a cura di Massimo Gezzi

[Per la sua decima uscita, la rubrica degli inediti a cura di Massimo Gezzi ospita sei testi e una nota di Igor De Marchi, autore di Darwiniana (Amos Edizioni, 2015) e Resoconto su reddito e salute (Nuova Dimensione, 2003). Insieme a Sebastiano Gatto e Giovanni Turra, Igor De marchi dirige la collana “A27 poesia” per Amos Edizioni].

Coccodrillo

Qualche volta ho sognato di morire.
Coperto di soldi preziosi e oro,
contorno di troie in shorts e bikini
tacchi alti nasi fini broncio in bocca,
in una lunga limousine
tipo campo da calcio, vetri scuri,
maschioni in jeans e petto depilato
con la barbetta di tre giorni e il labbro
umido tumefatto d’onori.

Oppure più solo: lungo il ciglio della strada
colpito da un’auto e buttato in un fosso,
con la faccia rovesciata nell’erba
che spegne davanti una rossa lattina di coca
la fame di un cane.

Dentro il recinto

Parlo con le persone quando ci sto davanti –
dovrei dire. Ma non funziona così.
Me lo dico, me lo ripeto, cerco sempre
(quasi sempre) di prepararmi a questo.
Quando ci sto davanti le parole vanno a caso,
o scivolano in disparte
e non ne vogliono sapere di darmi una mano.
Nella testa le vedo prima degli occhi:
si accalcano babeliche come pecore sporche
al cancello del recinto quando uno si avvicina.
Si ammassano e si calpestano,
hanno pupille sbieche e nere
rassegnate e piene di paura
smarrito il senso di ciò che fanno,
di ciò che faranno una volta fuori,
di ciò che dovrebbero e vorrebbero fare.

E allora sto col mio concetto frantumato,
calpestato senza una vera reazione da pecore sporche.
Non devo fare una bella impressione.
Alla fine non parliamo di niente. Accettiamo con noia
la delusione, la solita.
Nemmeno immaginare di tenere in bocca
un pochino il suo pene, tiepido e floscio,
o in battuta di lingua le labbra della sua vagina
aspra e un po’ fredda, mi aiuta a capire;
se non un breve sofisticato brivido
a restituirmi chi ho di fronte, sentire
di cosa abbiamo voluto parlare, di cosa abbiamo
parlato effettivamente, cosa di me avrà voluto,
se mai ci rivedremo, se saremo dimenticati.

Il modello

Basta dare un’occhiata per capire al volo,
non serve leggere tutto.
Si chiama “lettura veloce”. Nell’immagine
ora c’è un mondo, un’occhiata per capire.

Riconosco la prospettiva che parte da un secolo
e si infila in un altro per perdersi,
la costruzione e l’illuminazione,
il soggetto – sempre lo stesso –
ma più stanco forse, meno fresco
se c’è stato bisogno di tanta postproduzione,
di tanto nuovo racconto per nascondere gli errori
di sintassi della sua pelle e della sua espressione.

Dormo di giorno e di notte sogno

Prendo le telefonate e ordino il pranzo.
Accompagno qualcuno in un posto
come una cosa che sposto da una parte a un’altra
senza alcuna rilevanza.
Sul marciapiede accetto una sigaretta
e gli occhi registrano distrattamente corpi
giganteschi sui monitor del palazzo.
Tolgo pelucchi dalla giacca prima della fine
della pausa. Saturo le ore di circostanza.
Le gocce per la tosse lontano dal vino.
Un film che delude i piedi freddi sul divano.

E lei che ride correndo
dentro un turbine logico al quadrato, all’indietro.
So che ha detto qualcosa di divertente a cui rido
ma che non ho sentito, rido
a sapere di parlarci in lingue morte e sconosciute.
Io, lei. La stessa specie, a gambe levate.

 

Come un pesce palla che venga toccato all’improvviso

Ricevere una carezza era la prova più dura.
Così rara da bambino eppure
inevitabile l’aspettavo
e temevo. Temevo
il subbuglio, lo squasso che mi toccava
patire a diventare reale,
che mi mostravo vivere un colore
violento – il sangue che corre veloce
e semina per strada
tutti i propositi di stare forte.

Sentire di dover rinunciare
per questo a quel gesto d’affetto:
una mano che arriva
a cercare il mio viso
per compiere il prodigio
doloroso di diventare umano.

Il cucchiaino

Un goccetto ogni giorno, un cucchiaino da caffè:
puoi cominciare la mattina, anzi è meglio,
anche a stomaco vuoto.
Uno spavaldo cucchiaio da minestra
solo quando te la senti e sei davvero in forma.
Tutti i giorni, tranne uno a settimana,
di solito la domenica, ma non è detto perché,
se te la senti, puoi prenderlo anche la domenica.
Il sapore è più o meno sempre lo stesso:
non te lo so dire buono o cattivo
perché ci fai l’abitudine, è una cosa così
una cosa che hai visto fare, cerchi l’assuefazione
e goccia a goccia l’immunità.

Ma capita che un giorno invece ti accorgi
che ne hai fatto solo il pieno
e ti avvelena.
Perché è questo che fa il veleno.

Nota ai testi

Queste poesie fanno parte di una raccolta inedita che si intitola L’influenza spagnola, come la pandemia che tra il 1918 e il 1920 provocò decine di milioni di morti, più della Prima Guerra Mondiale. Nell’ottica metaforica del mio progetto la considero un effetto collaterale, l’involontario e insieme colposo tributo per la pace e la libertà portate dall’esercito americano (che ha veicolato il virus attraverso il fronte), così come succede quando un beneficio economico esige un sacrificio di altra natura. Ancora, dunque, “reddito e salute”. Dopo record e correzioni, lo stato attuale delle cose è percepito come una sorta di accettabile stabilizzazione. I mercati si muovono lateralmente, così le persone, nascondendo in un presente privo di orizzonte i danni e l’insoddisfazione. Ogni dato che ci muove e chiede attenzione si annuncia chiaro e preciso, eppure continuamente frana, è vago ed evocativo, così come la poesia.

 

[Immagine: Barbara Probst, Exposure #31: N.Y.C., 249 W. 34th Street, 01.02.05, 4:41 p.m., 2005].

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