Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Le buone maniere

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di Marco Simonelli

[È uscito da poco, per Valigie Rosse, il nuovo libro di poesie di Marco Simonelli, Le buone maniere. Questi sono cinque dei testi che lo compongono].

Armadio (1)

Avevo una borsetta, una pochette
sbucata dall’armadio della nonna
un pomeriggio vuoto in cui cercavo
riparo e nascondiglio.

La nonna è una sarta
cuce i vestiti
ci vanno le donne
accorciano e allargano sottane e giacchette.
Le loro borsette contengono mondi di storie e ricordi.

L’infanzia è un boccone. L’addenti. La mordi.

Volevo unicamente una bisaccia
che contenesse almeno una manciata di fagioli,
i soli che si piantano e poi crescono
per arrivare – arrampicandosi – alle nuvole.

E favole, favole:
dicono ai bambini che sono tutti uguali.
Si tratta di ruoli.
Di ruoli sessuali e paure.
Di errori.
Di mali minori.

Il babbo non vuole.
Lui dice: è inadatta.
Ti prendono in giro.
Ti chiamano femmina.

Lo dice che pare una cosa sbagliata.
Lo dice e poi tace.

Con la testa abbassata.

 

 

Sulla bocca

 

A cosa serve un bacio sulla bocca?
Giustamente non sai come rispondere.
Indugi con la lingua finché scocca
a tratti il desiderio di confondere
con sinuose movenze alla gengiva
orgasmi naturali inevitabili.
Mastichiamo la lingua e la saliva
ottenendo consensi inconfutabili.
Rimane un po’ di me sul tuo palato.
Ancora forse senti il mio sapore.
Giura: è stato sesso, non amore.
Un atto consenziente e programmato.
Solamente saliva e fiato e morsi.
A farsi sete e acqua, a bersi a sorsi.

 

 

Una visita

 

Ti ricordi la casa da studente
il tempo in cui lavavi
i calzini insieme ai piatti?
Allora i poeti ci parevano
conventuali, molli e passatisti.
Entrambi aspiravamo a farci eterni
con versi adolescenti triti e tristi.

Il biondo nanerottolo mi guarda
coi tuoi occhi di nerd intellettuale:
ti chiama babbo e sa di dominarti.
L’amore ti riduce uno zerbino
che gioisce se scosso o calpestato.
Tu sei per lui l’eroe, il superuomo
il forte maschio alpha che può tutto.

C’è stato un tempo ormai molto lontano
in cui avrei voluto usarti anch’io,
sentire le tue mani addosso e oltre,
unirmi a te con fremiti di gioia.
Si scrive per paura di sparire
moltiplicarsi in cellule, neuroni
tornare un giorno in forma di bambini.

Adesso nel tuo nuovo appartamento
lui è l’unico vero grande artista.
Il cùpido tirannico amorino
che detta senza chiedere permesso.
L’inquietante pittore che ha dipinto
con un tratto di pastello espressionista
l’affresco alla parete dell’ingresso.

 

 

 

 

Sul lettino

 

Tre volte a settimana salgo le sue scale
senza mai incontrare anima viva.

Lui m’aspetta in piedi, al pianerottolo
col viso di chi attende un incidente.

Mi saluta stringendomi la mano
dopodiché il rito operatorio

si ripete identico a se stesso.
E mentre io mi sdraio sul lettino

lui richiude la porta della stanza
e prende posto dietro, scomparendo.

La prima volta è stato imbarazzante
non avevo idea di come comportarmi.

“Verbalizzi un qualsiasi pensiero”
suggerisce, “cercando, se riesce

di limitare al minimo la mole di scempiaggini
che ognuno si racconta per seguitare a vivere”.

Un fascio luminoso mi esce dalla bocca
proietto alla parete i super8

di gite al mare, feste e compleanni.
Col tempo siamo entrati in confidenza

guardiamo horror, porno e gli snuff-movie.
Ogni tanto mi fa delle domande:

di chi era la mano col coltello?
a chi appartiene quel pene in erezione?

ed è proprio sicuro che la salma
non provasse un sottilissimo piacere?

Ma per il resto, tace. Lo sa fare benissimo.
Sa farlo così bene che lo pago.

“Pensi a me come ad una prostituta.
Per un’ora può farmi ciò che vuole”.

“Può piangere, strillare ed insultarmi
può lanciare anatemi ed accidenti –

sacrileghi o blasfemi, non importa:
accoglieremo tutti a braccia aperte”.

Una volta scoccato il termine dell’ora
scattiamo in piedi entrambi; premuroso

lui mi scorta di nuovo al pianerottolo
e scendo più leggero per le scale

fino all’angusto portone dell’ingresso
da cui sguscio infine all’aria aperta

fuori, fuori, coperto di placenta.

 

*

La prima volta
saranno solo sillabe sul muro
vergate con lo spray
da mani strafottenti.

Ti guarderanno come una minaccia
sicure prima o poi di rincontrarti.
Tu volterai lo sguardo e imparerai
che le parole hanno vita propria.

Le rivedrai un giorno
schizzare dalla bocca di un compagno
sul campo di calcetto doposcuola.
Saranno trementina in pieno viso –

nonostante le tue vane proteste
ti rimarranno addosso come macchie
resistenti ai colpi di bruschino.
Ancora ti consideri un bambino.

Saranno le parole a ricercarti
le solite, affilate
taglienti nella loro noncuranza
svolazzeranno cupe dentro un bus

le sentirai per strada, al bar, a scuola
mentre fai la coda allo sportello.
Crescerai con la paura che
lo stiano dicendo proprio a te.

Non sono mai leggere le parole.
Hanno il peso di un corpo adolescente
che si lascia cadere dal balcone.
Finocchio. Frocio. Buco. Culattone.

[Wolfgang Tillmans, Dancer]

 

 

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