a cura di Maria Teresa Carbone

[Nella penultima puntata della nostra indagine su Instagram (a seconda delle prospettive semplice applicazione per la condivisione delle immagini, social network satellite della galassia Facebook o entità sovranazionale che conta oggi quasi un miliardo di abitanti, più dell’intero continente europeo) proponiamo le risposte di Alessandra Mauro, direttore artistico della Fondazione Forma per la Fotografia di Milano e direttore editoriale della casa editrice Contrasto di Roma: un punto di vista professionale, che mette in luce l’interesse di Instagram per chi opera nel campo della fotografia e dell’arte. Come ha rilevato pochi giorni fa Stuart Jeffries, sul Guardian, la piattaforma sta diventando un “parco giochi” per artisti come Damien Hirst, Cindy Sherman o Nan Goldin – o come lo scrittore e fotografo Teju Cole, le cui immagini hanno da qualche tempo come oggetto i cromatismi e la matericità della pennellata sulla tela. Questa è la galleria di Alessandra Mauro su Instagram. Prima di lei hanno partecipato all’iniziativa Francesco Pecoraro, Emmanuela Carbé, Sabrina Ragucci, Hypermediacy, Helena Janeczek, Kate Carr, Giorgio Falco, Stephen Shore e Paolo Verzone (Maria Teresa Carbone)]. 

Perché sei su Instagram?

Io uso i social network essenzialmente per lavoro, per comunicare le cose che faccio o che mi interessano. Sono anche su Facebook e Twitter e la mia presenza su Instagram è piuttosto rarefatta. A volte credo sia una questione generazionale, o magari anche soltanto un atavico pudore nel mostrarsi troppo, ma non sento alcuna necessità di condividere immagini e momenti privati in un social network.

Credo che in tutti questi anni avrò forse postato una sola, massimo due, foto non strettamente legate al lavoro.

Ma da un punto di vista professionale, Instagram è molto utile per chi come me lavora con la fotografia. Mi permette di vedere nuovi progetti, nuovi autori, di seguire alcuni fotografi con cui collaboro da molto e comprendere le evoluzioni del loro cammino, visivo e non solo. Da parte mia, realizzando soprattutto libri e mostre di fotografia, Instagram diventa una piattaforma utilissima per mostrare ciò che si fa e soprattutto come lo si fa. Amo moltissimo, ad esempio, poter postare non un’unica foto ma un’intera “passeggiata video” all’interno di uno spazio espositivo; insomma, permettere a visitatori virtuali di compiere un tour all’interno di una mostra o un’installazione. Così, e sempre più, Instagram mi interessa anche per la duttilità nel diventare un display virtuale per diversi progetti. Con i miei studenti del DAMS di Roma Tre sto ad esempio progettando un lavoro collettivo che utilizzi proprio Instagram per una possibile, futura, virtuale “mostra” – o comunque vogliamo chiamare una sequenza ragionata di immagini da vedere e in cui immergersi.

Come definiresti la tua galleria: diario? album? portfolio? autobiografia…?

Direi che la potrei definire come un diario di incontri; un insieme di appunti da condividere e da studiare, da esplorare.

Con quale strumento scatti le tue fotografie?

Con lo smartphone.

In base a quali criteri metti i like alle foto?

I like sono per i progetti che mi sembrano interessanti, nuovi, importanti. Cerco di evitare le sole foto e di preferire invece le fotografie accompagnate da commenti: sono interventi che mi sembrano più strutturati e più pensati. In fondo, questo è quel che cerco.

Quali profili preferisci seguire su Instagram? Ne sei influenzata?

Su Instagram seguo gallerie o selezioni molto ragionate e molto speciali. Ad esempio seguo i post di Matt Black – un autore molto interessante per come sta rinnovando la fotografia di documentazione, sia da un punto di vista stilistico che, appunto, nel cercare nuove forme di comunicazione, di condivisione e, se vogliamo, nuove piattaforme per far conoscere il su lavoro. Geography of Poverty, il suo progetto forse più forte e più completo, è realizzato con 301 immagini, tutte su Instagram. Ma nello stesso modo seguo ad esempio Teju Cole, autore con cui ho a lungo lavorato e con cui ancora sto lavorando nella realizzazione di nuovi progetti e nuovi libri, a metà tra scrittura e fotografia. In questo senso, trovo che il suo doppio registro di fotografo e di scrittore itinerante per il mondo, trovi su Instagram la sua prima, interessante (e interessata – a giudicare dai like) ribalta. Ecco, un uso come il suo di Instagram giustifica l’esistenza di questo social.

Cosa pensi di Instagram come fenomeno sociale? Cosa significa secondo te?

Il fenomeno sociale di Instagram è essenzialmente legato alla capacità della rete di diffondere un messaggio; qualcosa che è sempre più intrecciato, e ormai in qualche modo anche giustificato, dalla sensibilità speciale dei digital native, e quindi non del tutto immediatamente assimilabile da persone come me.

Tutti i social network, a cominciare da Facebook, non potrebbero esistere se non ci fosse la possibilità di inserire fotografie. Instagram, però, a differenza degli altri, mette la fotografia al centro e la sua declinazione, con spesso lunghi commenti a firma degli autori dei post, la rendono una galleria contemporanea molto efficace per vastità e varietà.

Instagram esiste soprattutto per chi vuole comunicare e diffondere le proprie fotografie. C’è una grande differenza tra chi fotografa per diletto o per professione e i post dei fotografi sono decisamente più forti e coerenti. Nel senso comune, tutto ciò che può aiutare a comunicare se stessi è un possibile oggetto “potabile”.

Di nuovo, sarà forse una questione generazionale ma davvero penso sia più utile usare i social per sottolineare cose interessanti, nuove, diverse, che possano scartare dalla realtà piuttosto che parlare solo di sé. In questo senso, avere a disposizione i social può diventare un mezzo preziosissimo per guardare la realtà; una vertigine di immagini e di incontri che difficilmente si potrebbero vivere differentemente. Ma poi, per per comunicare su questioni personali, per elaborare intimamente quel che il mondo ci stimola ad essere, esistono gli amici e prima di tutto, la realtà. Non solo la rete.

 

[Immagine: Foto di Alessandra Mauro]

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