Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Philip Roth e i suoi alter ego

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di Francesca Borrelli

[Questo intervento è uscito sul «Manifesto»]

Ora che l’addio alla letteratura di Philip Roth è senza possibilità di ripensamenti, i suoi alter ego sfileranno, fantasmatici eroi dei nostri tempi, davanti alla sua bara nell’ordine con cui sono apparsi via via nei romanzi in cui hanno preso vita: per primo il personaggio di Alex Portnoy, che forse cambierà per l’occasione la natura del Lamento di cui Roth lo aveva reso protagonista nel 1967 e, balzato fuori dal romanzo, si materializzerà davanti al suo creatore. Certo, oggi è un po’ invecchiato, ma quando fece la sua entrée sulla scena del mondo editoriale Portnoy vestiva con una certa sfacciataggine i panni dell’ebreo erotomane e ipocondriaco, impegnato a raccontare nel suo incontenibile monologo indirizzato a un analista, le frustrazioni della sua miserevole vita, passata a inseguire ragazze gentili sulle quali riversava, senza mai appagarle, le sue smodate esigenze sessuali. “Dottore – gli fece dire Philip Roth –  forse gli altri pazienti sognano le cose…a me succedono. Ho una vita senza contenuti latenti”. Povero Portnoy, che avrebbe concluso la sua esistenza rappresentandosi a se stesso come il degno “protagonista di una barzelletta ebraica”! Dopo di lui, ancora animato da una certa baldanza, sfilerà a dolersi della scomparsa di Philip Roth la più lasciva delle sue ombre, David Kepesh, che esordì all’avventura letteraria trasformandosi… in un seno. Il fatto, increscioso per quanto corrispondente a desideri reconditi, avveniva nel corso di un racconto datato 1972, quando una “esplosione ermafroditica di cromosomi” aveva mutato l’esimio professor Kepesh in una enorme mammella: un metro e ottanta di stazza trasformati in una montagna adiposa, come la si potrebbe immaginare su una tela di Dalì. Cinque anni più tardi, recuperata la sua fisionomia umana e un certo status sociale, David Kepesh sarebbe tuttavia tornato a ribadire la natura del proprio animo in un romanzo non a caso titolato Il professore di desiderio, che Philip Roth dedicò alla sua compagna di allora, Claire Bloom, l’attrice resa celebre da Chaplin in Luci della ribalta.

Tra quelle pagine Kepsh compariva come il protagonista di un lento apprendistato che avrebbe dovuto portarlo a coniugare appetiti erotici e sentimenti, finché Roth, abbandonato il suo smagliante sarcasmo, si era preso l’estrema soddisfazione di regalare al suo alter ego il lusso della felicità domestica. Ma non durò a lungo, e presto Kepesh si ricongiunse al destino malevolo che Philip Roth aveva predisposto per lui. Dopo avere esordito nel ruolo di una mammella, avrebbe concluso la sua parabola come protagonista di un romanzo, L’animale morente, in cui ormai ultrasessantenne si innamorava di una magnifica ragazza cubana di ventiquattro anni, che si sarebbe ammalata di un cancro al seno. Ora che le sue tribolazioni sono finite, Kepesh sfilerà davanti a Roth per ricevere dal suo cadavere l’ultima virtuale benedizione, poi si ritirerà tra le pagine dei libri di cui è protagonista, quei libri in cui ha tante volte trovato soddisfazione ai suoi desideri.

  Terzo tra gli alter ego, piegato sotto il peso di sofferenze che non erano le sue, comparirà davanti alla salma dello scrittore americano la figura di Peter Tarnopol: verrà fuori dalle pagine di un romanzo del 1974 titolato La mia vita di uomo, dove Roth lo aveva incastrato nel ruolo di marito di una donna persecutoriamente bugiarda, una certa Maureen che con le sue gelosie, le scenate, le menzogne, i raggiri più vergognosi, gli aveva reso la vita insopportabile. Più Tarnopol si indignava e soffriva, più Philip Roth sentiva alleggerirsi il suo animo, perché quella moglie che ora scaricava al fianco di Tarnopol un giorno era stata sua: “Probabilmente nient’altro nella mia narrativa riproduce con maggiore esattezza un fatto autobiografico”, confidò quattordici anni dopo lo scrittore americano, quando si  premurò  di convalidare come proprie le avventure di Peter Tarnopol, e rivelò che nei comportamenti di Maureen erano esemplificati quelli della sua prima moglie. Naturalmente, questo era niente altro che il suo punto di vista, ma tanto Roth lo riteneva insindacabile che si premurò di titolare la sua pretesa autobiografia I fatti e finse di affidarne il vaglio a Nathan Zuckerman, nel frattempo salito al rango di ombra prediletta del suo Io. E’ lui, solenne e rancoroso, già da tempo congedato e forse mai davvero riconciliatosi con il suo creatore, che sfilerà per ultimo al funerale. Chissà se nella decisione di non scrivere più Philip Roth sia stato inconsciamente condizionato dalla malinconia del legame perduto con il suo doppio prediletto. Nathan Zuckerman era entrato in campo nel ruolo dello Scrittore fantasma nel 1979 e venne congedato brutalmente da Roth nel 2007, dopo un trentennio di onorati servizi, distribuiti lungo una decina di romanzi, l’ultimo dei quali era stato eloquentemente titolato dallo scrittore americano Il fantasma esce di scena. All’epoca della sua comparsa, Zuckerman era un giovane entusiasta, focoso esploratore di mete sessuali e ardente neofita in ambito letterario, pendente dalle labbra del suo scrittore preferito, E. I. Lonoff, perché  gli elargisse quella “convalida patriarcale” che il padre non sarebbe stato in  grado di dargli: non solo perché altri non era se non un modesto pedicure, ma anche perché non aveva apprezzato il fatto che il figlio avessa trasferito una poco nobile storia di famiglia nel  suo esordio romanzesco, compromettendo per sempre il loro buon nome e quello di tutti gli ebrei. Quando Roth lo fece uscire di scena, Zuckerman era ormai un attempato, famoso scrittore, che i postumi di una operazione per un cancro alla prostata avevano reso incontinente e, quel che è peggio, ridotto all’impotenza. Disilluso e solitario, Zuckerman viveva allora in una casetta sui monti dei Berkshire, estraneo alle contingenze e proiettato nel passato, quel passato che gli rimandava i pochi ricordi dell’unica visita al maestro Lonoff. Ma le prospettive di una operazione che gli restituisse le funzioni perdute lo portarono a Manhattan, dove insieme alla speranza e a dispetto del disincanto si rianimarono i sensi tacitati, e insieme a questi le antiche insofferenze, la nostalgia, i ricordi.

Nathan Zuckerman era ormai un uomo che aveva finito da un pezzo di recitare “il dramma della scoperta di se stesso”, ma ciò nonostante avrebbe finito con il  precipitarsi nella direzione contraria a quella che la prudenza gli indicava. Aveva alle spalle un lungo a faticoso passato di alter ego, la cui performance più elaborata era stata probabilmente quella consumata tra le pagine di un romanzo del 1986, La controvita,  nel quale era voce narrante e alternativamente oggetto del racconto di altri, creatura esemplarmente artificiosa e quindi convinta del fatto che tutt’al più possiamo fidarci delle interpretazioni, ma che la  verità non esiste. “Essere Zuckerman è una lunga recita” ­– si lamentava – esattamente l’opposto di ciò che si intende con l’espressione essere se stessi”.

E’ probabile che, in quanto cultori della materia, chiamati a scegliere le pagine migliori di Philip Roth, i suoi alter ego estrarrebbero dai libri di cui sono loro stessi protagonisti le pagine in cui risuona più forte il sarcasmo del loro creatore, e insieme tutte quelle in cui egli ha riversato le sue più private ossessioni: lo stereotipo dell’ebreo piccolo borghese di miserabili vedute, la cupidigia sessuale, il terrore della malattia e della morte. Eppure il talento di Philip Roth non risalta solo in virtù dei suoi eccessi. Nessuno meglio di Nathan Zuckerman potrebbe testimoniarlo, ricordando una delle stagioni narrative più felici di cui fu protagonista: quella che si era inaugurata con Pastorale americana ormai quindici anni fa. Qui, l’alter ego di Roth ripercorreva la vita di un uomo che tutti chiamavano lo Svedese, apparentemente così sicuro di sé nella sua mediocrità da far sospettare di non essere “incrinato dal pensiero”. Niente di più sbagliato: quello stesso uomo, in realtà, viveva tormentato dalla responsabilità di una figlia che nel 1969, in piena guerra del Vietnam, aveva interpretato la sua protesta politica facendo scoppiare una bomba e uccidendo, così, un passante. “La gente pensa che la storia abbia il respiro lungo, ma la storia in realtà, ti si para davanti all’improvviso”, aveva commentato Zuckerman. Che appena un anno dopo tornò a imporre la sua voce in un altro romanzo magistrale, Ho sposato un comunista, le cui vicende sono ambientate nell’America del maccartismo e riprendono il titolo del libro in cui la protagonista femminile, l’ex diva Eva Frame, racconta il suo  matrimonio con Ira Ringold, attore radiofonico di umili trascorsi ma soprattutto simpatizzante comunista. Tre anni dopo, con le trecentosessanta pagine titolate La macchia umana,  Philip Roth chiudeva la sua fortunata trilogia facendoci piombare nel cuore del feuilleton che vide protagonisti Clinton e Monica Lewinsky. Ma l’affaire non costituisce che lo sfondo: la scena principale, invece, è occupata da un ex docente universitario costretto a lasciare la sua cattedra in ragione di una pretestuosa accusa di razzismo. Nel raccogliere la rabbia di Coleman, nel risalire le tappe della sua vita già di per sé intricata quanto un romanzo, Nathan Zuckerman aveva scoperto che quella vita gli era diventata “più cara della sua”: era la vita di un uomo che nascondeva antenati di colore, un uomo mai rassegnato alla sua origine e dominato, perciò, dal risentimento.

Forte di queste sue performances alle spalle, ora Zuckerman potrebbe a buon diritto contestare a Philip Roth la decisione di averlo estromesso da alcuni romanzi che, infatti, orfani della sua voce hanno rivelato una insolita debolezza. Everyman, per esempio, che  sostenuto da una scrittura veloce e da una trama essenziale  ripercorre la decadenza fisica di un uomo senza nome: one of us, o meglio di quei personaggi che lo scrittore americano immagina insidiati dai fantasmi della malattia e della morte. E Indignazione, che racconta la storia di Marcus Messner ripercorrendo i passaggi tipici della vita di uno studente in attesa di unirsi alle migliaia di ragazzi americani che andarono a farsi ammazzare nella guerra di Corea, finché l’emozione seguita all’incontro con la prima ragazza significativa non lo induce a rivelarci che la sua voce è quella di un morto, e il suo racconto la ricapitolazione di una giovane vita, stroncata da un colpo di baionetta sulle colline assaltate dalle armate cinesi. Naturalmente non è un caso, e se lo è sembra un caso di finzione, che l’ultimo tra i romanzi licenziati da Philip Roth si intitoli Nemesi, quasi a sigillare preventivamente una stagione che già denunciava sintomi di stanchezza. Sinistro e dotato di risonanze tragiche, il titolo del romanzo evoca gli arbitrii della dea dispensatrice di giustizia e allude al risentimento per una disgrazia immeritata, l’epidemia di poliomielite che si abbatté, nell’estate del 1944, sulla cittadina di Newark, teatro consueto dei romanzi di Philip Roth. E così, con questo breve romanzo tratto dalle memorie di una estate infantile, si è chiusa la carriera di quello che è stato forse il più dotato tra gli scrittori contemporanei, solipsisticamente concentrato sulle ossessive proiezioni del proprio Io, e perciò giudicato immeritevole di guadagnarsi il Nobel che, da anni assume le virtù letterarie quali trascurabili effetti collaterali di non si sa bene quale geopolitico principio redentore.

Ora, forse sussurrando melliflue formulette sulla morte dell’autore, i suoi alter ego si prenderanno una rivincita sulle perfidie di cui Roth li ha resi protagonisti, sebbene alla fin fine toccherà loro rassegnarsi al ruolo di testimoni di una inappellabile volontà che tutti li trascende: la volontà dell’autore, appunto.

 

[Immagine: Philip Roth]

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