di Franco Arminio

io dico che si deve partire
da un punto qualunque,
per esempio dal fatto che alle nove del mattino
puoi andare in un paese vicino
e sentire quello che dicono al bar
un postino un muratore, un vecchio ammalato
e poi ti rimetti in moto senza sapere
dove vuoi andare
sapendo che la giornata
una giornata qualsiasi è il tuo splendore.

non ti affannare a seminare noie
e affanni nelle tue giornate
e in quelle degli altri,
non chiedere altro che una gioia solenne,
le gioie piccole, i piccoli piaceri
richiedono troppa fatica,
è la gioia solenne che ti compete,
per quella sei qui e non altrove,
nella polvere cosmica o come mosca
nell’orecchio di un cavallo,
sei qui per non fermarti a ciò che sei
e non scansarti, non scansarti mai
da quello che potresti diventare.

non c’è nessuno al mondo,
tutti uccisi dal sonno e dalla televisione,
sono l’ultimo che è rimasto in questo paese,
non c’è nessun altro,
non ci sono nemmeno i morti al cimitero,
non ci sono gli alberi e le panchine,
non ci sono nemmeno i muri delle case
e le nuvole e i fanali delle macchine,
sono rimasto talmente solo
che fuori di me l’universo
è più leggero di un ago
e questa ago è il mio cavallo, il mio aereo,
la mia nave, il tappeto volante
con cui voglio viaggiare.

ci vuole una salute feroce
per stare tutto il giorno davanti alla morte.
io mi sono sfilato dalla vita corrente
forse quando avevo tre mesi.
non chiedetemi di incollarmi
come figurina nell’album
dei sopravviventi.
io sono fatto per scalciare dal vivo,
per tirare la coda all’universo
e per accogliere lo sbadiglio della pulce.
neppure questo è molto
neppure questo può bastare
alla mia salute feroce.

[Immagine: Doug Wheeler, SA MI 75 DZ NY 12 (gm).

4 thoughts on “Del vivere mosso (quartetto)

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