Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Gli scrittori di destra

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di Carlo Bordini

[Sta per uscire Difesa berlinese (Sossella), il libro che raccoglie le più importanti opere in prosa di Carlo Bordini. Comprende anche una sezione di scritti brevi inediti in volume di cui fa parte il testo che presentiamo].

Rileggendo Il fu Mattia Pascal mi sono convinto che Pirandello è di destra (preferisce chi vuole comandare a chi vuole essere schiavo, ritiene che la democrazia sia una tirannide travestita da libertà, ecc.) e che la sua adesione al fascismo non fosse determinata solo da opportunismo, come dicono alcuni, ma da una base ideologica reale, da una convinzione reale.

Il fatto che Mussolini fosse un imbecille e un ciarlatano non c’entra niente con questo. Pirandello vede una soluzione nell’autoritarismo, in un sovrano autoritario. Questo è ciò che mi interessa.

Ma ciò che poi mi interessa davvero è che Pirandello è un critico della società contemporanea, della società moderna, e il suo essere di destra consiste in questo. Un rifiuto non solo della realtà, ma anche delle speranze e delle idealità che caratterizzano la società moderna, laica, borghese. (Quindi un rifiuto anche del socialismo che da essa e con essa nasce). Un rifiuto estremamente lucido e radicale.

E in questo senso Pirandello fa parte di una famiglia, anzi è il solo italiano che abbia posto in questa famiglia europea. Molti grandi scrittori europei sono di destra proprio perché criticano e negano la società contemporanea e lo possono fare proprio perché sono di destra, e cioè non vedono nessuno spiraglio di speranza. Il loro radicalismo, questa luce accecante di consapevolezza che li circonda, la loro estrema lucidità, viene proprio da questa mancanza di speranza, da questo pessimismo totale, da questa estrema e definitiva condanna della società contemporanea (ossia della modernità, della società borghese con tutte le utopie socialiste ed egualitarie che essa genera).

Il padre e decano di questi scrittori è Swift. Membri di questa consorteria sono Baudelaire, Pound, Ionesco, Céline, Dostoevskij, Pirandello ed altri che in questo momento non mi vengono in mente. Ho inserito Ionesco in questo gruppo, forse sopravvalutandone la grandezza, perché il suo dialogo tra marito e moglie nella Cantatrice calva è il più lucido e chiaro attacco alla famiglia borghese che sia mai stato fatto.

Zio di questa consorteria è anche un certo atteggiamento romantico, antimodernista e antiborghese, che si ritrova ad esempio in Stendhal e Leopardi, che sono due grandi scrittori di “sinistra”. Ma anch’essi non credono nel progresso (Stendhal dice: siamo diventati tutti bottegai, quello che conta ormai è il danaro, ecc. ecc.).

L’aura di consapevolezza e l’estrema radicalità di questi scrittori di destra è che essi non si permettono il lusso di illusioni, non credono nel progresso borghese e non hanno nemmeno la speranza di una società migliore avvenire, e questo permette loro di avere questa critica tagliente, questa estrema lucidità priva di compromessi. Disse una volta Aldo Rosselli che l’anima dell’ateo vola in cielo più leggera di quella del credente, perché non è oppressa dal peso della speranza. Lo storicismo è sempre incline al compromesso. Sia che esso sia rivoluzionario oppure riformista, lo storicismo sa sempre che deve venire a patti con la realtà, deve essere realista e deve allearsi con qualcuno e avere comunque buoni rapporti con qualcuno (Majakovskij ironizzò su questo nella sua poesia Buoni rapporti con i cavalli). L’opportunismo è parte integrante della dialettica storicistica.

Il pessimismo totale che caratterizza questa consorteria di scrittori di destra è la chiave di volta che ha permesso loro l’assoluta consapevolezza, il loro essere i più astuti critici della società contemporanea. Noi li ammiriamo perché, nonostante le nostre speranze (o le nostre ex-speranze), sappiamo benissimo che questi scrittori dicono la verità, che ciò che dicono ha il sapore della verità.

Non ci sono solo loro. Ci sono grandissimi artisti non di destra (es: Picasso, Rossellini, e ci aggiungerei anche Mark Twain, che è davvero un grande). Ma le talpe più importanti, i roditori più importanti, i picconatori più importanti e più consapevoli sono gli scrittori europei di destra dell’età del progresso.

I grandi registi, che io adoro, sono di sinistra. Forse perché loro accettano la modernità, e ne criticano gli aspetti negativi. I registi sono i modernisti, gli scrittori sono i paladini del passato.

La poesia scavalca la speranza e giunge in una specie di luogo immobile in cui tutto è reale e vero.

[Immagine: Jenny Holzer, Don’t Allow the Lucid Moment to Dissolve].

69 commenti

  1. “sappiamo benissimo che questi scrittori [di destra”] dicono la verità, che ciò che dicono ha il sapore della verità.” (Bordini)

    Ma “il sapore della verità” quando mai *è* la verità?

  2. Bellissimo

  3. A questi scrittori chiaroveggenti io aggiungerei, doverosamente, Tomasi di Lampedusa.

  4. ” Martedì 3 giugno 1997 – L’Europa è di sinistra. Le donne sono di sinistra. I giovani sono di sinistra. Dovrei essere contento io che, dopotutto, per quel poco o molto che sono stato, non sono mai stato altro che di sinistra. Il mio amico, che era di sinistra, qualche volta diceva che io ero di destra, ma di destra non sono assolutamente mai stato. Io comunque a lui non ho mai pensato di dire niente, né a nessun altro. Sarà per questo che non capisco la politica. (E anche molte altre cose) “.

  5. Stampato e fotocopiato, da distribuire e discutere in quinta (a proposito di Céline). Non si poteva dire meglio.
    Solo la frase “gli scrittori sono i paladini del passato” mi lascia perplessa. Non scorgo nostalgie passatiste in Céline (e nemmeno in Houellebecq). A me sembra che gli scrittori “di destra” abbiano semplicemente un altro sguardo sull’uomo; che privilegino la natura rispetto alla cultura – mentre la sinistra fa esattamente il contrario.
    E i registi? Conosco troppo poco il cinema per osare una risposta, ma è una pista interessante da seguire. Grazie e complimenti, veramente molto ben scritto.

  6. @ Elena
    Beh di Céline, anche senza insistere su “Morte a credito” (un requiem dell’800 e delle sue fantasticherie tecnologiche), è “passatista” – meglio, regressiva – la stessa postura del narratore, che può raccontare solo e soltanto di ciò che è ormai perduto per sempre: l’infanzia, l’onorabilità borghese, l’innocenza, la Francia, l’Europa…

  7. “Ma cos’è la destra? Cos’è la sinistra?” (Giorgio Gaber)

  8. @ Giacomo Micheletti

    Intendevo dire che non mi pare che questo passato Céline lo rimpianga – diversamente da Proust.

  9. “A me sembra che gli scrittori “di destra” abbiano semplicemente un altro sguardo sull’uomo; che privilegino la natura rispetto alla cultura” (Grammann)

    Sono due facce (ipnotizzanti e paralizzanti) della stessa medaglia. Da qui, nelle varie “svolte” della storia, anche la facilità dei “traslochi”. in altri tempi: trasformismi, voltagabbanismi, piccismi. Oggi: rossobrunismi, fusarismi, bordinismi. Ma in tempi di fake news, si sa, accontentiamoci del “sapore della verità”.

    P.s.

    Basterebbe in questa notte buia dove tutte le vacche ( di destra e di sinistra) sono effettivamente nere e *scrivono bene* qualche residua lucciola marxista. Ad esempio, proprio sul rapporto natura/cultura, questa che ho letto qualche giorno fa:

    “La natura, o essenza, dell’essere umano è per il Marx dei Manoscritti il lavoro. Nel lavoro l’essere umano per un verso si adegua all’oggettività esterna, per l’altro le dà forma a partire da un progetto, un disegno. L’essere umano si naturalizza, la natura si umanizza. L’essere umano è quindi un ente naturale e generico: naturale, in quanto fa parte della natura, e la sua azione non cancella mai la distinzione tra soggetto e oggetto, che per quanto appropriata da lui rimane sempre esterna (qui Marx si rifà a Kant); generico, in quanto la prassi umana è possibilità di ogni determinazione, e all’interno di questo vincolo per così dire ‘materiale’ esiste una sorta di causazione ideale, per cui l’essere umano si oggettiva e si rispecchia nel mondo stesso.”

    ( da “IN TEORIA MA IL SUO LAVORO È VIVO” Intervista su Marx a Riccardo Bellofiore 4 maggio 2018:
    http://www.palermo-grad.com/ma-il-suo-lavoro-egrave-vivo.html)

  10. Scritto con la motosega, per non dire con l’accetta

  11. Gentile Ennio Abate,
    purtroppo di quello che lei dice non capisco quasi nulla, ed è un peccato perché ha il sapore della profondità, e in tempi in cui la profondità latita, si sa, bisogna accontentarsi del sapore.
    In particolare non capisco la questione delle due facce “ipnotizzanti e paralizzanti”. Che la sinistra storicamente privilegi la cultura a scapito della natura per me si vede già dal fatto che in Unione Sovietica il darwinismo (l’evoluzione cieca) era assai mal visto; gli si preferiva il lamarckismo: la possibilità di trasmettere caratteri acquisiti, cioè la cultura.
    Dell’intervista che cita non capisco quasi niente, tranne che ha l’odorino caratteristico, commovente, che fanno i vestiti dei vecchi. Però una cosa mi sento di dirla: ed è che la “sorta di causazione ideale, per cui l’essere umano si oggettiva e si rispecchia nel mondo stesso” oggi come oggi non corrisponde all’esperienza di nessuno.

  12. Gentilissima Elena Grammann,
    io invece, da come ha risposto, credo di aver capito quasi tutto di come la pensa. Il che mi esenta da ulteriori spiegazioni. Le lascio intatta la sua sicumera. Buoni odorini e assaporamenti.

  13. “ 31 gennaio 1992 – Gli occhi, gli orecchi. Ci sono sensi « sicuri ». La morte arriva con gli odori, con i sapori, con il tatto. Ci sono sensi « ingovernabili ». (Verrà la morte e avrà i tuoi puzzi) “.

  14. P.s. Il neretto era sensi.

  15. “ Lunedì 1 aprile 1996 – L’atteggiamento schifiltoso (di vantaggi), sprezzante (a fin di bene, a buon titolo), laconico (per amore della parola), severo (per tenerezza): sono tutte cose che, non solo non vanno di moda, ma portano decisamente sfiga. Da una ventina d’anni non solo il denaro non olet: non olent i premi, non olent i titoli, non olent le cattedre, non olent le case, non olent le vedove, non olent i voti, non olent i cani, i gatti, la Toscana, e il riuso. Ossia: tutto tremendamente puzza ma, nel declino dei sensi, l’odorato è il primo ad averci lasciato. E poi ci sono i deodoranti. “.

  16. “ Domenica 5 gennaio 2003 – Il fatto è che io non sono mai stato un vero scrittore. Un vero scrittore è uno che crede nelle parole, oppure ci crede almeno quel tanto che basta per convincere gli altri a crederci anche loro. Io ho sempre creduto di più in altre cose, per esempio i suoni. Oppure i colori. Avevo appena cominciato a credere intensamente negli odori che gli odori sono scomparsi. Già, gli odori. Mi viene in mente adesso che l’olfatto è forse il più radicale opposto della vista, più ancora dell’udito, come comunemente si crede. È proprio questo, credo, quello che vuole dire Tomasi di Lampedusa quando, nel Gattopardo, scrive: « Era un giardino per ciechi », anche se poi il suo giardino, naturalmente, è un baudelairiano giardino di parole, un « intrico » di letterari aromi etc. « Era un giardino per ciechi ». Potrebbe essere una splendida definizione della letteratura, di ciò che la letteratura « era ». “.

  17. @Ennio Abate

    “Io invece, da come ha risposto, credo di aver capito quasi tutto di come la pensa”.

    Cospetto, che odorato perfetto!

  18. @Elena Gramman. In effetti la mia frase “gli scrittori sono i paladini del passato” è piuttosto infelice. Quello che voglio dire è che i grandi registi hanno un intervento più diretto sulla realtà, il che mi pare non avvenga per i grandi scrittori, che mi sembra privilegino la riflessione (una riflessione che può essere estremamente feconda). Il cinema e il teatro, soprattutto quello del passato, hanno sempre avuto un modo di rivolgersi al pubblico assai diverso e hanno spesso accompagnato lo svolgimento della storia, o comunque hanno fatto parte più direttamente degli eventi storici. Pensiamo al melodramma che ha accompagnato il Risorgimento, al neorealismo che ha accompagnato la Resistenza e il primo dopoguerra, ai film di Kubrik su tutte le più importanti questioni contemporanee… Non voglio tirare conclusioni, ma c’è una distanza tra questi due generi che mi sembra piuttosto importante e che determina un atteggiamento diverso verso la realtà. E’ innegabile, del resto, che nessun grande regista sia un conservatore, mentre alcuni grandi scrittori lo sono, sia pur genialmente, o, se vogliamo, si chiudono in un loro fecondo e illuminante pessimismo; basta fare, ad esempio, il nome di Flaubert…

  19. “ Venerdì 17 gennaio 1997 – Quando vedo che Piero Gelli ha curato per Baldini & Castoldi un monumentale Dizionario dell’opera lirica, noto che la « questione » dell’opera lirica di anno in anno mi appare sempre più meritevole di attenzione. Che ci sia un « partito dell’opera lirica » è già un po’ che lo penso e, se dico « partito » è perché, a quanto sembra, prediligere il melodramma non è una cosa qualsiasi, ma somiglia a qualcosa d’altro, a una cospirazione, a una rivoluzione. I melodrammatici sono gente strana e ora si capisce che sono anche parecchi. Mi sembra di averli sempre conosciuti e, a ripensarci, non mi sono mai stati simpatici. Che poi Piero Gelli, che ho conosciuto soltanto di vista, e che, che io sappia, oltreché scrivere su Gadda, è stato soprattutto direttore editoriale della Garzanti, alla fine si riveli un cultore del melodramma mi sembra qualcosa come un colpo di scena. Come quando si viene a sapere che c’è uno che da trent’anni faceva la spia e non se n’era accorto nessuno. Perché, io che non appartengo a nessun partito, sono inspiegabilmente convinto che con l’opera lirica – non meno che con i partiti in genere – la letteratura non abbia niente a che fare. “.

  20. “E’ innegabile, del resto, che nessun grande regista sia un conservatore”

    è negabile sì invece e uno lo nomina proprio lei poche righe prima, poi se vuole dire che Kubrick era un progressista di sinistra per me la discussione finisce qui

  21. “ Sabato 23 gennaio 1999 – Vedo, dopo tanti anni, 2001 Odissea nello spazio (Kubrick, 1968). Vedo la prima parte, quella delle scimmie, quella che si intitola « L’alba dell’uomo ». Mentre la vedo mi viene di commentare: « L’alba dell’uomo… ovvero quando l’uomo imparò a travestirsi da scimmia ». Poi vado a letto perché sono stanchissimo. “.

  22. @ Carlo Bordini

    La ringrazio dell’attenzione e del chiarimento. Che il teatro, particolarmente in determinate epoche e paesi (penso ad esempio alla Germania di Lessing), si sia posto coscientemente come strumento di azione pedagogica e politica è fuor di dubbio, e sono d’accordo con lei che il romanzo non ha questa vocazione. In questo è diverso dalle, oltre che cronologicamente posteriore alle, narrazioni epiche che fondano le identità collettive. Il romanzo, diversamente dall’epos e anche dal teatro, non mi pare lo strumento adatto a rispecchiare una collettività – e l’individuo da solo non fa rivoluzioni.
    Sul cinema non so. Sicuramente ha una vocazione analoga a quella del teatro (che in effetti va a sostituire). Però ho l’impressione che il cinema, anche il grande cinema, invecchi più velocemente (troppo compromesso con l’attualità?)
    C’è materia su cui riflettere…

  23. Per Axel Shut. Stanley Kubrick è autore di alcuni dei più belli e importanti film contro la guerra. Si informi.

  24. “ 24 febbraio 1988 – Orizzonti di gloria (Kubrick, 1957) è il film della svolta « pacifista » del cinema. (« “ Troppo è accaduto e qualcuno deve pagare: l’unica questione è chi “ ») (I tamburi sono gli stessi di 2001 Odissea nello spazio) “.

  25. quindi essere di destra vuol dire essere automaticamente a favore della guerra, non si finisce mai di imparare
    buona continuazione

  26. La visione del regista esclusivamente progressista e quindi di sinistra è un esercizio di stile tutto italiano. Di grandi registi (tra i piu grandi e riconosciuti universalmente) non mancano quelli che non possono di certo essere annoverati dal progressismo mondiale. Milos Forman, Elia Kazan e non ultimo Clint Eastwood, per citarne alcuni. Tutti registi lontani anni luce da una visione di sinistra, sia come pensiero proprio sia come sviluppo dei propri lavori. Annoverare Kubrick stesso come un regista di sinistra solo perchè ha dato una visione diversa della tragedia bellica è un modo semplicistico di darsi per forza ragione.

  27. “quindi essere di destra vuol dire essere automaticamente a favore della guerra” (Axel Shut)?

    Ma no, su questo stiamo tranquilli: la guerra è stata già varie volte *di sinistra* : occhettianamente, dalemianamente, napolitanamente. Mica solo berlusconianamente.

  28. Sì, non si finisce mai di imparare. Basta guardare la storia degli ultimi vent’anni. Quanto a Kubrick, nel Dottor Stranamore ha fatto una critica feroce, e beffarda, del militarismo americano, e lo ha anche messo in stretto rapporto col nazismo, attraverso il personaggio di Stranamore cui si alza continuamente e istintivamente il braccio nel saluto nazista. Sui registi chiedo venia: è vero. Sono esistiti anche grandi registi di destra. Io però (sicuramente per mia colpa) non sono mai riuscito a considerare Eastwood un grande regista…

  29. ” Scrittori di destra “. Scrittori chi?

  30. Forse è stata un po’ infelice la formulazione della tesi “cinema: arte di sinistra”, ma la si può difendere anche in altro modo, più formale: se si considera, come Agamben ad esempio, che l’oggetto della rappresentazione cinematografica è l’azione, la prassi, e l’enfasi sulla prassi rientra nella stereotipizzazione di sinistra.
    Il che non significa ovviamente che non possa esserci un cinema contemplativo, Olmi è il nome che corre alla mente obbligatoriamente in questi giorni, ma anche in questa caso la contemplazione va in scena. Ciak, ma soprattutto, azione!

  31. “ Senza data [1983] – CIAK – Era una cala sassosa. Siamo scesi scavalcando il guard rail e seguendo un viottolo fra le ginestre. Sulla riva la donna bionda correva arrancando sui ciottoli bagnati. Lui la inseguiva. Aveva un corpo pesante ma la faccia di un ragazzino. Dopo pochi metri la raggiunse. Brancatala la rovesciava per terra cioè sul ghiaione. I due corpaccioni perché neanche lei era una silfide si rotolavano sul duro bagnato con un cric crac di sassi e sassolini. Poi il bacio fra le due facce umide. Lei diceva qualcosa o almeno muoveva le labbra. A quel punto gli altri si scossero dall’immobilità tesa in cui erano rimasti per tutta la scena. Si abbassava il grande specchio di carta argentata. Spariva l’asta metallica con il microfono che aveva sovrastato la coppia durante l’amplesso. Il tipo anziano si alzò dalla seggiola su cui era rimasto seduto. Ora nel gruppo si parlottava. La bionda chiese una sigaretta. L’accese scostando i capelli bagnati. L’espressione spaventata era scomparsa: ora sorrideva ansando un po’. Il tanghero inseguitore scolava una lattina di coca cola. Una donna scriveva. Altri trafficavano intorno alle casse a ai cavi rivestiti di gomma. Una piccola con i capelli grigi si avvicinò alla bionda. Le parlava e le tolse qualcosa dalla guancia forse un pezzo d’alga. Passandole dietro con un pettine le aggiustò i capelli che si erano attaccati alla nuca. Finito di bere lui si era andato a piazzare sul bagnasciuga un po’ indietro rispetto alla linea del gruppo. Aspettava. Il vecchio fece un segno. Si alzò lo specchio argentato. L’uomo in tuta blu imbracciò l’asta metallica. Intorno alla macchina il gruppo era pronto. Un omìno alzò il cartello di legno con il bordo bianco e nero. Disse: trappole per cuori solitari quarantacinque seconda. L’asticella descrisse un angolo andando e tornando con un ciak allo sbattere del legno con il legno. La bionda cominciò a correre. “.

  32. “Thibaudet osservava […] che ‘il tratto più significativo della famiglia tradizionalista è la sua rilevanza nel mondo degli scrittori e la sua irrilevanza nel mondo dei politici’. Si potrebbe dire lo stesso dei nostri antimoderni. Il tradizionalismo, declassato nella vita politica dal movimento delle idee, dal Progresso, dalla Scuola, si è trasferito altrove; la tradizione è stata ‘captata da un’altra rete, è entrata in un’altra idrografia: la letteratura’”, A. Compagnon, Gli antimoderni, Neri Pozza, 2018, p. 10

    (Curiosamente però, qui, C. sovrappone tradizionalismo ad antimodernismo, quando la sua tesi è che sono proprio due cose diverse. Il tradizionalismo precede il 1789, l’antimodernismo lo segue)

  33. Perfetto, Kubrick non è di destra perchè ha criticato la guerra e Eastwood non è un grande regista.
    A sto punto si può anche sostenere che Guttuso era fascista e che i Futuristi erano degli imbrattatele…

    Ps: carina l’accortezza di non pubblicare i commenti che smentiscono le inesattezze con cui si è riempita la pagina…

  34. @Dane

    I nostri criteri per la pubblicazione dei commenti sono questi:

    http://www.leparoleelecose.it/?p=12167

  35. “ Mercoledì 4 novembre 2015 – Poi leggo il signor Wu Ming – che non so che si crede di fare a chiamarsi in questo modo buffo – che dice che Walter Siti è un « illuminista di destra ». Mah. Boh. Comunque se lo è non è il solo. Parola di uno che ha appena spento la televisione. Che, ahimè, ancora una volta, non era riuscito a non accenderla, nel senso di illuminarla etc. “.

  36. Ho letto benissimo il regolamento sulla moderazione e il commento che mi è stato censurato non infrangeva nessuna di queste regole.
    Semplicemente smentiva con fatti ed esempi specifici certe teorie a dir poco discutibili (si può dire “discutibili” o è già ironico turpiloquio ripetitivo autoreferenziale?!) dell’articolo (il cui autore da regolamento è responsabile della moderazione, giusto?!).
    Ma va benissimo cosi, su moderazione e articolo è gia stato detto tutto, restiamo su Kubrick di sinistra perchè ha fatto una critica al militarismo nazista (perchè sinistra = pacifismo e destra = nazismo militarista, cioè fanno tanto gli intelettualoidi e poi dividono il mondo con l’accetta come quelli del Barsport, “o con noi o contro di noi”…).
    Con questo metro Garibaldi e Che Guevara di colpo diventano di destra, il che è a dir poco surreale…

  37. @Dane

    Il punto è questo: non è lei a decidere se i suoi commenti sono offensivi, autopromozionali, ripetitivi, autoreferenziali o stupidi. Siamo noi.

  38. Nel bar sport che frequento io si pensa che il peggiore degli stati canaglia si chiama USA.

  39. Bordini ha una sua storia ed esprime una linea politica chiara. Il sottotesto che emerge e’ pero’ quello di un sopravvissuto, essendo il testo piu’ volte debole o discutibile. Della “sinistra” sinistra rimane oggi l’eccesso dialettico fondalmente individualista, cosi’ come della “destra” destra il privilegio dell’azione e delle dinamiche di gruppo. Sono pero’ categorie fondamentalmente inattuali perche’ il progresso tecnologico, saldato alle dinamiche del turbocapitale, sta schiacciando dialettiche individuali ed azioni collettive su “globale” contro “locale”, vendicando i modi politici seguiti dal fu Pannella, quindi Bonino ed ora Cappato, cioe’ il rapporto fra diritti civili espansivo-liberanti e legislazioni ordinative contenitivo-repressive. A Bordini non si puo’ chiedere di riscrivere l’articolo inforcando tali lenti ma redattori e/o commentatori potrebbero fare uno sforzo.

  40. @le parole e le cose: sì, sì, ma questo è chiarissimo, così com’è chiarissimo che sono commenti offensivi, autopromozionali, ripetitivi, autoreferenziali o stupidi tutti quelli che portano prove che smentiscano la tesi in pagina…

    @Carlo Bordini: certo, e Cuba ha il miglior sistema sanitario al mondo…

  41. “ Sabato 27 settembre 1997 – « Mi sento come un malato in un’ambulanza che attraversa un paesaggio e sente la frustrazione di non poterlo cambiare. » (Dichiarazione di Vladimir Nabokov dopo aver visto Lolita di Stanley Kubrick, 1962) (Da notare che il figlio di Nabokov, Dimitri, fa il regista) “. [*]
    [*] In quanto agli stati canaglia, e alle canaglie in generale, per me il problema, caro Carlo, è capire come si fa a non incanaglirsi.

  42. Caro Bordini,
    il suo articolo è interessante, ma forse sarebbe utile differenziare un po’ la parola “destra”, perchè come lei certo sa, non ne esiste una sola.
    Non è esatto, per esempio, dire che gli scrittori di destra “non vedono nessuno spiraglio di speranza”. Può valere per Céline, può valere (forse) per Pirandello, ma per il Dostoevskij che lei cita non vale affatto, nè vale per Baudelaire o per Pound. Forse lei intendeva dire che gli scrittori di destra “non vedono nessuno spiraglio di speranza” nel senso che non sperano in quel che spera “la sinistra”, e cioè, genericamente, nel progresso dell’umanità, nell’eguaglianza, eventualmente nel socialismo/comunismo, etc. Per fortuna, la “speranza di sinistra” non è l’unica speranza dell’umanità.
    Anche la sua affermazione in merito a Kubrick, che sarebbe “di sinistra” perchè ha criticato il militarismo, la guerra, etc., mi pare faccia parecchia acqua. Kubrick è tutto tranne che un progressista; ma anche uno scrittore come Thackeray (dal quale K. ha tratto il suo meraviglioso capolavoro, “Barry Lyndon”) era tutto tranne che un progressista, anche per le posizioni politiche esplicite; e nel suo romanzo critica la guerra e il militarismo con gli stessi toni acri che K. impiega nel film.
    Insomma: lei identifica sinistra e progressismo, e almeno oggi ha sociologicamente e ideologicamente ragione; ma mi pare commetta l’errore di identificare progressismo e speranza, derivandone l’identificazione destra = disperazione. Non è così, per fortuna, sennò saremmo fritti.

  43. Al Moderatore. Ho postato (per due volte) un commento che non appare. Dev’essere finito nello spam. Le spiace rimediare? Grazie

  44. Non riesco a commentare dal PC. Qualcuno sa perché?

  45. Come non detto, grazie

  46. Poiché in una quinta stiamo affrontando Céline, abbiamo letto e discusso il testo di Bordini (che ha il pregio di essere chiaro, breve e bello). In particolare abbiamo riflettuto sul seguente passo dal Voyage:
    “D’altra parte, nella vita di tutti i giorni, teniamo presente che almeno cento individui nel corso di una giornata perfettamente normale desiderano la vostra povera morte, per esempio tutti quelli che intralciate, accalcati dietro di voi in coda nella metro, o ancora tutti quelli che non hanno un appartamento e passano davanti al vostro, tutti quelli che vorrebbero che voi aveste finito di fare la pipì per poter fare altrettanto, i vostri figli, per dire, e chissà quanti altri.”
    Qui Céline dice la verità, e per quello che so e che ricordo, nel Voyage e in Mort à crédit tutte le singole cose che dice sono vere. E’ di una lucidità senza precedenti (forse un precedente lo si può trovare in La Rochefoucauld), e tuttavia la somma di tutte queste verità ci lascia insoddisfatti, come se la somma non fosse una verità più grande ma qualcosa che potrebbe anche assomigliare a una menzogna. L’impressione finale è che questa somma di verità rappresenti, nei confronti del mondo, una calunnia. Che quindi in Céline (ma anche in Leopardi) ci sia qualcosa del calunniatore. In senso biblico ovviamente.

  47. In generale condivido le obiezioni mosse all’articolo, che comunque non dice delle sciocchezze, ma non capisco bene perché Kubrick sarebbe di destra. Credo che la diffidenza verso il potere costituito e il militarismo siano tratti caratteristici della sinistra (forse non di quella comunista), e l’opera di Kubrick ne è uno degli esempi più alti del Novecento: penso a “Orizzonti di gloria”, al “Dottor Stranamore”, “Arancia meccanica”, “Full Metal Jacket” e anche a “Barry Lyndon”, come ha giustissimamente scritto Buffagni.
    Non so se tutto questo faccia di Kubrick un regista di sinistra, ma, senza ironia: perché Kubrick di destra?
    Oppure la domanda è semplicemente poco interessante?

  48. Suggerisco, perchè molto a proposito con il tema toccato dall’articolo di Bordini, questa recensione di Alessandro Visalli al libro di Michéa “Il nostro comune nemico”:

    https://tempofertile.blogspot.it/2018/05/jean-claude-michea-il-nostro-comune.html

  49. “ Domenica 10 settembre 2006 – « “ Io sono Spartaco! “ “ Io sono Spartaco! “ “ Io sono Spartaco! “ “ Io sono Spartaco! “ » (Spartacus, Kubrick, 1960) In tutti questi anni di sconsiderata cine-lalia, ce ne fosse stato uno, dico uno, che dicesse che la celeberrima scena dell’Attimo fuggente di Weir (1989) era solo una citazione di Kubrick trent’anni dopo. “.

  50. @ Alessandro Montani

    Kubrick dedestra, Kubrick desinistra.

    In sè e per sè, il quiz vale quel che vale (non molto) ma visto che ci siamo, provo a rispondere, premettendo alla risposta un primo tentativo di differenziazione tra “cultura politica progressista” e “cultura politica conservatrice”, che sono le due maggiori famiglie culturali e politiche in campo. All’interno della destra e della sinistra ci sono poi anche altre posizioni, diciamo estreme, quali il comunismo, l’anarchismo, la reazione di tipo maistriano, il fascismo, il nazismo; e anche il nichilismo puro, “nè di destra nè di sinistra”. Ma queste le tralascio, perchè oggi non molto vitali, tranne l’ultima (nichilismo puro, della forza o della debolezza: più della debolezza, v. “Ultimo Uomo” nietzscheano, oggi di gran moda).

    In termini di cultura politica, progressismo comporta l’assenso a: universalismo politico (sottolineo politico) e relativismo spirituale, egualitarismo omologante, individualismo astratto, telos e senso della storia identificati con la distruzione creatrice capitalistica e il progresso che meccanicamente ne conseguirebbe, in vista dell’obiettivo strategico/utopico del governo mondiale; a garanzia della scelta di fondo, l’interpretazione della modernità come cesura epocale irreversibile e decollo prometeico-utopico, la potenza dispiegata dalle tecnoscienze, e l’applicazione a tutti i domini dell’essere del metodo proprio alle scienze dei fenomeni (scientismo).

    In termini di cultura politica, conservatorismo comporta l’assenso a: endiadi di universalismo spirituale e relativismo politico, primato ontologico della comunità sull’individuo e della gerarchia sull’eguaglianza tanto nella personalità dell’uomo quanto nella strutturazione della società, telos e senso della storia identificati con la trasmissione dell’eredità del passato e la perenne ricerca – sempre contrastata e sempre rinnovata, mai conclusiva – dell’ordine, in vista del bene comune; a garanzia della scelta di fondo, l’interpretazione della modernità come crisi epocale ed enigma faustiano, che insieme a uno splendido incremento di potenza e conoscenza porta con sé nel mondo hybris, sradicamento, disordine e malattia dello spirito.

    Rispondo ora al quesito: Kubrick è “conservatore”, tranne che riguardo a “telos e senso della storia identificati con la trasmissione dell’eredità del passato e la perenne ricerca – sempre contrastata e sempre rinnovata, mai conclusiva – dell’ordine, in vista del bene comune” (è individualista, non crede al “bene comune”). E’ “progressista” per la “’interpretazione della modernità come cesura epocale irreversibile e decollo prometeico-utopico”, ma non per “l’obiettivo strategico/utopico del governo mondiale” (è individualista, le utopie non gli piacciono per nulla). Quindi: K conservatore al 70%, progressista al 30%.

    Concludo segnalando @adriano barra che Kubrick non ha scritto la sceneggiatura di “Spartacus”, e ha avuto un ridotto controllo sul film. Lo sceneggiatore è Dalton Trumbo, un comunista radiato da McCarthy, il finale “io sono Spartaco” è tutto suo. Con questo non voglio dire che Kubrick tifasse per Crasso, certo che no. Ma Kubrick lo si vede all’opera al 100%, in “Spartacus”, soprattutto in una scena magistrale, che fa venire il brividi nella schiena e non per l’allegria: quando si fronteggiano l’esercito degli schiavi e le legioni. Gli schiavi sono una massa disordinata, com’è inevitabile, e sono più numerosi. Le legioni sono meno numerose, ma operano, con una rapidità perfettamente ordinata, una complicatissima manovra di conversione dello schieramento che scagliona in profondità i reparti per irretire l’attacco disordinato della massa nemica. Uno vede quella, e sa già come andrà a finire (male per gli schiavi). K deve aver fatto ricerche molto approfondite sulle tattiche di battaglia delle legioni repubblicane, perchè la manovra è filologicamente esatta, e non so quanto lavoro gli ci è voluto per organizzarla sul set, sicuramente tanto (K non è mai stato sul campo di battaglia, ma le sue scene di guerra sono tutte molto, molto realistiche e filologicamente precise, anche nell’atmosfera).

    Qui si vede uno dei maggiori punti di forza di K.: il realismo, la capacità di cogliere la realtà anche quando non è simpatica o beneaugurante, anche quando “perdono i buoni”; cosa nella quale non eccelle Trumbo, che si inventa il finale pararivoluzionario e consolatorio dell’ “Io sono Spartaco” per ragioni sue, comprensibili ma che con la storia, e per la verità con l’arte, c’entrano zero. Quello sguardo si chiama “sguardo tragico”, e come il sole evangelico, “splende sui buoni e sui cattivi” (non è uno zuccherino, ma ci aiuta a capire più di tutte le utopie del mondo).

    E’ “di destra” il realismo? In generale, sì, nel senso che il realismo politico è l’approccio al mondo della forza tipico della mentalità conservatrice, anche se non c’è bisogno di presentare le tessera dei Tories per essere realisti. E’ realista anche Goethe, per esempio, che un bel giorno ebbe a dire “preferisco l’ingiustizia al disordine”; ma non ha detto solo quello.

  51. Caro Buffagni, quello che mi stava a cuore di dire è solo che il cinema è un’arte abbastanza vecchia da non potere essere affrontata con uno sguardo ” innocente “, cioè inconsapevole del fatto che il discorso del cinema poggia, come quello delle altre arti, su una retorica, un magazzino iconico, una serie di topos, un formidabile ” già detto “, già inscenato, già filmato etc. Non possiamo andare al cinema come se fosse la prima volta, come se si trattasse di vedere l’uscita degli operai dalle officine Lumières. Siamo tutti vecchi davanti allo schermo, anche se non ci è ancora cresciuta la barba. Magari ci divertiremo un po’ meno ma capiremo qualcosa di più.

  52. Caro Barra,
    concordo anche con la punteggiatura.

  53. endiadi di universalismo spirituale e relativismo politico”
    Cosa vuol dire?
    (Che in certi paesi vanno benissimo i regimi assolutistici, l’importante è che crediamo tutti in un qualche tipo di trascendenza?)

  54. No, signora Gramman, significa che si può (secondo me si deve anche) pensare che gli uomini, tutti, hanno eguale dignità, senza distinzione di razza, religione, eccetera, e appartengono a una sola, universale umanità (universalismo spirituale, che può essere religioso o filosofico) ma che non si può (e secondo me non si deve) implementare politicamente questo universalismo, vulgo impiantarlo con mezzi politici (=forza) nel mondo, perchè a) è impossibile b) è enantiodromico.
    Esemplifico riferendomi all’oggi, forse risulterò più chiaro.
    L’universalismo è una cosa sul piano delle idee, dei valori, della spiritualità (nella cristianità europea, l’istituzione delegata a incarnarlo era la Chiesa, il primo “sole” del De Monarchia dantesco). Se tradotto sul piano politico, però, l’universalismo non può che incarnarsi in forze inevitabilmente particolaristiche: perché esistono solo quelle, nella realtà effettuale.
    Volendo, chiunque se ne senta all’altezza può parlare in nome dell’universale umanità; ma non può agire politicamente in nome dell’universale umanità senza incorrere in una contraddizione insolubile, perché l’azione politica implica sempre il conflitto con un nemico/avversario.
    Senza conflitto, senza nemico/avversario non c’è alcun bisogno di politica, basta l’amministrazione: “la casalinga” può dirigere lo Stato, come Lenin diceva sarebbe accaduto nell’utopia comunista. A questa contraddizione insolubile si può (credere di) sfuggire solo postulando come certo e autoevidente l’accordo universale, se non presente almeno futuro, di tutta l’umanità: “Su, lottiamo! l’ideale/ nostro alfine sarà/l’Internazionale/ futura umanità!” (il “governo mondiale” è un surrogato o avatar della “futura umanità” dell’inno comunista).
    Lenin, e in generale il movimento comunista (o anarchico) rivoluzionario, vuole risolvere la contraddizione con la forza. Nella classificazione machiavelliana, Lenin è un “leone”.
    L’universalismo politico delle culture politiche progressiste che sostengono la UE non è meno radicato di quello leniniano, perché discende dalla stessa radice illuminista. Esse però vogliono/devono risolvere la contraddizione con l’astuzia; Machiavelli le definirebbe “volpi”. Scrivo “devono”, perché a prescindere dalle intenzioni soggettive, non potrebbero essere altro che “volpi”: entrambi i “federatori a metà”, USA e Germania, non possono portare a compimento con la forza la loro opera.
    Come l’URSS comunista, anche l’UE postula l’accordo universale, se non presente almeno futuro: accordo anzitutto in merito a se medesima, e in secondo luogo in merito al governo mondiale legittimato dall’umanità universale, che ne costituisce lo sviluppo logico, e giustifica eticamente sin d’ora l’obbligo di accogliere un numero indeterminato di stranieri, da dovunque provenienti, sul suolo europeo. Per questa ragione è impossibile definire stabilmente i confini territoriali dell’Unione Europea, che qualcuno pretende di estendere alla Turchia, e persino a Israele: perché ha diritto di far parte dell’UE chi ne condivide i valori universali (cioè virtualmente tutti, dal Samoiedo al Gurkha al Masai), non chi ne condivide i confini storici e geografici.
    Il passaggio tra il momento t1 in cui l’accordo universale è soltanto virtuale, e il momento t2 in cui l’accordo universale sarà effettuale, non avviene con il ferro e il fuoco della “volontà rivoluzionaria”. Le volpi oligarchiche UE introducono invece nel corpo degli Stati europei, il più possibile surrettiziamente, dispositivi economici e amministrativi – anzitutto la moneta unica – che funzionano, secondo la celebre definizione di Mario Draghi, come “piloti automatici”. Questi piloti automatici provocano crisi politiche e sociali, previste e premeditate, all’interno degli Stati e delle nazioni, ai quali impongono o di insorgere in aperto conflitto contro la UE, o di addivenire a un accordo universale in merito al “sogno europeo”: per il bene degli europei e dell’umanità, naturalmente, come per il bene dei russi e dell’umanità Lenin ricorreva al terrore di Stato, alle condanne degli oppositori per via amministrativa, etc.
    A quest’opera va associata, inevitabilmente, una manipolazione pedagogica minuziosa e su vasta scala, in altri termini una lunghissima campagna di guerra psicologica. La dirigenza UE conduce questa campagna di guerra psicologica da una posizione di ipocrisia strutturale formalmente identica a quella della dirigenza sovietica, perché non è bene e vero quel che è bene e vero, è bene e vero quel che serve alla UE o alla rivoluzione comunista: in quanto Bene e Verità = accordo dell’intera umanità, fine dei conflitti, pace e concordia universali. Le élites, necessariamente ristrette, di “pneumatici” e di “psichici” che conoscono questo arcano della Storia, hanno il diritto e anzi il dovere morale di ingannare e manipolare, per il loro bene, le masse di “ilici” che invece lo ignorano.
    Il leone Lenin accetta solo provvisoriamente il conflitto politico, e anzi lo spinge a terrificanti estremi di violenza, in vista dell’accordo universale futuro: dopo la “fine della preistoria”, quando diventerà reale il “sogno di una cosa” comunista e ogni conflitto cesserà nella concordia, prima in URSS poi nel mondo intero. Le volpi UE celano l’esistenza effettuale del conflitto (in linguaggio lacaniano lo forcludono), e da parte loro lo conducono, solo provvisoriamente, con mezzi il più possibile clandestini, in vista dell’accordo universale futuro, quando diventerà reale il “sogno europeo” e ogni conflitto cesserà nella concordia, prima in Europa poi nel mondo intero.
    In questo grande affresco romantico proposto alla nostra ammirazione con la colonna sonora dell’Inno alla Gioia (forse non è un caso che il Beethoven delle grandi sinfonie fosse anche il compositore preferito di Lenin) c’è solo una scrostatura: che nella realtà, l’accordo universale di tutta l’umanità non si dà effettualmente mai. Ripeto e sottolineo due volte: mai, never, jamais, niemals, jamàs, etc.

  55. LA CASALINGA DISPERATA DI LENIN

    Ragia di Sergej Michajlovič Ėjzenštejn

    L’ultimo immortale film del regista sovietico girato in un unico piano sequenza aereo con una giovanissima Laura Antonelli che non riesce a scendere dalla scala mentre sotto di lei sfrecciano infinite carrozzine.

  56. Signor Buffagni, la ringrazio della lunga delucidazione che però non dissipa del tutto la mia troppo grande ignoranza. In particolare trovo che, mentre il “leone” Lenin, grazie alla distanza storica, lo si vede bene, all’esistenza delle “volpi” UE bisogna credere sulla parola di tizio e di caio – dove tizio e caio sono naturalmente degli esperti, ma ci sono poi i contro-esperti ecc.
    A livello di prospettive mondiali – perché mi sembra di capire da vari suoi post che è quella la dimensione che lei privilegia, mentre io mi ci sento piuttosto inadeguata – posso solo dire che mi sembra che i modelli di massima siano due: l’Impero (preferibilmente su modello romano e non cinese), o i villaggi gallici: autonomi, orgogliosamente indipendenti e perennemente in guerra tra loro.
    Pur ammettendo volentieri che tutto al mondo passa e già per questo le situazioni di statica perfezione (fortunatamente) non esistono né possono esistere, la mia simpatia, per molte ragioni, va all’Impero.
    Mi piace moltissimo Beethoven, mi piace l’Inno alla Gioia, mi piace pure il testo di Schiller. Fare un parallelo con l’Internazionale è come paragonare il caviale alle salacche.
    Immagino però che ci sia chi all’Inno alla gioia preferisce il De contemptu mundi. Alla fine, signor Buffagni, è una questione di gusti. O di fede, che è la stessa cosa.

  57. All’inno a Lagioa, io preferirò sempre un De contemptu mundi. Se il mondo è un salone, io, francamente, me ne infischio.

  58. @ Elena Gramman

    Grazie a lei, signora. Per risponderle devo andare fuori tema, me ne scuso con Bordini. I villaggi gallici e le poleis greche appartengono al passato. Nella grammatica politica odierna, esistono soltanto gli Stati nazionali, che possono in varia forma e misura confederarsi, cioè unirsi in modo revocabile: v. il progetto gaulliano di “Europa delle nazioni”; e gli Imperi, in cui l’unità è federale, cioè irrevocabile: v. per antifrasi la guerra di secessione USA tra Nord federale e Sud confederale. L’Europa non può essere o diventare uno Stato nazionale, perché se esiste una civiltà europea, non esiste una nazione europea. L’UE non è una confederazione: se lo fosse, il quadro giuridico dei rispettivi poteri e competenze di Stati nazionali e istituzioni confederali sarebbe chiaro e politicamente legittimato, e l’unione revocabile.
    Dunque, l’UE è un progetto federale imperiale (in corso d’opera). Per federare un insieme di Stati in un organismo istituzionale maggiore, Stato-nazione o Impero che sia, ci vuole un federatore (v. il ruolo di Piemonte e Prussia nelle unificazioni italiana, nazionale, e tedesca, imperiale, del XIX sec.). I requisiti essenziali del federatore sono l’indipendenza politica e la forza egemonica (senz’altro militare, nel caso migliore anche economica e culturale). Nel progetto di federazione imperiale UE, invece, non c’è un federatore: lo Stato più forte, la Germania, difetta di entrambi i requisiti (ospita sul proprio territorio basi militari non europee, è economicamente ma non culturalmente egemone).
    In realtà, il progetto federale imperiale UE ha due federatori a metà: un federatore politico (gli USA, che hanno l’indipendenza politica, della forza militare, e in certa misura l’egemonia culturale in Europa) e un federatore economico (la Germania). Nessuno dei due “federatori a metà”, né il politico né l’economico, può/vuole portare a compimento la sua opera. Gli Stati europei non possono federarsi politicamente con gli USA, diventando il cinquantunesimo, cinquantaduesimo, settantottesimo, etc., Stato della federazione nordamericana. Né gli Stati europei possono federarsi intorno all’egemonia economica tedesca, perché il vantaggio economico del “federatore a metà” tedesco implica lo svantaggio economico senza contropartita politica della maggior parte dei federandi, che com’è logico alla fine si ribellano: ma né gli USA per evidente assenza di legittimazione, né la Germania per evidente difetto di mezzi atti allo scopo, possono far uso della forza per ricondurli all’unità.
    Ora, nessun federatore agisce gratis et amore Dei nell’unica preoccupazione dell’interesse dei federati; ma perché l’operazione sia politicamente vitale, tra federatore e federati deve sempre avvenire uno scambio, più o meno equo e immediato, di reciproci vantaggi: anche quando la federazione avvenga per conquista sul campo di battaglia. Ad esempio, nell’unificazione italiana, allo svantaggio economico patito dal Meridione – sconfitto con le armi in due campagne militari, la seconda delle quali, la “guerra al brigantaggio”, particolarmente crudele – corrispondono i vantaggi politici dell’accrescimento di potenza dello Stato, così liberato dalle ingerenze straniere, dell’integrazione tra territori culturalmente e linguisticamente affini, e, seppur tardivamente e imperfettamente, un riequilibrio/compensazione delle disparità economiche e sociali tra Nord e Sud, aggravate o almeno non appianate dall’unificazione.
    Nel caso dell’UE, invece, la federazione non può essere portata a compimento né dal “federatore a metà” politico, gli USA, né dal “federatore a metà” economico, la Germania. Ne risulta non solo un impaludamento del processo di federazione, ma:
    a) un grave danno politico per tutte le nazioni europee: l’UE risulta in un dispositivo di neutralizzazione politica dell’Europa nel suo complesso, del quale si avvantaggia il “federatore a metà” statunitense
    b) un grave danno economico per tutte le nazioni europee tranne la Germania e i suoi satelliti, che invece si avvantaggiano del danno altrui.
    La contropartita di questi due danni, politico ed economico, è zero. Ripeto e sottolineo due volte: zero.
    Per l’Italia – Stato, nazione, popolo italiani – la contropartita di questi due danni, politico ed economico, è meglio esprimibile con un valore algebrico negativo. Esempio politico. Regnante la UE, per due volte l’Italia ha impiegato la forza contro uno Stato straniero, su indicazione del “federatore a metà” USA e contro il proprio manifesto interesse nazionale: contro la Jugoslavia e contro la Libia (nel caso jugoslavo, l’Italia già che c’era ha fatto anche l’interesse economico della Germania). Esempio economico. Dall’ingresso nell’euro, che è una macchina per svalutare il marco e favorire il mercantilismo tedesco ai danni anzitutto dell’Italia, che della Germania è tuttora il principale concorrente economico europeo, l’Italia ha perso il 25% della sua base industriale, con la disoccupazione di massa che ne consegue.
    Quanto all’Unione Europea in generale, poi, lo squilibrio tra intenzioni (almeno esplicitamente dichiarate) e risultati effettuali dell’UE è talmente grande che minaccia di provocare, più prima che poi, una implosione/disgregazione totale del progetto federale, in modi e con effetti imprevedibili e potenzialmente catastrofici.
    Concludo. Beethoven e Schiller piacciono anche a me. Il paragone con l’Internazionale sarebbe impietoso sul piano estetico, ma non è folle sul piano politico, perchè impiegare come manifesto politico lo “Alle Menschen werden Bruder” dell’Inno alla Gioia è sventolare la stessa bandiera dell’universalismo politico che garrisce nell’ “internazionale futura umanità” dell’inno comunista.

  59. “ Martedì 15 maggio 2018 – « Freude, schöner Götterfunken, / Tochter aus Elysium ». Piaceva anche a me, l’Inno alla Gioia, un mezzo secolo fa. Che poi le nove sinfonie ce le avevo tutte, nell’elegante cofanetto della Rca, e non solo, perché, udite udite, le vendevo anche, di casa in casa, ed ero anche bravo. Poi sono successe tante cose, finché, una vita dopo, ho sentito quella « collega », dei Castelli Romani, che lo cantava anche lei – « 29 luglio 1984 – L’Inno alla gioia ora lo cantano tutti: comunisti italiani e olimpionici californiani. ». Mah. Boh. Chissà. “.

  60. @ roberto buffagni

    “…l’Italia, che della Germania è il principale concorrente economico europeo”. La Germania è economicamente forte, lo dice lei; e, lo dico io, lo era anche prima dell’euro. Bene. Siamo anche noi economicamente forti, così potremo controbilanciare.
    Seriamente: la ringrazio di avermi esposto le estese ragioni del suo euroscetticismo, che trovo interessanti e che potrebbero essere discusse soltanto da un euroconvinto con cognizione di causa. Io mi limito a dire che non amo i particolarismi, a nessun livello, e che gli stati nazionali mi sembrano quanto di più superato (che lo sappiano o no; l’attuale pochezza delle letterature nazionali europee ne è un chiaro segno). Nei fatti, ci metteremo qualche secolo a superarli e saremo federati dal federatore forte di turno, come sempre accade. In questo senso una UE reale, per quanto difficile da realizzare, sarebbe secondo me un vantaggio, quindi forse non è il caso di buttare il bambino col bagno.
    E poi, mi scusi, per tornare a bomba, per me il punto era la sua caratterizzazione di progressismo e conservatorismo un tot di commenti fa. Se il conservatorismo è quale lei lo delinea, allora (per me) (piuttosto) progressismo for ever.
    Grazie ancora e buona giornata.

  61. @ Elena Gramman

    Si figuri, buona giornata a lei.

  62. @ Elena Gramman

    Mi scuso, il commento precedente è mio. Tempo fa ho avuto la malaugurata idea di firmare “Italia” un commento scherzoso, e non sono più riuscito a toglierlo dal pc.
    Ne approfitto per aggiungere che certo, non è mail caso di buttare il bambino con l’acqua sporca, se il bambino c’è. Io però di bambini non ne vedo. Acqua sporca, invece…Cordialità.

  63. @ adriano barra

    Secondo me l’inno alla gioia oggi lo cantano tutti perchè di gioia ce n’è molto poca, in giro. Evocazione? Chissà.

  64. Universali in divenire: comunicazione (internet), moneta (bitcoin), tecnologia certificata e decentralizzata di scambio dati (blockchain), ricerca scientifica, tecnologica e medica (consorzi sovranazionali globali, perfino con Russia e Cina partner alla pari). Cosa manca? Un’emergenza ultima e mondiale unificante (clima, pandemia, minaccia extraterrestre o che altro). Se proprio servisse, la Luna e piu’ marginalmente Marte sarebbero gia’ insediabili in dieci anni o vent’anni da coloni precursori e la specie dovrebbe quindi sopravvivere, portandosi dietro qualche libro sacro, qualche classico universale e molti manuali tecnici subito ahinoi obsoleti in ambienti alieni. Incognita maggiore: guerra con catastrofe nucleare che ci riporti distopicamente all’era pre-tecnologica in condizioni del pianeta assai deteriorate, li’ lo scaremonger Buffagni avrebbe tutte le ragioni.

  65. @ Il fuGiusco

    Gli universali sono un’altra cosa, i bitcoin e la ricerca scientifica non c’entrano niente. Consultare una buona enciclopedia filosofica, o persino wikipedia. Poi nel linguaggio corrente ci sono tante cose universali, per esempio le chiacchiere.

  66. Certo, Buffagni, certo, ne ha scritte talmente tante in colonnino di chiacchiere da ministero della paura che proprio non si resiste. Stia bene e buone catastrofi.

  67. Grazie, altrettanto.

  68. Sono contento che queste mie due pagine abbiano suscitato un così gran numero di commenti, spesso molto profondi, a parte qualche piccolo eccesso dovuto più a superficialità che a supponenza. Evidentemente queste pagine toccavano un punto sensibile. Questi appunti, su cui è giustissimo e doveroso approfondire, partono da un’esigenza che credo sia molto sentita: trovare qualcosa di nuovo. Uscire dagli schemi. Ringrazio tutti gli interventi.

  69. @ Carlo Bordini

    Grazie a lei per l’interessante articolo.

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