba morta. Ti consiglio, da giovane proletaria emiliana nell’ombra del patriziato Estense, di attenerti leggermente di più alla lettera del testo (che sia letterario o cinematografico, ça va sans dire), e di piantarla con questa retorica marxista de noantri, soprattutto quando le tematiche esulano completamente da una sfera social-politologica ma si concentrano su altro. Spero di non dover dire davvero che si tratta di un film d’amore. Bellissimo per una serie di motivi che non hai compreso.
    Pace e amore e Potere al Popolo!

  30. Ritengo che questa recensione sia, con tutto il rispetto, totalmente sballata e fuori fase.

    “Call me by your name” è un film sulla scoperta dell’amore durante l’adolescenza (e della sofferenza che ne consegue). Poteva essere una storia etero/omosessuale, non fa differenza.
    Il modo in cui è raccontata questa storia è struggente: segue i ritmi dell’estate, si muove in un paesaggio assolato e sospeso, concentra l’ambientazione in una sorta di idillio dove tutto è strettamente necessario al racconto amoroso. Non ci sono sovrastrutture, non ci sono cliché. E’ semplicemente il racconto di due persone che si amano per un breve spicchio di tempo, con una differenza d’età e di provenienza che li separa.

    Infine, ci sono considerazioni che non c’entrano nulla con il film, ma parlano del suo contesto. E secondo me sono scorrette:
    – il film è stato girato con pochissimi mezzi a disposizione. Non era una produzione che poteva ambire agli Oscar (almeno come budget: e infatti ha vinto Del Toro). Il fatto che ci sia arrivato, la dice lunga sul valore artistico dell’opera
    – il film era distribuito in pochissime sale, ma aveva la media copia più alta in assoluto. Questo vuol dire che, prima della stampa, ci sono state le persone a vederlo e a sceglierlo.
    – l’industria cinematografica hollywoodiana vuole poche cose dall’Italia: mafia, Roma, Firenze, Vaticano, poco altro. L’ambientazione di questo film si colloca in un altrove totale rispetto a questo immaginario. Ma credo che si sarebbe potuto girare anche in una campagna francese. Il fatto che sia stato girato a Crema dovrebbe essere visto come aspetto positivo. o no?
    – La fissazione di Guadagnino per le ambientazioni imponenti, per la moda, per il design, è una scelta estetica precisa. Perché vuole costruire l’immagine così. Può piacere o meno, ma è tutto funzionale alla sua idea di cinema e della visione. Da decenni il cinema italiano produce film su tragedie piccolo borghesi dove, comunque, mai nessuno c’ha un mutuo da pagare. Vogliamo parlare di realismo seriamente?

    Un caro saluto,
    Gabriele

  31. Probabilmente nessuno ha vissuto gli anni ’80,
    Nessuno di questi che sputano sul film.
    Io andrei a rivederlo ancora xkè,nonostante ne abbia capito il senso, mi piace molto.
    E non dico che sia perfetto, ci sono dei buchi che probabilmente dovremo riempire noi spettatori, con la nostra immaginazione e leggendo il libro che ne esprime di più il senso.
    Ho dato un senso ad ogni personaggio, e non sono molto delicata su qualcuno.
    Perché bisogna essere sinceri con sé stessi quando si vede un film o si legge un libro.
    Comunque viva il MADY IN ITALY..
    Andate a vederlo, e giudicate voi stessi..
    Il prossimo sarà NOME DI DONNA con la presenza del regista..
    Ciao

  32. Mi scuso se mi sono ripetuta a volte, e se sono stata troppo sintetica.
    Ma non serve a nulla girarci troppo attorno a volte..

  33. Trovo questa analisi abbastanza tendenziosa, questo feticismo del “popolo” inizia a offuscare la mente di molti.
    Il successo del film è dato, tra le altre cose, principalmente dal fatto che sia la cronaca di un’attivazione sessuale, l’irrompere senza freni del desiderio, in una forma che per intensità e violenza può definirsi quasi infantile. Il negativo, il contrasto emerge proprio nella lotta del soggetto col proprio corpo.
    Credo che il pubblico non abbia minimamente notato alcuna questione di classe guardando il film, perché questa non ne è, in alcun modo, il nucleo pregnante.

  34. .
    Viene il serio dubbio, che, dopo Dunkirk, Call me sia l’altra faccia della reazione moderna.
    D’altronde a quanti progressisti inorriditi dalle ultime elezioni ho sentito elogiare il
    fascistissimo film di Nolan ? A questo punto devo vedrei anche Guadagnino

  35. Tutte queste recensioni, sia quelle negative che quelle positive, sono intellettualmente superiori al contenuto reale di questo film.
    Si è scritto molto su classi sociali realtà oggettiva di un contesto provinciale di una provincia mitizzata.
    La realtà è molto semplice a mio modesto parere: il film è scritto male e girato malissimo. I personaggi sono pieni di cliché, stereotipati. I dialoghi sono brutti, sembra che tutte le battute sia “scritte”. La regia è sciatta, dilettantistica sia nelle scelte prettamente estetiche che nella messa in scena: sentimenti ed emozioni sono rappresentati nella maniera più scontata. Sono molto estremo nel mio ragionamento, nonostante non sia un film tutto sommato inguardabile. Ciò che lo rende un film “fastidioso” é questo suo tentativo costante di poeticità. Un tentativo mal riuscito perpetuo, una presunzione presente in ogni battuta. Bisogna tuttavia ammettere anche i tentativi riusciti del film: l’atmosfera estiva della provincia immobile, e l’interpretazione di Timothée Chalamet.
    L’impressione, senza offesa per nessuno, è che il film sia per spettatori che amano – senza saperlo e loro malgrado – i romanzi di Fabio Volo, che amano leggere autori impegnati ma che vorrebbe maledettamente emozionarsi con Paolo Coelho.

  36. Che recensione presuntuosa e vuota di significato. Per comprendere e amare questo film occorre avere un cuore e delle emozioni collegate. Questa recensione così cerebrale, triste e asettica non fa che evidenziare l’incapacità di accogliere la sensibilità. Del resto se non ci sono i recettori o se non si sono mai formati questo è impossibile.

  37. Non perderei troppo tempo a meditare sulle paranoie dell’autore di tale pseudo-recensione. Scambia una normale famiglia borghese che possiede una seconda casa nella campagna cremasca “come un altrove edenico, una somma vertiginosa di arte e cultura, concentrata in uno spazio tutto sommato innocuo, perfetto per autocelebrarsi come gaudente aristocrazia dello spirito”. Questo campione dell’invidia sociale va curato!

  38. “ Venerdì 11 marzo 2005 – « Nel 2003 è stato il caso letterario dell’anno. E adesso diventa film. Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire ha venduto un milione di copie in Italia, un altro milione e mezzo in altri ventisei paesi – da Israele alla Cina, dall’Inghilterra al Brasile – che a tutti i costi hanno voluto comprarne le edizioni. […] Adesso da quel libro verrà tratto un film prodotto da Francesca Neri che per la prima volta sveste i panni dell’attrice per indossare quelli della manager capace di piazzare il colpo con una major. […] L’attore Claudio Amendola, compagno della Neri e co-proprietario della Bess Movie, si è dichiarato entusiasta dell’idea del film […] Amendola ha poi aggiunto di credere molto nel progetto anche perché la sceneggiatura curata da Barbara Alberti e Luciana Farina, assieme al giovane regista Luca Guadagnino, “ smussa gli angoli del libro e aggiunge un po’ di calore “. » (Dice, sull’Espresso, tale Roberto Calabrò) “.

  39. Sono d’accordo

  40. Sono d’accordo con te

  41. Se posso permettermi, il negativo in effetti non è cancellato, almeno non completamente e neanche cinematograficamente. Anzi, in una scena del film succede proprio che, durante il sogno, subentrino dei flash in negativo rosso effettivamente molto aggressivi e soprattutto molto discordanti da tutta la linea tematica e cromatica del film. Guadagnino ha creato un idillio simposiale in cui il vero significato di erotico è ridotto al sensuoso (nemmeno le scene d’attrazione e di sesso, effettivamente esistono, sono sussurri e corpi che si accarezzano senza fare rumore e si rivelano l’uno all’altro verbalmente) una superfetazione di qualsiasi oggetto ma unidirezionale che dopo un po’ risulta, appunto, kitsch e, alla fine del film, noiosa (la levità dei color pastello; gli effetti “instagrammatici”; il vestiario più ” finto-vintage” molto curato e modaiolo che effettivamente anni ’80; fino alla scena della pesca).
    Un idillio, un sogno che soddisfa gli occhi e la mente di chi osserva dalla bella natura in fiore ai rapporti tra queste entità che non sono profondamente caratterizzati, ma ruotano tutto intorno al soddisfare la nuova realtà che si presenta al ragazzo protagonista che sembra vivere tutto molto spensieratamente, senza ripercussioni. Tutto molto facile, tutto molto finto. Il negativo ci rivela questo: che tutto il film va visto in negativo. Che tutto ciò semplicemente non esiste. Il rapporto maestro/adulto che apre le porte della sessualità e alla vita ad un giovane non ci è nuovo, ma qui è senza ripercussioni o effettivo significato: sembra ricordarci i dibattiti sulla naturalezza dei rapporti omoerotici quando viene detto “si ma anche i greci lo facevano!”, ovviamente liquidando qualsiasi implicazione culturale, così queste implicazioni sono tralasciate: non ci scandalizza la differenza d’età né tanto meno l’adulto che par pensare al proprio dubbio solo poco più di due scene; la rivelazione interiore del ragazzo che avviene con tanta naturalezza e quasi ” gioco” trovando subito un riscontro.
    La storia d’amore in realtà non ha niente di particolare, non sta raccontando la differenza tra l’amore uomo/donna (due nomi diversi) e uomo/uomo (tale da chiamarsi con lo stesso nome) perché, nell’immediato soddisfacimento, non ci deve interessare. Guadagnino ci da la certezza che si può, non il dramma del dove e del come e soprattutto del quando.
    Esemplare è la confessione della propria omosessualità… Che non esiste. I genitori capiscono, non c’è effettivamente il dramma interiore rivelatorio e il coraggio nell’enunciare ciò che forse potrebbe creare attrito in una realtà familiare tanto perfetta e culturalmente conciliante.. ciò sempre per la legge della cancellazione di qualsiasi tipo di conflitto: in questo caso persino il padre rivela la propria omosessualità e che anzi lo sprona a vivere la propria giovinezza e a far di tutto esperienza. Ma tutto ciò ci allieta della sua esistenza, il sogno ci allieta. Della stessa ghisa il citazionismo palesemente finto l’intellettuale: i libri, Eraclito e Heidddger che sembrano non essere compresi; la poesia come libro regalato (non si può dimenticare che viene gettata là Antonia Pozzi, sarebbe sovraintepretazione alludere ad un simile rapporto studente-maestro) o velleità da sfoggiare a bordo vasca; il plurilinguismo che non crea alcun tipo di problema di comunicazione; il casolare come unico macrocosmo in cui i personaggi prendono vita; il macchiettismo italiano dei contadini, del dialetto, delle serate a ballare su piazze vuote con giovani macho dal baffetto e dalla camicia con le maniche rigirate; la sessualità che viene scoperta per caso, solo perché è scoccata l’ora adolescenziale; il “pentapartito” vociato a tavola e un giovane Beppe Grillo alla TV.
    Lo stesso Sufjan Stevens è stato scelto per il titolo dell’album (Mistery of Love) e per i suoi lievi toni da voce bianca e dai leggiadri arpeggi ma senza che ci sia stata una vera comprensione di ciò che l’autore intenda veramente, ad esempio con Willowa Lake.
    È una venere ripescata dal fondale di un lago ma che, senza segni di usura, ci dovrebbe far pensare ad un falso. E forse proprio per questo il negativo, è la spia d’allarme che tutto ciò non esiste e che va rovesciato. Il dramma sta forse nell’ aver rivelato che la realtà sta fuori, niente di tutto ciò le appartiene. Bisogna interrogarsi però sul perché questo film sia stato così acclamato da un certo tipo di pubblico giovanile che ha apprezzato la bellezza tutta estetica della storia. Perché è lo stesso pubblico edonistico che pensa al motto “fai ciò che ti rende felice”, che ha insito il meccanismo di neutralizzazione e riduzione e che si bea dell’istantaneità della realtà. È lo stesso pubblico abituato al palliativo dello schermo, della cultura aforismatica, della coscienza a breve termine dei suoi social, completamente immersa nella coazione a godere, dai subconsci capitalizzati e questo è uno dei suoi conformi paradisi artificiali. È come una griglia di instagram: filtri, belle foto, i “post” che sostituiscono il documento di realtà se non privata; è una griglia basata sul proporci cose pensate per piacerci perchè una realtà selezionata non crea più domande. Una griglia che accosta immagini neutralizzando la nostra capacità di domandarsi il nesso ha neutralizzato la nostra capacità di scandalizzarsi e quindi di cercare, trovare il problematico. I nodi son completamente saltati.. Ma forse Guadagnino ha tentato di chiudere la home, solo un secondo, per poi riaprirla istantaneamente e non turbare troppo l’estasi sintetica di tutte quelle belle scene.

  42. Concordo col commento di Ismaele Trovato.

  43. Al di là del fatto che il cinema in quanto arte non è scienza esatta per cui un film può piacere o meno (a me è piaciuto talmente tanto che sono andato due volte a dederlo), mi pare che l’autore di questo pezzo, legittimo, parta dal soggetto e dal contesto sociale del film e che lì si fermi. Se Balicco non vuole film sull’alta borghesia non vada a vedere Guadagnino ma non possiamo, per dire, bocciare La caduta degli dei di Visconti perchè tratta di una ricca famiglia tedesca o dire che è un capolavoro un filmetto sol perchè invece descrive il proletariato, sennò sarebbe troppo facile per tutti. Vero che il protagonista surclassa l’americanone ma è proprio il senso del film che racconta un percorso emotivo di Elio che (pre) vede tutti gli altri che gli ruotano intorno vivere solo di luce riflessa da lui (genitori e amiche compresi). Per me Elio è poesia dal principio alla fine e l’ambientazione sia logistica che culturale e sociale introno è perfetta a trasmettere quell’emozione lì, che altrove si sarebbe annacquata. Infine visto che Balicco vuol far le pulci politiche a un film che poltico non è, dissento pure sul commento sul compromesso storico che con Craxi c’entra eccome nel senso che l’ascesa craxiana fu proprio quella che conseguì al fallimento, per note ragioni, del compromesso storico. “Spostando nei tormenti illusori di un desiderio erotico omosessuale conciliato, privo di veri ostacoli e tabù, il delirio di onnipotenza di una nuova classe patrizia predatoria.” ??? Capisco che a Balicco il film non sia piaciuto ma io non posso dire che è brutta la Gioconda perchè in quanto finocchio non sono interessato alle donne o che Padre Padrone dei Taviani mi fa schifo perchè non amo la sardegna…

  44. Il mondo mi incanta. Chissà perché visto il momento storico in cui stiamo vivendo e di cui sono abbastanza ignorante….però io sono viva e sento. E l’amore è l’amore…soprattutto il primo se è vissuto con rimpianto , perché la paura di andare contro gli schemi è troppo forte rispetto a quella di affrontare un futuro diverso. Ma allora era così , estati calde, in cui tutto accadeva in pochi attimi, condensato , dopo attese rarefatte, passate a guardare particolari inutili aspettando l’oggetto dei tuoi desideri, di cui non conoscevi i pensieri e ti bevevi gli sguardi furtivi. e intorno il mondo reale, o irreale? pieno di contraddizioni, di cui in quei momenti non ti importa assolutamente niente era solo una cornice sbiadita al tuo desiderio. Con lui il mondo scompariva, respiravi appena, quel tanto che ti serviva a tenere in vita il tuo desiderio. E l’altro era a volte un dio o un demonio. A seconda dei momenti. Il tempo scandito da un orologio , quanto manca all’amore? Come riempivi lo spazio aspettando ? Bici,partite a tennis, a carte, merende , passeggiate. E quando arrivava stare li senza far niente , solo assaporarne la presenza, l’intensità ,l’energia che si sprigionava dal suo corpo, il suono di quei silenzi, la musica nella sua risata. La cosa piu triste? Sapere che il tempo sarebbe finito, lasciando solo i ricordi scritti in un diario, copertina rossa,pagine gialle come il grano. Ricordi custoditi in un cassetto , in uno spicchio di cuore , che questo film ha portato alla luce. Io non ho gli strumenti per poter giudicare questo film, posso solo dire che mi ha regalato un’emozione. Come per i quadri di Van Gogh, ce n’è uno piccolo, in cui raffigura un ramo di mandorlo in un bicchiere e dietro una linea rossa che attraversa il quadro. Quando l’ho vista ho pianto e mi sono resa conto che lui è un genio.

  45. Rispondo a Guido.
    l’irrealismo consiste nella funzione che la cultura assume all’interno degli equilibri familiari, non nell’elevato livello di istruzione. che non è assolutamente una condizione utopica. L’amore che i membri della famiglia condividono passa anche attraverso la cultura: mi riferisco a scene in cui i genitori intrattengono il figlio attraverso la lettura o alla scoperta di un’opera d’arte che il padre condivide con Elio. Siamo onesti e diciamo senza filtri ideologici che tutto ciò non esiste nella realtà. Quando si vive in contesti di elevata la cultura, la conoscenza non diviene veicolo di amore, bensì personale passione per il sapere e, nei casi peggiori, nozionismo acritico. Per ciò che riguarda il tema dell’ integrazione, non ho affermato che genitori disposti ad accettare l’omosessualità di un figlio siano pochi. Ho semplicemente detto che comunemente l’accettazione nasce dal superamento di un conflitto più o meno breve, dai toni vari. La sensibilità che permette di accogliere serenamente l’omosessualità è cosa assai rara, direi inesistente.

  46. Ismaele, ma perché si tende a fare una gerarchia dei diritti che bisogna sostenere?! Il concetto di diritto non si presta a categorie di “superiorità e inferiorità”, a mio modesto parere. E poi quando si espone una tesi bisogna argomentare, altrimenti si finisce con accettare qualsiasi affermazione. L’omosessualità non va “difesa” in quanto è qualcosa di assolutamente normale. Ricorda che quando parli di “omosessuali” non fai riferimento ad oggetti o animali, bensì a uomini e donne dotati di emozioni e meritevoli di vivere la propria realtà sentimentale con serenità. Spesso si parla di omosessualità con cinismo! Per il resto, siamo in grado di lottare per più cause contemporaneamente. Non si deve rinunciare ad un diritto per un altro( il diritto, nella sua definizione, deve essere garantito, salvo si viva in una dittatura). Esorto all’argomentazione: è ciò che differenzia la chiacchiera da bar dal pensiero valido e degno di essere ascoltato( poi subentra l’analisi dei contenuti).

  47. Non ho visto il film e non scrivo per dare la mia opinione. Però ho apprezzato dell’articolo di Daniele Balicco la definizione di “semi-colti”. Qualcosa che mi dà un indizio su quella sensazione di irritazione e di disagio che provo leggendo certi libri, spesso degli Adelphi (un esempio: La versione di Barney) o ascoltando la musica di Ludovico Einaudi ( per quei pochi secondi che mi servono per arrivare alla radio e spegnerla) o ancora, guardando i film di Wes Anderson (scoccia alzarsi ed andarsene dal cinema, ma la tentazione è molto forte). Come ho scritto non ho visto Call me by your name e non so se il paragone ha senso, ma ora voglio approfondire il concetto di “semi-colto”. Voglio ragionare sul “nuovo inconscio imperiale dei semi-colti” e anche, perché no?, capire dove mi colloco io nella categoria.

  48. Assai deludente questa recensione: o io ho visto tutt’ altro film o Lei mi pare lo abbia visto con le lenti deformate dall’ideologia, qui da intendersi nel senso decisamente pù deteriore del termine; questo sarebbe un film classista, anzi “il più classista dell’anno” e questo, mi pare che si giustifichi soltanto in quanto i protagonisti sono membri di una borghesia, anzi di un’ “aristocrazia” colta? Dunque, semplifico ignobilmente, i film di Visconti, insigne e chiaro modello del dal di Lei, e dall’utente Alessandro sulla sua scorta, tanto vituperato Guadagnino, sarebbero da considerarsi classisti perchè sovente vi appaiono personaggi colti, intellettuali,artisti o nobili? E, stando alle sue parole, chiunque faccia una pellicola avente come protagonisti un metalmeccanico o un disoccupato nigeriano, costui farebbe automaticamente un film non classista, non aristocratico? Siamo rimasti a una critica manichea e anodina dei peggiori anni Settanta, mi pare, che francamente si sperava fosse stata superata..
    Ancora più fastidioso dover constatare che se un personaggio omosessuale o bi non abbia istinti suicidari o non venga malmenato dal di lui padre, allora egli sia portatore di un desiderio “infantile” atto ” a distinguersi dalla plebe”: qui alzo le braccia; con tutto il dovuto rispetto, mi pare una visione delle cose, grave,indifendibile e, forse velatamente, omofobica…

  49. PIETRO DE LUCA, lei mi ha frainteso. Io ho sostenuto, e sostengo (a livello personale e finanziario), le battaglie della comunità LGBT. Però è noto che per alcuni (sacrosanti, lo preciso a suo beneficio) diritti una certa parte dell’opinione pubblica liberal/progressista si mobilità, per altri resta inerte. Io conosco N persone cd di sinistra che sono scese in piazza per i diritti della comunità LGBT, ma che non sono MAI scese in piazza contro il precariato, o certe (contro)riforme su scuola, salute, o banalmente una fabbrica che chiudeva ecc… Diciamolo: una parte dell’elettorato PD, la parte alta del ceto medio riflessivo per così dire, è lontana anni-luce (grazie al Cielo) dall’omofobia che contraddistingueva, ad es., una bella parte dell’elettorato PCI negli anni ’70 o ’80, ma è assai vicina al classismo che un tempo si riteneva appannaggio della “borghesia parassita”. Una volta l’imperativo era “andare verso il popolo”. Ora il popolo lo lasciamo a gente come Salvini e M5S, noi preferiamo il conforto del kepos che possiamo permetterci. E quello che Guadagnino rappresenta, è appunto un kepos dove fiorisce l’amore tra due ragazzi; quello che c’è fuori dal kepos non importa.

  50. Interessante e argomentata la recensione fatta da Daniele B. e belli anche molti dei commenti.
    “Chiamami col tuo nome” ma si, si lascia vedere, a tratti lungo sopratutto alla fine (Un film quando piace davvero non è mai troppo lungo). Secondo me ma non lo dicono il grande pubblico ha apprezzato qualche scena omoerotica (ma allora andate a vedere “I segreti di Brokeback Mountain” che è anche meglio) E la critica ha i suoi imperscrutabili gusti, visto che hannno dato l’Oscar quest’anno alla “Forma dell’acqua” film che se potessi chiederei indietro i soldi dell’ingresso.

  51. Call me by your name non ha ricevuto la candidatura Oscar a miglior film.

  52. Ismaele
    Condivido il suo giudizio relativo al film. Lei parla di kepos laddove io cito il ” locus amoenus”. Chiamami col tuo nome ha un valore puramente contemplativo: è proprio nella contemplazione dei paesaggi, delle atmosfere evanescenti, dell’intimità che si viene a creare tra i due protagonisti, che io ritrovo il motivo per il quale ho molto apprezzato il film. Mi chiedo, tuttavia, se sia lecito giudicare negativamente un’opera d’arte(in generale) in quanto non rappresenta ciò che noi avremmo voluto vedere, quasi a dire che la valenza simbolica del film, il suo messaggio nascosto, debba seguire uno schema ben preciso. Esiste il film impegnato, che indaga questioni sociali, e opere che si propongono altro obiettivi. In conclusione, non ritengo adeguato giudicare un’opera per l’assenza di un qualcosa, ma penso sia lecito che il giudizio si basi su ciò che è presente, sugli elementi tangibili. Se si tiene conto della giusta contestualizzazione, il film risulta ben fatto. È vero, tutto è artificioso(e allo stesso tempo affascinante), ma l’idea di “normalità’ che si associa l’omosessualità è sicuramente apprezzabile. Rispetto al discorso politico, concordo a pieno, anche se tendo ad evitare questo tipo di ingerenze in qualsiasi genere di discorso in quanto nella politica ripongo poca fiducia. Penso che la politica come missione e “impegno civile” non esista da diverso tempo( forse dalla fine della Roma latina?) , benché ne riconosca l’importanza.

  53. LUCA TERZAROLI
    Da lettore ai limiti dell’ossessione per i libri mi stupisce il giudizio sugli Adelphi. Non sono classista ma rispetto all’argomento “semi-colti” avrei da sottolineare un punto di vista diverso. Non dico che sia corretto, ma è soltanto uno dei tanti modi di affrontare l’argomento. Penso che nel corso del tempo, a seguito della nascita della società industriale, la cultura sia diventata uno strumento da vendere. Affinché tutti potessano raggiungere un apprezzabile grado di cultura, si è deciso di abbassarne la qualità a favore dell’accessibilità. Se a questa operazione di svalutazione(marketing) si aggiunge i solito nauseante buonismo, laddove qualcuno tenti di andare oltre il grado citato ecco che compare la definizione di “semi-colto” , l’accusa di classismo ecc. La visione elitaria delle cose non sta nell’aver una grande conoscenza, ma sta nel modo in cui ci si approccia al sapere. Nel film il sapere è un elemento essenziale, veicolo dell’amore famigliare e di quello sentimentale. Il fatto che in pochi siano in grado di intendere questo tipo di ambiente(e tra i pochi non mi permetto di includerla) non significa che esso sia sbagliato. La mia visione non è limitativa. Vivo in un contesto davvero banale, sono fiero delle mie origini ma la curiosità e la voglia di conoscere mi hanno permesso di raggiunge un livello di cultura medio. Probabilmente non progredirò più, ma non per questo accuso un film per me “irraggiungibile” di essere classista.

  54. “ Venerdì 22 marzo 2013 – Poco fa, alla radio, c’era Roberto Calasso che parlava dell’Adelphi. Diceva che hanno cominciato con il libro di un pittore. In incipit venenum. “.

  55. Nei, giorni, ripensando all’articolo, mi è venuta in mente una cosa. Quel titolo, quella parola “semi-colti”, che cosa significano? Si allude al fatto che tutti coloro che hanno apprezzato il film possiedono una visione “inconscia” – così Freud sta bello e contento – ma imperialistica del mondo e delle cose? Significa che il film piace a una classe che si crede colta ma che in realtà è semi-colta? Che cos’è, questa? Una psicanalisi a distanza dello spettatore? La cosa che mi infastidisce non è tanto che si additino le persone che la pensano diversamente in questo modo, non mi infastidisce che un giornalista, un intellettuale, il Professor Balicco della situazione, dalla sua cattedra additi in questo modo le persone, il pubblico, che nella pellicola hanno visto altro. Ciò che mi lascia perplessa è la discrepanza tra una critica al film che vorrebbe mettere l’accento su una visione classista delle cose e che finisce, rovinosamente, per cadere nel proprio tranello. Non si può vedere nel film uno spregio delle classi più povere – additandolo dunque come una visione imperialistica, ingiusta, parziale del mondo – e poi, con altrettanto spregio, classificare gli spettatori che nel film hanno visto altro, come semi-stolti. Perché, come si dice, dipende da come si vede il bicchiere: se si è colti a metà significa che per la restante parte si è un po’ stupidelli. E rifletto appunto su questo, su quest’ “ordine del discorso”, sul rischio di una certa intellighenzia che si macchia, in questo caso, di un triste scivolone. Ancora a dire: “noi siamo nel giusto e, voi, poveri idioti, non avete capito un tubo”. Mah.

  56. semi-colti significa semi-colti: scrivere “il mistero dell’amore” o “pagine gialle come il grano”.

  57. Sono d’accordo con Balicco, in toto. Ritengo, perfino, che si sarebbero potute fare ulteriori osservazioni e commenti sul bluff intellettuale che sta dietro questo film, rischiando però di infierire.
    Solo un commento vorrei aggiungere, a proposito di quello poi scritto da Ilaria: il film che lei descrive l’avrebbe potuto fare Visconti, non detto l’ormai troppo modesto Guadagnino (con tutto il rispetto!).

  58. A me e’ parso un filmetto onesto, un prodotto escapista commercialmente inseribile nel mainstream internazionale di grana grossa come prodotto di folklore locale, quindi appoggio questa considerazione di Balicco. Tuttavia ha pretese di originalita’ estetica anche fondate perche’ oggi il cinema e’ l’unica forma d’arte tecnicamente (per budget) non riproducibile dalle masse, dunque ancora singolarizzabile dai colti, semi-colti e poco colti ancora sensibili alle forti suggestioni artistiche, nei limiti dei propri strumenti.

  59. PIETRO DE LUCA

    Grazie per avere trovato il tempo di rispondere al mio commento. Come ho scritto, non ho visto Chiamami con il tuo nome e non vorrei portare la discussione fuori dal legittimo tema “recensione di un film”. Mi interessa però capire qualcosa sul termine (proprio la parola in quanto tale) semi-colto, a cui non attribuisco una connotazione necessariamente negativa, anche perché sento di rientrare in questa categoria. E poi, in fondo, ognuno è il semicolto di qualcun altro.

    La sua analisi mi ha fatto riflettere ancora un po’ sull’argomento.
    Quel legame, che lei giustamente sottolinea, tra marketing e prodotto culturale mi incuriosisce. Non mi trovo però d’accordo quando lei scrive che si è deciso di abbassare la qualità della cultura a favore dell’accessibilità.
    Credo invece che Il prodotto culturale sia appunto un “prodotto” che nasce in una società che ha un linguaggio (intendo con “linguaggio” una serie di convenzioni usate per rappresentare e descrivere la realtà ) proprio di quel luogo e di quel periodo.
    Quindi, seguendo le regole del mercato, un prodotto culturale che ha successo oggi si rivolge a più gente che 100 anni fa perché c’è una classe (accidenti mi è scappata questa parola ) di media cultura che un secolo fa era numericamente irrilevante. Una classe (ancora!) a cui piacciono i prodotti culturali ma non ha né la voglia né la necessità di impegnarsi troppo su cose complicate. È, ipotizzo, questa comprensibile pigrizia che ci porta a preferire prodotti confezionati con astuzia; non troppo impegnativi ma letteralmente infarciti di citazioni, suggestioni e riferimenti accessibili al fruitore che abbia una cultura non proprio terra terra.

    Forse, se avessi maggiore intelligenza, cultura e memoria potrei trovare qualche risposta nella Società dello spettacolo ma mi imbattei nel libro di Debord per caso e lo lessi senza capirci molto, se non niente del tutto, nell’ennesimo e infruttuoso tentativo di uscire dalla mia semicultura.

  60. Bellissimo articolo. Grazie Balicco.

  61. L’analisi + lucida e accurata e non si può non essere d’accordo con le osservazioni. Ha dimenicato però di citare le lattine di Illy caffè e la ferrovia Clusone/BG smantellata una ventina d’anni prima. Ma tutti i motivi giustamente citati per demolire il film sono quelli che me lo hanno fatto amare.
    Boh, forse ho dei problemi

  62. Va bene: continuate pure a invocare Adorno, a farne la stella polare del discorso critico (“stella polare” sarà termine semi-colto, ovvero mid-cult?)
    Come prossimo pezzo mi raccomando resuscitate Adorno interprete del jazz.
    Essere inattuali significa scrivere e pubblicare pezzi come questo? Me lo chiedo.

  63. Era da tanto che non leggevo un articolo cosi pieno di sfondoni a partire dall’aspetto visivo del film, da quelle scene che lei descrive e riconosce come intense ma che invece dimostrano come non le sia arrivato pressochè nulla. Non mi dilungo oltre perchè servirebbe una tavola rotonda per discuterne.

  64. Vorrei ringraziare tutte le persone che sono intervenute in questi giorni. Vorrei ringraziare i commenti favorevoli, le integrazioni, le obiezioni e persino gli insulti – più o meno velati (come gli ultimi due commenti scritti, per esempio); indipendentemente da quanto io sia riuscito ad argomentare, la tesi che ho cercato di sostenere mi sembra tutto sommato banale: sto parlando dell’Italia contemporanea e della sua immagine internazionale di semi-colonia. Questo è il centro dell’articolo. E mi stupisce che venga ignorato dalla maggior parte dei commenti. Non a caso parto da John Oliver.

    Quello che più mi spaventa, infatti, della cultura italiana contemporanea è l’introiezione del punto di vista dei dominatori. Che americani o francesi o tedeschi ci rappresentino così, poco male – o anche molto male, ma sarebbe un discorso lungo. Quello che più mi spaventa invece è questa sorta di auto-agressione permanente della nostra cultura su se stessa. L’anno scorso ho fatto un esperimento presentando in alcune università italiane un mio libro sul “Made in Italy”. Ho chiesto ai ragazzi : “secondo voi, dove si colloca l’Italia per PIL mondiale?” Nel 99% dei casi la risposta è stata: “fra gli ultimi stati occidentali, al 20° o al 30° posto o più giù”. Quando gli mostravo i dati, secondo cui che siamo la settima economia del mondo, con un PIL pressocché equivalente a quello della Francia, la maggior parte degli studienti restava incredula. “Non è possibile! Noi siamo dei corrotti, degli incapaci, non sappiamo fare niente, ci meritiamo il peggio, non ci resta che emigrare…” Il Pil è un indicatore discutibile, per carità; ma mi è sembrato un buon punto di partenza per iniziare a smontare una percezione di sé che leggo, forse banalmente,come un effetto di colonizzazione. Del resto, un moro tedesco, quasi due secoli fa – e se è inattuale pazienza per chi vuole essere attuale a tutti i costi – aveva sostenuto che le idee dominanti sono le idee delle classi dominanti. Nel nostro caso, le classi dominanti non parlano più la nostra lingua, da qualche decennio ormai. E se si ascoltano le idee che girano sull’Italia, non è difficile capire dove e come vivono.

    Il film – e mi dispiace davvero per i cultori dell’arte per l’arte che hanno tutte le ragioni del mondo di sentirsi offesi da un discorso che riduce un’opera a pretesto – mi è sembrato un caso da manuale per mostrare l’introiezione di questo punto di vista. Tutto qui. Ringrazio ancora gli intervenuti a cui vorrei dedicare, per chiudere, un testo di un autore che non amo troppo, ma a cui sono stato associato in alcuni commenti: Pier Paolo Pasolini. Dedico a tutti voi la conclusione di “Alla mia nazione”, poesia dedicata, ovviamente, all’Italia. Paese che amo.

    “sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo”

  65. Chissà se i “semi colti” potranno mai trasformarsi in splendidi fiori…..

  66. Il commento è abbastanza originale, è chiaro che il film era un po’ mirato alla giuria degli Oscar sperando di giocare sull’amarcord di Nuovo Cinema Paradiso. Però molte delle caratteristiche messe in evidenza, anche se con tono negativo (la retrotopia, il focus sull’intellighenzia cosmopolita), si potrebbero applicare a molti film di Woody Allen e non solo.

  67. arridatece malena !

  68. @Stefania
    “Prima di tutto è chiaro che le ragazze che parlano francese sono amiche in vacanza, come il protagonista e la sua famiglia. Precisazione pedante ma necessaria, visto che l’argomentazione fa parte della critica mossa al film”

    Confermo quanto sostenuto dalla signora Stefania, negli anni ottanta avevamo una linea diretta Gare de Lyon-Moscazzano che era la meta più ambita dell’alta borghesia del 16eme arrondissement. Speriamo di rilanciarla grazie a questo film.

  69. “stella polare” sarà termine semi-colto, ovvero mid-cult?

    direi proprio di sì:
    Claudio Baglioni: “La canzone italiana stella polare di questo Sanremo 2018”
    https://youmedia.fanpage.it/video/ab/WnhaDeSwdv7aiJc9

  70. “Call me by your name” è un film incentrato sull’Italia più o meno come “The Shape of Water” è un documentario su Baltimora durante la Guerra Fredda.

    E quella battuta di fronte alla statua di Mussolini: Elio dice, in lingua originale, “It’s Italy”. E sì, it’s Italy pure quella.

  71. Però, quanto fa parlare di sè questo film…
    Io l’ho trovato bellissimo e toccante.
    Racconta una storia d’amore.
    Tutto il resto è contorno.

  72. veramente Elio dice, in lingua originale, “It’s Eataly”

  73. Ma perché Armie Hammer sarebbe imbarazzante secondo l’autore? Perché è belloccio e quindi questo è il commento che si merita da chi è “colto”? Mi pare un’interpretazione più che dignitosa. Nessuno gli vuole dare l’Oscar ma neanche affossarlo così.
    Quanto pregiudizio c’è in questa recensione?

  74. Sono completamente d’accordo sulla critica di Balicco. E più prosaicamente mi è parso un film freddo, noioso e pretenzioso circa le elucubrazioni pseudo intellettuali dei protagonisti. Il rapporto tra i due nè erotico, ma nemmeno tenero. Era meglio il coraggio e l’erotismo di Bertolucci. Meglio il burro dissacrante che la pesca ridicola.

  75. Non è un segreto che ad ogni modo Craxi fosse contro l”oligarchia di potere sovranazionale chiamata UE, e che all”epoca l”Italia, oltre ad essere prima potenza industriale in Europa, e primo Paese per risparmi privati davanti al Giappone, era un Paese molto rispettato. Questi sono fatti, storici. Craxi non era certo perfetto e immacolato, ma bisogna comunque riconoscergli il merito di aver avvisato più volte su come la tecnofinanza ci avrebbe fatto a pezzi una volta cedute le sovranità dello Stato più importanti.

  76. Mi è capitato raramente veder discutere e accapigliarsi tanto su una lieve, serena e innocua stronzata come questo film.

  77. Considero “Chiamami col tuo nome” un film raro, delicato e raffinato, un inno alla bellezza e alla poesia…un emozionante capolavoro. Senza dubbio uno dei film più belli degli ultimi anni. Molto bello anche il romanzo di Aciman.

  78. un film unico, spero.

  79. Quando un film italiano esce dal confine – essendo un fatto abbastanza raro – è inevitabile che esso si erga a sintesi di un pensiero e di un processo culturale (e questo fatto è già di per sé da esaminare). Diciamo poi che questa uscita dal confine dipende dai media, dal canone maggiore, dal principio d’attenzione quindi – che esclude altri film, che passano e svaniscono nell’indifferenza.
    Inevitabile, quindi, che alcuni (o molti) vedano fuoriuscire questo prodotto, in qualche modo “dal nulla”, e non si riconoscano in questa sintesi. Era già successo con “La Grande Bellezza”, ora è il caso di Guadagnino.
    Dopo aver finalmente visto il film, ad una prima impressione non posso negare che ci siano degli aspetti che mi infastidiscono enormemente: la ricostruzione “storica” (distribuire Converse a destra e a manca non basta per ritornare negli anni ’80), la leggerezza ostentata (“da qualche parte nel Nord Italia”), il tentativo di ricostruire la genealogia di un sentimento (l’Amore di un’ estate, vedasi Pavese) che tuttavia sbatte incessantemente con dei particolari troppo naif, troppo evidentemente montati pochi secondi prima (le due vespe che passano in piazza, i discorsi a tavola su Craxi – un copia/incolla da Wikipedia)…
    Credo che fare la critica ad un regista, in questo caso, sia inutile. Sarebbe come negare l’esistenza di una sua autocoscienza, sarebbe quindi ammettere implicitamente che Guadagnigno sia stupido. Quello che critico invece è questo fenomeno inevitabile di assorbimento per il quale, quando si scrivono e si producono film del genere, il prodotto finale è automaticamente una “visione” dell’Italia: quello che critico è la ricaduta nelle cose, nei fatti, ricaduta arraffata, irresponsabile e assolutamente falsa. Ripeto: che sia “volutamente” falsa non cambia la sua gravità. È il non discostarsi da questo fenomeno politico che trovo irresponsabile, è il dire “questo è un film per famiglie” che trovo raccapricciante, è l’uso consapevole degli stereotipi dell’italiano – è il girare un film sull’Italia come turista (negando la propria italianità, però).

  80. It is a film for the wealthy American upper-middle class, who graduated from college, went to Florence for their Junior Year Abroad, and voted for Hilary in 2016 (and disliked Bernie Sanders). For them, Italy is about beauty, i.e., sex if you are young, and art if you are old. Oliver is interested in Italian antiquity because he is getting a PhD and trying to become a professor, so he has to schmooze. It’s all fake, but it got the Oscar. Your independent film did not.

  81. Nonostante abbia trovato diversi difetti a questo film (gli ingiustificati salti linguistici erano inverosimili e irritanti, il dialetto cremasco forzato, innaturale e buttato lì…), devo dire, da Cremonese (e parlo anche a nome di tanti miei amici cremonesi che la pensano come me), che le estati dei ragazzi della bassa padana non sono diverse da quella del film. Certo, non abbiamo una villa con frutteto, e ognuno sta a casa sua in appartamenti o villette anguste, ma oltre a leggere, far discorsi pretenziosi e autoreferenziali sui grandi della cultura, andare in bici per le campagne e i paesini e innamorarsi…c’è davvero poco altro da fare. Le nostre estati da gente tutt’altro che alto-borghese erano così. Inoltre, il merito storico di questo film su cui siamo tutti d’accordo – da “locals” – è quello di aver finalmente presentato il lato romantico e poetico di una terra bistrattata, disprezzata e resa a caricatura non già dalle élite culturali italiane, ma in generale nella cultura di massa. La terra del piattume, della nebbia, della gente antipatica. Lontana anni luce dalla bellezza romantica delle città come Firenze e Venezia, o della costiera Amalfitana, teatro di film che rappresentano l’Italia più bella nell’immaginario collettivo. Da locali, dopo aver visto questo film, abbiamo rivisto quelle estati della nostra adolescenza con occhi diversi. Le nostre estati un po’ bistrattte dove cercavamo qualcosa da fare e ci sentivamo sfortunati in mezzo a quella verzura piatta che non piaceva a nessuno ora sono improvvisamente un passato poetico che ci può essere invidiato. La borghesia di qui non passa le estati in provincia di Cremona. Vanno in Polinesia o a Bali, a fare sport acquatici in Sud America o a esplorare i templi delle Filippine. Non serve un film che mostra le miserie e i dolori della vita contadina o dei pendolari della bassa che vanno a Brescia o Milano. Sono nozioni assodate. Finalmente ci e stato consegnato un mondo padano diverso e magico. Vivo da alcuni anni all’estero, ora sono tornato a Cremona per le vacanze, e sto vedendo le nostre campagne con occhi diversi, coi suoi boschi, le sue stradine, gli stagni, le cascine e tutto il resto. Vedo una bellezza che avevo trascurato forse anche per colpa dell’immagine orrenda che – ne sono sempre stato conscio – la pianura padana ha sempre avuto negli occhi degli altri italiani. Fa tristezza vedere che un film che propone una visione non stereotipata ma nuova incontri una resistenza così sprezzante proprio su questi punti che costituiscono (forse) i veri meriti e pregi di questo film.

  82. @Roberto

    La ringraziamo a nome dell’agenzia francese e dell’ente locale del Turismo di Crema per aver confermato con le sue parole la nostra lettura promozionale del film. Dato il boom di prenotazioni per il 2019 abbiamo buone speranze di riaprire la linea diretta Gare de Lyon-Moscazzano.

  83. Il sig. Guido scrive “la media italiana – che oggi dopo le elezioni sappiano essere populista,xenofoba e omofoba ”

    Ecco dove questa splendida recensione riesce meglio, nel tirar fuori l’arroganza, la cialtronaggine, l’ottusità, l’oscurantismo, il classismo “progressista” dei rosiconi semicolti d’Italia post-5 marzo. Questi kulaki (perché di kulaki si tratta) si sentono borghesemente ancora più irritati, quando qualcuno osa dire che il re è nudo, che i loro amati giocattolini cinematografici raccapriccianti altro non sono che opere squallide di propaganda imperiale americana e di dileggio di un intero popolo. Operette magari strafinanziate con danaro sonante nostro, di noi populisti xenofobi ignoranti, denaro generosamente elargito dal Mibact ai soliti noti, non certo uscito dalle tasche dei kulaki rosiconi.

  84. Andrea, se vuole accusarmi di essere cialtrone, ottuso, oscurantista e classista le consiglierei di argomentare con fatti perche’ altrimenti diventa lei automaticamente il cialtrone, ottuso e oscurantista. Il mio commento sull’elezioni si riferisce al fatto che il 70% degli italiani ha votato o per le 5 stelle o per la coalizione con la Lega Nord e da cio’ se ne conferisce che il 70% degli elettori italiani sottoscrive una retorica estremista, populista e xenofoba. Non e’ piu’ una scelta tra sinistra e destra, ma tra moderati ed estremisti pronti a tutto. Se vuole provarmi che questo non sia vero, faccia pure magari riesce pure a dimostrarmi che Marine Le Pen e Trump non sono xenofobi e populisti. Ho commentato qui perche’ questo e’ uno dei film che ha commosso di piu sia me che i miei amici piu cari che sono eterosessuali e omosessuali, donne e uomini, canadesi, americani, francesi e italiani, borghesi e non borghesi, accademici e non istruiti. Per questo nel leggere una recensione che accusa il film di classismo sono intervenuto perche non ci sono ‘alternative facts’. Come si puo accusare il regista di essere classista nella sua trilogia quando in ‘Io sono l’amore’ non solo ridicolizza l’alta borghesia di Milano ma la usa come il ‘cattivo’ della storia. Non capisco perche dovete odiare tanto un film che ha solo l’umile ambizione di parlare di amore. Non capisco perche’ ci proiettate sopra tanto..ma se proprio dovete usate fatti altrimenti siete proprio voi i cialtroni e i borghessucci

  85. Trovo questo articolo un equivoco, nel senso che non vedo relazione tra il film e il pensiero espresso nell’articolo. Perché nel film non c’è nulla che faccia pensare all’idea che gli stranieri potenti hanno dell’Italia, né dell’idea che gli italiani hanno di se stessi. Io ho finalmente visto il film e nemmeno per un secondo ho pensato all’Italia come paese, o agli italiani. Ho visto infatti, come ti è già stato detto da Federica B., una storia d’amore. Vederci altro è un problema, che si ricollega alla discussione sul politicamente corretto avviata da Daniele Lo Vetere sempre qua, su LPLC. In un film del genere non solo è bene, ma è obbligatorio che l’Italia, ma poteva essere qualsiasi altro paese, sia una semplice espressione geografica.

    Proseguo con le critiche: “Ed è su questo che cercherò di ragionare, sulle cause implicite di una consacrazione impropria”

    le cause implicite di una consacrazione impropria. Si è già stabilito dunque, senza alcuna dimostrazione tecnica, ovvero parlando di cinema, che il film è stato sopravvalutato, peraltro da due registi eccellenti.

    Andiamo avanti: “Sarà necessario domandarsi: che cosa si desidera realmente in questo film? Lo spettatore – necessariamente non brechtiano – che se ne innamora, con cosa, nel profondo, si vuole identificare? Con quale tipo di vita? È difficile immaginare infatti che un successo così vasto sia attivato esclusivamente dall’empatia per lo struggimento di un amore adolescenziale; vissuto, per altro, senza alcun conflitto e ostacolo significativo. C’è probabilmente dell’altro. Vediamo meglio. ”

    intanto non è per niente necessario domandarsi che cosa si desidera in questo film per capire come mai sia stato considerato un film notevole. Basta vederlo e capirne un po’ di cinema. Poi che l’amore raccontato sia stato senza conflitto e ostacoli non è per niente vero. Ma il film lo si è visto bene?

    “La prima considerazione da fare è quasi ovvia. L’oggetto del desiderio di Call me by your name, come del resto dei due lavori precedenti di Guadagnino, è una precisa classe sociale ”

    qui c’è proprio confusione. Si passa dall’oggetto del desiderio dello spettatore con l’oggetto del desiderio del film? O del regista. E non si capisce cosa c’entri la presunta fascinazione o l’interesse del regista con l’esito del film.

    “Per contro, la servitù, che non merita neppure un’inquadratura di rilievo e che appare e scompare fugacemente dallo schermo, emette enigmatici suoni gutturali in un oscuro dialetto lombardo. La realtà e il presente restino incomprensibile come la lingua di questi plebei. ”

    effettivamente non è un film dei Taviani, per cui non si capisce perché dovevano essere inquadrati di più, né perché far parlare in dialetto personaggi che rappresentano persone che effettivamente parlano in dialetto e sbucciano verdure sarebbe violenza. Il vecchio Anchise ripara le bici, per dire.

    Quanto alla battuta sul Duce, mi ricordo di aver sentito “questa è l’Italia”, non questi sono gli italiani. E l’ho interpetata in modo diverso, ovvero che è un paese in cui giri la campagna in bicicletta e ogni tanto ti imbatti in qualche ricordo del fascismo. Non so cosa volesse dire il regista, ma non mi è arrivato niente di negativo sull’Italia.

    “Fa male pensare che un film così aggressivamente classista abbia sfiorato la possibilità di vincere l’Oscar, come miglior film dell’anno. Così come fa impressione pensare che l’Italia diventi, nel nuovo inconscio imperiale dei semi-colti, uno degli spazi elettivi di questa vistosa involuzione post-democratica. ”

    questo film di classista non ha nulla. A me non fa male pensare che lo si possa pensare, fa però strano, nel senso che non capisco come si possa pensare una cosa del genere. Vorrei anche capire perché uno vede un film su una storia d’amore e si mette a pensare ad altro, che oltretutto nulla c’entra con il film, e poi ne scrive pure. Ma non potevi Balicco, dire le stesse cose senza parlare di questo film, evitando così di proiettarci sopra le tue idee?

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