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Il nuovo governo /2: Un’identità di destra

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di Mauro Piras

Quello che abbiamo visto nascere in questi giorni è un governo di destra nazionalista. Oppure, se vogliamo dirlo in modo più neutro, è un governo guidato da un modello forte di “democrazia nazionale”. Questo vuol dire però che si colloca a destra, e propone politiche coerenti con questo ideale.

Il discorso pubblico lo etichetta piuttosto come sovranista, rinviando alla dicotomia euroscettici-europeisti, che secondo alcuni (tra cui l’attuale presidente del consiglio) avrebbe sostituito la contrapposizione tra destra e sinistra, rendendola irrilevante, dal momento che le posizioni sovraniste si trovano anche a sinistra, e viceversa. In realtà questa interpretazione, così diffusa, non è convincente.

È utile partire da una nozione di che cosa è “di sinistra”. Una nozione vaga, riferita al senso comune di questo momento, e non una teoria completa, che comprenda anche esperienze storiche molto diverse. Di solito si considera di sinistra una politica che tende a realizzare una eguaglianza inclusiva: che tenda cioè a trattare come eguali i cittadini e tutti quelli che sono coinvolti dalla politica di uno stato democratico. Una politica di questo genere cerca di riconoscere eguali diritti a tutti questi soggetti, eliminando discriminazioni di diritto e di fatto, rimuovendo ostacoli economici e sociali alla realizzazione dei diritti, creando pari opportunità economiche, sociali e culturali. Genera così una dinamica inclusiva, perché cerca di includere tra quanti godono realmente dei diritti (civili, politici e sociali) gruppi che, per vicende storiche, ne sono stati esclusi: i lavoratori, le donne, le minoranze religiose, etniche o di genere, i migranti ecc.

È ovvio, l’eguaglianza è un principio fondante della democrazia in generale. Però le politiche di sinistra sono guidate da una spinta fondamentale a realizzare l’eguaglianza. Nella storia delle democrazie moderne, due forze hanno teso e tendono invece a limitare questa spinta all’eguaglianza, generando politiche di destra: l’efficienza economica e l’identità nazionale. Le posizioni delle destre liberali economiche hanno spesso posto gli imperativi dell’efficienza economica davanti a quelli dell’eguaglianza, giustificando questa scelta anche sulla base dell’individualismo liberale in ambito politico e morale. Le posizioni delle destre nazionali hanno invece limitato gli imperativi dell’eguaglianza a partire dalla difesa di una identità storica data, delimitando i confini della cittadinanza e l’accesso stesso ai diritti; spesso hanno rifiutato gli imperativi dell’efficienza economica, e hanno rivendicato invece i diritti sociali, ma dentro la cornice dell’appartenenza nazionale. Ovviamente, questi quadri di riferimento si possono combinare in modi diversi. Ma in questo momento la spinta dominante che, in Europa e anche negli Stati Uniti, sta limitando il processo di inclusione egualitaria, è del secondo tipo: l’idea che guida i progetti di politica sociale, in alcuni casi apertamente anti-sistema, è l’idea di nazione. “America first”, “prima gli italiani”.

Anche il Contratto per il governo del cambiamento di Lega e Movimento 5 Stelle va in questa direzione. I punti del Contratto sono presentati in ordine alfabetico, ma in realtà c’è un disegno coerente che li tiene insieme: una politica volta al rafforzamento dei diritti sociali contro le politiche di austerità, indirizzata però principalmente ai cittadini italiani; coerentemente con questo, una chiusura nei confronti degli immigrati e dei diritti civili, e un rafforzamento delle politiche di sicurezza interna e esterna; una esaltazione del ruolo dello stato nazionale nella politica internazionale. A questo si aggiungono alcuni elementi di modifica dell’ordinamento istituzionale nel senso della “democrazia diretta” così come viene intesa dal M5S. L’orientamento prevalente è quello della “democrazia nazionale”, cioè di un ideale di democrazia sostenuto dalla centralità della appartenenza nazionale. Fa eccezione solo la proposta della flat tax, che però si colloca nella tradizione della classica destra liberista.

La svolta verso la “democrazia nazionale” non sorprende nel caso della Lega, che con Salvini ha costruito il suo rilancio proprio su questa idea, abbandonando il progetto federalista e spostando l’elemento identitario dal Nord (scomparso dal nome e dal simbolo) all’intera nazione. Per il M5S le cose sono un po’ diverse. Il movimento ha sempre cercato di sottrarsi alla dicotomia destra-sinistra, non solo con dichiarazioni esplicite (confermate dal capo dell’esecutivo in Parlamento), ma con una grande mobilità nelle posizioni politiche, capace di catturare consenso nelle aree più disparate. A un certo punto, nel corso della trattativa per il governo, qualcuno ha parlato di partito di centro. Ma anche questo è fuorviante, come lo schiacciamento sulle tematiche del populismo o dell’antipolitica o antisistema. In realtà, nel M5S convivono due anime fondamentali: una vicina all’ideale della “democrazia nazionale”, e una fondata invece su un ideale di “democrazia partecipativa” e di difesa dei diritti sociali. Questo precario equilibrio si è rotto nell’alleanza con la Lega, nettamente a favore del primo elemento. Certo, data l’alleanza e la presenza della tendenza nazionale in entrambi i partiti, era inevitabile. Ma non è solo questo. Anche gli altri elementi fondativi dell’identità dei Cinquestelle, in realtà, nell’evoluzione recente (già in campagna elettorale, se non prima) si sono mossi verso una posizione di destra.

Il cosiddetto sovranismo, in primo luogo: in astratto, non è necessariamente di destra, perché un recupero di sovranità per gli stati contro le organizzazioni internazionali, i poteri economici sovranazionali, l’Unione Europea ecc. viene spesso rivendicata anche da sinistra. In concreto, però, si tratta di ridare sovranità (concetto già problematico, da un punto di vista democratico e inclusivo di diritti eguali) agli Stati-Nazione: gli stati di cui si parla non sono neutri, ma hanno costruito la loro forza con l’abbinamento di questi due elementi, cioè radicando il potere statale nelle comunità nazionali. Quindi insistere sul potere degli stati porta inevitabilmente a mettere la nazione al di sopra di un ideale inclusivo di eguaglianza. Non è possibile dissociare questi elementi, perché il successo delle politiche di contenimento del capitalismo da parte degli stati nazione, nel secondo Novecento, è stato dovuto proprio alla forte integrazione con l’elemento nazionale.

In secondo luogo, gli ideali di democrazia partecipativa da cui è partito il M5S si sono trasformati. All’inizio, la mobilitazione dei cittadini per iniziative pubbliche (per l’ambiente, lo sviluppo sostenibile, contro la corruzione ecc.) era il suo segno distintivo, e la partecipazione diretta della base, tramite i meet-up, le consultazioni on-line e la formazione di gruppi di militanti e quindi di un nuovo ceto politico, erano i suoi caratteri distintivi. E una causa principale del suo successo, a fronte della chiusura delle forze politiche tradizionali. Da quando il M5S è entrato in campagna elettorale per le politiche di quest’anno le cose sono cambiate: i nuovi regolamenti hanno dato ampio potere al Capo politico (Di Maio) e il rapporto con la base è diventato sempre più il rapporto tra un capo e il suo popolo, pur preservando la liturgia delle consultazioni on-line. La democrazia diretta quindi, l’ideale del M5S a cui hanno intitolato anche un Ministero, non viene più confusa come prima con la democrazia partecipativa, ma con la rappresentanza virtuale: il popolo è il sovrano e decide direttamente, sulla carta, ma siccome di fatto non decide è il suo portavoce, cioè il suo capo, a parlare direttamente in nome del popolo. Il capo rappresenta il popolo nella sua stessa persona, quindi quello che vuole il capo è quello che vuole il popolo. Questo spostamento rende molto più conciliabile questa posizione con quella della destra di ispirazione nazionale: l’importante è esprimere politicamente la volontà di un popolo che trova la sua unità nell’identità nazionale.

Infine, una serie di spostamenti politici, avvenuti negli ultimi anni, hanno portato il M5S a posizioni più moderate rispetto all’opinione pubblica, e quindi a far emergere la componente conservatrice del suo elettorato. Il primo passo è stato il voltafaccia improvviso per il voto della legge sulle unioni civili, giustificato per ragioni di procedura (o tattica) parlamentare, ma in realtà motivato dalla percezione che l’elettorato grillino in fondo non era in accordo con quella legge. Poi, c’è stata la posizione assunta sui migranti e sullo ius soli, che ha abbandonato le aperture iniziali al mondo degli immigrati, e ha assunto posizioni ben più di destra, sempre in sintonia con l’elettorato: durante la campagna elettorale i volantini del M5S recitavano “zero ingressi”, e ovviamente non davano nessuno spazio allo ius soli. Infine, la posizione esposta di recente da Di Maio sul problema del lavoro è del tutto coerente con questa evoluzione: l’importante è garantire rapporti armoniosi tra datore di lavoro e lavoratore, non difendere i diritti del secondo contro il primo.

L’elettorato grillino è interclassista, e non si riconosce nella dicotomia classica destra-sinistra, ma è profondamente conservatore: vuole protezione e sicurezza, all’interno della comunità che sente propria. Ecco perché, seguendo invece quella dicotomia, il programma del suo governo si colloca a destra. Il cambiamento, che quell’elettorato vuole, è il cambiamento della classe politica, della prassi della politica, è il “diritto di voce” del popolo: la protesta del popolo contro l’élite deve essere ascoltata. La contrapposizione popolo-élite, insieme al tema del sovranismo, ha fatto parlare forse troppo di populismo. Invece il problema è riconoscere che questo lessico è di destra, perché conservatore. La prospettiva della sinistra, infatti, deve partire dal rifiuto di queste entità sovraindividuali, pure ipostasi, come il popolo o la nazione, perché vede in esse il modo per comprimere i diritti individuali, siano essi civili, politici o sociali. La sinistra non può che partire dal riconoscimento che il singolo, nella sua individualità e fragilità, è sempre minacciato dalle forze sociali che lo dominano dall’esterno.

Il suo programma politico rifiuta la “democrazia diretta”, tanto più se trasformata in “democrazia virtuale”, perché sa che i diritti individuali di libertà si preservano in un equilibrio difficile con i diritti di partecipazione politica, e che questi, a loro volta sono a rischio se i primi non sono garantiti; ecco perché una sinistra progressista e storicamente consapevole difende la democrazia rappresentativa, la spinge sempre più avanti nel senso dell’inclusione democratica, ma non accetta di barattarla con miracolose palingenesi di democrazia diretta.

Il programma politico di una forza di sinistra rifiuta, in ogni caso, la superiorità dell’idea di nazione (e di qualsiasi comunità) rispetto alle libertà individuali, perché vede in essa un freno alla spinta inclusiva che proviene dall’ideale di eguaglianza, che tende a coinvolgere nel processo democratico e nella partecipazione alle istituzioni tutti i soggetti che da queste, dall’uso del loro potere sui cittadini, sono coinvolte; non può quindi rifiutare l’estensione dei diritti civili, di nessun genere (unioni civili, diritto di immigrazione, ius soli ecc.) perché vede in essi la base dell’esercizio di qualsiasi diritto, anche di quelli sociali; rifiuta quindi la separazione di diritti sociali e diritti civili che le nuove forze politiche propongono, in Italia e in Europa.

Il programma politico di una forza di sinistra, infine, cerca di vedere le forme di dominio che passano attraverso le relazioni culturali, sociali ed economiche, le denuncia e individua misure che limitano queste forme di dominio, promuovendo l’eguaglianza anche su questi terreni. Questo è il fronte su cui la sinistra europea è arretrata negli ultimi decenni, soprattutto sul terreno delle relazioni economiche. Tale arretramento non nasce da una semplice deriva neoliberista, come si dice spesso troppo semplicisticamente, ma dal punto di svolta fondamentale che ha segnato le nostre economie: la perdita di potere dello stato sovrano nel controllo dei processi economici, sempre più integrati a un livello sovranazionale. L’indebolimento del potere statale ha portato a limitare politiche di redistribuzione che, nelle condizioni attuali, non sono più praticabili. La sinistra non può non tenere conto dei danni al sistema economico che possono derivare da una gestione troppo disinvolta di questo passaggio, perché questi danni (aumento eccessivo del debito, aumento dei tassi, diminuzione degli investimenti, scaricamento dei costi sulle generazioni successive) ricadono in primo luogo sui ceti più deboli. Il M5S, così come tutti i movimenti che propongono ingenuamente la contestazione degli equilibri finanziari, non è in questo di sinistra: perché propone semplicemente di “fare un passo indietro” alla gestione del capitalismo anteriore alle crisi degli anni Settanta e Ottanta, senza farsi carico dei contraccolpi. E perché, come detto, questa politica sociale è ancorata al predominio dell’appartenenza nazionale (non è un caso che l’ultima versione del Reddito di cittadinanza, che è in realtà un Reddito di inclusione, sia limitata ai soli cittadini italiani). Coerentemente con questa lettura non di sinistra dei problemi sociali, il M5S è del tutto insensibile alle forme di dominio che passano per le relazioni culturali (discriminazioni di genere, religiose, etniche), come a quelle che passano per le relazioni sociali (si veda il già citato elogio dell’armonia tra datore di lavoro e lavoratore da parte di Di Maio).

Il quadro quindi è questo: a fronte di una sinistra che, in tutta Europa, non ha ancora trovato gli strumenti per affrontare le iniquità economiche prodotte da questa fase del capitalismo, abbiamo dall’altra lato: delle destre liberiste che negano il problema (ormai però piuttosto malridotte); delle energiche destre nazionali che illusoriamente propongono come soluzione il ritorno al sogno dello “stato sovrano” capace di dominare l’economia; dei movimenti antisistema che in realtà propongono lo stesso sogno e finiscono per confluire, come è successo in Italia, nell’area delle destre nazionali. Questa è la vera linea di distinzione: nonostante le sue difficoltà nel trovare gli strumenti, la sinistra deve difendere il suo progetto di una democrazia rappresentativa progressista, mantenendo chiara la linea di divisione tra destra e sinistra sull’idea di eguaglianza inclusiva, e facendo così ammenda dei propri errori su questo terreno. Ma senza favorire il riconoscimento di certe forze come progressiste, rischiando così di fare proprio il loro gioco: in questo momento, Lega e M5S stanno lavorando per dividersi il campo della politica secondo una sorta di nuovo bipolarismo, tra destra nazionalista (Lega) e centrosinistra sovranista (M5S), per così dire. Questa operazione deve essere ostacolata contrapponendo a questo progetto un’idea progressista di democrazia rappresentativa, fondata su una nuova idea di stato sociale e sulla difesa della prospettiva internazionale e europeista.

(Firenze, 10 giugno 2018)

 

[Immagine: Matteo Salvini].

 

24 commenti

  1. ” 21 agosto 1993 – A vederla sulla spiaggia di Chiarone la Sinistra mi sembra una Destra. “.

  2. Accettabile l’analisi della Lega e del M5S. E concordo in particolare sui seguenti punti:
    – « insistere sul potere degli stati porta inevitabilmente a mettere la nazione al di sopra di un ideale inclusivo di eguaglianza;
    – «“fare un passo indietro” alla gestione del capitalismo anteriore alle crisi degli anni Settanta e Ottanta» è infilarsi in un vicolo cieco;
    – essendo per Di Maio importante « garantire rapporti armoniosi tra datore di lavoro e lavoratore», il M5S non difenderà mai fino in fondo « i diritti del secondo contro il primo».

    Non credo però alla proposta di fondo dell’articolo: la semplice riproposizione di una cosiddetta «democrazia rappresentativa progressista». Che è una strada anch’essa bloccata. Come ha già dimostrato abbondantemente l’esperienza della sinistra *reale”. (Ammesso che Renzi vi rientrasse). Mai( se non a parole) essa ha cercato di «vedere le forme di dominio che passano attraverso le relazioni culturali, sociali ed economiche, le denuncia e individua misure che limitano queste forme di dominio, promuovendo l’eguaglianza anche su questi terreni».

    Il vero nodo è o no « la perdita di potere dello stato sovrano nel controllo dei processi economici, sempre più integrati a un livello sovranazionale»? E allora ha ragione Pezzella nel porre (qui: http://www.leparoleelecose.it/?p=32624) la questione ardua della costruzione di « un movimento antagonista radicale a livello transnazionale ed europeo, che organizzi critica e lotta comune al capitalismo attuale». La parolina che purtroppo manca sempre negli articoli di Piras.

  3. Correggo:
    Mai (se non a parole) essa ha cercato di «vedere le forme di dominio che passano attraverso le relazioni culturali, sociali ed economiche» e ha davvero limitato «queste forme di dominio, promuovendo l’eguaglianza anche su questi terreni».

  4. C’è una cosa che continua a sfuggire nelle pur belle analisi di Massimo Piras, ossia come sia possibile che la dicotomia destra e sinistra sia stata superata tra i partiti “borghesi” senza che questo si rifletta sui partiti populisti. Da quando in Italia fu fondato il PD (Veltroni) si è aperta la strada ai 5 stelle. Che nel sovranismo ci sia una rivendicazione di democrazia è innegabile, nel senso che la nazione pare ancora un luogo dove la popolazione può esercitare una pressione democratica. Sul piano basta sentire il discorso di molti economisti della Lega, ossia il partito più di destra dell’alleanza, che mescolano flatax e ridistribuzione del reddito (Bagnai soprattutto)

  5. dei morti si parla sempre bene: il m5s doc è morto un mese fa, ergo laudamus v. sopra.
    (quando era vivo, piras peò ne parlava maluccio…).

    giustizia, conflitto d’interessi ecc.: temi di destra, di sinistra, di centro o che?

  6. La destra ha il suo fondamento nell’orgoglio dell’ignoranza ( i M5S ingenui e opachi). La sinistra deve studiare, viaggiare, conoscere, importare modelli da dove “lo fanno meglio” con decisione e fermezza ( il contrario di quello che succede con l’inceneritore!). La sinistra deve essere sintetica ed efficace nel comunicare. Del tuo discorso, carissimo amico, conservo i tre concetti sottolineati da un lettore precedente……

  7. Quand on me demande si la division entre partis de droite et de gauche, entre gens de gauche ou de droite, a encore une quelconque signification, la première chose qui me vient à l’esprit est que quiconque pose la question n’est certainement pas de la gauche.

  8. en effet, dans son article piras se demande continuellement qu’est-ce que la droite, la gauche, la demi-gauche etcetera. question de demi-monde, je crois, à la fois comique ou tragique, disons-nous hamletienne (on devient parfois fou de cathégories…).

    siccome questo è un litblog ≠ politblog: mi ha colpito il discorso di la gioia alla festa della repubblica (c’è chi festeggia pure…). se ho ben capito, la politica secondo lui dovrebbe andare a scuola dalla cultura. cioè: la cultura sta in centro storico, e dalla periferia la populace dovrebbe recarsi in fila fin lì, a chiedere lumi. ecco, questa è destra, destra storica.
    franco venturi, azionista, subì un’odissea similissima a quella di benjamin (negli stessi luoghi cioè, a cavallo dei pirenei: 15 giorni in tremenda gattabuia, in rete si troverà pur qualcosa). subito dopo la resistenza, si mise a studiare i populisti russi, quelli che predicavano l’andare al popolo: una stagione eccezionale, stroncata da marxisti-poi-leninisti (v. introduzione a l. sestov, cos’è il bolscevismo?, morcelliana 2017, giusto per farsi un’idea). sì, certo, la destra può partorire un buddenbrock, ma quanti pianelli per uno di quelli!

  9. Ricondurre la sinistra a una politica che tende a realizzare una eguaglianza inclusiva – quella basica, dei diritti civili a cui è/sarà però necessario aggiungere i diritti politici e sociali – ha portato come conseguenza a una riduzione consistente della sinistra politica, e la ragione c’è.
    L’eguaglianza, per potersi applicare, deve moltiplicare le differenze e deve renderle equivalenti (di intrinseco peso o valore) per poi poterle riconoscere eguali dal punto di vista formale: con uguali diritti. La moltiplicazione dei *generi* è un prodotto di questo carattere formale dell’uguaglianza, così come la quasi sovrapposizione tra legame matrimoniale e le unioni civili, così come l’equivalenza tra coppie genitoriali omosessuali, che siano formate da due maschi, o da due femmine di cui una sia la madre biologica.
    Così avviene che Piras scriva che una politica di sinistra “cerca di includere tra quanti godono realmente dei diritti (civili, politici e sociali) gruppi che, per vicende storiche, ne sono stati esclusi: i lavoratori, le donne, le minoranze religiose, etniche o di genere, i migranti ecc.”,
    e faccia diventare le donne, che sono l’universale umano così come lo sono gli uomini, un GRUPPO.

  10. Qui oggi un mio approfondimento sulla politica scolastica del nuovo governo:

    http://www.scuola7.it/?page=2

  11. Una osservazione generale di passaggio: quanto avvenuto in questi giorni (intorno al caso della nave Aquarius) mostra chiaramente che cosa è la destra – tra parentesi, anche Berlusconi ha appoggiato Salvini in questa vicenda. E quindi, secondo me, mostra non solo che il confine destra-sinistra esiste, ma che tutte le sinistre, anche quelle riformiste, sono tali. Il discorso di una parte della sinistra (quella “più a sinistra”) che etichetta la sinistra riformista come “uguale alla destra” dimentica poi che le destre fanno davvero le destre, se governano.

  12. un commento al volo:
    che il governo sia di Dx mi sembra evidente e non veramente messo in dubbio da alcuno, perché ricorrere a tanta teoria, per altro con il rischio che sia meno convincente della proposizione secca?
    Su i problemi quotidiani, siccome i morti durante i governi di centro-Sx ci sono stati e non in numero irrisorio, rimane da constatare se -oltre gli slogan- la Dx troverà una ricetta pragmatica tale che alla fine porterà a casa una qualche normalizzazione della tragedia e meno morti.

  13. “ Giovedì 28 agosto 1997 – Oggi nella vignetta di Massimo Bucchi ci sono due tizi in abiti ottocenteschi seduti forse su una panchina – un Bouvard? un Pécuchet? -, uno dei quali dice: « Destra e sinistra stanno diventando una cosa sola », e l’altro risponde: « Alto e basso fortunatamente no ». Fortunatamente per lui, Massimo Bucchi è uno che ha le idee chiare. È uno di quelli che, stando dalla parte del « basso », è convinto di sapere molte cose, per esempio perché gli aerei cadono, cosa che a chi sta in « basso » non può succedere mai. Sono fortune che non capitano a tutti. “.

  14. Non serve Einstein per capire che dall’essere marginali dieci anni fa, fino al 51% del 4 Marzo con maggioranza parlamentare legittima ed al quasi 60% dei sondaggi di oggi, queste due aggregazioni fanno un lavoro enorme sul territorio e rappresentano istanze davvero molto sentite, prima ignorate. Peraltro, nelle dinamiche popolo contro elite, storicamente si schianta il popolo, per cui vedremo fino a che punto questi nuovi “mediatori” e “padri di famiglia” tireranno le corde di architetture sovranazionali verso le quali gli altri erano troppo ossequiosi (a sinistra) o semplicemente disinteressati in nome del proprio interesse particolare (a destra). Una spia immediata degli effetti di questi tiraggi sugli interessi consolidati altrui nell’Unione e’ la Francia, che da anni predica alatamente come la nostra sinistra ma si comporta fattivamente come la nostra destra.

  15. Dissento radicalmente con Piras. L’aquarius non mi sembra costituire un esempio di nulla! Quindi Zapatero sarebbe di destra, che sugli immigrati fece addirittura sparare? E Clinton che implementò il muro bushiamo con squadriglie e scariche elettriche?
    Preferirei che Piras si concentrasse sull’economia e sui diritti civili. Questi mi sembrano gli unici criteri di discrimine, col primo che sappiamo essere più pesante dal punto di vista politico, ossia di voto dei cittadini. L’immigrazione è un tema troppo articolato per ridurlo alla misura finale. Vedi appunto = accordo NAFTA=fuga manodopera messicana=muro.

  16. La contrapposizione destra/sinistra non è irrilevante, ma almeno oggi non è decisiva.
    Rinvio al concetto di “nemico principale” di Lenin (Lenin era di sinistra, direi). Qual è il nemico principale di questo governo? La UE e il mondialismo. La novità è che destra e sinistra (intese come culture politiche) si dividono al proprio interno e si ridispongono lungo l’asse principale del conflitto. La polarizzazione è plasticamente rappresentata dall’asse governo/opposizione. Nel governo di sono forze di destra (Lega) e miste (M5*, che presenta istanze di destra e di sinistra, ma appunto perchè misto viene egemonizzato dal partito con la strategia più chiara, e probabilmente in futuro si dividerà). Nell’opposizione ci sono forze di sinistra e di destra, accomunate nella comune inimicizia.
    Il conflitto principale si dispone lungo queste opposizioni: nazione/organismi sovrannazionali, mondialismo; democrazia/tecnocrazia; liberalismo/antiliberalismo- conservatorismo; universalismo politico/interesse nazionale; borghesia nazionale/borghesia compradora; basso/alto. Gli altri conflitti (che continuano ad esistere) si subordinano al conflitto principale.
    Sul piano ideologico-filosofico, è da sottolineare il fatto inedito che il liberalismo per la prima volta inizia a presentarsi in forma pura, senza alleanze sulla destra (con il conservatorismo) o sulla sinistra (con il socialismo) e rompe con il cristianesimo, il suo principale alleato nella lotta contro il comunismo.

  17. @ Buffagni

    Se non vado errata, il liberalismo è nato in rottura col cristianesimo. Può darsi che nella lotta al comunismo (ma quanti secoli fa?) si trovasse de facto sulla stessa sponda del cristianesimo, ma le affinità (?) finivano lì. Ciò detto, parlare di “forma pura” per il liberalismo attuale (in Italia) mi sembra azzardato. I liberali sono sempre stati, per tradizione, persone colte e intellettualmente vivaci.

  18. @ Elena Gramman

    Il liberalismo nasce in opposizione all’Ancien Régime, cioè all’alleanza Trono-Altare; quindi semmai contro la Cristianità o quel che ne restava, piuttosto che contro il cristianesimo in quanto tale, che non è identificabile con la Cristianità.
    I maggiori esponenti del liberalismo classico – per fare qualche nome, Constant, Tocqueville, Stuart Mill, Croce – sono di solito personalmente agnostici, ma accolgono il cristianesimo come cultura, e ne condividono i principali valori etici. Insomma, il celeberrimo “perchè non possiamo non dirci cristiani” di Croce.
    Il liberalismo nasce avendo come principale avversario le guerre di religione europee, con l’intento di depotenziare la dogmatomachia cristiana riducendo la religione nell’ambito privato (anche di qui la sua riduzione della libertà a “libertà dei moderni”, cioè individuale, e a libertà negativa). Esso però nasce in ambiente universalmente cristiano: ad allontanarsi dal cristianesimo praticato e vissuto sono le sole, numericamente piccole, classi dirigenti europee.
    Dalla sua concezione negativa della libertà, consegue la possibilità di alleanze a destra con il conservatorismo, anche cristiano (per noi italiani, si vedano gli esempi di Rosmini e Manzoni, cattolici liberali) e a sinistra con il socialismo (i fratelli Rosselli, il Partito d’Azione).
    Il liberalismo contemporaneo ha, per la prima volta nella sua storia, la possibilità di esprimersi in un ambiente decristianizzato, dove i cristiani e il cristianesimo non solo come fede ma come cultura sono minoritari. Esso dunque si presenta per la prima volta in forma pura, e la forma pura che prende è quella del liberalprogressismo, o, nella formula di Del Noce, di “partito radicale di massa”.
    Questo è un fenomeno affatto nuovo e della massima rilevanza, per mille motivi, tra i quali questo: che presentandosi in forma pura e trovandosi ad essere la cultura dominante in Occidente, il liberalismo incontra tutte le aporie che conseguono dal suoi concetto negativo di libertà, che è condotto ad affermare per mezzo della legge, e dunque accompagnandolo a un comando positivo. Esso, che nasce per difendere l’individuo dal potere di Stato e Chiesa, si trasforma in Stato e *Chiesa* che impone la propria visione del mondo e dell’uomo per via legale.

  19. Caro Buffagni, non sono d’accordo praticamente su nessun punto della sua analisi del liberalismo storico, ma non ho intenzione di continuare una discussione che diventerebbe facilmente privata e prenderebbe, a me almeno, troppo tempo per essere portata avanti.
    Faccio solo notare che la sua démarche, che consiste nel dichiarare vani e non validi (non avvenuti purtroppo non si può) venti secoli di cristianesimo storicamente concreto e sedimentato, mi ricorda la démarche parallela dei marxisti convinti, secondo i quali il socialismo reale, con tutto ciò che ha prodotto in due continenti nel suo secolo di storia, non è il vero comunismo. Non lo metto in dubbio, ma in un caso come nell’altro non mi fido. Anche perché il cristianesimo, e ancor più il marxismo naturalmente, in qualche modo si devono pur concretizzare. E allora?
    Quello che fa lei è quello che fa regolarmente la Chiesa con un avversario quando non può vincerlo: cerca di inglobarlo. Mi par di ricordare, a questo proposito, che Ratzinger disse una volta che l’illuminismo nasce dal cristianesimo (o è già contenuto nel cristianesimo, qualcosa del genere). Può darsi; di fatto la cosa è stata detta soltanto dopo che si è rivelata impraticabile l’opzione di bruciarlo sul rogo, l’illuminismo. (Se vogliamo cercare delle radici all’illuminismo mi sembra più sensato cercarle nell’eredità greco-romana che non in una religione orientale).
    Il “comando positivo” che deriverebbe dal “concetto negativo di libertà” (questa sì una formula cristiana per screditare l’unica idea naturale di libertà) mi è invece piuttosto fumoso. Ogni periodo ha le sue ideologie dominanti, il punto è lo spazio che le ideologie dominanti lasciano al resto, in altre parole la tolleranza. E lì, mi dispiace, il cristianesimo non è in testa alla classifica (il cristianesimo, non la Cristianità – sempre che – e non saprei come – fra i due si possa distinguere).

  20. @ Elena Gramman

    Giusto, non facciamo un epistolario privato. Chiarisco solo una cosa che ha frainteso: il “comando positivo” della “libertà negativa” significa una semplice cosa: che la legge porta sempre con sè un comando, senza il quale non è legge.
    Esempio: imporre per legge, in nome della tolleranza liberale, che le Chiese (non solo la cristiana) non affermino pubblicamente che il matrimonio omosessuale non è matrimonio e anzi è assiologicamente negativo configura un’aporia, perchè va a limitare gravemente la libertà di religione.

  21. @ Roberto Buffagni

    Non va a limitare per nulla la libertà di religione. Lei (come tutti) può praticare la religione che crede e nessuno è obbligato a contrarre matrimonio omosessuale. Al limite il caso da lei prospettato può limitare la libertà di opinione, nel senso che lo Stato, attraverso opportune leggi votate in un parlamento, dunque si ritiene espressione della collettività, proibisce di esprimere pubblicamente opinioni che ritiene pericolose per la collettività e/o lesive dei diritti di gruppi. La legge vieta ad esempio l’apologia di fascismo e il negazionismo, la qual cosa può essere vissuta da singoli come grave limitazione della libertà d’opinione. Liberalismo non vuol dire naturalmente libertà assoluta, ma un buon compromesso fra la mia libertà (tendenzialmente illimitata) e quello che il parlamento individua come diritti imprescindibili degli altri (che la mia libertà illimitata rischierebbe di calpestare, in questo caso i diritti degli omosessuali).
    Posso immaginare (non faccio fatica) una religione fra i cui comandamenti rientri quello di dare settimanalmente del cretino al Presidente della Repubblica. Bene, non potrò farlo pubblicamente. Se lei ritiene che sarebbe una grave limitazione della libertà di religione, non so che dirle.

  22. Be’, fra una partita e l’altra dei mondiali un sano battibecco sui fondamentali ci sta tutto. Poi LPLC potrebbe creare una rubrica (propongo “postille alla casalinga di Lenin” come nome) sotto cui commentare a ruota libera quando si va OT.

    Io dovrei essere un liberale puro, anche se il concetto di purezza non mi piace. Mai guardato a destra, studio il socialismo e il comunismo perché mi ci sento vicino, ma comincio a pensare che vadano espressi individualmente (o in forma collettiva limitata e volontaria) e non come sistema. Ad esempio, se fossi a capo di una legislatura toglierei qualsiasi limite sui licenziamenti. Se a uno non piacciono ebrei, neri, omosessuali e donne gravide o in procinto di, è giusto che possa scegliere di non assumerli o di licenziarli. A parte che io non lavorerei mai per un padrone del genere, se l’azienda è privata sono fatti suoi. Allo stesso tempo darei la possibilità di creare un fondo per la disoccupazione fatto da tutti quelli che sono d’accordo. Farei dunque un sistema flessibile, nel quale scegliere se far parte del sistema fiscale pubblico o in quello privato, nel quale ognuno si paga i servizi di cui usufruisce. Non so se sia fattibile una cosa del genere. Chiaramente questo riguarda solo la fiscalità, per il resto rimarrebbe in vigore una sola Costituzione e un codice penale e civile.

    Effettivamente non provo un moto di disapprovazione nel pensarmi “cristiano”, perché nella mia testa lo associo a cose buone ed estranee alla Chiesa. Però non vieterei mai di dire che il matrimonio omosessuale non è matrimonio, e neanche che la famiglia è solo quella formata da un uomo e una donna, ma chiederei a chi lo sostiene di essere più preciso e di dire che la famiglia cristiana e il matrimonio cristiani sono quelli. Io non parlo per i cristiani quando parlo di famiglia, e ne consegue che l’idea che la famiglia sia solo una è insostenibile sul piano fattuale. Lo stesso vale per il matrimonio, per l’aborto, per la GPA, eccetera. E in questo mi ritrovo nel concetto di libertà negativa, perché essendo la libertà una roba concettuale che riguarda i rapporti tra le persone essa deriva dall’etica. E l’etica non è una materia di scienze naturali, positive, nonostante essa stessa nasca da come siamo fatti come specie, ovvero esseri in grado di provare certe emozioni e sentimenti. Non si può dire agli altri come vivere, non solo perché non è giusto, ma perché non c’è un solo modo di vivere. L’unico (credo) limite di questa visione del mondo è che rispetto alle ideologie “forti” lascia tutti nella merda.

    Mi sa che i marxisti convinti hanno ragione, nel senso che il comunismo non esiste (sto leggendo per la prima volta Marx, dopo l’articolo dell’altro giorno pubblicato qua a proposito della nuova edizione dei Manoscritti del 1844). I cristiani possono sfangarla con l’aldilà.

  23. Non ci siamo capiti, ma va bene così. Cordiali saluti.

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