Le parole e le cose

Letteratura e realtà

L’imitazione degli affetti: spunti per una teoria del desiderio in Spinoza e Girard

| 0 commenti

di Gianfranco Mormino

[Pubblichiamo il primo paragrafo di un articolo di Gianfranco Mormino sul tema del desiderio mimetico in Spinoza e Girard. La questione verrà affrontata, insieme ad altre connesse ai “Moti di imitazione” tra critica e teoria letteria, psicoanalisi e neuroscienze, nella summer school organizzata da Ugo Fracassa a Roma Tre (17 e 18 settembre 2018). Interverranno tra gli altri, oltre a Gianfranco Mormino, Massimo Salgaro, Felice Cimatti, e la neuroscienziata del team parmense Maria Alessandra Umiltà.
La versione integrale dell’articolo di Gianfranco Mormino è stato pubblicata in Ordo e connexio: spinozismo e scienze sociali, a cura di N. Marcucci, Milano, Mimesis, 2012, pp. 93-106].

Già numerosi lettori hanno notato le affinità tra la teoria girardiana del desiderio mimetico e la spinoziana imitatio affectuum; l’accostamento pare in effetti imporsi quando consideriamo che, secondo Spinoza, tale imitazione comporta il prodursi in noi della «Cupidità di una certa cosa […] per il fatto che immaginiamo che altri a noi simili abbiano la stessa Cupidità»[1]. La formulazione di Etica III è molto più che una ripresa del classico tema della forza contagiosa dell’immaginazione: con una mossa teorica assai impegnativa Spinoza non si limita ad affermare che l’uomo prova il medesimo affetto che immagina nell’altro — ad esempio la gioia o la tristezza — bensì colloca l’imitazione nel cuore stesso della vita affettiva, quella cupiditas che è espressione consapevole, nella mente e nel corpo, dell’attuale essenza dell’uomo e del suo sforzo di perseverare nel proprio essere. Precisamente come René Girard, dunque, Spinoza teorizza una mimesi non meramente rappresentativa bensì appropriativa (o acquisitiva), che ci spinge ad agire per impossessarci dell’oggetto verso il quale si è già diretta la mano altrui: ciò che imitiamo è il desiderio (reale o anche solo immaginato) dell’altro, il quale diviene così il modello che produce il nostro desiderio e che, come vedremo, sotto determinate condizioni può anche ostacolarlo.

In Spinoza, come del resto in una certa misura anche in Girard, esistono sicuramente anche desideri oggettuali, prodotti cioè dal rapporto diretto con qualche bene che è appetito in sé, ma il desiderio “triangolare” ha una portata più ampia, risultando decisivo nella sfera intersoggettiva. In entrambi gli autori le dinamiche del desiderio sociale sono dominate dal desiderio “preso a prestito”, che non nasce né dalle qualità dell’oggetto né, tanto meno, dalla spontanea volizione del soggetto ma dalla percezione dello sguardo rivolto all’oggetto da un modello-mediatore. Inoltre la mimesi, sia in Spinoza sia in Girard (almeno nelle sue prime opere), sembra essere un processo necessario, che si produce da sé ogni volta che si dà in un soggetto la rappresentazione, reale o immaginaria, di un affetto altrui. Può perciò essere interessante istituire una comparazione tra le due teorie, soprattutto perché la teoria girardiana del comportamento umano, sia individuale sia collettivo, costituisce una delle maggiori novità nel panorama antropologico e sociologico della seconda metà del XX secolo.

Come si vedrà, i punti di contatto vanno molto al di là della comune affermazione della natura mimetica del desiderio ma l’assenza di riferimenti a Spinoza nel corpus girardiano rende impossibile parlare di una filiazione diretta; si tratta allora di una di quelle verità tanto evidenti da rendere inevitabile che più autori vi si imbattano anche a partire da approcci totalmente differenti? Se si segue Girard, le cose stanno proprio così: egli individua una matura consapevolezza della teoria mimetica in molteplici fonti, da Shakespeare ai romanzieri moderni; nella Scrittura giudaico-cristiana, addirittura, egli ha ritenuto di poter rinvenire un sapere sulla natura del desiderio che supera qualsiasi teorizzazione filosofica. Potremmo perciò considerare accidentale l’omissione di Spinoza dal novero delle fonti ispiratrici di Girard: iniziando la propria attività di studioso come storico e critico letterario, egli avrebbe trovato nel Don Chisciotte, nel Troilo e Cressida, nelle Memorie del sottosuolo o in Proust quello che avrebbe potuto rinvenire nel filosofo olandese. Come è noto, Girard si è sempre mostrato assai restio a riconoscere i propri debiti verso la filosofia; a suo giudizio tale disciplina si situa quasi interamente nell’ambito della “menzogna romantica”, termine con il quale egli indica sin dal 1961 l’illusione, individualista e idealista, dell’autonomia dei desideri del soggetto da qualsiasi modello. Negando la natura mimetica dell’agire umano, i filosofi avrebbero da sempre contribuito a occultare il fondamento violento della cultura. Ma non si può evitare di sospettare che l’esclusione di Spinoza abbia anche motivazioni “ideologiche”; per molti aspetti, infatti, l’opera di Girard, soprattutto fino a La violenza e il sacro (1972), echeggia temi e metodi del materialismo filosofico classico, da Lucrezio a Hobbes e Spinoza, autori nei quali non mancano certo una riflessione sul ruolo della violenza nella costituzione delle società umane, un’indagine dei meccanismi desiderativi che determinano i comportamenti dei singoli e delle masse e una lucida lettura dei meccanismi di formazione del religioso.

Ma Girard ha sempre guardato solo da lontano e con freddezza alle spinte antireligiose e anticristiane della modernità, i cui unici aspetti positivi risiedono secondo lui in quel tanto di cristiano che, quasi a loro insaputa e sicuramente loro malgrado, le anima. Il mancato incontro con Spinoza è stato per Girard un’occasione persa per mantenere la propria concezione del desiderio mimetico e del suo possibile superamento su un piano unicamente umano e dunque passibile di essere spiegato in termini scientifici, come pure egli ha sempre aspirato a fare; in particolare, la lezione spinoziana avrebbe consentito a Girard di chiarire meglio la questione della libertà del volere, sulla quale la sua posizione oscilla tra un determinismo con venature riduzioniste e un’acritica accettazione delle tesi cattoliche sul libero arbitrio.

[1] E3 p27sc (Baruch Spinoza, Etica dimostrata con metodo geometrico, trad. it. a cura di Emilia Giancotti, Editori Riuniti, Roma 20024, p. 192; d’ora in poi semplicemente “trad. Giancotti”).

 

Lascia un commento

I campi obbligatori sono contrassegnati con *.