di Francesca Socrate

[Esce oggi, per Laterza, Sessantotto. Due generazioni di Francesca Socrate. La “generazione del ‘68” è uno stereotipo storiografico e un referente identitario forte che viene riproposto a ogni decennale. Muovendosi tra analisi sociale e storia orale, Francesca Socrate disarticola l’apparente omogeneità di quella generazione immaginaria e restituisce invece un Sessantotto plurale, in cui convergono soggetti diversi per cultura politica, esperienze, istanze di rivolta e modi della partecipazione. Soprattutto per età. La tesi di fondo del libro è che il Sessantotto è composto da due generazioni diverse, separate da un confine anagrafico che si colloca intorno al 1945. Spesso le giovani e i giovani nati prima di quella data si erano accostati alla politica attraverso una militanza nelle organizzazioni giovanili dei partiti. Benché molti fossero stati protagonisti di eresie e dissidenze, il loro modo di fare politica era ancora di tipo tradizionale e il loro modo di intendere il privato risentiva ancora dell’habitus borghese. I secondi e le seconde, che avevano vissuto da adolescenti le trasformazioni culturali della nuova società del benessere, arrivarono al Sessantotto senza una formazione politica tradizionale mentre aderivano alle istanze di liberazione individuale che circolavano nella cultura giovanile di quegli anni. Attraverso decine di storie di vita e lungo gli itinerari che dagli anni Cinquanta portarono migliaia di ragazze e ragazzi al Sessantotto, Socrate intreccia la ricostruzione storica con l’analisi della loro memoria autobiografica e del linguaggio usato per raccontarla].

 

Le differenze di storia e di esperienze, di quadri di riferimento e di valori fra le due generazioni si riflettono nella memoria? Nel modo cioè in cui il passato viene ricordato a distanza di decenni? Portano i racconti di oggi i segni di un’appartenenza generazionale che, per quanto basata su una distanza di pochi anni, aveva significato all’epoca una divaricazione di vissuti, di comportamenti e di attitudini? Conta ancora insomma quella distanza di pochi anni nell’atteggiamento verso la storia che si è vissuta?

A confrontare in questa luce le interviste che ho raccolto a uomini e donne che hanno partecipato al ’68 il risultato è sorprendente: le differenze ci sono e sono profonde. E profondi sono i legami che la ricerca di senso implicita nella narrazione istituisce tra il racconto di oggi e l’identikit generazionale di allora.

[…]

“Tra le forme linguistiche rivelatrici dell’esperienza soggettiva le più ricche sono quelle che esprimono il tempo”, scrive Émile Benveniste[1]. Vediamo allora nei vocabolari specifici delle due generazioni quali sono le persone e i tempi verbali rispettivi[2].

Da una parte, per i meno giovani, un predominio della terza persona singolare, concentrata nell’indicativo presente e nel passato prossimo: il racconto in terza persona, con chi narra in una posizione neutra.

Dall’altra, per i più giovani, una dominanza della prima persona singolare, distribuita tra l’indicativo presente, l’imperfetto e, in misura minore, il passato prossimo. Il racconto in prima persona, nella forma autobiografica.

1. La prima generazione: un’autobiografia in terza persona

All’atto di cominciare incappa sempre negli stessi problemi […]. La sua principale preoccupazione è scegliere tra ‘io’ e ‘lei’. C’è nell’’io’ troppa continuità, un che di ristretto e soffocante, nel ‘lei’ troppa esteriorità, troppa distanza.

Annie Ernaux, Gli anni

La prevalenza della terza persona singolare e delle forme impersonali nei verbi specifici della prima generazione è incontestabile: 91,1% delle occorrenze totali del corpus, e all’interno del proprio vocabolario specifico 5781 occorrenze contro le 738 dei verbi in prima persona.

Quale motivo porta questi intervistati a mettere in secondo piano il punto di vista autobiografico, il proprio vissuto, e scegliere al suo posto l’impersonalità della terza persona, quello sguardo da lontano con il narratore fuori scena?

Non è una scelta per disconoscere il proprio passato: lo vedremo. È però una presa di distanza necessaria a mettere a fuoco la storia che hanno vissuto nel modo in cui si sentono chiamati a farlo: interpretandola e valutandola. Si sono così assegnati la parte di chi oggi giudica e riflette: è un ruolo che gli appartiene e in cui si riconoscono, un ruolo che stabilisce un nesso coerente con il loro passato di fratelli maggiori, i più adulti, quelli dotati di maggiore esperienza e consapevolezza politica, leader o coetanei dei leader. In questo registro comunicativo hanno trovato insomma una possibile coerenza tra il sé che narra e il sé di cui si narra.

[…]

3. L’imperfetto autobiografico della seconda generazione

Tornare a dire io per poter dire in modo più preciso noi.

Peter Schneider

Nella lista dei verbi specifici dei più giovani, una lunga serie di imperfetti autobiografici che spiccano per l’alto indice di frequenza: 1001 occorrenze contro le 35 presenti nel vocabolario della prima generazione, il 96,6% delle occorrenze totali del corpus: stavo, scrivevo, leggevo, capivo, andavo, ritenevo, vedevo, e poi, con il soggetto logico in prima persona, (mi) interessava, (mi) piaceva.

In quale fase della loro storia di vita si collocano e cosa raccontano queste nove parole che sparse nel racconto vengono ripetute più di mille volte? Quale esperienza soggettiva trasmettono gli intervistati con questa scelta dell’imperfetto in prima persona, che predomina quantitativamente nel loro vocabolario specifico rispetto agli altri tempi della narrazione del passato?

L’imperfetto è il tempo dello sfondo, scrive Harald Weinrich[3]. Come nel romanzo realista, che ha assunto l’imperfetto per descrivere ciò che gli sta più a cuore, lo sfondo sociale, su cui poi si staglia in primo piano l’azione con i suoi propri tempi verbali, così qui, nel racconto degli intervistati, quegli imperfetti autobiografici costruiscono lo sfondo identitario su cui si muove la loro esperienza nel movimento.

Sono elementi di una formazione prevalentemente culturale: abitudini e rituali ripetuti nel tempo, collocati spesso negli anni della scuola e degli inizi universitari, che delineano uno stile generazionale emotivo e culturale, un autoritratto cui si presta il tempo lento e ripetuto dell’imperfetto, il tempo appunto della descrizione.

3.1. Le letture

“E poi leggevo moltissimo di tutto, ero onnivora, e leggevo anche molte cose di storia…”[4] (M.S.C.).

“E quindi leggevo tantissimo di psicologia, di Freud, Freud in quel periodo […] quindi nel ’68 dietro il mio bagaglio culturale c’era appunto la filosofia, la psicologia”[5] (M.B.).

“Io leggevo più che altro letteratura. Sì, letteratura e storia. Queste cose… quello che mi capitava tra le mani leggevo […] al liceo in realtà leggevo molta poesia, perché era la cosa che mi era più accessibile, chiaramente”[6] (S.C.).

“Guarda, io leggevo… molto. Leggevo i classici, poi mi sono interessato nell’ultimo anno del liceo della Scapigliatura milanese, ho letto tantissimo della Scapigliatura, ho fatto una sorta di ricerca per conto mio sulla Scapigliatura milanese”[7] (M.B.).

Sì, sì leggevo tanto e leggevo molti romanzi… letteratura… anche di livelli non altissimi, ma storie, le storie, per me le storie erano… tuttora lo sono, son fondamentali le storie per me”[8] (C.M.).

“Politica no, però io ero una lettrice di quelle che divorano, e lo sono tuttora, cioè veramente qualsiasi cosa. E ricordo che mi ha fatto un’impressione pazzesca a quindici anni Mémoires d’une jeune fille rangée di Simone de Beauvoir. […] Cioè… io leggevo, leggevo di tutto e di più, leggevo molta letteratura, molto poco invece mi appassionavo agli argomenti scolastici, cioè la scuola la facevo proprio… mai letto la Divina commedia, sono riuscita a scapolare l’interrogazione, però c’era questa lettura e ogni tanto trovavo autonomamente qualche stimolo”[9] (S.L.).

“Avevo cominciato… siccome aveva aperto, cosa importante nella storia culturale di Torino, la Ellas: quella di Angelo Pezzana, una libreria; che era una specie di bugigattolo in via Bertola, e questa la si frequentava… perché insomma, era un libraio di tipo non convenzionale, i libri li toccavi, li tiravi giù… e questa riceveva delle riviste. Io per la verità in quell’epoca leggevo più riviste dell’area riformista, tipo “Tempi Moderni”, ero abbonato al “Mulino”, ero abbonato a questa bellissima rivista, un po’ pallosa, che si chiamava “Quest’Italia”, di Wladimiro Dorigo”[10] (G.M.).

“Quindi poi dopo mi leggevo Pavese, tutti questi, eccetera… e poi molti russi avevo letto anche, all’epoca, erano stati anni di grandissime letture, quelli”[11] (A.G.).

“A casa i giornali li portava mio padre, tutti i giorni c’era “L’Avanti”, qualche volta anche “Il Messaggero”. Portava “L’Espresso”, leggeva “il Mondo”, c’era la collezione completa de “Il Mondo” di Panunzio, e, una volta a settimana comprava “l’Observer” inglese. Li leggevo tutti, tranne “l’Observer”, perché io studiavo il tedesco e non l’inglese […]. A parte questo leggevo, beh leggevo sempre, quando finivo un libro ne iniziavo un altro, non lo so. [ridono] All’epoca, [ride] all’epoca…adesso, ma sicuramente leggevo molta letteratura contemporanea, quindi… leggevo Calvino, leggevo Cassola, leggevo Moravia, Pasolini, leggevo Montale. Leggevo i libri, i saggi di Ernesto Rossi […] leggevo i saggi di Arturo Carlo Jemolo, perché, forse un’influenza paterna mi ha sempre fatto amare il diritto”[12] (D.M.).

“Io, quando… tutti dormivano… prendevo il lumino, dormivo sempre con due, non ho mai dormito da solo, il lumino dal comodino, mi mettevo sopra così per non bruciare la coperta, tipo igloo di cui ero la struttura, mettevo il libro e leggevo, leggevo fino allo sfinimento. Quindi per me la lettura era, non dico compulsiva, però era. Quindi avevo un po’ questo approccio, bisognava leggessi. Leggevo romanzi, però cercavo anche di tenermi al corrente, la mamma ci teneva molto, il mio babbo non leggeva, leggeva il giornale locale, “La Nazione” dalla prima parola fino all’ultima, quindi era informato, però non aveva formazione. Invece mia madre… erano libri. Quindi… io ci sono arrivato ai libri attraverso i libri, cioè un libro… chiamava l’altro, non ho mai smesso di leggere”[13] (A.M.).

“Mio padre era abbonato all’… come si chiama: all’“Avvenire”. Si chiamava “Avvenire d’Italia”. E poi c’era il “Messaggero” in casa, […] Cioè, chiaro insomma, un mondo cattolico, però c’aveva una visione diciamo di centro-sinistra. E quindi questo tipo di formazione, tutto sommato c’è… passa anche per queste cose. Ma poi leggevo sempre di… cose cattoliche, c’era “Testimonianze”, di padre Balducci, un altro che leggevo lì; e io un po’ ho frequentato, per dirti, mi ricordo nel ’66, forse, ’67, queste cose sull’obiezione di coscienza, per esempio”[14] (A.P.).

E così via.

Un elenco disordinato e dettagliato, e uno scarto di genere prevedibile: non fanno parte delle letture assidue e intense delle ragazze di allora la politica e gli autori dei programmi scolastici; per molti dei coetanei maschi c’è un’analoga familiarità con la letteratura, anche se dichiarata con meno enfasi, mentre si affaccia invece l’interesse per le riviste politico-culturali e per i quotidiani a portata di mano in famiglia[15].

In ogni caso leggere è un elemento sentito come costitutivo del proprio processo di formazione a prescindere dal genere: quel leggevo ridondante non ha solo il ritmo e l’iterazione richiesti dall’oralità[16], ma è così insistito perché dia consistenza a un’immagine di sé in cui riconoscersi e essere riconosciuti in un passaggio decisivo della propria storia: l’ingresso nel movimento, pressappoco il ’68.

Le letture di cui parlano queste interviste sono riferite tutte (o quasi tutte) al periodo della scuola e comunque agli anni prima del movimento, come se in questa narrazione autobiografica fosse prioritario ricostruire i modi in cui ciascuno di loro, e loro tutti insieme, si sono presentati all’incontro con quella fase nuova della loro giovinezza, e sottolineare che a quell’appuntamento sono arrivati con un percorso di formazione compiuto alle spalle.

Privi per lo più di un passato politico sia in ragione dell’età che per l’estraneità dimostrata negli anni precedenti verso i canali ufficiali della militanza, i ragazzi e le ragazze della seconda generazione utilizzano un curriculum culturale extrascolastico legittimato per tratteggiare il proprio autoritratto generazionale.

A cominciare da quelle loro letture: i titoli che nominano, le letture che citano, per quanto recuperate in modo disordinato in una memoria impreparata di fronte alla mia domanda, si inscrivono tutte nel solido canone tradizionale dei figli delle borghesie colte o, quantomeno, di giovani candidati a far parte delle borghesie colte, rivelando riferimenti culturali molto più vicini alle generazioni precedenti che non a quelle successive. Il canone tradizionale esercita su di loro, e ancora oggi sulla loro memoria, un richiamo imprescindibile, un dover essere e comunque un elemento di appartenenza al mondo esclusivo degli héritiers[17]. Gli eventuali strappi della nuova subcultura giovanile – a cominciare dalle riviste giovanili di musica – non compaiono in questi ricordi: insomma, non è certo un canone controculturale quello cui fanno riferimento queste interviste.

[…]

3.3. Non capivo

E all’imperfetto ancora una volta autobiografico un altro verbo, capivo, preceduto quasi sempre da non.

Cos’è questo non capivo che si ripete per 53 delle 67 sub-occorrenze della seconda generazione? che si presenta indifferentemente nella memoria delle donne e degli uomini, e che prescinde da ogni caratterizzazione tranne appunto quella dell’età?

Non capivo compare prevalentemente nella parte della narrazione dedicata al movimento. E racconta il disorientamento rispetto alle parole dei volantini, degli interventi in assemblea, degli striscioni preparati in anticipo per i cortei.

G.C., nato nel 1948, figlio di una importante famiglia fiorentina, nel 1967-68 è al primo anno di Lettere e Filosofia e fin dall’inizio partecipa al movimento e alle occupazioni. Militerà poi in Potere Operaio. Funzionario della Soprintendenza Archivistica per la Toscana e responsabile del settore Archivi audiovisivi, è studioso di storia sociale e storia orale:

C.: Nel ’68 era impressionante per me l’assemblea… perché io non avevo nessuna esperienza del genere, insomma… queste… manovre no? questa retorica, insomma, dell’assemblea. Insomma, più che le cose che dicevano – perché poi io non capivo bene il linguaggio eh… io, io che avevo preso nove a filosofia non li capivo i volantini, proprio non li capivo. Ero così, insomma cercavo di capire tutte queste parole… “da un lato dall’altro”, “a valle a monte”, il “filo rosso”, cioè tutte ‘ste metafore, boh. Questo è stato veramente uno shock, “ma come? ho preso nove a filosofia e non capisco un accidente”. E… e quindi poi non sapevo neanche chi erano quelli veramente bravi no? […] e i controcorsi, quelle robe lì. Non ricordo nulla dei controcorsi, eh, nulla!

S.: Ma secondo te ci sei mai andato?

C.: Ma io ero lì, ero sempre lì, ero fisso lì. Ma non ci capivo niente! Cioè la cosa impressionante che io queste cose all’inizio era tutta una cosa emotiva, capito? Cioè per me erano questi importanti, cioè i leader, chi erano i leader, chi non erano i leader, mah! Questo… perché poi cosa dicessero non lo capivo tanto bene eh, proprio… perché parlavano di cose molto tecniche, la 2314, la riforma universitaria, l’affare… tutte queste cose per me…[18]

Non c’è amarezza, né pudore o imbarazzo nel racconto di quella estraneità, di quella incompetenza.

C’è nel racconto piuttosto leggerezza: a volte ironia, a volte chi narra sbotta in una risata. In ogni caso è un disorientamento riconosciuto come inevitabile, quasi naturale, comunque innocuo, anche se all’epoca inconfessato o difficile da confessare[19].

“riunioni infuocatissime ehm… in cui si discuteva… ehm discutevano, perché io, a dir la verità, non ci capivo quasi nulla, anzi, si può levare ‘quasi’, non ci capivo nulla”[20] (A.O.).

“Questi controcorsi. Di cui peraltro io essendo giovane, giovinetta e alle prime armi, alle armi non, non capivo[21] (S.L.).

“Sì, però c’erano scontri, mò, voglio dire gli scontri erano a livello politico, quindi io non ne capivo niente, [ridono] quindi non ti so rispondere”.[22] (R.M.).

“E quindi, in qualche modo, mi sembrò una cosa straordinaria, un miracolo, cioè una roba che… mi ci buttai a pesce, insomma. Quindi vissi quel momento lì in maniera molto… pieno di entusiasmo, insomma. Anche un po’… diciamo un po’ naïf, nel senso che poi andavo, sentivo, certe cose non le capivo, o non le condividevo, si presentavano ‘sti ceffi che, alle assemblee, che già prendevano in mano; ed io un po’ di intuito ce l’ho sempre avuto, per cui capivo che là c’era un po’ di manipolazione; cioè questa atmosfera un po’ da tontoloni… […] in cui ‘sti ragazzotti riempivano le assemblee come me, insomma”[23] (A.P.).

“A Palazzo Campana diventava più complicato perché i controcorsi erano delle cose molto serie, […] c’erano i grandi intellettuali bravi e c’erano quelli come me, che erano studentelli che erano molto ammirati dai grandi intellettuali bravi ed erano senz’altro più, più ammirati di quanto capissero. No, mettiamola al singolare, [ ride] ero più ammirato di quanto capivo[24] (M.B.).

Perché l’imperfetto? Inserito in una concentrazione di imperfetti, quasi fosse un nido come lo chiamerebbe Weinrich[25], quel (non) capivo opera uno spostamento: l’impatto con il linguaggio misterioso dei volantini e degli interventi in assemblea perde il rilievo circoscritto e netto dell’evento per essere schiacciato sullo sfondo, ancora una volta tempo lungo e ripetuto dell’essere e non del fare, della situazione e non del fatto [26]. Non capivo dice ciò che quei ragazzi e quelle ragazze della seconda metà degli anni Quaranta sono, non ciò che fanno.

E così quell’ingenuità politica che i non capivo rivelano tanto frequentemente diventa un tratto distintivo della loro situazione o, meglio, della loro condizione nel momento in cui entrano a far parte del movimento: disseminati tra le parole delle interviste, vicini ad altri imperfetti con la medesima funzione di sfondo, quei non capivo dichiarano un disorientamento, un’estraneità iniziale alla politica e al suo linguaggio. Ed è una condizione importante da ricordare per chi racconta. Elemento imprescindibile nella ricostruzione dell’esperienza nel ’68, così diffusa e comune tra i più giovani, l’ingenuità politica è evidentemente un elemento pregiudiziale per raccontare in quale posizione si sono trovati quando sono arrivati lì, quando sono entrati nelle assemblee, hanno partecipato alle occupazioni, quando hanno scelto di starci, insomma. Dice la loro distanza dalla politica. È una spia del rapporto con la politica che li caratterizza e che si è visto nel disinteresse verso i partiti: quella politica che viene parlata lì è una politica che usa un linguaggio a loro estraneo, comunque incomprensibile: è il linguaggio di quelli più grandi, di quelli che la politica l’hanno fatta, non solo nelle associazioni giovanili o universitarie, ma l’hanno fatta nei gruppi eretici degli anni ‘60, l’hanno fatta leggendo le nuove riviste come “Quaderni Piacentini”, “Nuovo Impegno”, “Giovane Critica”, “Quaderni Rossi”, l’hanno fatta studiando alle scuole quadri dei partiti. Per molti dei più giovani questa esperienza non c’è stata, o è stata comunque parziale, non solo per l’età ma anche per il nomadismo culturale che li ha accompagnati fin lì. Così di fronte al linguaggio dei volantini e dei discorsi in assemblea reagiscono spaesati. E questo spaesamento viene accettato come parte della loro condizione, in quel momento.

Ma c’è di più.

Non capire le parole, non avere gli strumenti per farlo, non solo non impedisce di rimanere e partecipare, ma nella costruzione narrativa della memoria, strettamente intrecciate all’ammissione di quella loro inadeguatezza culturale, spuntano le ragioni che li hanno portati e trattenuti lì, i motivi di quell’entusiasmo per cui nel movimento “ci si buttava a pesce”. Ragioni che potremmo dire “felici”, se per nominarle viene usato frequentemente un altro verbo, specifico della seconda generazione: piaceva, anche questo all’imperfetto, e in prima persona nel suo soggetto logico, il mi che lo precede, mi piaceva[27].

Mi piaceva poteva riferirsi ai libri nuovi che si leggevano come guide obbligate per quel contesto.

Ancora una volta G.C., del 1948, nel movimento fin dagli inizi:

S.: Ma Marcuse tu l’avevi letto per esempio?

C.: Ah! Lo stavo leggendo, durante il ’68. Io… era… il libro che mi portavo dietro era Marcuse…

S.: E quale?

C.: Eh L’uomo a una dimensione. E non ci capivo un accidente naturalmente [C. e S. ridono]. Però mi piaceva da matti, lo leggevo, dicevo “ah, questa cosa eccezionale!”.

S.: Però mentre stavi all’occupazione.

C.: Mentre stavo all’occupazione. sì sì sì.

S.: Quindi sollecitato dall’occupazione.

C.: Sollecitato dall’occupazione.

S.: Prima non sapevi chi era Marcuse.

C.: No, no no no. è tutta roba che è arrivata… io prima cosa diavolo… dunque, cos’era…[28]

Ma mi piaceva si riferiva soprattutto alla dimensione collettiva di un agire pubblico fuori da ogni canale tradizionale.

A.B., torinese, nata nel 1947, il padre dirigente dell’Unione industriali; non finisce il liceo artistico che aveva cominciato a frequentare, poi un corso di steno-dattilografa, fa mestieri vari e lavora nel teatro a contatto con la realtà culturale delle avanguardie teatrali. Entra a Palazzo Campana occupato perché sente dalla strada della musica e da quel momento si immerge nella vita del movimento. Militerà poi in Lotta Continua e presto l’abbandonerà per il femminismo:

B.: Tutti giovani, eccetera eccetera, e lì ho incominciato a frequentare, io ti giuro non capivo niente, perché io ero assolutamente digiuna di politica. Sentivo ‘sto modo di parlare, [ride] ‘sti nomi… ad esempio Che Guevara, io non capivo cosa, cioè non capivo veramente come si diceva, no? Dicevo: ma chissà chi è ‘sto qui? [ridono] Però andavo, le manifestazioni, cioè avevo un’idea vaga, mi piaceva la cosa perché io ero un po’ ribelle, no?[29]

S.C., napoletana, nata nel 1948, è oggi traduttrice e docente di scrittura creativa. Senza nessuna esperienza politica alle spalle, appena iscritta alla facoltà di Lettere e Filosofia partecipa alle occupazioni, avvicinandosi progressivamente al gruppo della Sinistra Universitaria:

C.: però a Napoli c’è stato un movimento molto forte e molto interessante… ancora prima del ’68, negli anni… nel ’66, nel ’67. In effetti io ho conosciuto il movimento nel dicembre del ’67… quando appunto, alla mia prima manifestazione, ho visto comparire questo striscione, insomma. Non capivo niente di quello che volevano, che dicevano eccetera, però mi piaceva tanto la coralità.

S.: Ma lo striscione che diceva?

C.: Ah non me lo ricordo.

S.: Ah cioè…

C.: Io ero dietro, non vedevo che c’era scritto [ridono]

S.: No, cioè hai visto lo striscione

C.: Però la cosa meravigliosa era questo dispiegamento dello striscione… sì, ci sono degli aspetti un po’ epici in queste cose… che ti prendono anche se in fondo non sai perché[30].

Epico: forse l’idea che si stia entrando a far parte della storia, solennemente. Anche senza bisogno di capire “alla lettera”. È l’attesa di qualcosa che è ancora inarticolata, non verbalizzabile, ma che sembra a portata di mano.

Mi piaceva: riferito in tante interviste a un’attività intensa e quotidiana insieme ad altri, dove assumono grande rilievo le scoperte di persone e di idee e di prospettive. Si potrebbe dire una dimensione politica diversa, per chi arriva “quasi totalmente all’oscuro di tutto”, come dice C.M., studente di Architettura a Napoli. Nato nel 1949, entra ancora matricola nel movimento studentesco di Architettura; passa poi verso l’autunno del ’68 all’Unione dei comunisti italiani marxisti-leninisti e successivamente all’Autonomia operaia, dove rimane fino al 1978; ha esercitato e ancora oggi esercita la professione di grafico:

M.: se tu mi chiedevi… a fine liceo come la pensavo, dicevo: mah… sinistra. Mah, senza… senza molti strumenti… e così ho cominciato Architettura. Poi mi sono trovato coinvolto nelle manifestazioni ­– io stavo al primo anno – che quelli più grandi avevano organizzato: mi ricordo andammo alla Centrale, e cominciai a partecipare, ma all’oscuro… quasi totalmente all’oscuro di tutto… e la cosa, non lo so come dire, mi divertiva, mi piaceva, ecco, più che diciamo essere d’accordo perché non avevo neanche gli strumenti per… per giudicare: la cosa era, era proprio che mi piaceva, mi erano simpatici questi qui, mi piaceva la cosa, pe’ cui… ripeto, senza alcuno strumento intellettuale. […]la facoltà era occupata, per cui ho cominciato a partecipare alle occupazioni, alle riunioni, alle discussioni, cioè a partecipare, non intervenivo perché… già che ero uno che parlava poco di sé, di per sé, poi in più su argomenti che erano abbastanza nuovi per me, cioè però mi affascinava la cosa, sicuramente mi affascinava e mi piaceva, mi… e così mi so’ fatto praticamente… abbiamo occupato fino a fine… fino a maggio[31].

Non erano chiare le ragioni per entrare nel movimento, o trovarcisi dentro, e trattenersi lì. O per lo meno la memoria le traduce con un’espressione semanticamente irriflessa e ingenua, mi piaceva, che trasmette un tipo di adesione anch’essa irriflessa, se non appunto ingenua. Per quanto sia inscritto nel tono colloquiale dell’intervista orale, mi piaceva allude però a qualcosa di più: quasi contrapposto a un’idea della politica come dover essere e come dovere, rimanda a un rapporto di piacere, appunto, con l’azione collettiva e pubblica, un piacere ben lontano da ogni etica della responsabilità.


[1] É. Benveniste, Il linguaggio e l’esperienza umana, in ID., Essere di parola. Semantica, soggettività, cultura, Bruno Mondadori, Milano 2009, [ed. or. 1965], p. 37.

[2] Secondo il programma di linguistica computazionale che ho usato nell’analisi delle interviste, il vocabolario specifico è la lista delle parole specifiche di ogni raggruppamento in cui può essere suddiviso il corpus: in questo lavoro ho preso in considerazione le caratteristiche socio-culturali del genere, dell’anno di nascita, della sede universitaria e della facoltà frequentata all’epoca, del corso delle medie superiori seguito, della professione del padre, della professione della madre, della condizione professionale o lavorativa al momento dell’intervista. La lista delle parole specifiche è basata su un algoritmo che ci dice se la presenza di una determina parola in quella determinata partizione è sovradimensionata rispetto alle attese (ricorre cioè con una frequenza molto alta, più alta che altrove) senza che questo risultato sia dovuto al puro effetto del caso. Sono insomma le parole proprie del gruppo volta a volta preso in considerazione, che si aggirano per ogni lista attorno alle 500 uscite.

[3] Una lunga parte dello studio sulle funzioni dei tempi nel testo è dedicata da Weinrich all’imperfetto. Nel gioco complementare fra i tempi della narrazione – che sono nel suo sistema il passato remoto, il trapassato prossimo, i due condizionali e, appunto, l’imperfetto ­–, Weinrich individua in quest’ultimo il tempo dello sfondo, la forma verbale designata cioè a narrare lo sfondo su cui assumono poi il rilievo del primo piano i fatti da raccontare, “nucleo vero e proprio del racconto”, con i loro precipui tempi verbali (H. Weinrich, Tempus. Le funzioni dei tempi nel testo, Il Mulino, Bologna 2004).

[4] Intervista a M.S.C. (nata nel 1949) raccolta il 1 marzo 2014 a Napoli nella sua abitazione.

[5] Intervista a M.B. (nata nel 1947) raccolta il 16 giugno 2014 a Roma nella sua abitazione.

[6] Intervista a S.C. (nata nel 1948) raccolta il 28 febbraio 2010 a Roma nell’abitazione di suoi amici.

[7] Intervista a M.B. (nato nel 1949) raccolta il 25 febbraio 2014 a Napoli nella sua abitazione.

[8] Intervista a C.M. (nata nel 1949) raccolta il 13 aprile 2014 a Firenze nella sua abitazione.

[9] Intervista a S.L. (nata nel 1947) raccolta il 30 maggio 2014 a Torino nella sua abitazione.

[10] Intervista a G.M. (nato nel 1946) raccolta il 9 novembre 2007 a Ivrea nel suo studio.

[11] Intervista a A.G. (nata nel 1946) raccolta il 13 maggio 2010 a Roma nella sua abitazione.

[12] Intervista a D.M. (nato nel 1947) raccolta il 25-26 settembre 2009 a Roma nella mia abitazione.

[13] Intervista a A.M. (nato nel 1947) raccolta il 1 aprile 2014 a Firenze sulla terrazza delle Oblate.

[14] Intervista a A.P. (nato nel 1948) raccolta il 2 gennaio 2009 a Roma nella mia abitazione.

[15] Cfr. i risultati di varie indagini coeve sulle letture giovanili, riportati da A. Cavalli e C. Leccardi, Le culture giovanili, in Storia dell’Italia repubblicana, vol. III, t. 2, Einaudi. Torino 1997.

[16] Tra le caratteristiche testuali della lingua parlata, scrive Tullio De Mauro, c’è infatti la ridondanza, la tendenza a ripetere e ritornare almeno parzialmente, più che alle parole, ai nuclei tematici: dispositivo di controllo attivato da chi parla per assicurarsi che l’ascoltatore riceva e conservi le informazioni che gli sono state date (T. De Mauro, Uso scritto e parlato dei segni linguistici, in ID, Senso e significato. Studi di semantica, Adriatica, Bari 1971).

[17] P. Bourdieu, J.C. Passeron, Les héritiers. Les étudiants et la culture, Les Editions De Minuit, Paris 1964.

[18] Intervista a G.C. (nato nel 1948) raccolta a il 20 aprile 2009 a Roma nello suo studio all’università.

[19] Nel presente di un discorso diretto, R.M. racconta in proposito: “Mentre invece io mi ricordo che la prima volta che andammo a una riunione a casa di un compagno con una mia amica che adesso non c’è più, Renata, e per la prima volta [ride] ci dicemmo, proprio ci confidammo: ma tu capisci qualche cosa? Perché io non capisco niente! [ridono] E fu una liberazione. Per lo meno c’era un’altra persona che sapeva, con cui potevo condividere questo spaesamento, no? Che però non mi impediva di essere presente, di partecipare, di… di lottare a casa, perché naturalmente a casa non volevano che io tornassi tardi la sera… E io a casa lo dicevo, quindi dicevo le mie idee, dicevo quello che facevamo”. Intervista a R.M. (nata nel 1947) raccolta il 14 marzo 2014 a Napoli nella sua abitazione.

[20] Intervista a A.O. (nato nel 1950) raccolta il 16 marzo 2010 a Siena in uno studio del dipartimento di Storia.

[21] Intervista a S.L. (nata nel 1947) raccolta il 30 maggio 2014 a Torino nella sua abitazione.

[22] Intervista a R.M. (nata nel 1947) raccolta il 14 marzo 2014 a Napoli nella sua abitazione.

[23] Intervista a A.P. (nato nel 1948) raccolta il 2 gennaio 2009 a Roma nella mia abitazione.

[24] Intervista a M.B. (nato nel 1947) raccolta il 18 maggio 2014 nella sua casa di Castiglione Torinese.

[25] H. Weinrich, Tempus cit., p. 28.

[26] R. Tartaglione, Elogio dell’Imperfezione, http://www.scudit.net/mdimperfetto.htm, ultima visita 29 ottobre 2011.

[27] Dal controllo delle concordanze, su 173 sub-occorrenze di piaceva per la seconda generazione, ben 134 sono precedute da mi. Solo 23 sono precedute da un pronome diverso da mi, e 16 si riferiscono infine, con il ti, alla situazione di dialogo dell’intervista.

[28] Intervista a G.C. (nato nel 1948) raccolta a il 20 aprile 2009 a Roma nello suo studio all’università.

[29] Intervista a A.B. (nata nel 1947) raccolta il 30 maggio 2014 a Torino nella sua abitazione.

[30] Intervista a S.C. (nata nel 1948) raccolta il 28 febbraio 2010 a Roma nell’abitazione di suoi amici.

[31] Intervista a C.M. (nato nel 1949) raccolta il 21 marzo 2014 a Napoli nel suo studio.

 

[Fausto Giaccone, Sessantotto] 

1 thought on “Sessantotto. Due generazioni

  1. A proposito di ” non capire “: “ Giovedì 7 novembre 1996 – Penso che quei ragazzini che quarant’anni fa vendevano i giornaletti per strada, e a me sembrava strano perché non capivo che bisogno ci fosse, dico di venderli, quarant’anni dopo ci sono riusciti, dico a venderli. “.

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