a cura di Maria Teresa Carbone

[Sono due fotografi celebri in tutto il mondo, attivi e molto seguiti su Instagram, Stephen Shore e Paolo Verzone, a rispondere oggi alle domande che abbiamo posto a scrittori, intellettuali, artisti, per cercare di capire come si sta evolvendo il rapporto con questo spazio virtuale, che è al tempo stesso una app per la condivisione delle immagini, un social network in continua espansione, un elemento tutt’altro che secondario della galassia Facebook/Zuckerberg – e infine, con il suo quasi miliardo di “abitanti”, una entità sovranazionale più popolosa dell’intero continente europeo. Le riflessioni di Shore e di Verzone (questa e questa sono, rispettivamente, le loro gallerie su Instagram) si aggiungono agli interventi di Francesco Pecoraro, Sabrina Ragucci e Hypermediacy, e alle interviste a Emmanuela Carbé, Helena Janeczek, Kate Carr e Giorgio Falco (Maria Teresa Carbone)]

Stephen Shore

Come definiresti la tua galleria: un diario visuale, un portfolio, un’autobiografia?

Mi pare che definire un feed di Instagram una “galleria” sia già un modo di contestualizzarlo e di circoscrivere le intenzioni del fotografo. Rimando qui a quello che ho scritto il 18 febbraio in un commento nel mio feed: “Shore sembra determinato a dimostrare che chiunque può fotografare come lui, e devo ammettere che in questo sta realizzando un piano inattaccabile. L’idea specifica che sta dietro la sua mostra non mi è immediatamente chiara, il che potrebbe farmi sentire un vecchio parruccone che di più non si può, se non fossi abbastanza giovane da fottermene allegramente”: questa è una recensione (del Village Voice) di una mia mostra del 1972. È così che allora alcuni vedevano quello stesso mio lavoro che adesso voi rispettate e magari considerato “iconico” rispetto all’epoca in cui fu fatto. Suona molto simile a certe critiche che mi sento rivolgere oggi, con la differenza che il tono adesso è molto più educato e rispettoso. Di tanto in tanto scrivo qualcosa sul mio uso di Instagram, e questo mi sembra un momento appropriato. Alcuni fotografi definiscono “galleria” il loro feed: lo vedono come un veicolo per rendere pubblici i loro lavori migliori. Ci sono anche fotografi molto noti che hanno un assistente il cui compito è cercare nei loro archivi e postare ogni giorno una delle loro immagini più riuscite. Il mio personale approccio è di postare quasi ogni giorno una foto che ho fatto con il mio telefono, avendo Instagram in mente. Io vedo le foto come una sorta di schizzo visivo, simile al modo con cui Walker Evans usava la Polaroid SX-70 quando aveva più o meno la stessa età che ho io ora. Con questo non voglio assolutamente definire il modo giusto per usare Instagram, sto solo dichiarando le mie intenzioni. A questo proposito, qualcuno potrebbe forse trovare interessante questo articolo.

Con quale strumento scatti le tue fotografie per Instagram?

Con l’Iphone.

In base a quali criteri metti i like alle foto?

Se qualcuno che seguo posta una o due fotografie in un giorno, io tendo a mettere il like a tutte. Perché mai si dovrebbe essere avari di like? Sono gratis.

Il tuo modo di fare fotografie o di concepire la fotografia è cambiato da quando sei su Instagram?

Non è cambiato il modo in cui concepisco la fotografia. Ma i lavori che posto sono stati fatti con Instagram in mente.

Paolo Verzone

Perché sei su Instagram? da quando? eri già su Facebook o su altri social?

Sono su Instagram fondamentalmente perché mi diverte, mi piace immaginare la lettura del feed di Instagram come quella di un gigantesco libro di immagini in continua evoluzione, è un archivio infinito aggiornato all’istante con molteplici letture e molteplici usi possibili.

Sono su Instagram, credo, da un paio di anni e continuo a viverlo come un gioco a cui forse non bisogna dare tanta importanza ma che va semplicemente praticato.

Mi rendo benissimo conto delle molteplici componenti e di come stia cambiando la percezione delle immagini e di come attraverso Instagram le immagini siano ora accettate dal grande pubblico come una lingua a sé stante e utilizzate per dialogare.

Sono anche su Facebook che oramai invecchia velocemente, ma anche Instagram invecchierà e sparirà, sono esperienze a termine e non perpetue.

Come definiresti la tua galleria: diario? album? portfolio? autobiografia…?

La mia galleria non segue regole e non voglio pensare di doverle seguire perché sennò il gioco finisce e con esso il divertimento e l’interesse.

Alterno immagini “diario” a immagini commerciali o di lavoro senza un ordine preciso, uso pochi hashtag mirati e non volti a cercare un grande pubblico, ma più a definire molto brevemente quello che si sta vedendo per poterlo eventualmente ritrovare in una ricerca.

Con quale strumento scatti le tue fotografie? 

Con il telefono molto spesso, oppure carico immagini fatte con la macchina fotografica.

In base a quali criteri metti i like alle foto? Interagisci con gli altri anche attraverso commenti o messaggi diretti?

Metto like a immagini che mi interessano, spesso anche “brutte” ma che mi parlano di chi le ha realizzate e della sua esperienza che mi interessa di più’ di una “bella” immagine , seguo profili di persone molto diverse e spesso senza nessuna esperienza fotografica, mi interessa il loro rapporto con l’immagine. Guardo ogni immagine tenendo conto di chi è il suo creatore, il suo contesto e di come vuole proporsi.

Interagisco sempre anche con messaggi diretti. Se Instagram è una finestra aperta, allora e soprattutto si può anche parlare a chi è dall’altra parte, è una delle parti più divertenti il passare dall’immagine alla parola fino alla conoscenza a volte di persone di cui non avresti mai saputo l’esistenza.

Il tuo modo di fare fotografie o di concepire la fotografia è cambiato da quando sei su Instagram?

No, non è cambiato il mio modo di concepire la fotografia o di praticarla da quando uso Instagram, lo uso come uno strumento e come ogni strumento ha i suoi codici. Quindi ho prima analizzato i suoi codici e il suo alfabeto e poi li ho applicati al suo interno, ci sono regole non scritte abbastanza chiare su come le storie, per esempio, possono veicolare in un modo molto interessante messaggi che sarebbe difficile far passare su altri media.

Cosa pensi di Instagram come fenomeno sociale? Cosa significa secondo te?

Non so cosa significa per me, ma vedo cosa sta significando per le nuove generazioni e come ogni fenomeno sociale avrà un picco e una caduta per poi evolversi in altro. Quello che lascerà come traccia è sicuramente una diversa educazione all’uso (buono e cattivo) delle immagini e sicuramente una maggiore consapevolezza delle immagini come linguaggio. È anche però un paradosso visivo che abituerà le persone a flussi di immagini continui che senza la cultura visiva dello spettatore saranno percepite e vissute come senza significato e “non viste”. Poche sono le foto che guardiamo, molte quelle che vediamo.

Quali sono secondo te le caratteristiche che rendono un  oggetto “instagrammabile”? La diffusione globale di Instagram potrebbe portare al formarsi di un’estetica comune? a una maggiore consapevolezza estetica?

Oramai tutto è instagrammabile o fotografabile, quello che a me interessa è il come: l’uso globale di Instagram ha sicuramente diffuso un’estetica comune e dei codici che vengono spesso seguiti e riprodotti all’infinito, ma non è una prerogativa di Instagram: ogni stagione fotografica ha avuto le sue mode. Tanti anni fa c’erano le Polaroid, poi ci sono state le macchine che realizzavano immagini di bassa qualità come stile (le Holga o altre simili), il difetto era parte del linguaggio e la foto “sporca” era ricercata e voluta. Instagram ha semplicemente portato questo processo al grande pubblico e lo ha implementato.

Ritieni, anche in relazione agli altri social, che Instagram potrebbe essere usato come uno strumento di potere o di manipolazione?

Instagram è già usato come strumento di potere e propaganda sia a livello sociale / politico che industriale. Sta a noi come pubblico avere gli strumenti per decifrare i messaggi che le immagini portano in sé, il vero ignorante di oggi è colui che non sa / può leggere le immagini in tutte le loro componenti anche più profonde. Per questo la formazione delle nuove generazioni deve per forza prevedere una conoscenza dell’immagine a tutto tondo dalla pittura al cinema, per poi passare solo alla fine alla fotografia passando dalla semiologia.

 

[La foto della testata è di Stephen Shore]

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