Le parole e le cose

Letteratura e realtà

L’Albanese

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di Francesco Pecoraro

John ha escogitato un trucco per raccogliere l’acqua piovana che scorre nella canaletta della strada.
Gli serve, dice lui, per irrigare l’orto, cioè uno dei due nuovi orti che ha concesso, non so in base a quali accordi, al Peruviano e all’Albanese che gli danno una mano nell’opera di costruzione, controllo e mantenimento della porzione di natura di sua proprietà.
Vi dedica praticamente tutto il tempo che non passa a leggere, a scrivere, ad ascoltare musica, a sbrigare faccende e commissioni in città, a cucinare zuppe di ortica, minestroni e altre cose vegetali.
Da quando si è trasferito a tempo pieno in campagna, John sta lentamente diventando un vegetariano empirico: per lui cucinare è solo un altro modo di occuparsi delle piante.

Sembra che le piante assorbano quasi tutta la sua attenzione, anche se spesso ne parla con una certa sufficienza se non addirittura con rudezza.
Questi due ettari di terreno magnificamente accidentato, con rocce e valletta solcata da torrentello, costretti dal suo costante accudimento a tenersi in bilico tra natura e artificio, sono uno schivo capolavoro, cui ha dedicato due decenni di controllo crescente, esercitato secondo il suo assoluto capriccio, albero dopo albero, cespuglio per cespuglio.
Qui sperimenta la piena libertà di fare o non-fare, di lasciar vivere o non-vivere tutto ciò che vi esiste in forma vegetale, secondo un’idea di paesaggio-nel-tempo, antropico e non, che è tutta nella sua testa e che sembra ristrutturarsi ogni giorno in modo impercettibilmente diverso.

Qui John è il creatore e signore della terra e mentre lui è il dio di questo luogo, io sono solo il locatario del suo casaletto.
L’ho in affitto da anni ma, per ragioni che non so bene, ci vengo poco.
Quando vengo mi piace moltissimo stare dentro l’idea di natura di John, mi incuriosiscono le sue idiosincrasie (non ama gli olmi), mi divertono le discussioni su come potare/non potare un albero o il cespuglio di mirto che mi ha affidato – tendenzialmente (e inspiegabilmente) io sarei contro cespugli, farei un tutto-alberi, vale a dire un prato fittamente alberato con essenze decidue: qui lui ha invece piantato molti ulivi ed è giusto così –, la sua noncuranza nel lasciare perennemente aperta la casa, la sua insensibilità al freddo e tutto il resto.

Voglio dire che la mia idea (astratta) di casa in campagna, anzi di campagna, è diversa dalla sua, ma amo il mondo che John si è costruito intorno secondo un gusto della natura che immagino gli abbiano geneticamente trasmesso i suoi avi anglo-sassoni, cui ha aggiunto una certa predilezione per le essenze mediterranee.
Qualche anno fa, in Inghilterra, è scomparsa la vecchissima sua madre e lui, in una specie di passaggio di consegne simbolico, si è fatto spedire gli attrezzi da giardinaggio di lei: dal tuo episodio di natura al mio, secondo gusto e tradizione, per un lavoro senza fine di moderata, calibratissima, messa in ordine del caos vegetale di questi luoghi, che ai miei occhi non è altro che un modo indiretto di esprimere un giudizio sul mondo.
Gli attrezzi materni sono un po’ diversi da quelli che si usano qui, sono antichi e usurati, com’è giusto e conveniente che sia.
Quasi tutto ciò che circonda John, come ciò che indossa, è non-nuovo e variamente usurato: è il suo indefettibile stile: a un paio di pantaloni kaki ne segue un altro identico, lo stesso vale per le camicie e per i maglioni di lana.

John mette solo camicie di cotone oxford azzurre e maglioni verde penicillina: ai piedi porta sabot o stivali di gomma in inverno e un paio di sandali tecnici in estate.
Un gilet multi-tasche di tela pesante non manca quasi mai.
Quando dopo una mattinata di lavoro emerge dalla macchia è coperto di fili d’erba, pagliuzze, frammenti di foglie secche, piccole schegge di legno prodotte dalla sega a mano o da quella a motore: ogni tanto noto un insetto, un ragno, camminargli velocemente addosso.
Ora c’è questo problema di irrigare i due orti nuovi che John ha installato a monte, lungo la siepe di recinzione.
La soluzione è astuta: ha fatto passare un tubo in pvc sotto la recinzione a raccogliere l’acqua che, durante le sgrullate monsoniche del cambiamento climatico, scorre impetuosamente nella canaletta stradale, per scaricarla dentro un serbatoio da un centinaio di litri, anch’esso in pvc, parzialmente interrato vicino all’orto.
Perfetto: nel serbatoio c’è sempre acqua (che lui raccoglie col secchio), ma dentro quel tubo in pendenza, non si sa perché, ci finiscono un sacco di animali che scivolano, cadono e affogano: in genere si tratta di lucertole, di insetti e soprattutto di topi campagnoli, che sarebbe un problema smaltire, ma John ha capito che basta tirarli fuori di lì e deporli sul prato: la mattina dopo non c’è più niente.

Chi mangia i topi e le lucertole morte affogate?
Ipotizziamo che lo facciano gatti cani faine cinghiali uccelli notturni, oppure altre creature più piccole, con molte zampe, di quelle che arrivano in gruppo, si nutrono rapidamente e poi diligentemente sparecchiano.
Non ne sappiamo nulla, però qualche giorno fa mi chiama e mi dice, Vieni a vedere una cosa.
Mi porta su, all’orto dell’Albanese, fino al bidone più lontano e mi dice, Guarda dentro.
Sul fondo del recipiente c’è un po’ d’acqua e dentro l’acqua, ma con la testa ben fuori, si vede un serpente muoversi indeciso, palesemente incapace di scalare quella che per lui è una parete insormontabile, liscia, nera e senza alcun appiglio: impossibile uscire di lì, togliersi da quell’acqua fredda e sporca dove galleggia qualche foglia e il corpo annegato di una lucertola.
È una vipera, dico.
Sei sicuro?
Mi pare di sì.

Scatto una foto con lo zoom del cellulare, poi cambio angolazione e ne scatto un’altra.
Ha il corpo da vipera, ma non riesco bene a vedere la forma della testa che, secondo i manuali, dovrebbe essere triangolare.
Faccio una ricerca in rete per vipera immagini.
Sì è lei, guarda… Stesso disegno stessa forma del corpo… Vipera.
John, che ogni cosa pare lo lasci impassibile o forse meglio dire indifferente (ma col tempo ho capito che l’indifferenza non c’entra, si tratta semplicemente del suo essere-inglese), dice, Che facciamo?
Bisognerebbe ammazzarla, altrimenti che fai? come la prendi? dove la butti? la liberi così tra un po’ di tempo mette al mondo una decina di altre viperette che se ne vanno in giro da queste parti?
Sul momento non considero, chissà perché, l’ipotesi che si tratti di un serpente maschio.
Ok, ma come facciamo per ammazzarla?
Proviamo a colpirla con un badile affilato?ce l’hai?
Ne ho uno che era di mia madre.
Allora facciamolo.
Magari dopo.

Adesso no, hai ragione: dopo.
Anzi, domani dovrebbe venire l’Albanese, ci penserà lui.
John chiude il recipiente con il coperchio, la vipera resta lì nell’acqua inquinata da un cadavere di lucertola, al buio, nel freddo, per tutto il pomeriggio, poi per tutta la notte, poi per tutta la mattina successiva.
Nel frattempo non facciamo nulla, non sappiamo se sia ancora viva, sappiamo però che l’Albanese non è venuto, che la vipera è lì, che dovremmo liberarla (nessuno pensa veramente di liberarla) oppure, meglio, ucciderla.
Prima di partire per la Città di Dio dico, L’uccidiamo?
Non mi va, aspetto domani, vediamo se è ancora viva quando arriva l’Albanese… Mi fa pena, ci penserà lui.
Chissà perché entrambi siamo convinti che l’Albanese sia un esperto di vipere, che non ne abbia paura come ne abbiamo noi, che nell’ucciderla (lui sicuramente sa come farlo) non provi come noi pena o altre emozioni, umane e contrastanti, che insomma sia un uomo rude e indifferente, come si addice a un emigrato proveniente da luoghi che non conosciamo direttamente, ma che automaticamente supponiamo siano a uno stadio di civiltà antecedente il nostro, più vicino alla natura.
Sotto ogni nostro pensiero o azione c’è la decadenza dell’Occidente, che in questo caso prende la forma di una tolleranza creaturale causata dalla convinzione che tutti gli esseri viventi siano, ciascuno a suo modo, senzienti (Dichiarazione di Cambridge sull’intelligenza animale).
Un tale sentimento, senza alcuna spiegazione davvero logica, invece non ce lo aspettiamo dall’Albanese: l’orto lo cura lui, la vipera nel serbatoio è un problema suo, che se la veda lui, nel senso di, che ci pensi lui a ucciderla.
Parto quella sera stessa, il giorno dopo mando un messaggio a John e gli chiedo della vipera.
Lui mi scrive che è ancora lì, nel buio del recipiente, perché l’Albanese non è venuto.

[Immagine: Vipera].

2 commenti

  1. “…perché l’Albanese non è venuto”.
    L’Occidente decadente e decaduto aspetta (invano) che i barbari gli risolvano i problemi – legati, oltretutto, alla coltivazione dell’orticello: un’abbuffata di luoghi letterari.
    Reminiscenze a parte, un interessante relevé dell’esistente che non cade nell’ingenuità di trarre conseguenze. Ad esempio, al lettore che ha in mente il titolo, la domanda “Chi mangia i topi e le lucertole morte affogate?” non può che far balenare l’idea di un Albanese che se le cucina in umido, ma naturalmente non è così. “Non ne sappiamo nulla, però qualche giorno fa mi chiama e mi dice, Vieni a vedere una cosa.” E allora, vista la cosa, ci si aspetta che l’Albanese allevi serpi d’acqua nutrendole con i cadaveri di topi e lucertole, ma di nuovo non è così, ecc. Che ingenui che siamo. Ancora non abbiamo capito che rien ne tire à conséquence.

  2. Oppure è il contrario: il colonialista inglese con i suoi abiti tradizionali e gli attrezzi della mamma morta (non come Elisabetta che sopravvive), ridotto a 2 ettari da subaffittare a due ex terzo mondo…
    Il distratto italiano che va ogni tanto a contemplare le manie e i tic dell’ex colonizzatore…
    La natura intorno è il prodotto del crollo di un dominio ridicolo, e si misura per noi in topi e animaletti velenosi. L’ex remissivo tarzan selvaggio non si fa vedere: né lui, né la pericolosa vipera – il mondo naturale e umano è
    un continente misterioso – sono più a portata di mano di inglesi e italiani, ex dominatori ed ex sottoposti…
    Il vecchio occidente sarebbe in fondo un nano da giardino.

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