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Perché sono su Instagram/7. Giorgio Falco

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a cura di Maria Teresa Carbone

[Secondo rilevazioni già obsolete – settembre 2017 – Instagram avrebbe 800 milioni di utenti nel mondo. Più donne che uomini, più urbani che rurali, più giovani che anziani. Così precisa la voce di Wikipedia, ma questi dati sono addirittura del 2014, quando la popolazione instagrammese era meno della metà di quella attuale.
In fondo, degli abitanti di Instagram, entità sovranazionale più popolosa dell’intero continente europeo, sappiamo solo che hanno un congegno per fotografare – uno smartphone, nella stragrande maggioranza dei casi – e che lo usano ogni volta che vedono un oggetto degno di attenzione: se stessi, i loro gatti e i loro cani, la torta di compleanno, il sole al tramonto, la stazione di servizio illuminata di notte, il vagone graffitato della metro… E sappiamo che questa massa di immagini (circa cento milioni di foto caricate ogni giorno) non è neutra. Di certo sta cambiando il mondo – le facce, i vestiti, le architetture, gli arredi, oggi sono aggiustati o concepiti per essere instagrammabili al meglio. Ma forse ha un effetto anche sullo sguardo degli adepti di questa neofotografia, nella misura in cui prima lo scatto e poi il confronto con gli altri scatti costringono gli occhi a una maggiore attenzione. (Una ricerca britannica dell’anno scorso, condotta su 1500 adolescenti, ha concluso che Instagram è massimamente ansiogeno). Nasce da qui l’idea di una piccola indagine condotta presso scrittori, fotografi e cultori a vario titolo della materia. Dopo gli interventi di Francesco Pecoraro, Sabrina Ragucci e Hypermediacy, e le interviste a Emmanuela Carbé, a Helena Janeczek e a Kate Carr, ecco il dialogo con Giorgio Falco: questa è la sua galleria su Instagram (Maria Teresa Carbone)]

Perché sei su Instagram?

Ho rotto la mia ritrosia ai social il 23 giugno 2017; da allora ho un profilo Instagram poiché, in fondo, sono un fotografo, un artista che scrive narrativa, e quasi tutto ciò che ho scritto è attraversato da riferimenti fotografici, da una continua riflessione sul mezzo. Quindi Instagram è un buon esercizio, uno stimolo per prendere appunti visivi che, chissà, magari utilizzerò dopo, in narrativa. Instagram, a differenza di altri social, prevede poche parole, vive di immagini. Questo potrebbe renderlo ancora più inquietante, lapidario. Non è neutro, è pur sempre un social, e un rumore di fondo rimane anche nelle immagini, ma lì so come proteggermi.

Come definiresti la tua galleria: diario? album? portfolio? autobiografia?

All’inizio ho usato qualche foto d’archivio, ho smesso subito, preferendo un diario differito. Non ho uno smartphone, non ho internet sul telefono. Il mio uso della tecnologia è congelato alla fine degli anni Novanta; al massimo, arriva al Giubileo del 2000. Però ho capito cosa devo fare per caricare una foto su Instagram: Avanti, Avanti, Condividi. Ah, sì, eventualmente, Scrivi una didascalia. Tutto molto semplice e veloce. Ma la velocità, l’immediatezza, non si addicono molto al mio carattere. Meglio la lentezza, a costo di tradire il motivo per cui esiste Instagram. Andare in differita è il destino di ogni diario, il mio diario differito non è puntuale, subisce un ripensamento, una dilazione, un ritardo; mi pare un atto per sottrarsi alla logica della condivisione immediata. Mi piaceva la lingua televisiva novecentesca, quando ripeteva: e ora, in differita… Ah, quale godimento mi dava l’abisso tra e ora e in differita, tra la vita e l’evento! Andare in differita è anche, in fondo, il senso della fotografia, della scrittura, e quindi rivendico il mio vivere in differita. Forse proprio in questa piccola discrepanza, una discrepanza che è presenza, è possibile combinare, quando va bene, qualcosa di significativo per se stessi, e per gli altri.

Con quale strumento scatti fotografie?

Uso una piccola macchina fotografica, una macchinetta Sony da 120 euro, quella più economica.

In base a quali criteri metti i like alle foto?

All’inizio, il cuoricino di Instagram, da pigiare per farlo diventare rosso, non lo consideravo come il simbolo like; lo identificavo con il cuore del videogioco di Popeye, il videogioco del bar del quartiere in cui vivevo, tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta. Olivia, che si trovava nella parte superiore dello schermo, lanciava tantissimi cuori a Braccio di Ferro, che si muoveva nella parte inferiore dello schermo. Braccio di Ferro doveva recuperare i cuori di Olivia: più cuori raccoglieva, più aumentava il punteggio, e così arrivavo alla seconda e poi alla terza schermata (il mio record era la terza schermata: chissà cosa c’era oltre quella soglia). Ovviamente Braccio di Ferro era ostacolato da Bruto e da una strega che scagliava bottiglie letali. I cuori lanciati da Olivia cadevano lentamente dall’alto, come foglie morte quando si staccano dagli alberi, e se non si coglievano in fretta, finivano in acqua e si crepavano, sancendo la morte di Braccio di Ferro. Se non ricordo male, Braccio di Ferro poteva morire tre volte: poi, game over, e altre 200 lire. Con il passare dei mesi mi sono un po’ staccato dal considerare il like di Instagram come il videogioco di Popeye, e ormai anch’io considero il cuore di Instagram per ciò che è. Però, in fondo, Braccio di Ferro era un cacciatore di like, mentre Olivia era una generosa dispensatrice di cuori. Per quanto mi riguarda non esiste un solo criterio che mi spinge a un like. Certo, di solito metto un like a una foto che apprezzo, una foto consapevole; quasi sempre sono immagini di fotografi, di artiste che conosco da anni. Però posso apprezzare anche immagini non necessariamente risolte, immagini con alcuni difetti formali o proprio sgrammaticate, ma che hanno un senso, una coerenza rispetto al profilo in cui si trovano.

Il tuo modo di fare fotografie o di concepire la fotografia è cambiato da quando sei su Instagram?

Il mio modo di fotografare non è cambiato. Fotografo sempre pezzi di paesaggio, margini, rapporti tra visibile e invisibile. È qualcosa che condivido con leggerezza, mi sembra di scambiare figurine, è divertente. In generale, però, fotografo meno di un tempo. La bulimia di alcuni mi gratifica. Quindi posto in media due immagini alla settimana. E guardo Instagram tre, quattro volte alla settimana, per mezzora, al massimo un’ora. Bisogna darsi una regola. Tre, quattro ore alla settimana di volontariato su Instagram mi sembrano sufficienti.

Cosa pensi di Instagram come fenomeno sociale? Cosa significa secondo te?

Non so dire granché di Instagram come fenomeno sociale. Sono un utilizzatore poco significativo per ciò che riguarda la quantità di immagini prodotte e il tempo passato a guardare le immagini altrui; ignoro tutte le funzioni tecniche al di là di quelle basilari. Forse se avessi uno smartphone e internet sempre con me sarebbe diverso. Ma significherebbe anche ricevere email, leggerle subito, esserci sempre, mentre magari, con la mia macchinetta da 120 euro, sto fotografando l’ombra di un albero proiettata sulla fiancata di un camion frigorifero. Se avessi uno smartphone e internet in tasca mi distrarrei, non penserei più ai petti di pollo surgelati contenuti dentro il camion, ma solo a me stesso, alle risposte da inviare alle email ricevute. Essere su Instagram, paradossalmente, consente di nascondermi di più, dà una giustificazione per nascondermi meglio.

 

[Immagine: Foto di Giorgio Falco].

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