Le parole e le cose

Letteratura e realtà

La mediazione impossibile. Kafka e René Girard

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di Mattia Carbone

No trespassing. Così in apertura di Quarto potere e così prima di qualsiasi lettura di Kafka. Si entra – non si entra – nel cosiddetto allegorismo vuoto, nella differenza insuperabile. Affascinati forse dal mistero sovrumano del suo detto, si è arrivati a parlare, ma più in passato che ora, di un Kafka filosofo, teologo, profeta. Eppure una lettura anche superficiale dei Diari forza alla conclusione che Kafka sia stato prima uomo che teologo o profeta – prima uomo che scrittore. Da uomo, sperimentò ciò che più di ogni altra cosa condiziona la vita umana, il desiderio, e di questo nutrì la propria vocazione letteraria. Sarà forse possibile, attraverso l’analisi di questo desiderio, decifrare almeno in parte la proliferazione mostruosa dell’immaginario kafkiano, oltrepassando la differenza?

Desiderio come tema centrale del mondo-Kafka, come hanno sostenuto già Deleuze e Guattari nel saggio Per una letteratura minore (1). Nelle lettere, nei racconti, nei romanzi: tutto il far letteratura di Kafka è una “micropolitica del desiderio”. Nelle opere di Kafka si tratta di questo, sempre e comunque, sotto i più vari travestimenti e depistaggi. Ma di quale desiderio si sta parlando? L’ipotesi che emerge dal saggio di Deleuze e Guattari ha a che fare con il concetto di deterritorializzazione, ed è un desiderio svincolato dal legame simbolico, o meglio da qualsiasi struttura sociale e culturale. È un desiderio che si lega a un movimento di fuga: nel divenir animale, e per converso nel divenir-uomo, per il Pietro il Rosso di Relazione per un’accademia; fuga nel suono-musica come significanza pura – il pigolìo di Gregor Samsa, il fischio-non-melodia di Giuseppina la cantante. “Vie d’uscita”, preferiscono dire gli autori. Il rapporto di Kafka con il desiderio è effettivamente segnato dal tentativo di uscirsene – dalle “potenze diaboliche”, dalla “macchina tecnocratica americana” , da un indirizzo eterodiretto di desiderata, tutto quello che vogliono Deleuze e Guattari (2). Un Kafka diviso tra la strada del padre, borghese, sottomessa, territorializzata, e la via di uscirsene – deterritorializzare – facendo letteratura in un certo modo. Quel che però manca all’analisi del saggio è una meccanica di quello stesso desiderio di cui si riconosce la centralità. Come funziona il desiderio di Kafka? Perché continua a essere attratto dalle potenze diaboliche, dalla via borghese del padre e dal matrimonio, nonostante la fede nella letteratura deterritorializzante? Forse perché è una forza più grande della nuda volontà sessantottina quella che lega Kafka alle potenze diaboliche. E qui veniamo alla nostra tesi: alcuni testi kafkiani particolarmente allucinanti, letterari e non, fanno pensare che quel desiderio sia essenzialmente mimetico.

È stato René Girard a formulare per primo un discorso compiuto sulla natura mimetica del desiderio nel saggio del 1961 Menzogna romantica e verità romanzesca (3), che affronta la grande letteratura europea riconoscendo nel suo dipanarsi storico un filo rosso che tende a una rivelazione pienamente compiuta solo in pochi autori – su tutti Dostoevskij, che Kafka amava molto. Rivelazione, appunto, della natura mimetica del desiderio. Ciò che i personaggi del romanzo europeo credono sia il proprio desiderio genuinamente autogenerato e perseguito è in realtà il prodotto di un’imitazione inconsapevole del desiderio di un modello prestigioso. Questa può prodursi da una posizione “esterna”, senza rivalità diretta con il mediatore – colui che suggerisce il desiderio – oppure “interna”, quando il personaggio che desidera secondo l’altro percepisce la possibilità di rivaleggiare con il mediatore per sottrargli l’oggetto comune del desiderio – e quindi la “pienezza metafisica” di cui il mediatore è investito. Con pochi strumenti concettuali, ma precisi e geniali, Girard getta sui romanzi che analizza una luce abbagliante, che rende conto della logica narrativa e delle azioni dei personaggi con una chiarezza stupefacente.

La percorribilità di un approccio girardiano a Kafka – che lo stesso Girard cita raramente e mai analiticamente – deve essere dimostrata, e questo può essere fatto solo mettendo i testi alla prova della lettura. A questo scopo, chi scrive e altri appassionati stanno approntando una serie di articoli che saranno pubblicati periodicamente sul blog Delle cose nascoste, che raccoglie i contributi di un gruppo di studio di ispirazione girardiana attivo da un paio d’anni a Milano. (4) Particolarmente illuminante per Kafka, a giudizio di chi scrive, è l’analisi del racconto giovanile Descrizione di una battaglia, la cui natura di esperimento e opera prima lascia trapelare più limpidamente di altri testi la scaturigine mimetica del suo detto.

In questa sede vorrei introdurre il lettore ad alcuni testi autobiografici particolarmente illuminanti, per indurre a prendere in considerazione l’ipotesi che la lettura girardiana di Kafka consenta un accesso inaspettatamente pervio all’oscurità dei testi letterari maggiori. Va da sé che una lettura girardiana classica, come quella che proponiamo, attinge copiosamente alla biografia dell’autore, trovando in questa una giustificazione pressoché totalitaria dell’opera letteraria. Un approccio consimile, che in altri tempi avrebbe forse incontrato ostilità, si iscrive nel solco già tracciato da illustri predecessori che a Kafka non hanno mai o quasi negato il supporto esegetico della biografia: Deleuze e Guattari, Blanchot, Bataille e Baioni (5), solo per fare alcuni nomi.

In sede critica si concorda piuttosto di frequente sulla necessità di ricondurre tutto o gran parte del mondoKafka al rapporto con il padre, e tale impostazione riesce particolarmente consona alla lettura girardiana, che concordemente identifica in Hermann Kafka il primo mediatore – e anzi il modello-ostacolo, in ottica di mediazione interna – del giovane Franz. Il padre indica al figlio cosa desiderare: la reazione del figlio a questa candidatura di mediazione determina la qualità del rapporto e della vita familiare. Quale desideratum media Hermann Kafka al giovane figlio? Precisamente la via borghese di realizzazione personale: un lavoro e un matrimonio. Precisamente i due nodi più problematici della vita di Kafka; il primo visto come impaccio all’esercizio della letteratura e annientamento dello spirito; il secondo, analogamente, come privazione estrema della libertà creativa e spirituale. Ma perché matrimonio e lavoro, il cui indirizzo di desiderio è patrocinato dal padre, non possono essere assunti a scopo dal giovane Franz, risolvendo pacificamente un’esistenza sì condizionata da un desiderio eterodiretto, ma possibilmente serena, in senso ancora una volta borghese? Citando la Lettera al padre, si potrebbe parlare della debolezza di costituzione, della paura e del senso di inadeguatezza connaturati a Franz, ma si peccherebbe di riduzionismo. Più produttivo sarebbe ragionare sull’operazione di sistematica squalifica del mondo umano del figlio che il padre, con l’arma dell’ironia, perseguì per primo, rendendo la mediazione di desiderio al figlio l’esperienza più umiliante possibile. Il padre appare come figura gigantesca e insuperabile, tiranno inavvicinabile, mediatore che non può a meno di ricordare al figlio la sua costitutiva inferiorità. Ancora una volta, si impone una rilettura integrale della Lettera al padre, ma svolta in ottica relazionale, in attenta sorveglianza del dialogo col testo, e curando di non trascurare mai che gli uomini – e gli scrittori – non sono isole, e che nulla come un’essenza propria di Franz Kafka, indipendente dalle relazioni, è mai esistito.

La mediazione di Hermann Kafka è certamente un’eredità pesante per le modalità con cui la relazione di maestria è stata impostata dal padre nei confronti del figlio, ma non solo: ben presto, infatti, si presenterà a Franz un’altra via di realizzazione personale e umana, forse mediata dal lignaggio materno – ma su tale ipotesi si dovrebbe aprire un capitolo a parte. Si sta parlando della vocazione letteraria, di cui Descrizione di una battaglia è un primo esito felicissimo. Il profilarsi di questa prospettiva di indirizzo del desiderio, totalmente aliena al complesso di desiderata cui il padre voleva orientare la vita del figlio, deve aver rappresentato per il giovane Kafka una possibilità di salvezza – o di fuga, meglio – dal patrocinio soffocante della mediazione paterna, nonché un viatico di costruzione di un’immagine di sé indipendente dall’indirizzo che veniva dal padre, e quindi dal confronto insuperabile con questi – da quella che vorremmo battezzare mediazione impossibile.

A Kafka si prospetta un’alternativa semplice e radicale – o, per usare la terminologia dei Diari, una scelta tra due “mondi”: l’uno, quello paterno, che corrisponde, con Blanchot, al “desiderio essenziale di adempiere alla legge che vuole che l’uomo realizzi il proprio destino nel mondo, abbia una famiglia, dei figli, appartenga alla comunità” (6); l’altro, quello che Kafka ha sempre sentito più proprio, ma nelle cui regioni non riuscì mai a insediarsi stabilmente, abbandonando la mediazione paterna e il conseguente desiderio di realizzazione borghese, è la vocazione letteraria, che in molti luoghi Kafka chiama anche “deserto”, paragonandola alla terra d’esilio del popolo ebraico di cui si narra nell’Antico Testamento – mentre “Canaan” è il reame della realizzazione sociale e familiare, di cui il padre è sovrano indiscusso.

Entrambi i mondi hanno una propria ragion d’essere e una propria attrattiva. La più “mostruosa”, tuttavia, è quella che viene dall’orizzonte paterno, sul quale pesa la pienezza metafisica di un mediatore-rivale identicamente adorato e odiato.

L’attrazione del mondo umano è mostruosa, e in un istante può far dimenticare tutto. Ma anche l’attrazione del mio mondo è grande, coloro che mi amano mi amano perché sono “abbandonato” e forse non come un vuoto di Weiss, bensì perché sentono che in periodi felici, sopra un altro piano, possiedo la libertà di moto che qui mi manca del tutto. (7)

Che il “mondo umano” sia quello ipotecato dalla mediazione paterna è cosa che alcuni passaggi dei Diari che proporremo più avanti dimostreranno chiaramente. Per meglio capire invece cosa intenda Kafka con “libertà di moto”, bisogna leggere in particolare due note, una del 1 novembre 1921 e una del 27 gennaio 1922, che chiariscono il concetto, e un passo della Lettera al padre dal quale emerge che uno dei principali motivi di scandalo in relazione al padre fu la possibilità di imporre al mondo una legge in assoluta libertà – “di moto” – senza che il legislatore dovesse in prima istanza rispettare la legislazione imposta.

Disporre liberamente di un mondo non osservandone le leggi. Imposizione della legge. Felicità di questa osservanza della legge. (8)

Strana, misteriosa, forse pericolosa, forse redentrice consolazione dello scrivere: uscire dalla fila degli uccisori, osservare i fatti. Osservazione dei fatti in quanto si crea una specie superiore di osservazione, superiore, non più acuta, e quanto più è superiore, quanto più irraggiungibile partendo dalla “fila” [degli oppressori], tanto più diventa indipendente, tanto più segue le proprie leggi di moto, tanto più la sua vita è incalcolabile, gioconda, ascendente. (9)

Ed ecco i passi della Lettera al padre che testimoniano l’origine inequivocabilmente paterna di questo particolare desiderio:

Dalla Tua poltrona Tu governavi il mondo. La Tua opinione era giusta, ogni altra era assurda, stravagante, pazza, anormale. La Tua sicurezza era così grande che potevi anche essere incoerente e tuttavia non cessavi di avere ragione. […] Per me, bimbo, tutto quello che mi ingiungevi era senz’altro un comandamento divino, io non lo dimenticavo mai, rimaneva per me il mezzo ideale per giudicare il mondo, innanzitutto per giudicare Te; e qui Tu fallivi completamente. Quando, bambino, mi trovavo con Te, specialmente durante i pasti, mi istruivi soprattutto sul modo di comportarsi a tavola. Quello che compariva sulla mensa doveva esser mangiato, non era permesso parlare della bontà dei cibi – Tu però li trovavi sovente immangiabili e li chiamavi “buoni per le bestie”. […] Non era permesso rosicchiare le ossa, ma Tu lo facevi. L’aceto non si doveva assaggiare, ma a Te era consentito. La cosa più importante era di tagliare il pane diritto; che poi Tu lo facessi con un cortello sporco di sugo era indifferente. Bisognava badare a non lasciar cadere briciole sul pavimento, ma sotto la Tua sedia ce n’era un’infinità. […] Per me sarebbero state tutte cosette insignificanti, ma diventavano opprimenti per il fatto che Tu, l’uomo per me così autorevole, non Ti attenevi ai precetti che mi imponevi. (10)

È evidente come, anche in questo caso, Hermann Kafka abbia svolto per il figlio il ruolo di mediatore di una particolare modalità di gestione del “mondo umano” – il regno delle relazioni interpersonali di cui la famiglia è la prima palestra –, nella quale l’altro non è che suddito di una legislazione tirannica e incoerente, e le leggi sono imposte in assoluta “libertà di moto”, senza che il legislatore debba in prima istanza rispettarle.

Tale qualità tirannica e assolutamente libera della gestione dei rapporti umani costituisce a nostro avviso lo scandalo, ripugnante e attraente a un tempo, del “mondo paterno” per Kafka, ovvero il motore di una mediazione problematica verso un desideratum – che potremmo riassumere nella suddetta “libertà di moto” – assolutamente desiderabile e al contempo aborrito e disprezzato. La mediazione di una modalità tanto problematica della relazione è forse all’origine, poi, delle ben note difficoltà di Kafka ad accettare serenamente l’intervento delle altre persone nella sua vita.

Nel “mondo umano”, Kafka non è libero di muoversi con l’assoluta disinvoltura e la padronanza proprie del padre mediatore, perché tale mondo delle relazioni interpersonali è stato ipotecato da un esempio a tal punto rilevante che nemmeno la piena adultità riuscirà nell’intento di scrollarsene il peso. La gestione di un mondo, insegna Hermann Kafka, si fa così, in assoluta “libertà di moto”, imponendo leggi di cui non si deve rispettare il dettato – o così, o non si è nel mondo padroni, ma sudditi; pedine sulla scacchiera di un altro legislatore. Va da sé che, nel mondo ipotecato dalla legge paterna, Kafka non potrà mai essere a sua volta legislatore, ma resterà pedina fintantoché condividerà con il legislatore-tiranno lo stesso tetto.

Si verifica in questo caso una classica situazione di double bind, che potremmo riassumere nella seguente formula: “Sii libero legislatore del mondo – sii sottomesso alla mia legislazione”. Ne consegue l’impossibilità di rispettare la mediazione del desiderio paterno, incarnandolo come legislatore, e al contempo l’impossibilità di vivere da suddito – ma istruito da legislatore – nel mondo di un altro legislatore-padrone.

Perché volevo andarmene dal mondo? Perché “lui” non mi lasciava libero nel mondo, nel suo mondo.

Questo lapidario estratto dalla nota del 28 gennaio 1922 permette di sintetizzare alla perfezione quanto detto fino a questo punto. Obbedendo alla mediazione, Kafka si ritrova paradossalmente sottomesso alla mediazione stessa, non potendo realizzare pienamente quella libertà legislativa che la mediazione comanda. Si legga dunque questo passo della Lettera al padre:

L’idea che determinò i miei due tentativi di prender moglie era giusta: formare una famiglia, diventare indipendente. Un’idea che Ti piace, solo che nella realtà accade poi come in quel gioco in cui uno tiene stretta la mano dell’altro e dice: “Ma su dunque, vattene, perché non te ne vai?”. Il nostro caso poi era complicato dal fatto che Tu hai sempre inteso con onestà quel “vattene” appunto perché, senza saperlo, mi tenevi, o meglio mi tenevi soggetto solamente con la forza della Tua personalità. (11)

Hermann Kafka, quindi, media al figlio la propria modalità di gestione del mondo umano – e la costruzione di un nucleo familiare che da questa consegue – come desiderabilissimo desideratum. Ponendosi però come rivale insuperabile – comandando al figlio la mediazione all’interno di un campo assolutamente ipotecato dalla propria autorità – egli corrompe la relazione di maestria con quella che Girard chiama “mediazione interna”. Questa si verifica quando la distanza tra mediatore e mediato si assottiglia fino ad annullarsi, o quando il campo d’azione della rivalità è condiviso – quando la relazione non riguarda più don Chisciotte che ammira da lontano Amadigi di Gaula senza contendergli alcunché, ma l’uomo del sottosuolo che vuol essere Zverkov – salendo sul trono che è di Zverkov, al posto di Zverkov (12).

La squalifica del figlio come rivale nel campo dell’affermazione familiare e borghese – arma essenziale per la politica di contenimento della mediazione interna messa in atto dal padre – passa da un estenuante e continuo ricorso all’ironia, come si è detto, ma soprattutto da un’implicita condanna – così suona il titolo di uno dei racconti più celebri e parlanti di tutta la produzione kafkiana – che il padre sembra far pesare sul figlio fin dai tempi dell’adolescenza. Di tale condanna reca inestimabile testimonianza, ancora una volta, la Lettera al padre, dalla quale riporto di seguito un brano illuminante e allucinante. Sta al lettore giudicare quanto, in questo caso, sia imputabile al padre una colpevolezza, o almeno una scarsa virtù genitoriale, e quanto invece al figlio, innocente per lo più, una malizia e una suscettibilità di cui dovrà soffrire le amare e durature conseguenze.

Il sedicenne Franz Kafka, durante una passeggiata serale con i genitori, lamenta in maniera un po’ faceta e un po’ seria, da buon adolescente, l’ignoranza in fatto di questioni sessuali cui è stato condannato dalla scarsa dichiaratività dei genitori sul tema. Nulla di strano fino a qui; potrebbe fin sembrare un siparietto familiare divertente. Hermann Kafka, “con molta semplicità”, risponde che, in ogni caso, avrebbe potuto dare dei buoni consigli al figlio sul modo di “fare quelle cose evitando ogni pericolo”. La schiettezza e il distacco con cui il padre pronuncia queste parole apparentemente innocenti – anzi piuttosto urbane, da padre “moderno” – pesano sull’animo del giovane Franz come la più infamante delle condanne:

Importante era […] che Tu restavi al di fuori del Tuo consiglio: un uomo sposato, un uomo puro, superiore a queste cose. […] Così Tu diventavi ancora più puro, salivi ancora più in alto. Il pensiero che Tu prima di sposarti avresti potuto dare a Te stesso un uguale consiglio era assolutamente inammissibile. Perciò non c’era in Te neppure una particella di impurità terrena. E proprio Tu mi spingevi con poche parole crude, come se io vi fossi predestinato, in quel sudiciume. Se al mondo ci fossimo stati solo Tu ed io (idea a cui ero molto vicino), con Te avrebbe avuto fine tutta la purezza del mondo, mentre da me sarebbe incominciata, grazie al Tuo consiglio, l’oscenità. (13)

Mostrandosi assolutamente superiore al desiderio osceno del figlio – caratteristica, questa, propria del mediatore massimo, assolutamente scandaloso, che come lo Stavrogin dei Demoni ha smesso di desiderare alcunché e per questo è oggetto del desiderio famelico degli indemoniati – Hermann Kafka squalifica il figlio come degno destinatario dell’eredità di quello stesso desiderio – il matrimonio e la via borghese – che tuttavia continua a mediargli, ancora una volta secondo il classico schema del double bind. Come il guardiano dell’apologo Davanti alla legge, Hermann Kafka lascia aperta la porta per il viandante – mediandogli il desiderio di una vita analoga alla propria – ma gli proibisce l’ingresso – con la condanna implicita del suo desiderio, con la squalifica della sua dignità di successore.

Quanto della sessualità vigorosa e ingombrante di Kafka risale alla ferita aperta di questo episodio? Difficile a dirsi. Più manifesta in questo caso è l’assoluta divisione del mondo in luce e ombra, in purezza e corruzione, e l’univoca distribuzione delle due regioni così definite tra padre e figlio.

Alla luce di quanto è stato detto, si capisce forse meglio perché si sia parlato, all’inizio, di mediazione impossibile. Esiste in realtà una possibilità per Kafka di realizzare almeno in parte il mandato della mediazione paterna, rinunciando certo alla posta familiare-borghese, ma incarnando il ruolo di libero legislatore di un mondo, analogamente mediato, e scansando la competizione nel campo che vede il padre vincitore imbattibile. La soluzione è semplice: se questo mondo, quello dell’affermazione borghese – e delle relazioni umane autentiche, a questa sottomesse –, è ipotecato dall’ombra tremenda del padre, ed è quindi suo possesso indiscusso – escluse le regioni del vizio e dell’impurità – è ancora possibile al discepolo esercitare la libertà appresa cambiando semplicemente mondo. Un salto oltre il recinto delle regioni umane, in un’altra dimensione, dove la libertà del legislatore sia principio fondante dell’esistenza di quello stesso mondo. Stiamo parlando ovviamente della letteratura, il deserto dove Kafka vagherà da nomade nel quarantennale esilio da Canaan comminatogli dal padre. In fuga da questi e dal suo regno, in fuga dal destino irrealizzabile della mediazione impossibile.

Talvolta mi par di vedere spiegata una carta della terra mentre Tu vi sei disteso sopra trasversalmente. Allora ho l’impressione che a me rimangano per viverci solo le regioni che Tu non copri o che sono fuori della Tua portata. Secondo l’idea che mi sono fatto della Tua grandezza, le regioni sono poche e non molto gradevoli, e il matrimonio non ne fa parte. (14)

Edipizzazione dell’universo, dissero Deleuze e Guattari. Quindi, ipoteca dell’universo sotto la mediazione paterna, scandalosa e impossibile. E quindi, letteratura come via di fuga, deterritorializzazione, liberazione del desiderio sottomesso. Il quale dimostra però una meccanica, una logica di origine mimetica, che potrebbe rendere conto dei movimenti e dei travestimenti con cui, nel suo annaspare verso la luce, il desiderio si trasfigura nell’opera letteraria.

Kafka e il desiderio mimetico, quindi. La sfida maggiore è quella dei testi letterari: ne riparliamo su Delle cose nascoste.

Note

  1. Deleuze, F. Guattari, Kafk.a. Per una letteratura minore, Quodlibet, Macerata 1996.
  2. , pp. 21-22.
  3. Girard, Menzogna romantica e verità romanzesca, Bompiani, Milano 1965.
  4. https://gruppostudigirard.wixsite.com/dellecosenascoste/blog/
  5. Baioni, Kafka. Romanzo e parabola, Feltrinelli, Milano 1962; G. Bataille, La letteratura e il male, Parigi 1957, M. Blanchot, Da Kafka a Kafka, Feltrinelli, Milano 1983, oltre ai già citati Deleuze e Guattari.
  6. Kafka e l’esigenza dell’opera, in Da Kafka a Kafka, op. cit., p. 76.
  7. Da F. Kafka, Confessioni e diari, Mondadori, Milano 1970, p. 617-18, nota del 29 gennaio 1922.
  8. Ibid., p. 602.
  9. , p. 615.
  10. , p. 644-48.
  11. Ibid., p. 682.
  12. Si allude ai personaggi di Memorie del sottosuolo di Dostoevskij (1864).
  13. Da F. Kafka, Confessioni e diari, op. cit., p. 680.
  14. Ibid., p. 684 (dalla Lettera al padre).

[Immagine: Thomas Hawk, Chicago Mirror Ball]

Un commento

  1. Grande articolo, pieno di temi interessanti, giusto un po lungo e molto denso per via dei concetti espressi. Bravo Mattia!

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