cropped-roubaud.jpgdi Jacques Roubaud (trad. di Italo Testa)

[Dal 18 al 27 aprile LPLC sospende la sua programmazione ordinaria. Per non lasciare soli i nostri lettori, abbiamo deciso di riproporre alcuni testi e interventi apparsi all’inizio del 2012, quando i visitatori del nostro sito erano circa un quinto o un sesto di quelli che abbiamo adesso. È probabile che molti dei nostri lettori attuali non conoscano questi post. I testi di Roubaud sono usciti il 5 febbraio 2012]

[Queste poesie di Jacques Roubaud sono tratte da Quelque chose noir, Gallimard, Paris, 1986, il libro-poema dedicato dal poeta alla moglie Alix Cléo Roubaud a tre anni dalla sua scomparsa. Le traduzioni compaiono nel n. 15 di «L’Ulisse. Rivista di poesia, arti e scritture», dedicato a “La forma del poema”]. 

Fotoromanzo

Il romanzo si compone d’avventure raccontate nel tempo del loro accadere.

L’importanza e il senso di questa costrizione non sono dissimulati. Al contrario si dice esplicitamente che le cose raccontate accadono nel tempo in cui si raccontano.

Ma non è tuttavia un diario.

Perché il presente parla al presente senza essere affatto trascorso. Non c’è la discontinuità delle date, delle pagine, dei rimpianti, del diario.

C’è un tale, un uomo. Non viene nominato. C’è la sua giovane moglie, che è morta.

Il romanzo si svolge in diversi mondi possibili. In alcuni, la giovane donna non è morta.

Il tempo è il presente. il tempo di ogni mondo possibile è il presente.

I rumori, le epoche, persino i sapori, sono scritti alla luce del giorno, e le nuvole. E’ questo che, più di ogni altra cosa, mostra il rispetto della costrizione che governa la composizione del romanzo.

Quando non resta che un solo mondo, in cui lei è morta, il romanzo è finito.

 

Romanzo, II

E’ ancora un altro romanzo, forse lo stesso.

Un uomo, abbandonato, a causa di una morte, riceve una telefonata. Questa telefonata è una chiamata della donna amata, e morta.

Lui riconosce la sua voce. Lei chiama da un mondo possibile, altro, simile in tutto a quello cui lui è abituato, con l’unica differenza che ,in quel mondo, lei non è morta.

Ma cosa dirà lui? cosa è successo in quel mondo in trenta mesi? Lei che cosa gli dirà? lui come entrerà in questo mondo in cui l’orrore non ha avuto luogo, questo mondo dove la morte è abolita, dove continua la lotta contro la morte, dove si ostinano nel combattimento che qui, nel mondo in cui lui ancora sta ancora per sollevare il ricevitore, è stato perso?

Lui alzerà la cornetta, e sentirà la sua voce. Il mondo in cui ancora si trova (il telefono ha appena iniziato a suonare ma lui non ha ancora mosso la mano per rispondere) sarà dimenticato.

Questo mondo non sarà stato. Non sarà stato che come mondo possibile, in cui fu la morte ad accadere, e non la vita. Un mondo cui lui continuerà a pensare per tutto il tempo, benché non sia pensabile.

Immaginando, nella sua immaginazione, quando si troverà in questo mondo, quello in cui lei sarà morta. Ma non sarà capace di immaginarselo veramente.

Il telefono non suona. Sin tanto che non suona, il nuovo mondo, il mondo possibile è ancora possibile. E’ ancora possibile che il telefono suoni e che la voce in arrivo sia la voce della donna amata, e morta. Avendo smesso di essere morta, non essendola mai stata.

Il telefono suonerà. la voce che l’uomo abbandonato a causa della morte sentirà, non sarà quella della donna amata. Sarà un’altra voce, una voce qualunque. Lui la sentirà. Questo non proverà che lui sia vivo.

.

Romanzo, III

Quell’anno, le notizie non furono buone. Uno morì prima della primavera, d’un cancro al polmone. Il suo ultimo libro restò incompiuto. Ci lavorò sino all’ultimo momento.

Subito dopo, in primavera, un altro tossì. Era di nuovo un cancro. Di nuovo al polmone. Gli fece visita dopo l’operazione. C’era un parco dove attendere, nel sole. Guardando la radiografia, si vedeva molto bene l’assenza, recente, di un polmone: per raffronto, un’assenza d’ombra sulla lastra. Solo un arco nero, verso l’alto.

Alla fine d’agosto, l’uomo di cui parliamo si recò a La Bourboule a prendere sua moglie, per ritornare con lei a Parigi. Fece tre cambi di treno, su delle linee secondarie. L’attese all’uscita dello stabilimento balneare e camminarono risalendo la Dordonne, sin fuori la città, dove si abbracciarono. Erano le undici del mattino e troppo presto per andare in camera, all’hotel. La sua schiena si era indorata, lei respirava meglio.

In dicembre, in somma, tutto era ancora possibile. Il primo gennaio dell’anno seguente (l’anno di cui parliamo), lei attaccò i loro due nomi sulla porta con sotto una data, seguita da un punto esclamativo:

19..!

Visto a posteriori, quell’anno gli sembrò quasi paradisiaco: le ultime fotografie, come alleggerite dall’angoscia, bruscamente: il bimbo di Diana, gli occhi della madre, una immagine di Jean E., in un contorno raddoppiato da un riflesso, la sua mano didattica.

Può interpretarlo come un presentimento, degli addii. Le immagini non ne sono appesantite.

Si ricorda di felicità leggere, chiare, precarie. Le ore a chiacchierare in cucina. Christmas shopping a Manchester.

Le nuvole che girano nei riquadri a specchio disposti, incollati contro il muro a sinistra dei cuscini. Le nuvole, che entravano così nel golfo di tetti a sinistra della chiesa, le guardavano, insieme, nel pomeriggio. Poi s’abbracciavano.

Ma, è vero, quell’anno le notizie non furono buone.

 

(Da: J. Roubaud, Quelque chose noir, Gallimard, Paris, 1986, traduzione di Italo Testa).

[Immagine: Alix Cléo RoubaudSenza titolo (gm)].

2 thoughts on “Qualcosa nero

  1. Occhio al titolo, Italo. Bella scelta e bella traduzione, però, da uno dei libri più belli di Roubaud. Complimenti. Ne hai fatte altre?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *