di Alberto Saibene

Anche se si sapeva che era malato da tempo, la morte di Ermanno Olmi colpisce come se portasse con sé l’epoca più bella del cinema italiano, quella che si sviluppò a partire dal neorealismo. Un momento di fine. Della sua infanzia proletaria, della scoperta del mondo nelle colonie estive, ha scritto in un libro molto bello, Il ragazzo della Bovisa. Poi seguì l’apprendistato attraverso il documentario, da impiegato alla Edison. Il primo lungometraggio a soggetto, Il posto (1961) è già un capolavoro, un film universale che racconta le giornate di un ragazzo che dal paese arriva a Milano a impiegarsi. Siamo negli anni del boom e Olmi ne coglie il retrogusto amaro, il senso di generale spaesamento che attraversa un Paese che non era più contadino, ma non era ancora qualcos’altro.

Molto bello anche il successivo I fidanzati (1963), che narra la delicata relazione tra un ragazzo del nord che si impiega come operaio in una raffineria in Sicilia e la ragazza rimasta a Milano. La lontananza li porta a interrogarsi su se stessi e noi con loro. In questi film si nota l’influenza e, al tempo stesso, l’emancipazione dal neorealismo e l’uso della libertà formale offerta dalle contemporanee nouvelles vagues. Olmi è un regista cattolico, un cattolico che passa la vita a farsi domande. Non riuscitissimo è però il film su Giovanni XXIII, E venne un uomo (1965) con Rod Steiger. Prima de L’albero degli zoccoli (1978), elegia del mondo contadino o, detto in altro modo, testimonianza del genocidio di una civiltà, Olmi ha fatto film meno noti ma bellissimi, pieni di freschezza e di libertà, in particolare Racconti di giovani amori (1967), dove c’è l’autentica gemma, La cotta, il racconto di una notte di Capodanno di un adolescente nella nebbia di Milano, e Durante l’estate (1971).

Olmi amò molto l’altipiano di Asiago, dove ambientò vari film a partire da I recuperanti (1974), girato per la RAI, con cui ha collaborato a lungo con una serie di documentari storici o sul presente, tutti interessanti. Grandi polemiche suscitò Milano 83, un documentario che racconta una città spenta dopo i fervidi decenni precedenti. Il contrario della Milano da bere. Non ho molto amato i film dopo L’albero degli zoccoli, come se produzioni più grandi gli avessero fatto smarrire l’istinto creativo, in lui fortissimo (Olmi è prima di tutto un artista). È stato bello tornare ad applaudirlo con Il mestiere delle armi (2001), dove, raccontando di Giovanni delle Bande nere, narra un’eterna Italia di umili e potenti. In tutti i film di Olmi, anche nei meno riusciti, ci sono momenti bellissimi: il sentimento panico della natura, le espressioni dei suoi attori (spesso non professionisti), l’eleganza con cui usava la macchina da presa (con lui lavorò a lungo, Lamberto Caimmi, un bravissimo direttore della fotografia). Dopo aver annunciato il ritiro, o meglio, che si sarebbe dedicato solo ai documentari, girò un altro film molto bello sulla Grande guerra, Torneranno i prati (2014).

Chi ci ha lavorato a fianco ne ricorda l’estrema energia che aveva sul set, l’abilità di invenzione della scena (qui più vicino al miglior Visconti che a Rossellini, suo maestro naturale). Olmi, pur avendo fondato una scuola di cinema, non ha lasciato veri eredi: troppo libero e personale il suo modo di lavorare. Qualche giorno fa venne proiettato a Napoli La ragazza Carla a cui seguì Il posto. Nessun paragone può essere azzardato, se non dire che quella ragazza, Carla Dondi, è la sorella naturale del ragazzo, Sandro Panseri è il nome dell’attore, del Posto. Smarriti come noi davanti alla vita.

[Immagine: Ermanno Olmi].

7 thoughts on “Ermanno Olmi (1931-2018)

  1. “ Lunedì 19 ottobre 1999 – Mentre ancora una volta, ancora un lunedì, percorro – lentamente – i corridoi sordi e grigi di questo edificio che, comunque lo si giudichi, è per me il posto di lavoro, cioè il luogo in cui opero – per così dire – conformemente al livello, alla qualifica funzionale, alle competenze attribuitemi dall’amministrazione presso la quale, etc. etc., per la qualcosa si può ben dire che, alla fine, anche io ho trovato un posto – anche se un posto non è assolutamente quello che cercavo -, ripenso a quel film che si chiamava Il posto (di Ermanno Olmi?), e mi pare giusto. « Che cosa? » Che fosse un film. « In che senso? » Nel senso di Avanti, c’è posto (Bonnard, 1942), di Un posto al sole (Stevens, 1951), de Il posto delle fragole (Bergman, 1957), di 2001 Odissea nello spazio (Kubrick, 1968), etc. etc. » « Ma Odissea nello spazio che c’entra? » Sì, spazio, luogo, posto… è sempre la stessa cosa. “.

  2. Ho apprezzato l’essenzialità e l’affettuosità del testo di Saibene in ricordo del Maestro e dell’uomo che è stato Ermanno Olmi. Mi unisco al suo saluto.

  3. Segnalerei anche, a chi si occupa di letteratura e di scuola, l’imprevedibile ncortometraggio in cui Olmi mise in scena il celebre Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere.

  4. Il messaggio di Olmi e di Pasolini ha un forte denominatore comune: l’esaltazione della società contadina pre-borghese, coi suoi ancestrali valori, le sue ritualità, la conoscenza dei cicli naturali nella loro ineludibile spietatezza. Con una fondamentale differenza. Olmi è profondamente, convintamente cristiano: lì si trovano la sua chiave di lettura degli uomini e del mondo e la sua motivazione all’arte. Il cristianesimo di Pasolini (come per altro anche il suo marxismo) sono dati estetici, sovrastrutture da utilizzarsi in chiave anti borghese. La sua motivazione profonda all’arte è l’attrazione per il giovane maschio “nature”. Olmi esalta l’animo, Pasolini giunge a tale esaltazione (quando vi giunge) solo attraverso il corpo.

  5. I vividly remember his “The Legend of the Holy Drinker” (1988) after Joseph Roth’s novella: a true gem of sensitivity and narrative balance that also reveals Olmi’s ingrained Christianity, which Franco Buffon hereby mentionsi.

  6. solo una nota del tutto personale: spiace che nessuno citi quello che io ritengo il suo capolavoro “Centochiodi”

  7. “ Giovedì 26 aprile 2014 – « I libri, se non diventano vita incarnata, sono oggetti inchiodati nella rigidità di un sapere inutile. Ma il signor Diliberto mi ammonisce: “ Così si individua il libro come un pericolo da estirpare. Operazione non dissimile a mille altre fatte in passato che hanno portato a immani tragedie. Bisogna stare attenti. Soprattutto quando si maneggiano le religioni “. D’accordo, e aggiungo: come è capitato con le ideologie, scritte e imposte e nel loro nome si sono compiuti crimini di cui vergognarsi. E infine l’aver io profanato “ i libri in nome di una presunta purezza del cristianesimo è profondamente diseducativo “. Non ho affatto la presunzione di “ purificare “ il cristianesimo in quanto religione, bensì aspiro a un cristianesimo praticato come scelta di vita. Tuttavia, dopo essere stato redarguito, mi rendo conto della gravità della mia colpa e farò pubblica ammenda. Riconosco che il paradosso del mio film è talmente diseducativo che il contesto in cui ci troviamo inorridisce: infatti, la qualità del dibattito della nostra classe politica, la correttezza dei comportamenti parlamentari, il rigore della spesa nelle funzioni pubbliche, la sollecita giustizia, la eguaglianza di trattamento nella sanità, la autorevolezza degli insegnanti nella scuola, l’educazione e il sostegno della speranza per i giovani, la democrazia stessa, tutto è così altamente educativo che per consolarmi della mia colpa cercherò anche un solo amico disposto a bere un caffè in mia compagnia. Qualche volta, provi a rifletterci signor Diliberto. » (Dalla lettera di Ermanno Olmi – che dice cose molto giuste, ma se dà la colpa ai libri è per cinematografico « partito preso ») “.

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