di Luca Clerici

[In Libri per tutti. L’Italia della divulgazione dall’Unità al nuovo secolo, da poco uscito per Laterza, Luca Clerici racconta lo sforzo di divulgazione del sapere che alcuni intellettuali intrapresero subito dopo l’Unità d’Italia. Questa è l’introduzione]

Pur con significative anticipazioni e importanti episodi successivi, a traguardare l’epoca d’oro della divulgazione in Italia sono due date emblematiche: l’anno dell’unificazione nazionale e l’avvio del secolo nuovo: 1861-1900. In questo periodo non solo la visione del mondo positivista conquista gli intellettuali di ogni tendenza, ma si diffonde a macchia d’olio una cultura scientifica e parascientifica popolare che incuriosisce, affascina, seduce e così informa e aggiorna chi intellettuale non è. Il clima culturale di quello che si potrebbe definire il positivismo democratico – appunto perché orienta la mentalità e i gusti di tutti – è alimentato da personaggi straordinari, tanto popolari all’epoca quanto oggi dimenticati: al gruppo degli scienziati appartengono l’antropologo Paolo Mantegazza, laureato in medicina, il geologo Antonio Stoppani, naturalista insieme a Paolo Lioy e Michele Lessona, ma anche Giuseppe Colombo, ingegnere di fama. Formazione non scientifica ma giornalistica ha invece Luigi Bertelli (alias Vamba), e come lui Luigi Vittorio Bertarelli viene da un’esperienza professionale, ma di altro genere: prima di fondare nel 1894 il “Touring Club Italiano”, di lavoro fa l’imprenditore. Siamo di fronte a originalissimi protagonisti di storie appassionanti, imprevedibili e avventurose, che si intrecciano e disegnano l’immaginario collettivo di un’intera epoca ridefinendo usi e costumi. Autori di best-seller divulgativi apprezzati da lettori di ogni estrazione socio-economica e di diverse età, sono non-letterati che riescono a incidere sul senso comune contribuendo a formare una moderna opinione pubblica, che guarda a loro come allo star-system dell’intellettualità fin de siécle. Un ruolo finora letto soprattutto in negativo, sottolineando le sue indubbie implicazioni ideologicamente conservatrici a scapito del notevolissimo valore emancipatorio, così come i costi sociali della “fiumana del progresso” rispetto al pur disomogeneo aumento della qualità della vita e al sempre più diffuso accesso a un sapere modernamente aggiornato.

Oltre a questi fuoriclasse, a lavorare per allargare i confini della conoscenza sono decine e decine di pubblicisti, studiosi e scienziati, personaggi abili nel proporsi – fascinosi conferenzieri e instancabili “operatori culturali” a tutto campo –, scrittori che vivono e lavorano a Milano e a Torino, le città più moderne della penisola. Per statuto, i vertici dirigenziali del “Touring” dovevano risiedere nella “capitale morale”, la città che elabora il sistema di valori fatto proprio dai propugnatori della “scienza per il popolo” non solo milanesi: anche per Lessona, infatti, occorre “ispirare all’uomo delle classi inferiori (…) l’amor del lavoro, il culto del vero, il gusto del bello, l’abito del risparmio, che mena all’indipendenza, il più prezioso di tutti i beni”[1]. La proposta ambrosiana supera così i confini lombardi – Lessona lavora a Torino –, e attecchisce dove sedi editoriali importanti e qualificati centri di ricerca rispondono alle esigenze di formazione culturale della manodopera specializzata di un’industria in espansione: “non è un caso che siano state Milano e Torino le uniche città in cui la divulgazione tecnico-scientifica mantenne un alto profilo anche dopo la stagione fortunata della ‘scienza per tutti’”[2].

A imporsi è un clima di fervente circolazione del sapere, di conoscenze al passo con i tempi comunicate in forme nuove di fruizione collettiva: tramite la memorabile esperienza della visita alle esposizioni nazionali – suggestivi palcoscenici del progresso –, ai musei finalmente aperti ai non studiosi, agli zoo e ai serragli ambulanti, che insieme agli animali esotici esibiscono autentici indigeni ma anche “mostri” – albini, donne barbute, gemelle siamesi. E poi c’è lo spettacolo offerto dagli esploratori, eroici protagonisti di imprese memorabili: a Carlo Piaggia, reduce dall’Africa centrale, succede persino di “gustare un piccolo pezzo di carne staccato con le proprie dita da un pezzo più grosso […] dolce e assai buono”. Salvo scoprire poco dopo in un bosco “un uomo appeso ad un alberetto che i suoi piedi toccavano terra [..]. Mi girai per meglio osservare e vidi che al di dietro gli mancavano delle carni staccate di fresco”. La reazione è inequivocabile: “una scossa di freddo mi scorse in tutta la persona e mi si fermò su tutta la spina dorsale, poco mancò che non dessi di stomaco”[3].

A contendere agli esploratori i teatri in cui si esibiscono ci sono gli scienziati “alla moda”: Cesare Lombroso stupisce le platee mostrando a lezione delinquenti tarati che mugolano chiusi in gabbia, mentre Paolo Gorini (un vero e proprio scapigliato della scienza) spopola in qualità di mummificatore e pietrificatore di cadaveri (così sono trattate le salme di Giuseppe Mazzini, Alessandro Manzoni, Giuseppe Rovani). Sullo sfondo, la moda dilagante dello spiritismo (che affascina persino l’anziano autore dei Promessi sposi), le pratiche diffusissime dell’ipnotismo, la ribalta conquistata da dive acclamate come la medium Eusapia Paladino, raccontata dal reporter di punta del “Corriere della Sera” Luigi Barzini. Perché grancassa di discipline d’avanguardia come l’antropologia, la criminologia, l’igiene e l’educazione sessuale sono proprio i giornali, in cui furoreggiano i casi eclatanti raccontati nella cronaca sia giudiziaria sia nera, seguitissima. Quello di Carlino Grandi, il ventiquattrenne pluriomicida infantile arrestato a Incisa Valdarno nel 1875, è solo uno dei tanti processi che appassiona l’opinione pubblica, prontamente seguito dagli scienziati. Il carradore Grandi:

ha una figura affatto ributtante. E’ molto piccolo di statura, non ha un pelo di barba, ed è affatto calvo, d’una calvizie così radicale, da non trovarsene esempio, specialmente in quella età. Ha cranio bastemente ampio, ma presenta qua e là delle protuberanze ed un solco trasversale al di sopra della fronte […] Sopraccigli biondi gli calano sopra gli occhi piccoli azzurrognoli ed infossati, che in parte rimangon nascosti. Ha faccia corta e con certe sporgenze ossee che, unite ai cigli e alla guardatura, gli danno un aspetto d’ourang-outang[4].

Somiglianza che attesta la straordinaria diffusione nell’immaginario collettivo dell’inquietante abbinamento evoluzionistico fra uomo e scimmia.

Nel complesso, ecco affermarsi e consolidarsi un fronte laico e materialistico della cultura: nel nome della scienza il cattolico Stoppani va a braccetto con il laico Mantegazza, la cui opera igienico-sanitaria rivolta alle donne produce una significativa emancipazione del comune senso del pudore. Il suo invito, rivolto a “‘razionalisti e cattolici’”, li sollecita “a ‘stringer la mano all’Autore del Bel Paese, dimenticando ch’egli è un abate; perché in lui al disopra del sacerdote del Dio di Nazareth sta il sacerdote di quell’eterna divinità che chiamasi scienza’”[5]. In quest’ampia area culturale popolata di scienziati lavorano e hanno successo diversi autori di letteratura popolare, a partire da Emilio Salgari, che scrive romanzi d’avventura esotici con un tasso di informazione abilmente sceneggiata così elevato da farne il pendant sul versante della fiction degli scienziati divulgatori, ai quali lo legano sorprendenti sintonie.

Veri professionisti, i campioni della divulgazione dimostrano piglio imprenditoriale e sensibilità verso le dinamiche di mercato (per esempio sfruttano subito il circuito dell’editoria scolastica e parascolastica), ed è perciò che riescono nell’impresa di diffondere il sapere oltre la tradizionale cerchia degli aristocratici, interpretando le migliori istanze progressiste elaborate dalla cultura illuminista, incubatore della società urbano-borghese. Non dimenticandosi mai di divertire lettori e spettatori ingenui, per i quali nutrono un sacrosanto rispetto, con opere tanto originali quanto godibili, da studiare anche in un’ottica critico-letteraria per comprendere le ricette di tanti successi ascrivibili a uno sperimentalismo popolare di straordinario interesse che nelle loro strategie espressive recano impresso il profilo dei nuovi destinatari.

L’elevatissimo numero di questi scrittori e il loro eccezionale attivismo sono anzitutto testimoniati dall’insieme delle opere di di­vulgazione stampate, un mondo bibliografica­mente in­determinato: in una prospettiva d’insieme è infatti evi­dente l’eterogeneità delle of­ferte, dai manuali Hoepli agli alma­nacchi igienico-popolari, dalle inchieste alle innumerevoli statistiche, dai sussidiari scolastici alle biografie di uomini illustri, ai romanzi dida­scalici, alle no­velle morali. Ed è analogamente intui­tiva la varietà delle discipline interes­sate da questo fe­nomeno, nell’età del positivismo trionfante: a fianco della divulga­zione scienti­fica va subito regi­strata una divulgazione umanistica, per esempio linguistica: riferendosi a Una casa fiorentina da vendere (1869) Pietro Fanfani dichiara: “lo feci col fine di diffondere il linguaggio domestico per tutta Italia”[6]. Ma anche storica: se Pasquale For­nari pubblica una Storia patria dal principio sino ai nostri tempi nar­rata ai giovinetti e al po­polo in 96 gior­nate (1870), più tardi Vamba si limita a Un se­colo di storia italiana (1918). Oltre alle discipline scientifiche e umanistiche, le ma­terie inte­ressate sono quelle di carattere pratico affidate ai ma­nuali di com­portamento e di vita domestica, ai ricettari e ai li­bri di educazione “civica”, alle istruzioni per il viaggiatore. A parte la pre­cettistica delle buone ma­niere ri­volta al gen­til sesso (Matilde Serao, Saper vivere. Norme di buona cre­anza, 1900), insieme ai consigli per il matrimo­nio (Achille Giovanni Ca­gna, Novi­ziato di sposa, 1881) e a quelli per la cura del pro­prio aspetto (Lola Mon­tez, L’arte della bellezza nella donna. Igiene e segreti della toeletta, 1884), esi­stono ma­nuali di cucina (non solo il celebre La scienza in cu­cina e l’arte di man­giare bene di Pellegrino Artusi del 1891, ma an­che L’arte di utilizzare gli avanzi della mensa di Olindo Guerrini, uscito postumo nel 1918), e an­cora opere di divulga­zione reli­giosa (Policarpo Petroc­chi, La Reli­gione nelle scuole. Chiacchiere se­rali, 1895), oltre a testi più generica­mente edu­cativi: è il caso di un libro fortunato, L’età pre­ziosa (1887) di Emilio De Mar­chi.

Nella seconda metà dell’Ottocento emerge dunque un gruppo di scrittori di notevole rilievo politico-culturale e di estrazione non tradizionalmente letteraria, protagonisti della comunicazione pubblica e interpreti di un’idea di sapere democratico di qualità, e perciò etico e produttivo. Sono personaggi che costituiscono l’espressione della migliore borghesia italiana postunitaria, fra Sinistra storica ed epoca giolittiana, esponenti di un’originale concezione di positivismo democratico che rientrano a pieno titolo nella “schiera degli intellettuali organici all’ideologia fattuale del positivismo: promotori instancabili di un sapere funzionalmente empirico, ben inseriti nei circuiti del sistema editoriale, i cultori della divulgazione sperimentano codici e modelli comunicativi eterogenei e inusuali”[7], in linea con gli insegnamenti illuministi prima e con le lungimiranti proposte di Carlo Cattaneo poi.

Questi divulgatori si assomigliano per molti aspetti qualificanti, ed è infatti possibile tracciare un “identikit” del nuovo intellettuale-scrittore-scienziato di successo, identificandone i tratti caratteristici, a partire da un dato costitutivo: si tratta di autori che si rivolgono sia alla comunità scientifica con ricerche specialistiche d’avanguardia, sia a un pubblico inesperto tramite opere pensate ad hoc e perciò originali. Esperto di geografia, toponomastica, cartografia, geologia, glaciologia, speleologia, botanica e astronomia (i riconoscimenti degli scienziati sono numerosi in tutti questi campi), il fondatore del “T.C.I.” affianca all’attività di quella che chiama “diffusione della piccola cultura geografica” una qualificata produzione di ricerca:

al VI Congresso Italiano di Geografia (Venezia, maggio 1907), il cui Comitato promotore aveva proclamata la pubblicazione della nuova Carta “il più grande avvenimento cartografico italiano”, la relazione Bertarelli-De Agostini (Sulla carta d’Italia al 250.000 e sulle pubblicazioni fatte dal T.C.I. nel dodicennio e i loro rapporti con la diffusione della piccola cultura geografica) venne salutata da un’ovazione[8].

Massimo Quaini non ha dubbi: “il merito della crescita del Touring, soprattutto dal punto di vista della sua produzione scientifica, spetta specialmente a un uomo: L. Vittorio Bertarelli”[9]. Il quale è anche un abile divulgatore, che come i suoi colleghi rivolge un’attenzione particolare ai giovani lettori comunicando loro un forte sentimento di appartenenza nazionale. Emblematico l’anno in cui Stoppani ambienta le serate del Bel Paese, il 1871 – data a ridosso della presa di Roma –, che cade giusto dieci anni dopo l’Unità: i ragazzini ai quali l’autore travestito da zio si rivolge nel libro rappresentano la prima generazione scolarizzata della nuova Italia, da cui nascerà la futura classe dirigente. E significativo l’anno dell’esordio per non specialisti di Mantegazza: Il bene ed il male. Libro per tutti esce proprio nel 1861, quando Stoppani ottiene l’incarico con cui inaugura la carriera accademica, la cattedra di geologia presso la Regia Università di Pavia voluta per lui da Francesco Brioschi.

Fondamento ideologico comune, ecco anzitutto una fede patriottica e risorgimentale orgogliosamente rivendicata: figlio di Laura Solera, “impavida garibaldina animata da sentimenti umanitari”[10], Mantegazza partecipa adolescente ai moti del ‘48, quando Gorini concepisce “una proposta lungimirante, ancorché non applicata. Mise a punto infatti un progetto di minamento completo delle vie di accesso alla città, con mine da far esplodere in contemporanea a distanza, per mezzo di un comando elettrico”[11]. A ingegnarsi è anche Stoppani, che durante le cinque giornate comunica con gli insorti tramite piccoli palloni aerostatici ingegnosamente costruiti allo scopo; arruolato come infermiere nel ‘59 dopo Magenta e nel ‘66, gli austriaci lo sospendono dall’insegnamento. Collaboratore di giornali anti-austriaci, Lioy (il più debole fra i divulgatori per quanto riguarda la produzione scientifica) non fu solo “un fiero avversario del dominio straniero”[12], venendo perciò esiliato, ma nel 1860 “si reca a Palermo col Marchese di Brolo e, servendosi di due marinai fidati, invia informazioni ed aiuti alle gloriose camicie rosse garibaldine”[13]. Ufficiale medico, Cesare Lombroso nel maggio del 1859 si arruola da volontario nell’esercito piemontese, presta servizio fino al 1865 ed è richiamato per la nuova guerra con l’Austria dell’anno dopo.

Si tratta di esperienze condivise dalla maggior parte di scienziati e imprenditori impegnati nella “scienza per il popolo”, “giovani delle classi borghesi che nel ‘48, spesso appena adolescenti, si erano infiammati di ideali di patria e orgoglio nazionale”[14]. Come Bertarelli: figlio di Pier Giuseppe, antiaustriaco costretto per ragioni politiche a tentare la fortuna in America, Luigi Vittorio nasce pochi giorni dopo l’ingresso a Milano di Vittorio Emanuele II liberatore: il secondo nome è un omaggio al re. E se Giuseppe Colombo è un garibaldino della prima ora, anche Gorini ammira il condottiero dei mille, e nel 1862 orgoglioso lo riceve nel suo laboratorio accompagnato dallo stato maggiore capitanato da Bixio. “Fra i grandi che maggiormente contribuirono all’unità della Patria”, ricorda il biografo di Luigi Mangiagalli, “egli prediligeva Garibaldi per la sua semplicità”: compiuti settantacinque anni l’ormai celebre ginecologo partecipa al pellegrinaggio dei garibaldini a Caprera, organizzato dal T.C.I. di Bertarelli. Ma a proiettare nell’immaginario della letteratura popolare l’Eroe dei due Mondi trasfigurandolo in Sandokan e nel Corsaro Nero è Emilio Salgari, che con una serie di corrispondenze adombra Bixio in Yanez e Anita Garibaldi in Marianna. Sono solo “coincidenze?” si chiede Omar Calabrese; “tutto può darsi, naturalmente. Ma sono un po’ troppe”[15].

Nei testi di Bertarelli il Risorgimento è molto presente, ed è centrale nelle ricostruzioni storiche delle guide d’Italia, inaugurate non a caso dal volume Piemonte, Lombardia, Canton Ticino: “Piemonte e Lombardia che furono primo campo delle guerre nazionali mentre tra l’uno e l’altra si incunea il Canton Ticino, ove tanti esuli trovarono ospitalità[16]”. Regione che anche Lessona aggiunge fra le geografie italiane di Volere è potere (1869), perché vi “risuona schietta e purissima la nostra bella lingua, si albergano costumi prettamente italiani, e battono cuori che hanno comuni con noi i timori e le speranze, e menti ispirate alle gloriose memorie del nostro passato e alle pagine immortali della nostra storia”[17]. Storia e geografia: “è venuto il tempo, maturo ormai, che non sia più, quella degli Italiani, solo una platonica aspirazione alla conoscenza del loro paese. Occorre che essi debbano conoscerlo davvero”[18], si legge nell’articolo La missione del Touring, ed è la stessa idea che si trova chiaramente enunciata nella premessa di Stoppani al Bel Paese, che recepisce l’esigenza post-unitaria di integrazione nazionale messa a fuoco dagli Atti della Giunta per la Inchie­sta agraria e sulle condizioni della classe agricola (1881-’86) coordinati da Stefano Jacini, la prima straordinaria radiografia analitica della neonata nazione.

Questa sensibilità e sintonia istituzionale, manifesta come senso di responsabilità, disponibilità rappresentativa, rispetto per la cosa pubblica e apertura verso le istituzioni private, caratterizza la mentalità di tutti i maggiori divulgatori, sempre attivi sul fronte della diffusione della cultura: con la cooperazione di Mosso, Lombroso, Graf e De Amicis, a Torino Lessona fonda la “Società di letture”. E’ un impegno che viene interpretato con l’assunzione di in una lunga serie di incarichi in molte accademie e associazioni, anche professionali: Stoppani è accademico dei Lincei, Lioy è Presidente del Club Alpino Italiano e Vicepresidente del Regio Istituto veneto di scienze, lettere e arti, Colombo è membro del Regio Istituto Lombardo di scienze e lettere, fa parte del Consiglio del Touring Club Italiano (dove Bertarelli ricopre varie cariche compresa quella di Presidente), ed è Presidente sia del Collegio ingegneri e architetti di Milano sia del Credito italiano, nominato il 22 marzo 1909. Per non dire delle le cariche di Mangiagalli, che non si contano. Analogo protagonismo si registra rispetto a enti e istituzioni pubbliche: Stoppani fonda con Torquato Taramelli l’Istituto geologico di Stato, e Bertarelli – per fare solo un altro esempio – promuove fattivamente la creazione dell’ENIT, l’Ente Nazionale Industrie Turistiche (nell’aprile del 1920 “Le Vie d’Italia” diventano suo organo ufficiale). E sono diversi i movimenti d’opinione che il T.C.I. ha sollecitato per stabilire un rapporto efficacemente cooperativo con lo Stato, a partire dalla pionieristica campagna per l’istituzione dei parchi nazionali.

Sempre sul versante pubblico ecco la carriera accademica (Mantegazza è ordinario di Patologia generale a Pavia e poi di Antropologia a Firenze, Lessona insegna zoologia e anatomia comparata a Torino e diventa rettore dell’Università che nel 1874 offre l’insegnamento di Medicina legale a Lombroso, Stoppani vince la cattedra di libero insegnante di geologia a Pavia,), il cursus nell’amministrazione scolastica (Paolo Lioy è provveditore agli studi di Vicenza), la direzione di musei e istituti scientifici di ricerca: Stoppani è a capo del Museo civico di Milano, Mantegazza istituisce il primo laboratorio europeo di patologia sperimentale e il Museo nazionale di Antropologia ed Etnologia, Bertarelli organizza e indirizza sia l’attività propriamente scientifica sia quella divulgativa del “Touring”. Molti ricoprono ruoli elettivi, a volte rifiutati per mantenere una maggiore indipendenza: consigliere comunale e provinciale, Paolo Lioy è deputato e poi senatore del centro-destra, Lessona è senatore del Regno come Mantegazza, che da deputato nel 1876 entra a far parte del Consiglio Superiore della Sanità e nel 1884 partecipa alla Conferenza internazionale africana come delegato speciale del Governo a rappresentare la scienza italiana. Anche Mangiagalli siede in Senato, e a fine carriera è apprezzato sindaco del capoluogo lombardo dal 1922 al ‘26. Pure Lombroso fa politica militante, è eletto consigliere comunale a Torino e “avrebbe certamente potuto ottenere un seggio in parlamento, dal quale però preferì tenersi sempre lontano, non lesinando sulle invettive al ceto politico”[19]. Quanto a Stoppani, “nel 1876 Lecco lo volle suo deputato al Parlamento, ma egli declinò l’invito”[20], come Bertarelli che rifiuta l’offerta di candidarsi alle elezioni politiche ma è consigliere comunale a Milano dal 1899 al 1913.

Questa straordinaria efficienza si esprime anche nella scrittura: la modernità impone un aumento vertiginoso della produttività dell’autore professionista, e allora la bibliografia di Mangiagalli conta più di cento voci come quella di Stoppani, e “gli scritti di Michele Lessona sono numerosissimi”[21]: l’elenco dichiaratamente lacunoso di Lorenzo Camerano ne conta più di 300. Quanto a Lombroso, la figlia Paola lo ricorda mentre “detta al typewriter, corregge le bozze, corre da Bocca alla tipografia, dalla tipografia alla biblioteca e dalla biblioteca al laboratorio in una frenesia di muoversi, di spendersi, di spandersi”[22]. In assenza di bibliografie è difficile quantificare la produzione di Bertarelli, comunque ingente: gli articoli pubblicati sulle riviste del Touring sono almeno 325, a cui vanno aggiunti i numerosissimi scritti minori, spesso anonimi; fra le altre testate da spogliare a cui certamente collabora figurano “La bicicletta”, “Il Resto del Carlino” e la “Nuova Antologia”. Difficile anche individuare gli scritti in volume e le decine di monografie (non sempre firmate), edite soprattutto dal sodalizio ambrosiano, arduo delimitare l’abbondantissima produzione cartografica. E poi ci sono le lezioni, i discorsi, le conferenze. Addirittura, fra libri, articoli e testi di varia indole Mantegazza batte ogni primato, pubblicando la bellezza di 1.418 titoli[23]. Fra questa sequela di testi – altro elemento caratterizzante –, ecco una serie di successi con tirature che fanno concorrenza ai best-seller di Salgari: Un giorno a Madera (1868) di Mantegazza, Volere è potere (1869) di Lessona, Il Bel Paese di Stoppani, uscito nel 1876 come L’uomo delinquente di Lombroso, e poi Il manuale dell’ingegnere di Colombo (1877), con a seguire quanto a successo commerciale il bel romanzo entomologico di Vamba, Ciondolino (1893). E Bertarelli affida la sua opera di divulgatore della geografia a intere collane fortunatissime, a partire dalle storiche “guide rosse”.

Si può veramente parlare di quella che Giovanna Rosa ha definito a proposito di Felice Cameroni “una frenesia lavorativa che lo ancorava al clima operoso della città e dei suoi abitanti”[24], di un efficientismo inflessibile e metodico: per redigere la prima guida d’Italia Bertarelli viaggia in automobile con il segretario al quale detta i suoi rilievi e le sue osservazioni fino a percorrere in media 400 chilometri ogni 14 ore, il che rende possibile “far diecimila chilometri in due sole regioni”[25]. Secondo l’amico recordman delle due ruote Federico Johnson, primo direttore generale del sodalizio, ai suoi innumerevoli progetti Bertarelli “dedicò la fatica di sessantamila chilometri d’automobile e innumerevoli corse in treno, fra cui sessantadue viaggi a Roma compiuti in un solo periodo di diciotto mesi”[26].

I ritmi di lavoro sono davvero impressionanti, e per far fronte agli impegni “mister T.C.I.” ricorre al tipico “familismo professionale” dei suoi colleghi scienziati e divulgatori. Come Charles Darwin, Michele Lessona organizza il lavoro in famiglia secondo un principio di cooperativismo domestico, in cui ha un ruolo importate la moglie Adele Masi; così, segretaria particolare di Bertarelli – che lavora moltissimo anche in casa – e accompagnatrice nei viaggi di lavoro è la figlia Ernestina. Ma l’idea vincente consiste nell’estendere il modello della libera collaborazione domestica alla grande famiglia dei Consoli e dei Soci, insostituibili “coautori” gratuiti: se per la parte lombarda della prima guida-itinerario regionale del 1896 “le informazioni furono attinte da 450 collaboratori”[27], per la carta d’Italia in scala 1-250.000 i soci “furono chiamati, in quanto abitanti e studiosi di un determinato territorio, ad aggiornare, rivedere e controllare sistematicamente i lavoro che i topografi dell’Istituto Geografico Militare avevano fatto secondo criteri rigidamente centralistici”. Sappiamo “che alla revisione della toponomastica collaborarono circa 14.000 soci attivi” e sono ben “7.000 i toponimi della cartografia militare rispetto ai quali i soci del Touring espongono dubbi e propongono correzioni”[28]. Una modalità “collettiva” di lavoro già esperita in piccolo da Lessona con Volere è potere, scritto con la collaborazione disinteressata delle persone ringraziate nella premessa A chi leggerà.

“Ho sempre avuto, fin da ragazzo, un gusto innato per le grandi scene della natura e per lo studio dei fenomeni tellurici. Sono sempre stato grande amatore di paesaggi e di panorami e un po’ studioso delle cause e delle particolarità dei quadri naturali che tanto ammiro”[29]: come molti suoi colleghi, da giovane Bertarelli è un naturalista in erba: la passione sportiva e l’interesse per la geografia nascono così. “Nella primissima età della vita”, ricorda Mantegazza giovane interprete dello spirito collezionistico che pervade il secolo,

feci con vero trasporto una raccolta dei ciottolini più belli della mia corte, senza essere mineralista; poi riunii in tante scatole una infinità di insetti senza essere entomologo; poi passai alle piante, che intercalai fra le pagine de’ miei calepini. Più tardi feci raccolta di monete antiche, di conchiglie e di sostanze chimiche. Ora sono divenuto bibliomane e spero di rimanerlo ancora per molto tempo. Intanto vi confesso che, pochi anni sono, fui così frivolo da raccogliere fagioli di diverso colore e da compiacermi assai nel contemplarli[30].

A vent’anni Paolo Lioy è “ufficialmente studente di Giurisprudenza a Padova, ufficiosamente appassionato di scienze naturali”[31]; il giovane Lessona si occupa di “fauna locale, tradizionale area d’indagine dei naturalisti dilettanti”[32] e da ragazzo, nel tempo libero e durante le vacanze estive, Stoppani caccia insetti e farfalle e raccoglie minerali: “andava su per i monti a cercar pietre (‘L’è matt’ dicevano i buoni vicini ‘al torna a cà caregaa de sass!’)”[33]. La sua collezione di conchiglie, minerali, fossili e petrefatti – “il padre era poco persuaso da quella ch’egli chiamava ironicamente la sassologia[34] – finirà per costituire un’importante raccolta scientifica, successivamente sviluppata soprattutto in ambito geologico, paleontologico (questo il termine all’epoca per l’archeologia preistorica) e mineralogico.

Anche lui appassionato escursionista, appena laureato Mangiagalli avvia la carriera con un tour di formazione professionale in cui visita le più importanti cliniche svizzere e tedesche, testimoniato dalle corrispondenze inviate al maestro Domenico Chiara e pubblicate sugli “Annali di Ostetricia, Ginecologia e Pediatria”. Per poi chiudere l’attività con il viaggio in Sud America raccontato in Impressioni di un viaggio al Brasile (1927). Del resto, se il viaggio di studio all’estero è una pratica condivisa dai più intraprendenti giovani esponenti della classe dirigente ambrosiana, non pochi frequentano le esposizioni nazionali e universali, a cominciare da Colombo: inviato nel 1862 all’Esposizione di Londra, “nel 1876 fu tra i primi visitatori dell’Esposizione per il centenario a Filadelfia e nel ‘78 visitò l’Esposizione universale di Parigi, di cui fece ampi resoconti nelle conferenze alla Società di incoraggiamento, sulla ’Nuova Antologia’ e nel volume La meccanica all’esposizione di Parigi, edito da Hoepli”[35]. E se Mantegazza accetta “il nojoso incarico di Commissario ordinatore della Sezione XII (Prodotti alimentari)” all’esposizione universale di Parigi del 1867, “sperando di aver occasione di studiare le industrie alimentari del nostro paese, nelle quali sta tanta parte dell’igiene e della ricchezza degli Italiani”[36], nella primavera del 1906 Mangiagalli è il responsabile del padiglione di igiene all’Esposizione internazionale del Sempione di Milano, a conferma del grande interesse da parte dei “divulgatori” per queste manifestazioni caratteristiche della modernità urbana.

Viaggiatori naturalisti che concludono la formazione in Europa da giovani, inviati alle esposizioni ma pure autori di testi odeporici da grandi: libri di viaggio in Italia e all’estero sia per Stoppani – Il Bel Paese (1876), Da Milano a Damasco (1888) ma anche Ricordo del mio viaggio in Oriente. Versi (1877), un curioso l’opuscolo per nozze –, sia per Mantegazza, che firma Rio de la Plata e Tenerife (1867), Profili e paesaggi della Sardegna (1870), Un viaggio in Lapponia coll’amico Stephen Sommier (1881) e Ricordi di Spagna e dell’America Spagnuola (1894). Reportage solo in Italia invece nel caso di Bertarelli, autore di molti resoconti in parte raccolti in volume solo postumi (Insoliti viaggi, 2004), e di Lioy, con In Montagna (1880), Sui laghi (1884), Alpinismo (1890) e In Alto. Sulle montagne (1899). L’anno prima era intanto uscito Tre mesi in Calabria di Cesare Lombroso, che nel 1898 tornerà in libreria ampiamente integrato come In Calabria (1862-1897). Stu­dii con aggiunte del Dr. Giuseppe Pelaggi. Lessona non scrive resoconti di viaggio, ma Volere è potere ha un’impostazione propriamente odeporica, essendo strutturato come un itinerario lungo lo Stivale da sud a nord che parte da Palermo e si conclude a Torino (orientamento esattamente inverso a quello del Bel Paese), perché è l’esperienza della propria alterità che rende consci dell’identità nazionale. Questo successo della letteratura di viaggio non deve stupire: per superare gli abituali confini della comunicazione intellettuale e per raggiungere un più ampio pubblico si affermano modalità espressive, generi letterari ed extra-letterari non canonici, e infatti “nella commistione inusuale di codici divergenti risiede la carica di sperimentalismo stilistico e strutturale caro alla cultura del positivismo popolare”[37]. Genere misto per eccellenza, a cavallo fra fiction e non fiction, compendio di avventura e informazione, docere e delectare, il resoconto di viaggio risulta formula quanto mai funzionale.

La disponibilità da parte dei divulgatori a utilizzare generi espressivi tanto diversi presuppone un atteggiamento emancipato rispetto alla tradizione letteraria e un’idea spregiudicata dello scrivere, evidente nella nota di Bertarelli che accompagna la pubblicazione di un articolo buttato giù in treno, di notte: “consegnai perciò alla dattilografa un blocco molto male vergato colla stilografica, ma forse anche peggio concepito. Vogliano i Soci considerare la sostanza delle cose qui esposte più che la forma… ferroviaria”[38]. L’invito è spiritoso, ma presuppone un’idea molto seria, quella di una nuova professionalità della scrittura, caratterizzata dalla subalternità del comporre rispetto alle esigenze del contesto, dalla rapidità d’esecuzione, dal prevalere del contenuto sulla forma, giocoforza poco curata per l’impossibilità di rivedere il pezzo ma sempre chiara e scorrevole: in Calabria il ciclista Bertarelli buca una gomma e si rifugia in una “grottella”, fradicio di pioggia: “restai là tre ore, passate a scrivere note di viaggio, che poi furono pubblicate nella ‘Bicicletta’, nonna od ava della ‘Gazzetta dello Sport’”[39]. E’ un nuovo paradigma, non letterario né scientifico ma giornalistico, ispirato non ad ambizioni estetiche né a esigenze stilistiche ma a quello che si potrebbe chiamare “spirito di servizio” verso la testata e verso il pubblico: secondo la testimonianza di Augusto Guido Bianchi, “la prosa del Bertarelli faceva a noi giornalisti – allora numerosi nel primo Consiglio del Touring – l’effetto di qualcosa d’improprio, di scialbo, di commerciale”[40]. “Quanto alle biblioteche, la verità è spaventosa, ma s’impone, e debbo confessarla: esse mi fanno orrore” ammette Bertarelli, “c’è un odore di muffa, o m’immagino di sentirvelo, che mi fa subito starnutare in malo modo. Insomma, non ho l’animo agli studi di tavolo o di ambiente chiuso, e neppure agli studi troppo pesanti: sono uomo d’affari, anzitutto”. Ma invece di schermirsene, l’”uomo d’affari” rivendica con orgoglio la modestia della sua formazione: “ho un fondo di cultura scarso e però tanto più prezioso per me”[41].

L’esigenza di divulgare comporta naturalmente una particolare sensibilità verso i lettori, costitutiva dell’idea stessa di letteratura interpretata dagli scienziati popolari, quella cioè di “scrivere per fare” – l’opposto dell’”arte per l’arte”. Il che significa scrivere per formare nuovi cittadini, per orientare l’opinione pubblica e l’azione delle istituzioni, incidendo sulla qualità della vita di ognuno, con un’attenzione particolare rivolta ai giovani per i quali è concepita una produzione specifica. Ecco allora i romanzi per ragazzi Testa (1887) di Mantegazza e Ciondolino (1893) di Vamba, ma anche la produzione scolastica di Lessona: “tra il 1860 e il 1863 l’autore pubblica ben quattro manuali di scienze naturali e fisiche per le scuole secondarie, ciascuno dei quali ottiene almeno una ristampa”[42]. Questa sensibilità pedagogica si manifesta anche nella sua collaborazione al “Giornale dei bambini”, come nella realizzazione da parte di Bertarelli del periodico “La Sorgente” (1917-1928), “Rivista Quindicinale per l’Educazione della Gioventù”, in cui impaginazione, illustrazioni e testi tengono efficacemente conto della particolare fisionomia dei destinatari. Fra gli espedienti più usati da Bertarelli nei suoi articoli di divulgazione geografica per ragazzi c’è l’impiego della seconda persona che chiama in causa direttamente il lettore, una tecnica tradizionale della letteratura pedagogica rilanciata in ambiente scientifico da Lessona.

Non ultimo elemento in comune, la maggior parte di questi personaggi eccezionali è nata all’ombra della Madonnina (Giuseppe Colombo) o è immigrata qui dalla provincia integrandosi perfettamente, perché la “città più città d’Italia” (la definizione è di Giovanni Verga) esalta la volontà di emancipazione di chi accoglie, avvantaggiandosene. Stoppani è di Lecco, Mantegazza è di Monza, Luigi Mangiagalli nasce a Mortara e – come quella di molti colleghi – la sua è una storia di progressiva “scalata sociale” e affermazione professionale, degna di un autentico self made man, il prototipo dell’uomo che si fa da sé disegnato da Lessona in Volere è potere. Milanese d’adozione (era nato a Livorno) e medico come Mangiagalli, Gaetano Pini ne condivide l’impegno nel campo dell’igiene e della medicina sociale: il primo è il padre dell’omonima maternità e concepisce la clinica del lavoro, il secondo fonda la Scuola per Rachitici, trasformata in ospedale grazie al contributo di un altro medico non nato a Milano ma che qui lavora, Pietro Panzeri.

Da un punto di vista anagrafico, i personaggi ricordati finora appartengono a generazioni diverse – quello che nasce per primo è Michele Lessona, classe 1823, l’ultimo Luigi Vittorio Bertarelli, del 1859 –, ma tutti vengono alla luce prima dell’Unità nazionale e si formano in un clima culturale condiviso che contribuiscono a elaborare, lavorando e pubblicando soprattutto entro la fine del secolo, perché con il Novecento la spinta propulsiva che questi intellettuali interpretano viene progressivamente a mancare e si conclude l’epoca della cultura della divulgazione, quella che oggi si direbbe una cultura militante e impegnata. Fatte salve le diverse individualità e competenze disciplinari, fra i divulgatori della prima ora e la seconda generazione si registrano alcune differenze interessanti, anche se naturalmente non mancano contatti: Mangiagalli è allievo di Mantegazza e di Lombroso, il protagonista del Giornalino di Giamburrasca (1912) di cognome fa Stoppani, un evidente omaggio di Vamba all’autore del Bel Paese. Il quale, come farà Mangiagalli per la clinica ostetrico-ginecologica che porta il suo nome, non solo segue i lavori del Museo di storia naturale ma partecipa alla sua progettazione. Nel complesso si può dire che pur esprimendo identità di vedute e uniformità di intenti, i più vecchi non elaborano una consapevolezza condivisa né una strategia comune, a differenza degli “intellettuali di tutti” della generazione successiva, che si coordinano dimostrandosi capaci di fare squadra, un’altra attitudine tipicamente ambrosiana. Ancora, l’impegno formativo e didattico dei primi si rivolge agli strati bassi della popolazione e ai settori più deboli del pubblico neo-alfabetizzato (donne e bambini), mentre al centro degli sforzi del secondo gruppo di divulgatori c’è piuttosto la specializzazione della classe dirigente, organizzata tramite un lavoro maggiormente istituzionalizzato e radicato nel territorio.

Così, nel 1911 a Milano nasce l’Associazione per lo sviluppo dell’alta cultura, impegnata a favorire la collaborazione fra i diversi istituti “politecnici” grazie al contributo di esperti di varie materie: a Mangiagalli si affiancano Giuseppe Colombo per il Politecnico, il medievista Novati dell’Accademia scientifico-letteraria, l’astronomo Celoria ed Ettore Ponti, facoltoso industriale tessile, ex sindaco di Milano e senatore, a rappresentare le competenze imprenditoriali e politico-amministrative indispensabili nell’ottica di efficientismo fattivo condivisa dal gruppo. Circa la capacità di “farsi istituzione”, nel 1893 nasce la Società umanitaria e l’anno dopo il “Touring Club Ciclistico Italiano” di Bertarelli, due associazioni “no profit” particolarmente attive e lungimiranti. Fra gli intellettuali più impegnati in questo mondo straordinario c’è senz’altro proprio Mangiagalli: il 25 settembre 1906 inaugura l’Istituto ostetrico-ginecologico, che dirigerà fino al 1925, nel 1909 realizza l’asilo Regina Elena – lascerà la carica di direttore nel 1922 – e il 6 novembre partecipa alla cerimonia per la posa della prima pietra delle nuove sedi degli istituti d’istruzione superiore: è l’atto fondativo della Città degli studi. Infine, nel 1919 amplia l’Istituto ostetrico-ginecologico di Milano integrandolo con il primo reparto di oncoterapia ginecologica istituito in Italia, e il 2 aprile del 1928 viene inaugurato l’Istituto del cancro, intitolato a Vittorio Emanuele III, di cui è designato Presidente.

L’istituzione di maggior rilievo sul piano della formazione superiore è però l’Università degli Studi, fondata da Mangiagalli nel 1924 a integrazione dell’offerta cittadina, perché “Mangiagalli per la Statale e Gemelli per l’Università Cattolica avevano in definitiva svolto il medesimo ruolo che Brioschi e Colombo avevano assolto per il Politecnico e Sabbatini per la Bocconi”[43]. Ma ormai negli anni Venti la civiltà della divulgazione è definitivamente tramontata, l’epoca di un pensare positivo per tutti si è chiusa: la classe dirigente borghese, erede del volontarismo illuministico, che ha provato a interpretare un ruolo responsabile e di guida in una prospettiva culturale e civile, si è arresa. Obiettivo dell’efficace politica culturale del fascismo non sarà più la diffusione del sapere, ma l’organizzazione del consenso.

[1] Michele Lessona, Prefazione del traduttore in Risparmio di Samuele Smiles, Prima traduzione italiana del Prof. Michele Lessona, Firenze, G. Barbera, 1876, p. XI.

[2] Paola Govoni, Un pubblico per la scienza. La divulgazione scientifica nell’Italia in formazione, Roma, Carocci, 2003, p. 329.

[3] Carlo Piaggia, Niam Niam. I miei viaggi nell’Africa centrale dal 1851 al 1866, autobiografia integrale a cura di Giovanni Alfonso Pellegrinetti, Mondadori, Milano 1982, passi tratti dalle pp. 232-234.

[4] Patrizia Guarnieri, L’ammazzabambini. Legge e scienza in un processo toscano di fine Ottocento, Roma-Bari, Editori Laterza, 2006, p. 70.

[5] Elena Zanoni, Scienza Patria Religione. Antonio Stoppani e la cultura italiana dell’Ottocento, Milano, FrancoAngeli, 2014, p. 113.

[6] La citazione si legge in Maurizio Vitale, La questione della lingua, Nuova edizione, Palermo, Palumbo, 1978, p. 499.

[7] Giovanna Rosa, Identità di una metropoli. La letteratura della Milano moderna, Torino, Nino Aragno Editore, 2004, p. 225.

[8] I sessant’anni del Touring Club Italiano 1894-1954, a cura di Giuseppe Vota, Milano, Touring Club Italiano, 1954, p. 117.

[9] Massimo Quaini, Dopo la geografia, Farigliano (Cuneo), Espresso Strumenti, 1978, p. 66.

[10] Monica Boni, L’erotico senatore. Vita e studi di Paolo Mantegazza, Genova, Name, 2002, p. 125.

[11] Francesco Cattaneo, Durante la vita di Paolo Gorini… Lodi e il Lodigiano nell’Ottocento, in Storia di uno scienziato. La Collezione anatomica “Paolo Gorini”, a cura di Alberto Carli, Azzano San Paolo [Bergasmo]), Bolis Edizioni, 2005, p. 40.

[12] Maria Giuseppina Marotta, Paolo Lioy: un “pedone della letteratura”. Ritratto di un intellettuale del secondo Ottocento, in “Annali”, Università degli Studi di Roma, Facoltà di Lettere e Filosofia, Pubblicazioni dell’Istituto di Filologia Moderna, [Roma, Bulzoni] 1981, 1/2, p. 197.

[13] Carmen Sari, A colloquio con Paolo Lioy. Letteratura, scienza, politica (1851-1905), Prefazione di Ilaria Crotti, Milano, FrancoAngeli, 2016, p. 19.

[14] Paola Govoni, Un pubblico per la scienza. La divulgazione scientifica nell’Italia in formazione cit., p. 106.

[15] Omar Calabrese, Garibaldi tra Ivanhoe e Sandokan, Milano, Electa, 1982, p. 96.

[16] Luigi Vittorio Bertarelli, Per la Guida d’Italia del T.C.I. Un’altra faccia della sua poliedrica preparazione, in “Rivista mensile del T.C.I.”, a. XIX, n. 6, giugno 1913, p. 282.

[17] Michele Lessona, Volere è potere, [Introduzione di Mario Miccinesi], Pordenone, Edizioni Studio Tesi, 1990, p. 359.

[18] Luigi Vittorio Bertarelli, La missione del Touring italiano, in “Rivista mensile”, a. VII, n. 7, luglio 1900, luglio 1901, p. 197.

[19] Silvano Montaldo, Scienziati e potere politico, in Storia d’Italia, Annali 26, Scienza e cultura dell’Italia unita, a cura di Francesco Cassata e Claudio Pogliano, Torino, Einaudi, 2011, p. 53.

[20] Enzo Petrini, Antonio Stoppani, Firenze, Le Monnier, [1956], p. 30.

[21] Lorenzo Camerano, Michele Lessona. Notizie biografiche e bibliografiche, in “Bollettino dei Musei di Zoologia ed Anatomia comparata della R. Università di Torino”, vol. IX, n. 188, 30 ottobre 1894, p. 37.

[22] Delfina Dolza, Essere figlie di Lombroso. Due donne intellettuali tra ‘800 e‘900, Milano, Franco Angeli, 1990, p. 34.

[23] Erasmo Ehrenfreund, Bibliografia degli scritti di Paolo Mantegazza, in “Archivio per l’Antropologia e l’Etnologia” (rivista a cura della “Società italiana d’Antropologia e l’Etnologia”), vol. 56, 1926, pp. 11-176.

[24] Giovanna Rosa, Identità di una metropoli cit. p. 226.

[25] Luigi Vittorio Bertarelli, La visione ciclo-automobilistica delle strade ordinarie nella Guida d’Italia del T.C.I., in “Rivista mensile del T.C.I.”, a. XIX, n. 7, luglio 1913, p. 339.

[26] Federico Johnson, Prefazione, in L’Italia e il Touring negli scritti di Luigi Vittorio Bertarelli, Milano, Touring Club Italiano, 1927, pp. IX-X.

[27] I sessant’anni del Touring Club Italiano 1894-1954 cit., p. 56.

[28] Massimo Quaini, Dopo la geografia cit., p. 67 per entrambe le citazioni.

[29] Giuseppe Mazzotti, Luigi Vittorio Bertarelli nel centenario della nascita. Commemorazione tenuta il 19 settembre 1959 nella Grotta Gigante presso Trieste, Milano, Touring Club italiano [Stab. Pol. G. Colombi], 1959, p. 46.

[30] Paolo Mantegazza, Fisiologia del piacere, [prefazione di Claudio Marabini], Pordenone, Edizioni Studio Tesi, 1992, p. XIII.

[31] Maria Giuseppina Marotta, Paolo Lioy: un “pedone della letteratura” cit., p. 197.

[32] Marina Bonifetto, Michele Lessona e la divulgazione scientifica, in “lavoro critico”, nuova serie, [n. 2], agosto 1985, p. 61.

[33] Luigi Servolini, Antonio Stoppani saggio di bibliografia, Lecco, Ettore Bartolozzi editore in Lecco, 1955, p. 7.

[34] Enzo Petrini, Antonio Stoppani cit., p. 22.

[35] Rita Cambria, Colombo Giuseppe: http://www.treccani.it/enciclopedia/giuseppe-colombo_(Dizionario-Biografico).

[36] Paolo Mantegazza, Quadri della natura umana. Feste ed ebbrezze, Milano, Milano, Bernardoni e Brigola, 1871, 2 voll., vol. II, p. 63.

[37] Giovanna Rosa, Identità di una metropoli cit. pp. 239-240.

[38] Luigi Vittorio Bertarelli, La traccia di un grande lavoro, in “Le Vie d’Italia”, a. XXVII, n. 1, gennaio 1921, p. 2, nota 1.

[39] Luigi Vittorio Bertarelli, In bicicletta, in “La Sorgente”, a. VI, n. 4, 25 aprile 1922, p. 105.

[40] Augusto Guido Bianchi, Prefazione, in Luigi Vittorio Bertarelli, Diario di un cicloturista di fine Otto­cento. Da Reggio Cala­bria a Eboli, a cura di Vittorio Cappelli, Castrovillari, Teda Edi­zioni, 1989, p. 2.

[41] Giuseppe Mazzotti, Luigi Vittorio Bertarelli nel centenario della nascita cit., pp. 44-45 e p. 45.

[42] Marina Bonifetto, Michele Lessona e la divulgazione scientifica cit., p. 63.

[43] Enrico Decleva, La nascita dell’Università degli studi, in Storia di Milano, XVIII, Il Novecento, 2, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1996, p. 739.

 

[Immagine: Giuseppe Pellizza da Volpedo, Il quarto stato, particolare].

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *