Le parole e le cose

Letteratura e realtà

È nata la seconda Repubblica (sociale) italiana

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di Mario Pezzella

Il governo da poco nato in Italia è un caso esemplare di “egemonia” nel senso inteso da Gramsci (e più recentemente riproposto da Ernesto Laclau): un partito (la Lega) ha imposto la propria visione del mondo e la propria direzione politica a una forza (i Cinque Stelle) che alle elezioni aveva preso il doppio dei voti. Ai significanti vuoti e vaganti dei Cinque Stelle, al loro essere né di destra né di sinistra, o un po’ di destra e un po’ di sinistra, la Lega ha contrapposto un’ideologia regressiva semplice ed efficace. La quale ha profonde radici nel fascismo storico e ne rappresenta una versione moderatamente democratizzata e adattata al presente. Certo, nulla si ripete uguale, e a ragione Marco Revelli – in un recente articolo sul Manifesto – ritiene azzardato affermare che il nuovo governo sia tutto fascio-leghista e che il 60 per cento degli Italiani sia diventato fascista. In effetti non è così: è che il 15 per cento di fascisti veri ha assunto l’egemonia culturale sulle altre forze che compongono il governo e le conduce – nelle cose decisive – dove Salvini vuole. Revelli ritiene molto difficile comporre insieme l’elettorato identitario della Lega e la “platea anarco-libertaria” grillina; a me pare che gli attuali movimenti neofascisti europei stiano cercando di assorbire la protesta sociale in un quadro neofascista e xenofobo. Il fascismo storico degli anni Venti del Novecento, ai suoi inizi, non si è comportato in modo troppo dissimile.

Nel governo che si è appena formato sono presenti le più varie tonalità di destra autoritaria: dal neofascismo storico e tradizionale di Fratelli d’Italia (in astensione benevola), a quello ruspante ed etnorazzista della Lega. C’è poi la destra tecnocratica (massonica?) di tecnici che hanno collaborato con varie istituzioni finanziarie forti, da Bankitalia a Confindustria e ora sono evidentemente lì per ammaestrare gli esuberanti “ragazzi” che hanno formato il governo. Del resto, in una improvvisa convergenza, la Merkel e Macron hanno pubblicamente elogiato il programma di espulsioni e di campi di internamento previsti da Salvini. Non è questo che li preoccupa.

I Cinque Stelle avevano una componente che qualcuno definiva di “sinistra” o addirittura anarchico-libertaria? Se c’era, è del tutto scomparsa dalla scena, mentre il loro leader – Di Maio – è sovrastato sul piano mediatico e spettacolare da Salvini. Il nostro presidente della Repubblica si è molto spaventato per la presenza, in fondo confermata, di Savona nella compagine di governo: a me spaventa molto di più Salvini all’interno, con le sue promesse di deportazioni di migranti, respingimenti violenti e la sua ossessione securitaria (che proseguirebbe del resto la politica già iniziata da Minniti in Libia, con la creazione di inumani campi di internamento). Qui si addensa il nucleo oscuro di un nuovo autoritarismo, che potrebbe portarci non tanto fuori dall’Europa, quanto verso l’Europa di Orbán.

Ne ho già scritto di recente: ma ricordo ancora l’affinità delle ricette di questo governo con quelle del fascismo storico: welfare ristretto rigorosamente ai soli “indigeni” nazionali; razzismo e creazione di un nemico “altro”, l’intruso capro espiatorio di ogni conflitto e fallimento; critica della finanza cattiva e non del capitale come modo di produzione; l’idea di un popolo-nazione immaginariamente unificato al di là dei suoi conflitti di classe e di interesse. L’enfasi anticoloniale costituisce da sempre un punto di forza dei movimenti populisti, che configurano il nemico in una nazione egemone (oggi la Germania), invece di contestare il sistema capitalistico, di cui essa è solo una maschera e una funzione. Infine, alla garanzia di una certa redistribuzione del reddito corrisponde l’assicurazione che non saranno minimamente scalfiti i “fondamentali” dell’economia attuale del capitale.

È una visione politica che si configura come “rivoluzione passiva” di un programma di sinistra, una sinistra che ha lasciato cadere o si è lasciata espropriare di tutti i suoi temi distintivi, che ora vengono ripresi – nella forma monca o amputata del nazionalismo escludente – dal governo in carica. Il programma economico di tale governo, in particolare, riformula proposte una volta di sinistra come il reddito di cittadinanza, la revisione della legge Fornero, il blocco delle grandi opere nocive all’ambiente; ma esse vengono inserite in un contesto razzista e xenofobo, e – presumibilmente – saranno realizzate in modo limitato, accettando un compromesso coi poteri forti che hanno consentito la formazione del governo.

Nel senso proposto da Gramsci, in una rivoluzione passiva frammenti della cultura di sinistra vengono conservati ma distolti dal loro fine essenziale e dislocati in un contesto diverso e tendenzialmente opposto.

Così, ad esempio, i fascismi italiani hanno collocato in una disposizione gerarchica ed elitaria elementi che inizialmente appartenevano a richieste partorite dal principio di uguaglianza. L’assistenza sociale viene concessa da Mussolini; purché venga subordinata allo statuto delle corporazioni, alla rinuncia alla trattativa sindacale, alla negazione di una classe antagonista (naturalmente essa viene accordata entro certi limiti, meno di quanto era dapprima richiesto dai socialisti, ma pur sempre più di quanto avrebbe accettato la vecchia classe dirigente).

La Lega ha tentato di recente di compiere un lavoro di assimilazione-deformazione per certi versi simile, attenuando la sua iniziale carica provocatoria. Proposte della sinistra sociale, come federalismo, autodecisione dei territori, e perfino quella della cittadinanza dei migranti, vengono deformate nella loro formulazione originaria e così omologate al progetto autoritario, assumendo una caratteristica flessione gerarchica. Prendiamo il tema dell’immigrazione. Non si tratta più semplicemente di dire “fuori tutti”, “non li vogliamo”, ma piuttosto : li vogliamo nella misura in cui ci servono, nella misura in cui non tolgono il lavoro agli Italiani, nella misura in cui accettano una cittadinanza dimezzata; a patto insomma, che l’integrazione si coniughi al comando della razza superiore e al principio gerarchico.

Tuttavia, a questo prezzo, a una parte degli immigrati vengono concessi certi diritti e certe garanzie di lavoro e sopravvivenza (come ai servitori neri nel Sud degli Stati Uniti di un tempo, o a quelli del colono europeo in Africa). In un certo senso, l’immigrato può perfino apprezzare questa parziale concessione di diritti (rispetto alla clandestinità), che è meno di quanto richiedeva o poteva pretendere, ma più di quanto i padroni inizialmente erano disposti a concedere. Una tematica (la cittadinanza piena) che era patrimonio diffuso della sinistra, che si ispirava all’inclusione e al principio di uguaglianza, viene “corretta” dal suo assorbimento nella “tesi” opposta, una costruzione gerarchica del sociale, divisa in signori e servi (cittadinanza dimezzata).

Naturalmente occorre che i rappresentanti della “sinistra” – come è accaduto di recente agli avatar successivi del partito comunista – siano singolarmente sprovveduti, incapaci e collusi perché l’opera di passivizzazione abbia successo: o quanto meno che si ispirino a una cultura politica obsoleta. La classe dirigente del PD è corresponsabile della vittoria del neoliberismo in Italia, della distruzione di ogni nozione di socialismo, dell’adesione alle misure economiche più sconsideratamente tecnocratiche della finanza multinazionale europea. Con quale pudore invocano ora un “Fronte repubblicano”?

Occorrerebbe un “Terzo spazio”, tra europeismo tecnocratico e populismo neofascista, come ha cercato di definirlo Varoufakis in un suo libro. Non credo che un populismo di sinistra (alla Mélenchon), comunque ancorato all’idea di Stato nazionale, comunque incline all’identificazione verticistica nel corpo e nel nome di un “capo” possa avere la forza di cambiare le cose. Solo un movimento antagonista radicale a livello transnazionale ed europeo, che organizzi critica e lotta comune al capitalismo attuale potrebbe restituirci qualche speranza. Occorre una sinistra che si riappropri delle sue parole tradite e deformate: federalismo, internazionalismo, beni comuni, inclusione, autogestione; che rilanci una stagione di lotte sindacali coordinate a livello internazionale. Che effetto avrebbe uno sciopero generale delle ferrovie non limitato alla sola Francia, come sta accadendo negli ultimi mesi, ma esteso all’Europa intera? Il termine “sciopero generale”, ora ridotto a un significato rituale e modesto, riacquisterebbe un suono altamente minaccioso per i poteri dominanti.

 

[Immagine: Matteo Salvini].

27 commenti

  1. Ma chi sarebbe il soggetto di questo sciopero? Il mito dello sciopero generale potrebbe galvanizzare un Terzo spazio che non si sa dove si trovi e da chi sarebbe composto? Quali sono oggi le condizioni per un efficace internazionalismo?

  2. Articolo che trovo molto deludente. Per fare lo sciopero contro questo governo, bisognava averlo fatto prima contro il precedente, altrimenti non si è molto credibili. Sarebbe ora di riconoscere che Grillo e il suo team non saranno probabilmente dei geni ma hanno fatto qualcosa di geniale: partendo con largo anticipo rispetto alla crisi economica, creare un partito che riuscisse a unire destra e sinistra nell’opposizione alla dittatura dei mercati. Basta vedere come in altre nazioni la medesima opposizione sia impotente proprio a causa della spaccatura tra destra e sinistra(perfettamente voluta dai politici pro-mercati) per rendersi conto di come la presa di potere grillina non sia affatto casuale e tutto sommato meritata. Dall’altra parte della barricata Macron ha fatto qualcosa di simile in Francia ma per riuscirsi ha avuto bisogno del PS, i media, i mercati e la Le Pen al secondo turno .

  3. Caro Mario Pezzella, tu non mi conosci, ma io conosco te. Quello che volevo dirti è che tutto quello che viene detto a me sembra assolutamente inutile. Perché, finché accenderò la tv e vedrò Gene Gnocchi vestito da donna, che fa ridere, che scatena gli applausi etc., penserò che non c’è niente da fare. Quello che penso io è che la Risata continua a seppellirci, che la Mattanza, delle parole ma non solo, continua. C’è a chi piace, e a chi no. Tanti auguri.

  4. Fascismo e antifascismo, il nuovo che avanza. Ancora uno sforzo per essere davvero Repubblicani…

  5. Mario Pezzella dovrebbe anche scrivere che il M5s è lasciato solo a contenere le spinte neofasciste in Italia. Scusate ma le altre voci mi sembrano, al momento, solo chiacchiere.

    Sono di parte, questo è certo, ma non vedo predominanza di Salvini, o di Lega rispetto ai 5stelle. Queste sono opinioni, o timori o pregiudizi, per altro già elettoralisticamente avanzati dal PD per darsi una ripulita.

    Pazienza. Aspetteremo trepidanti la formazione di una sinistra internazionale capace di riunire tutte le anime della sinistra in un solo grande progetto, confronto al quale lo scandaloso Reddito di cittadinanza dovrebbe fare sorridere per quant’è patetico. Spero che Mario Pezzella ci riesca.

  6. A me sembra invece che categorie storicamente appartenenti alla destra e alla sinistra borghese e riformista, le voglia trasformare in parole d’ordine della sinistra radicale.

  7. Strano questo Salvini, populista neofascista, ex comunista, già razzista anti-Sud e che mirava prima a smantellare l’Italia attraverso la secessione della Padania… Che sia un opportunista, un trasformista, un italiano tipico insomma? Devo confessare pero’ che oggi mi piace perché fronteggia con logica un problema reale: l’incredibile abusivismo immigratorio che salta agli occhi di tutti che non li abbiano foderati di prosciutto ideologico.
    Capisco il filosofeggiare, il relativizzare, l’innalzarsi sulle meschine paure dell’uomo, ma si dovrebbe invece cercare di limitare i danni che gli abusi di questa immigrazione senza controlli stanno causando all’Italia. Invece di filosofeggiare, sarebbe molto utile invocare po’ di ordine e di legalità (l’ordine e la legalità che vigono ad esempio in Canada, Paese in cui vivo, e nel quale non esiste il “buonismo” all’italiana).
    Si’, l’emigrazione è sempre esistita e sempre esisterà. E anche l’abusivismo è sempre esistito e sempre esisterà, specie in Italia, ma cerchiamo almeno di non aggravare il caos e l’illegalità già esistenti. Se non altro identifichiamo chi arriva da noi “illegalmente”, cerchiamo di conoscere la sua fedina penale, e smettiamola di chiamare “rifugiato” chi è un semplice “demandeur d’asile”, “asylum seeker”, “richiedente asilo”, “asilante”… I siriani sono, si’, quasi sempre autentici profughi (fatta eccezione per qualche ex combattente riuscito ad infiltrarsi tra loro), ma gli altri migranti sono spesso gente che ha pagato un salato biglietto alle mafie locali traghettatrici solo per poter aggirare le regole, lunghe e severe, di una normale procedura emigratoria.
    Gli esecrabili populisti smaniano e imprecano contro l’attuale “caos immigratorio” italiano? La risposta tutta pronta dei nostri saggi italiani, cittadini del mondo, amanti del Diverso (che non sia pero’ un “diverso Italiano”, specie se in odore di populismo, che occorre allora subito linciare) e fautori di una società aperta (ma pronti a scannarsi sugli spalti degli stadi e a farsi venire le convulsioni solo all’udire il nome “Berlusconi”) è: “L’emigrazione è sempre esistita”, “Siamo tutti migranti”, “Siamo tutti figli di Dio!”, “Facciamo tutti parte della stessa umanità!”, “Siamo cittadini del mondo”, “Anche noi nel passato…”, “Non è con i muri…”

  8. Come si vede dai commenti qui sopra, non c’è speranza.

  9. Insomma una lunga chiosa da brividi per arrivare a Varoufakis. Non ce lo poteva scrivere prima?
    E va bene, in cosa consiste precisamente questo ‘terzo spazio’?

  10. ma invece di invocare sempre l’apocalisse fascista, non si potrebbe criticare la Lega su aspetti puntuali, tanto per cominciare, ad esempio, sulla Flat Tax, che è un’imposta anti-progressista, la quale perciò danneggia i ceti meno abbienti? ovvero proprio i ceti popolari che l’hanno votata?

  11. Fratelli d’Italia
    L’Italia s’è Destra?

    Tutti ringalluzziti, tutti pimpanti, tutti osannanti, tutti scurdammece d’o passate, tutti sbeffeggianti, tutti gattopardi.
    Qui non si pensa, si tifa.
    Mai un post su Le parole e le cose è stato accolto da commenti così acidi e superficiali.
    Comunque con la realtà non si scherza e tutta questa euforia o si smorzerà o diventerà fanatismo.
    Chi vuol ancora ragionare si prepari e si scelga i suoi compagni.

  12. Una azione politica che si incarichi di portare a effetto meno di quanto richiesto, ma anche più di quanto ottenuto in precedenza, si chiama “mediazione”, ed è il fondamento della politica come tale. Non è la capacità di mediazione in astratto la cosa da condannare, ma il quadro valoriale e ideologico in cui si colloca la mediazione. Dato per certo che Salvini (guida ideologica del governo? Mah! si legga “Supernova”, il libro di Biondo-Canestrari… ) equivale a Mussolini, allora il populismo equivale al fascismo, e prima gli italiani sosterrà un progetto autoritario e gerarchico. E di fronte al nuovo governo il pd riveste la parte della Rivoluzione bolscevica.

  13. @ chris

    “E di fronte al nuovo governo il pd riveste la parte della Rivoluzione bolscevica”?

    Ma tu sai cos’è il PD? Ma tu sai cosa fu la rivoluzione bolscevica?

    Uno spunto per riflettere sul PD:

    “Certo il fatto è che i partiti tradizionali hanno perso la loro base sociale e, come dice Ignazi, si sono rifugiati nello stato, arrivando ad avere “Forza senza legittimità” e quindi a confinarsi nella “democrazia del leader”; hanno reagito cercando di diventare “per tutti”. Un partito fatto così, senza base, è nel “vuoto”. Ma il vuoto viene sempre riempito e questo è stato fatto dalle lobbyes. Questo partito, “post-democratico” non ha allora più la classica forma organizzativa a cerchi concentrici, dalla direzione politica nazionale, alle rappresentanze parlamentari, quelle regionali e locali, la base dei militanti; tende ormai ad avere un cerchio di dirigenti, circondato da una cerchia di consulenti e lobby, una sorta di ellisse. Staccati troviamo, quindi, i militanti di base che servivano per le raccolte fondi e dei voti. In entrambe le funzioni essi sono sostituiti dall’ellisse dei lobbisti e delle aziende di riferimento (ormai la raccolta voti si fa più tramite i media ed in televisione e per quello servono molti più soldi). In conseguenza di queste trasformazioni Crouch vede “una elitè interna che si autoriproduce, lontana dalla sua base del movimento di massa, ma ben inserita in mezzo ad un certo numero di grandi aziende che in cambio finanzieranno l’appalto di sondaggi di opinione, consulenze esterne e raccolte voti, a patto di essere ben viste dal partito quando questo sarà al governo” (C, .p 84). L’esempio portato è Forza Italia, ma poi abbiamo avuto il PD che è andato ancora oltre.”.

    ( da https://tempofertile.blogspot.com/2018/06/dialogo-con-un-compagno-di-pap-le-due.html)

    Uno spunto per riflettere sulla rivoluzione bolscevica:


    Peraltro, ripercorrere la parabola storica del comunismo significa anche toccare un’altra serie di punti dolenti del presente globalizzante: è superato il principio di Stato nazione? Quale è l’eredità dell’esperienza sovietica in paesi emergenti come Cina, India, Algeria, Egitto ecc dove ci sono tracce di statalismo economico abbastanza evidenti.

    E gli imbarazzi peggiori riguardano proprio la Russia di Putin: una condanna complessiva non è possibile perché la modernizzazione della Russia è stata in gran parte compiuta dal regime sovietico e peraltro pagine e personaggi di quell’epoca sono ancora nel pantheon nazionale, a cominciare proprio da Stalin che è sempre ricordato come il vincitore della guerra patriottica contro i tedeschi, ma una celebrazione dell’anniversario suonerebbe come una sgradita riabilitazione dell’esperienza comunista. E, se, paradossalmente, Stalin può essere salvato e riletto in chiave nazionalista, di Lenin l’attuale regime non saprebbe davvero che farsene. D’altro canto la memoria positiva di Lenin è ancora condivisa da una parte importante della popolazione ed i segni del passato sovietico sono persistenti: la grande parata sulla piazza rossa (che continua ad esser detta tale, anche se più dalle mura del Cremlino che da un richiamo ideologico) continua a sfilare il 1° maggio e l’Armata continua ad essere l’Armata Rossa.

    Dunque, tutto sommato, meglio non celebrare nulla e lasciar cadere la cosa. Come si vede, parlare di rivoluzione russa è più imbarazzante che mai, perché non significa parlare del passato ma del presente.”

    ( da http://www.aldogiannuli.it/rivoluzione-ottobre/)

  14. p.s l’espressione “dittatura dei mercati” rischia naturalmente di suonare un po’ manichea. era per rendere l’idea. Deriva delle classi, ossia dei redditi, sarebbe più corretta.
    p.p.s Condivido quanto scritto da Jacopo D’alessio

  15. Nel suo ultimo discorso in Parlamento, Renzi di è affrettato a passare il testimone dicendo “ora siete voi l’etablissement”. Renzi non capisce che per Di Maio l’etablissement a cui bisogna rendere conto sono i lavoratori e le maestranze dello stabilimento di Pomigliano d’Arco, per fare un esempio, sono le famiglie, ecc. Vi è un cambio di prospettiva: dall’attenzione alle banche, alle assicurazioni e agli interessi delle grandi case farmaceutiche, si vuole dare attenzione e preminenza ad altri soggetti. Questa è la percezione.
    Ora, non sarà la Rivoluzione ma è cosa “di sinistra”. Tutto sta nel confronto tra le due anime diverse che compongono questo governo, una che non vuole perdere altro tempo nel definirsi ideologicamente, e l’altra che sappiamo essere di destra. Cosa ne potrebbe derivare è ancora un mistero, ma continuare a non distinguere, a fare di tutta l’erba un “fascio” non ci sarà d’aiuto; a meno che non si voglia continuare come stavamo facendo, senza più un’idea di futuro.

  16. il quadro sarebbe perfetto se al posto di conte ci fosse renzi.

  17. @ Ennio Abate. Forse non hai capito che disponevo i pezzi sulla scacchiera di Mario Pezzella, era del suo quadro che mi prendevo gioco. Forse invece di pd avrei dovuto scrivere Varoufakis. Tutti e due impegnati nella parte della Riv bolscevica che Salvini starebbe assorbendo nella sua rivoluzione passiva, con Pezzella nella parte di Gramsci.

  18. @ Ennio Abate: forse non hai capito che nominavo i pezzi che Mario Pezzella aveva disposto sulla sua scacchiera: Salvini il fascismo, il pd (ma forse avrei dovuto scrivere Varoufakis) nella parte della rivoluzione bolscevica, e egli stesso come Gramsci che denunciava la rivoluzione passiva.

  19. Del resto, gli adesso quarantenni piu’ intelligenti e riflessivi di area progressista (o lucidi, come nei salamelecchi fra acculturati) si sentivano -e magari si sentono tuttora- ministri degli esteri parlando fra loro di poesia.

  20. @ chris

    La tua interpretazione, che corregge la mia troppo istintiva, mi pare che snobbi lo stesso l’articolo di Pezzella invece di discuterlo. Ma il vento ora anche su LPLC tira così. Meglio spostarsi altrove.

  21. … “snobbare”, non so, non direi. C’è qualcosa di più grave: ho letto lo schema dentro l’articolo di Pezzella, la lettura consolidata degli avvenimenti di quasi un secolo fa, stampata sopra gli avvenimenti dell’oggi. Già quello schema oppositivo di suo era diventato un santino, farsi sfuggire la “complessità” di quanto sta accadendo è imperdonabile. Ho usato complessità pensando a Fagan, il suo articolo di oggi (“Poco prima che sia troppo tardi”) nel suo blog in effetti almeno apre un orizzonte che Pezzella sembra nemmeno sospettare.

  22. Ho letto, guarda caso, anch’io l’articolo di Fagan, ma resto diffidente. La “complessità” rischia di essere un sovrabbondante ricamo (geopolitico) che nasconde le catene dello sfruttamento capitalistico, che non viene indicato come *il problema*. Prima di accusare uno come Pezzella di leggere gli avvenimenti dell’oggi con uno “schema oppositivo di suo” bisognerebbe accertarsi che quella opposizione, saltata a livello di discorsi pubblici e senso comune, non ci sia più nella realtà.

  23. Le “catene dello sfruttamento capitalistico” non sono più soltanto quel filo a due capi delle fabbriche fordiste. Sono una matassa (sc. di catene) intrecciata, in essa la geopolitica individua dei fili a colore. Tutto è capitalismo, e l’analisi si fa dentro la “complessità”.

  24. Ho visto pervenire sul mio marginale e ininfluente luogo telematico non pochi accessi provenienti da questo vostro autorevole blog e, incuriosito, vi ho cercato. Ho trovato la traccia/indizio lasciato da chi aveva deviato alcuni di voi verso Leo Rugens e di questo sono grato a db. Per quanto riguarda Matteo Salvini (se mi permettete non circoscriverei al solo ragazzotto già autista del mitico Trota Bossi il ragionamento sul tasso di pericolosità) ritengo che vi stiate allarmando eccessivamente. Non mi riferisco a cosa stanno mettendo in piedi, con complicità che vanno rizomicamente lontano in Europa se non in giro per il Mondo, ma su quanto spetta ad intellettualità come le vostre che dovrebbero essere capaci di navigare fra venti contrari (ed oggi a metafora del Mediterraneo burrascoso questo abbiamo), procedere a zig-zag fra l’indicibile e il confutabile, mostrando l’arte del connettere le problematiche separate o antagoniste. Direbbe Morin che la dialettica opera alle frontiere, alle profondità, agli incroci. I ragazzi del M5S, lo dico nella mia semplicità, sono stati lasciati soli da non pochi che, viceversa, avevano strumenti perché la complessità non li stranisse. Lasciati soli anche da chi vedo citato (Aldo Giannuli, ad esempio) nei vostri commenti. La Lega (e scusate la semplificazione ma così mi so esprimere) non doveva essere sottovalutata a tempo debito e andava contrastata con maggiore coraggio e meno paura, delineando un “terzo spazio” (ed io lo chiamo terzo incluso) che oggi sarà faticoso far sopravvivere alla violenza che il disordine culturale in essere alimenterà.
    Ma non è nel disordine che la vita sfida la logica? Almeno così, da ultra settantenne disarmato culturalmente e incerto nella salute, penso. E spero.
    E mi scuso per la semplicistica l’incursione via telematica.
    O.G.

  25. Comunque è un articolo privo di senso

  26. sei professore anche tu?

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