Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Siamo noi i mostri. Conversazione con Eraldo Affinati

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di Ugo Fracassa

Eric J. Leed, nel celebre saggio dedicato alla Mente del viaggiatore proponeva di concepire il viaggio, a partire dalle tradizioni culturali dell’Occidente, come paradigma dell’esperienza autentica e diretta. Ed il viaggio come antonomasia dell’esperienza è al centro di molti tuoi libri, da Campo del sangue a Vita di vita. Di certo, come recita il proverbio citato da Benjamin, “chi viaggia, ha molto da raccontare”: qual è la relazione che lega viaggio e racconto nella tua esperienza di scrittura?

La questione posta da Eric J. Leed è molto spinosa, basti pensare ai tanti fraintendimenti che possono nascere sulla parola ‘autenticità’. In letteratura conta ciò che resta sulla pagina ma se le parole non sono legittimate dall’esperienza rischiano di essere sterili. Tuttavia sarebbe lecito chiedersi: cosa è esperienza e cosa non lo è? Nella cultura novecentesca il viaggio è stato spesso percepito come protesi della realtà che l’intellettuale sentiva venir meno: e allora andava a cercarsela in Africa o in Oriente nel tentativo di provare un’ebbrezza a cui attribuiva valore estetico. Al contrario, io viaggio per trovare le ragioni del ritorno: voglio scoprire la stazione di partenza che può essere anteriore alla mia stessa nascita.

I viaggi che racconti sono però anche quelli, spesso drammatici, dei migranti, in particolare di alcuni adolescenti, “minori non accompagnati” per il legislatore, che sono diventati tuoi studenti alla Città dei ragazzi. Quanto conta, nel patto che stringi col lettore, la veridicità del narrato, il fatto che si tratti di “storie vere”? In altre parole, perché il verosimile non basta più per costruire libri che pure l’editore identifica e propone al lettore come romanzi?

Dovremmo distinguere fra la strategia editoriale di presentazione di un testo e la concezione dell’opera: negli ultimi anni i romanzi vengono lanciati come ‘storie vere’ perché la convenzione narrativa è stata messa sotto scacco dalla cosiddetta rivoluzione informatica e ciò che un tempo chiedevamo a Emil Zola oggi possiamo ottenerlo in tempo reale su Netflix. Tuttavia lo statuto della letteratura è rimasto lo stesso: la pagina scritta possiede leggi proprie che sono quelle di sempre. Io non mi considero uno scrittore d’invenzione. Parto sempre dalla mia vita che poi trasfiguro stilisticamente. Siccome insegno la lingua italiana agli immigrati, è questa la ragione per cui molti miei libri raccontano i viaggi che ho fatto con loro: in particolare La città dei ragazzi e Vita di vita rappresentano una specie di dittico.

Proprio nei due libri che citi ricorre la figura di uno dei tuoi studenti, Khaliq, che tornerà anche nel libro su don Milani, L’uomo del futuro (2016). Non sei stato il solo, in anni recenti, a raccontare il viaggio di migrazione in Italia e tuttavia colpisce, nella tua esperienza di vita e di scrittura, la volontà di “restituire” il viaggio: per far fede a una promessa, hai raggiunto Khaliq in Gambia, come ti era già capitato di fare e di raccontare per Omar e Faris, studenti marocchini, ne La città dei ragazzi (2009). Tale pratica sana la costitutiva asimmetria tra testimone, portatore di esperienza, e narratore che si assume l’onere del racconto?

I viaggi in Marocco e in Gambia, che sono alla radice della Città dei ragazzi e di Vita di vita, i cui riflessi ritroviamo prima nell’Uomo del futuro, dedicato a Don Lorenzo Milani, e poi specialmente in Tutti i nomi del mondo, nascono in effetti da una specie di sfida che ci siamo fatti, io e i miei studenti, nel tentativo di dare senso alla nostra amicizia. Omar e Faris, insieme a Khaliq, seppure in modo implicito, hanno ricordato a me lo statuto della letteratura: solo se la loro storia avesse preso forma scritta, sarebbe diventata vera agli occhi di tutti; altrimenti avrebbe corso il rischio di restare una favola. La scrittura senza esperienza potrebbe risultare sterile, frutto soltanto di un gioco di polso, ma vale anche il contrario: una vita senza scrittura sarebbe vuota, muta, cieca, sorda. In questo senso come scrittore sento il bisogno di una certificazione delle mie parole: perfino se questa tensione si rivelasse velleitaria, non riuscirei a farne a meno.

Del resto, la tua esperienza di scrittore è anche, o forse sopratutto, esperimento con la scrittura. Già alla fine degli anni Novanta Filippo La Porta registrava nei tuoi primi titoli l’apparente centralità del “traliccio romanzesco”, per quanto picaresco, a fronte della cruciale scommessa giocata a livello della forma letteraria, una forma mista di narrazione e riflessione, di autobiorafia e invenzione. Nel più recente Tutti i nomi del mondo finisci per costruire il libro intorno al modello scolastico dell’appello. A che punto sei con la tua personale sperimentazione formale e, più in generale, a quali torsioni credi che la forma romanzo possa venire piegata senza comprometterne la tenuta?

L’espressione ‘sperimentazione formale’ mi fa venire qualche brivido sulla pelle, forse perché d’istinto la collego a un artificio, ma in realtà capisco benissimo il senso e l’opportunità della tua domanda. Provo a sintetizzare la mia opera che, come sai, inizia nei primi anni Novanta del secolo scorso. C’è una trilogia del Comandante (Soldati del 1956, Bandiera bianca e Il nemico degli occhi). Quando questo personaggio muore, nasce un’altra serie romanzesca su padri e figli (Secoli di gioventù, La città dei ragazzi e Vita di vita). Potrei individuare un trittico tedesco (Campo del sangue, Un teologo contro Hitler. Sulle tracce di Dietrich Bonhoeffer e Berlin). L’elemento pedagogico è stato presente sin dall’inizio con l’esordio del 1992 su Lev Tolstoj (Veglia d’armi), insieme a quella forma mista di narrazione e riflessione, come l’hai giustamente definita, soprattutto in certi testi: Compagni segreti. Storie di bombe, viaggi e scrittori e Peregrin d’amore. Sotto il cielo degli scrittori d’Italia. Tuttavia negli ultimi anni i temi in qualche modo riconducibili alla scuola, sia direttamente sia in chiave metaforica, hanno prevalso: Elogio del ripetente, L’uomo del futuro. Sulle strade di don Lorenzo Milani e Tutti i nomi del mondo. Nel mio prossimo libro, che uscirà a settembre dalla Piemme, tornerò a occuparmi del priore di Barbiana: Il sogno di un’altra scuola. Don Lorenzo Milani raccontato ai ragazzi. Ho pubblicato anche alcuni racconti che definirei dell’inquietudine: Uomini pericolosi, Papaveri rossi (compreso in Racconti politici, Einaudi), L’11 settembre di Eddy il ribelle, Nel regno intermedio. Credo che il romanzo non finirà mai, perché è un respiro dell’uomo, ma le sue forme continueranno a cambiare sotto i nostri occhi.

A proposito dell’ “elemento pedagogico” cui facevi cenno ti propongo la seguente riflessione: il cosiddetto “libro per ragazzi”, che negli ultimi decenni ha conosciuto una notevole fioritura ed ha spesso rappresentato un laboratorio per la produzione narrativa in generale, ha assunto dimensione letteraria nel momento in cui ha saputo liberarsi dalla tutela pedagogica. Nella tua personale esperienza di scrittore che si rivolge principalmente ad un pubblico adulto, come vivi la relazione tra empito pedagogico ed espressione letteraria? Si tratta di una relazione problematica, pacificata, elettiva?

 Anche sulla definizione di ‘libro per ragazzi’ ci sarebbe molto da discutere. L’sola del tesoro di Robert Louis Stevenson, Kim di Joseph Rudyard Kipling, Lord Jim di Joseh Conrad, ma ne potremme citare molti altri, sono libri per ragazzi? Prendiamo anzi l’opera in questo senso più importante per noi italiani: Pinocchio di Carlo Collodi è davvero destinato ai bambini? Certo che sì, ma chi dicesse di no avrebbe le sue buone ragioni. E cosa pensare di Penny Wirton e sua madre, uno dei risultati più sofisticati di Silvio D’Arzo? Siamo di fronte a capolavori universali che, oltre a costituire la spina dorsale della letteratura moderna, possono essere letti con profitto da tutti: adulti e adolescenti. Nel mio caso direi che il genere favolistico può avermi garantito una libertà operativa, sia ideativa sia formale, che altrimenti sarebbe stato più difficile ottenere: penso specialmente all’11 settembre di Eddy il ribelle, ma anche all’ultimo, Il sogno di un’altra scuola, nel quale ho immaginato una classe di ragazzi che al termine di ogni capitolo si rivolge a me con domande e commenti utili per approfondire l’argomento.

 

Quando ci si rivolge al modello favolistico, il lieto fine è forse il più critico dei precetti di genere, quello per il quale si rivela maggiormente problematica la riproposizione nel romanzo e nelle forme narrative meno standardizzate. Tuttavia una recente fortuna del “lieto fine” si registra proprio nei racconti di migrazione, che immancabilmente si concludono su una nota felice, foriera per il/la giovane protagonista di una riuscita integrazione nel nuovo tessuto sociale. Vita di vita, per tornare al libro del 2014, si chiude invece su una nota amara, il fallimento educativo ed esistenziale di Santino, studente borgataro.

La reazione rabbiosa di Santino, nel finale amaro di Vita di vita, corrisponde proprio al desiderio da parte mia di tenere aperti i conti: etici, esistenziali, pedagogici ed estetici. Guai se pensassimo di poterli chiudere in un precetto, oppure in una convinzione inossidabile. In particolare nel caso di quell’opera, in cui raccontavo la vittoria di Khaliq rispetto alla sua origine oscura, sentivo obbligato il riscontro di chi invece, come l’adolescente inquieto, manda all’aria la partita e ti mette con le spalle al muro. Del resto qualsiasi educatore impegnato a fare sul serio – simile in questo ad ogni genitore –  deve prevedere la sconfitta, quasi sempre più utile dell’apparente buona riuscita. Don Milani identificava tale esito drammatico addirittura quale “giorno glorioso”, quando la scuola, da lui raffigurata in modo allegorico come una vecchietta, si prende una “legnata” dall’allievo riottoso che, rifiutandola, conquista così la propria autonomia.

 

Oggi la scuola è il luogo dove precipitano tensioni diffuse nella società – penso al vasto fenomeno del cosiddetto “bullismo”, ma anche agli episodi sempre più frequenti di scontro tra genitori ed insegnanti. Altrove quelle tensioni si manifestano con preoccupante cadenza nello scatenamento di una violenza cieca – le sparatorie nei college statunitensi – fenomeno che sancisce il terrore di cui è permeata la quotidianità nel mondo occidentale. Ciò ha offerto, a scrittori e registi, la possibilità di tornare a raccontare il conflitto come costitutivo della dinamica sociale – La classe era l’allusivo titolo del bel film di Laurent Cantet uscito nel 2008. Per la tua esperienza di scrittore e insegnante, credi che raccontare la scuola sia un buon modo per rappresentare il presente, o forse il futuro, del nostro paese?

La scuola, non essendo un’isola staccata dal mondo, riflette tutte le tensioni presenti nella società. La crisi etica contemporanea (perdita di prospettive ideali, deflagrazione del desiderio, adulti fragili) possiamo decifrarla negli occhi di molti adolescenti all’interno del gruppo classe: basta convocare i genitori, quando ci sono, per comprendere la natura profonda e lacerante del disagio dei nostri studenti. L’insegnante oggi è molto più solo rispetto al passato, ma proprio a causa di tale condizione ha una responsabilità maggiore: deve richiamare i giovani alla concentrazione e al rigore, ripristinando le gerarchie di valore nel mare magnum del Web. Detto questo, bisogna anche dire che in letteratura il contenuto conta quando il due di coppe nel gioco della briscola: zero punti. Resta essenziale lo stile, l’unicità espressiva del singolo autore, quindi il tema-scuola è ad alto quoziente di rischio. Gli stereotipi e la retorica sono dietro l’angolo.

Hai spesso dichiarato di condividere la frase di Albert Camus – che gli studi postcoloniali avrebbero revocato in dubbio – secondo la quale la sola giustificazione per chi pratichi il mestiere di scrittore consisterebbe nel parlare per coloro che non possono farlo. Più radicale l’aut aut davanti al quale Sartre, per bocca di Antoine Roquentin, pretendeva di porre chiunque nutrisse ambizioni letterarie: “Ma bisogna scegliere – diceva – o vivere o raccontare”.
Dal momento che il tuo curriculum di scrittore/ insegnante/ viaggiatore parrebbe dimostrare il contrario, quale commento ti sentiresti di proporre a conclusione di questa nostra conversazione ?

Sono sempre stato dalla parte di Albert Camus contro Jean Paul Sartre. ‘Scrivere a nome di chi non può farlo’: questa sua frase, da me spesso citata, non va intesa come una regola da perseguire. E’ una propulsione emotiva, una piattaforma poetica, una sensibilità estetica. Credo che persino Edward Said, nel momento in cui ci metteva in guardia da ogni atteggiamento monoculare, chiamando in causa prima Conrad poi Camus, lo sapesse. Per me Camus è la crosta sui ginocchi del portiere di calcio abituato a giocare per strada, come lui da bambino in Algeria: la radicalità della sua vocazione espressiva mi commuove assai più dei sottili discernimenti di Sartre, il quale poteva addirittura teorizzare la negazione dei gulag affermando: ‘Anche se tali campi esistessero, non dovremmo parlarne né scriverne, per non togliere la speranza ai lavoratori di Billancourt’. E’ proprio dalla scissione fra vita e racconto che si sviluppa il tarlo del Novecento: l’idea di un artista separato, privilegiato e superiore il quale, nel caso in cui commetta un danno, si concede il lusso di non pagare il prezzo del risarcimento, credendo di poterlo fare in virtù della sua visione esclusiva. Al contrario, per tornare al senso di quello che dicevamo all’inizio, scrivere è una secrezione dell’esperienza vitale. Gli altri non sono l’inferno. Siamo noi i mostri. Per questo dobbiamo condividere la sorte comune.

 

[Immagine: Eraldo Affinati]

27 commenti

  1. “Altrove quelle tensioni si manifestano con preoccupante cadenza nello scatenamento di una violenza cieca – le sparatorie nei college statunitensi – fenomeno che sancisce il terrore di cui è permeata la quotidianità nel mondo occidentale.”
    Certamente, in Giappone l’indice di criminalità è molto basso. E il Giappone si trova in Oriente. Ma in Oriente si trovano anche le Filippine, con un assai alto tasso di omicidi. Quindi perché questo continuo contrapporre noi Occidentali, agli Orientali e al resto dell’umanità? Per puro compiacimento autodenigratorio, secondo me.
    Mi permetto a questo proposito di proporvi questa mia analisi su questo strano fenomeno di autodenigrazione del nostro contrapporci ai “non Occidentali”.
    Cio’ che mi strappa ogni volta un ghigno sono i soliti vituperi scagliati contro l’Occidente, colpevole di storiche malefatte contro il resto dell’umanità che vive al Sud oppure all’Est, rispetto a noi, sul pianeta Terra.
    In questo scontato gioco delle parti, noi occidentali ci “auto-qualifichiamo”, si direbbe voluttuosamente, come presuntuosi, ipocriti, etnocentrici, saccheggiatori di nazioni e autori di genocidi vari, e ci contrapponiamo in blocco a tutti gli altri popoli della terra, che pero’ non citiamo mai, ma che devono essere gli orientali, gli africani e via enumerando… Gente da compatire, perché da sempre subisce le incredibili malvagità di noi occidentali, sentina di ogni vizio.
    Nelle ripetute denunce che noi lanciamo contro l’intero nostro Occidente, causa di ogni male, vi è anche quella di far prova nei confronti dei popoli “extra-occidentali” di preconcetti, pregiudizi e stereotipi. Noi occidentali – la cosa è risaputa – siamo ostili al Diverso, allo Straniero, al Migrante, al non-Occidentale, a causa appunto dei parametri etnocentrici del nostro ipocrita moralismo di bianchi d’Occidente.
    Ma cosa dire di questa contrapposizione primitiva di blocchi umani: noi occidentali tutti cattivi e da crocifiggere vs. gli altri “non occidentali” tutti innocenti, buoni, e solo da compatire? Masochismo a parte, non è questo un far prova di pregiudizi e di stereotipi?
    Penso proprio di si’. Ecco perché, senza voler offendere nessuno, propongo che si smetta di accusare Occidente e Occidentali, e che ognuno parli per sé e per i propri, e che si limiti a denunciare i propri pregiudizi, ipocrisie e contraddizioni, o tutt’al piu’ quelli dei suoi vicini di casa, o di parenti, amici e conoscenti.
    Per parte mia, io, come occidentale – un po’ pentito ma non vi diro’ di cosa – vedo, si’, i miei difetti “etnici”, ma vedo soprattutto quelli di mia moglie e dei suoi familiari. È doveroso precisare: ho sposato un’orientale. Mi permetto quindi di dire che tra i miei parenti, amici e conoscenti orientali vi è – come già disse Luigi Barzini – un assai scarso spirito di compassione. (Dal vocabolario: “Compassione = Sentimento e atteggiamento di sofferta partecipazione ai mali e dolori altrui”) Forse questo mio giudizio risente anch’esso dei parametri etnocentrici di un tipico moralismo ipocrita all’occidentale. Comunque sia, io penso di meritare un po’ di compassione.

  2. Bella e toccante la seconda parte dell’articolo. Condivido le parole conclusive. E.Affinati sembra persona autentica… non guastata dalle micidiali forme di narcisismo coltivate dal sistema.

  3. “ 24 dicembre 1987 – Gide che dà da leggere a un arabo Le mille e una notte rendendolo felice. (Journal, 1894) “

  4. “Gli altri non sono l’inferno. Siamo noi i mostri. Per questo dobbiamo condividere la sorte comune.”

    Anche gli altri sono capacissimi di essere mostri, tale e quale a noi. Gli altri non sono l’inferno, e neanche il paradiso.

  5. “Anche gli altri sono capacissimi di essere mostri, tale e quale a noi. ” (Buffagni)

    Resta il fatto che nella storia finora a fare cose mostruose – più spesso, sistematicamente e in tutto il pianeta (quindi anche in “casa altrui”) – gli “occidentali” (europei nell’Ottocento e gli anglo-americani nel Novecento).
    Gli altri saranno anche “capacissimi” e l’avranno pure dimostrato (in dimensioni comunque regionali), ma per ora il primato a livello planetario in mostruosità (sterminio indios, sterminio pellirosse, genocidio ebrei, bombe atomiche sganciate su città giapponesi) spetta a “noi”. Mostruosità giustificabili in nome del Progresso o della Civiltà? Davvero?

  6. Non mettiamo limiti alla Provvidenza. Come disse quello che era stato a visitare il Cottolengo (Casa della Divina Provvidenza).

  7. ….sono stati gli “occidentali” eccetera

  8. Mi scuso con tutti e soprattutto con Ennio, ma non credo che si possa continuare con quel certo manicheismo che conosciamo tutti benissimo. Il riferimento al Cottolengo era una specie di citazione di Calvino. Ma dalla Giornata di uno scrutatore è passato tanto tempo e credo sia tempo di scrutare meglio.

  9. Cattivissimi questi occidentali, i quali trovandosi in seguito alla loro cultura, che si è rivelata vincente, a essere i più forti, hanno fatto cose turche in giro per il mondo. Mentre i non-occidentali, qualora si fossero trovati nella medesima situazione, avrebbero usato la superiorità nella forza unicamente per fare del bene al prossimo.
    Da notare, così, en passant, che gli occidentali (e assimilabili, es. i giapponesi) sono gli unici che hanno sviluppato e autorizzano l’autocritica. Immagino che gli altri non ne abbiano bisogno perché sono così tanto buonini.

  10. @ Ennio Abate

    Le mostruosità non sono giustificabili mai. Le dimensioni quantitative delle mostruosità dipendono da tante cose, per esempio dai mezzi a disposizione: se hai l’atomica polverizzi una città in un colpo solo, se hai uno Stato moderno organizzi più produttivamente lo sterminio che eseguito da un’orda è molto più labor intensive.
    La principale differenza qualitativa tra le mostruosità occidentali e le mostruosità non occidentali è che la civiltà occidentale, negli ultimi secoli (salvo l’eccezione delle atomiche sul Giappone, mai condannate ufficialmente) definisce “mostruosità” azioni che altre civiltà non ritengono tali, ed eseguono senza problemi di coscienza.
    Esempio: le pile di teschi di Tamerlano, i sacrifici umani all’ingrosso degli Aztechi, l’annichilimento di intere città a scopo deterrenza dei Romani, il macello di Nanchino ad opera dell’esercito imperiale nipponico, e così via.
    Se questa diversa sensibilità occidentale contribuisca a diminuire le mostruosità oppure no è discutibile.

  11. @ Grammar

    Di cattivi o buoni-buonini proprio non ho parlato. Cultura “vincente” non equivale a razionale o migliore di altre. Per il mondo gli “occidentali” hanno fatto “cose occidentali” e non “turche”. Di esse abbiamo abbondante documentazione nei libri di storia ( anche “occidentali”). Le mostruosità, che commetteranno altri se raggiungessero il primato conseguito dagli “occidentali”, sono probabili, ma per ora non certe. Le autocritiche o le scuse post factum per me non contano molto e non cancellano le mostruosità commesse.

  12. @ Italia

    Se in epoca preindustriale le mostruosità di Tamerlano, degli Aztechi, dei Romani ecc. erano confrontabili e il “record” di disumanità raggiungibile era comunque oggettivamente contenuto, in epoca industriale e soprattutto con la bomba atomica il confronto fra mostruosità degli antichi e dei moderni o modernissimi mi pare non più sostenibile.
    Il divario o l’asimmetria tra il potenziale di mostruosità realizzabile dagli “occidentali” e in particolare dagli USA, tuttora potenza militare incontrastata ( e anzi già realizzato nel Novecento) e quello realizzabile (in teoria) da loro concorrenti o antagonisti è massimo.
    Quanto alla «diversa sensibilità» nei confronti delle mostruosità – fenomeno comunque di esigue minoranze – non mi pare, per quel che ne so, una prerogativa esclusivamente occidentale.

  13. @ Barra

    Non mi pare di aver svolto un ragionamento manicheo. ( Cfr. mia risposta a Grammann e ne approfitto per scusarmi della storpiatura del cognome nel commento a lei rivolto).

  14. @ Anate

    Non ho mai detto che “vincente” equivalga a razionale o migliore delle altre. Non vedo proprio cosa c’entri il vincente con il razionale o il migliore.
    Io credo semplicemente che la forza sia una cosa che esiste al mondo, e che la forza non possa andare senza sopraffazione (questo in tutti gli ambiti, perfino nell’ambito degli affetti famigliari). Poi è compito della razionalità cercare di metterci una pezza – auspicabile e necessaria, ma sarà sempre una pezza. Questa è una mia convinzione antropologica che sicuramente non è obbligatorio condividere ma che ha parecchie evidenze dalla sua.
    Mi sembra però che lei certe cose non voglia capirle: nessuno afferma che le scuse post factum cancellino le mostruosità commesse (a parte che la pratica dell’autocritica, tutta occidentale, va assai più in là di questo), però il fatto ad esempio che il governo giapponese abbia ammesso la strage di Nanchino (tanto per rifarsi a un esempio citato) mentre il governo turco rifiuta ostinatamente di ammettere il genocidio degli Armeni, per me è una cosa importante e molto significativa.

  15. Il problema, caro Ennio, è che non è tanto facile capire che cosa è Occidente e che cosa non lo è. E dunque sapere chi ha vinto e chi invece ha perso. Per esempio: “ 7 luglio 1993 – « Si ricordi che siamo in Cina dove vita e tempo non hanno valore » (Shangai Express, Von Sternberg, 1932). Prima del bacio lui ha il cappello, dopo il bacio ce l’ha lei. “.

  16. @ Grammann

    “Io credo semplicemente che la forza sia una cosa che esiste al mondo, e che la forza non possa andare senza sopraffazione (questo in tutti gli ambiti, perfino nell’ambito degli affetti famigliari)”.

    Forse siamo *quasi* d’accordo. Manzoni: “far torto o patirlo”. Ma voglio ancora pensare – contro lo stato di cose che abbiamo sotto gli occhi – che *patire* è anche segno di *forza*, che potrebbe – in circostanze determinate e non precisabili in astratto – diventare *azione liberante* (fosse pure per pochi istanti o giorni). Atto, dunque, di *giustizia* e non mera *sopraffazione*.

  17. @ Barra

    “non è tanto facile capire che cosa è Occidente e che cosa non lo è”.

    D’accordo. Ma di fronte all’indecidibile preferisco *scommettere*. Il cappello io non ce l’ho.

  18. @ Ennio

    Già, e chi ce l’ha? That’s the question.

  19. La civiltà occidentale (a guida europea prima, statunitense poi) è senz’altro la civiltà egemone nel mondo. L’egemonia si può abbastanza tranquillamente attribuire in larga parte al salto qualitativo di potenza innescato dalla scienza galileiana e post. La quale è una splendida cosa, ma è anche l’avvio della più colossale ubriacatura di potenza mai registrata al mondo, e insieme a tante cose belle e buone ha segnato la nascita di un paio di cose né belle né buone, lo scientismo & il progressismo, grazie ai quali non si capisce un accidente di come sono fatti gli uomini e il mondo ma ci si sente assai intelligenti, buoni e alla moda.

    Per tornare alle mostruosità. La distinzione qualitativa tra mostruosità pre e post industriale sta tutta nella potenziale autodistruzione totale o pressochè totale che la tecnoscienza gentilmente ci offre. Non vedo come da ciò si possa concludere che “gli occidentali”, cioè insomma “noi”, saremmo più mostruosi dei non occidentali o dei preindustriali. Possiamo fare danni su più larga scala, questo sì; ma anche Pol Pot se l’è cavata mica male, con i mezzi di bordo.

    Quanto sopra per giungere a una conclusione: il (giustificato) meaculpa per le mostruosità da “noi” commesse non deve diventare una legittimazione di quanto segue: a) teorie comunque aggiornate del buon selvaggio b) immigrazionismo militante con ricatto morale annesso c) autocritiche tous azimuts che concludono noi essere merde infami, gli altri povere vittime, e annegando nella notte più nera tutte le vacche storiche e ideali in realtà aiutano soprattutto a NON capire un tubo d) autocritiche tous azimuts della civiltà occidentale in cui l’autocritico si schiera simbolicamente dalla parte delle vittime “altre” per finalità di compensazione psicologica e/o di propaganda politica.

    Ripropongo per finire la citazione celebre di P.J. Proudhon, ripresa da Carl Schmitt: “Chi dice umanità vuole ingannarti”.

  20. “ 6 giugno 1984 – I sorrisi Nambikwara (in Levi Strauss, Tristi tropici). Viene fatto di dire: così moderni. I fanciulli soprattutto, che sembrano figli di coppie « liberate » del Sessantotto. Mi viene fatto di pensare che l’autore potrebbe avere riconosciuto in quei volti, la magia, l’innocenza, la « naturalezza » di qualche immagine fotografica degli inizi di questo nostro secolo che ama spesso rappresentarsi « buono » e « selvaggio ». “.

  21. @Abate

    Sono contenta che siamo “quasi” d’accordo. Credo che l’orizzonte in cui “*patire* è anche segno di *forza*” e la forza stessa non è più sopraffazione sia necessario; non ammetterlo conduce francamente a una situazione aporetica. Però credo anche che questo orizzonte di giustizia sia al di là dei limiti di questo mondo, il che non vuol dire automaticamente che non c’è, ma che non si realizza nel tempo; al massimo, come esperienza privata, nell’istante atemporale. Immagino, e capisco, che per lei sia troppo poco.

    Buona domenica

  22. @ Grammann e Abate, “Doch wer wen besiegt, das interessiert auch mich”.
    Perché tra forza che sopraffà e patire c’è resistere. Che è forza nella durata, il femminile nella storia registra la durata più lunga. Il resistere non si scioglie nel solo patire, passa anche all’attacco, come si sa.
    Girolamo Moretti (1879-1963), francescano, iniziatore della scuola italiana di grafologia, proiettava sul segno grafico quattro categorie, attesa, assalto, resistenza, cessione: la forza che sopraffà apparterrebbe all’assalto. E’ una antica impostazione caratterologica, ma giustamente distribuisce la forza a ogni situazione.

  23. @ Buffagni

    Egemone nel mondo «la civiltà occidentale (a guida europea prima, statunitense poi)» lo è stata. Ora non più. Chi ancora sottolinea tale egemonia in calo, trovandola magari «meno peggio» di quel che potrebbe sostituirla, sorvola troppo secondo me sulle sue crepe: le normali e permanenti mostruosità (guerre, repressione sul nascere di rivolte come quelle delle “primavere arabe”, respingimento dei migranti); e ignora o cancella come irrilevanti i segnali balbettanti di un’altra, possibile civiltà: più inclusiva, non oligarchica, come minimo più democratica.
    Questa egemonia certamente «si può abbastanza tranquillamente attribuire in larga parte al salto qualitativo di potenza innescato dalla scienza galileiana e post». Ma manca una precisazione fondamentale: quel salto qualitativo di potenza avrebbe potuto essere più imponente e avvantaggiare l’intera società umana e non solo le sue regioni occidentali, se si fosse riusciti a farlo scorrere entro rapporti sociali non capitalistici. Questa è stata la tragedia della sconfitta del socialismo.
    Tutto è stato frenato, depauperato, messo innanzitutto al servizio dei dominanti. E forse fin dall’emergere della rivoluzione scientifica, se come ricordò l’ormai dimenticato Lukács, dopo una prima fase di vittoriosa critica alla religione, la scienza accettò un primo compromesso paralizzante e si adattò ad amministrare le pratiche della “vita terrena” (una bella fetta di potere) consegnando a teologi e religiosi la secolare amministrazione del sacro, l’esclusiva sull’aldilà (la «realtà in sé»).
    Io mi spiego con questo arresto e altri successivi compromessi il fatto che scientismo e progressismo abbiano poi potuto parassitariamente svilupparsi sul corpo inizialmente vigoroso della scienza come sue escrescenze, ideologiche e astoriche. E anche la ragione per cui il sapere umanistico, che nelle sue punte più alte si sposava bene con il nuovo sapere scientifico, si sia poi troppo spesso ridotto a un ruolo conservatore e nostalgico. O che oggi ci siano tanti tentennamenti tra sguardo umanistico e sguardo scientifico e cresca la diffidenza verso lo stesso pensiero scientifico, che nulla ha a che fare con la sana critica sessantottina verso l’uso capitalistico delle scienze.
    Prima del «salto qualitativo di potenza innescato dalla scienza galileiana e post» c’era una consapevolezza di « come sono fatti gli uomini e il mondo» e invece, dopo la rivoluzione scientifica, «non si capisce un accidente» né degli uomini né del mondo?
    Non è vero. Le scienze ( ma nei loro modi anche le letterature e le filosofie) hanno semplicemente mostrato che gli uomini e il mondo sono fatti in modi più complessi di come li pensavano gli antichi e gli stessi moderni. E hanno aperto un nuovo modo *imprescindibile* di esplorare tale complessità e d’intervenirvi. No, davvero le scienze non si sono limitate a darci « tante cose belle e buone», non hanno occultato o oscurato un sapere precedente più prezioso o valido del sapere scientifico. E sarebbe un grave errore illudersi di tornare ad esso, con la scusa dei limiti evidenti dello scientismo e del progressismo. Il residuo di libertà resiste nelle scomode e probabilistiche scienze, pur azzoppate dalla cavezza capitalistica, ed è irrinunciabile. (Rileggersi «La ginestra» di Leopardi).
    Ho fatto questa tirata, perché ritengo che da un nostro diverso atteggiamento rispetto all’egemonia dell’Occidente e al ruolo (azzoppato per me) delle scienze in una società capitalistica, discendono i tuoi travisamenti su quel che ho scritto in quest’occasione.
    Mai detto che «insomma “noi”, saremmo più mostruosi dei non occidentali o dei preindustriali». O che gli altri – i non-occidentali – siano «povere vittime» e “noi” occidentali «merde infami». Perché inquinare il nostro confronto con queste rozze semplificazioni?
    Io ho voluto sottolineare un punto: fino alla rivoluzione industriale le mostruosità degli occidentali sono comparabili con quelle degli altri (comprese quelle “artigianali” di Pol Pot o Stalin); mentre quelle “di nuovo tipo” venute dopo – per quantità e qualità – sono *per ora* state compiute e continuano ad essere compiute *soprattutto* dagli occidentali.
    Perché «merde infami» per natura? No. Venutisi a trovare – per l’andamento a loro favorevole dei conflitti nella storia, non per qualche DNA particolare – nella posizione egemone dei dominatori, certe mostruosità impensabili (per noi comuni mortali) se le sono tranquillamente permesse. Solo da quella collocazione esse si possono in effetti realizzare. Noi, anche se volessimo, potremmo permetterci l’azione individualistica e gratuita di un Karamazov o di un sartriano Erostrato.
    Se poi, nei conflitti che si produrranno, prenderanno il sopravvento gli altri, oggi sub-dominanti o concorrenti o antagonisti degli occidentali, e se resteranno immutati questi rapporti sociali (capitalistici), i futuri dominanti probabilmente compiranno mostruosità simili o superiori. Tuttavia fra le azioni attuate e quelle probabili o, se proprio vogliamo, *in potenza*, la differenza c’è. E questa che ho voluto sottolineare.
    Possiamo poi anche discettare sulle differenze d’ogni tipo tra occidentali e orientali, tra egemoni d’ieri, di oggi o di domani. Ma a che scopo? Per stabilire i buoni e i cattivi, i feroci e i tolleranti? Per scegliere realisticamente quale padrone servire: Trump o Putin o XI JInping? O barcamenarci come la Madre Courage di Brecht tra i vari prepotenti?

    Malgrado questi tempi bui per chi viene da una certa storia, continuerò a pensare che sono i rapporti sociali capitalistici il vero problema. Se nessuno sarà più in grado di correggerli o cambiarli, le cose belle e buone delle scienze e del rapporto nuovo, che esse permettono di stabilire con il mondo e gli uomini, continueranno ad essere godute dai pochi e dalle loro clientele. E “noi” continueremo a subire guerre. Oppure, impotenti o indifferenti, a vedere morire i migranti – i nostri potenziali «alleati viaggiatori» – nel Mediterraneno o ai confini tra Messico e USA.
    Insisto, infine, a ritenere vano il mea culpa sulle stragi e i genocidi, anche quando fosse sincero, Perché viene a posteriori. Perché quelli che si battono il petto restano appunto intoccabili nella loro posizione dominante. Perché, in circostanze che giudicheranno per loro sfavorevoli, replicheranno con mostruosità simili o superiori alle precedenti che abbiamo conosciuto.
    Al posto dei mea culpa sarebbe rassicurante una bella distribuzione delle ricchezze e dei poteri. Ma da questo orecchio tutti i “meaculpisti” proprio non ci sentono. E me li immagino borbottare tra sé: Vabbè, il mea culpa per le mostruosità occidentali passate glielo possiamo anche concedere (tanto restiamo sul piano del simbolico e il passato è passato), ma a patto che la smettano con le loro lagne o pretese.
    Che, poi non sono affatto tali. Si tratta, infatti, dei nomi caricaturali che anche tu appiccichi a tutte quelle istanze democratiche – vecchie e nuove, nazionali e ora planetarie – che emergono contro il sovranismo nazionalistico trumpiano, orbaniano, salviniano, lepeniano. E non certo «per finalità di compensazione psicologica e/o di propaganda politica», ma perché la storia non è finita e il rimosso torna a galla.

  24. Guarda, Ennio, in breve (perchè in lungo ci vuole un libro): non credo a un mondo in cui è facile essere buoni, non credo che alla fonte di tutti “i veri problemi” ci sia il capitalismo, e quindi non credo neanche che senza capitalismo e senza religione la scienza ci avrebbe condotto in un mondo fantasticamente migliore per tutti.
    Vedo certamente la crisi dell’egemonia USA, e vedo anche la crisi della “civiltà occidentale” nel suo complesso. Secondo me, è sbagliato (understatement) attendersi che dalla crisi della civiltà occidentale risulti “un’altra, possibile civiltà: più inclusiva, non oligarchica, come minimo più democratica”. Semmai è più probabile il contrario, se si guarda alle dimensioni dei Grandi Spazi che confliggono e sempre più confliggeranno tra di loro (la coesione di un Grande Spazio non si ottiene con la destrutturazione delle gerarchie). Va be’, vedremo.

  25. @ gente et redazione

    ma il soggetto, nel passaggio finale, non sono gli scrittori?

    Cmq per il mondiale delle atrocità c’è il penultimo di Steven Pinker, sul declino della violenza, che ridimensionava in proporzione i morti del Novecento. Nella top ten se non ricordo male le prime e la maggior parte delle posizioni erano di guerre e massacri d’estremo oriente, che neanche conosciamo.

  26. SEGNALAZIONE
    Salvini & Macron: la morte a credito

    DI MARIO PEZZELLA
    http://tysm.org/salvini-macron-la-morte-a-credito/
    Stralcio:

    Non stiamo incamminandoci su una strada simile? Non stiamo confermando – col nostro atteggiamento verso l’immigrazione – le peggiori costanti archetipiche della nostra storia? Non stiamo rischiando la più distruttiva delle antinomie: o fascismo o barbarie?
    Una violenza traumatica e profonda accompagna il capitalismo fin dalle sue origini, fin dall’accumulazione originaria, descritta da Marx nel primo libro del Capitale, ove l’autore cita questo passo: «Questi poveri innocenti e derelitti […] andavano incontro ai tormenti più atroci. Venivano prostrati a morte dal lavoro eccessivo […] venivano flagellati, messi in catene e torturati coi metodi di crudeltà più squisitamente raffinati; si davano parecchi casi in cui per mancanza di cibo si riducevano a pelle e ossa, e intanto la frusta li legava al lavoro». Non è la descrizione della vita in un campo nazista; è il trattamento a cui venivano sottoposti migliaia di bambini alla fine del Settecento, all’inizio della rivoluzione industriale1. Molto peggiori erano le condizioni degli oppressi al di là della linea d’amicizia che divideva lo spazio legale europeo dallo spazio colonizzato, dove cessava la vigenza delle leggi ed erano ammessi i genocidi, i massacri, la pirateria e la rapina senza limite. L’oro così guadagnato e le risorse così saccheggiate sono uno dei fondamenti dello sviluppo del capitalismo, assai più della “virtù” o del “risparmio” dei primi calvinistici imprenditori: «Le barbarie e le esecrabili atrocità perpetrate dalle razze che si dicono cristiane in ogni regione del mondo e contro ogni popolo che sono riuscite a sottomettere, non hanno uguale in nessun’altra età della storia del mondo, in nessun’altra razza, per quanto selvaggia e primitiva, violenta e impudente essa sia»2.
    Il prevalere del lavoro mentale o immateriale in Europa non cancella affatto il persistere della violenza traumatica, a livello geopolitico, nella dominazione del capitale. Il progetto attuale del capitale intreccia tempi e luoghi difformi e apparentemente contraddittori: la diffusione delle forze produttive cognitive e immateriali non esclude, e anzi prevede, un feroce sfruttamento “fordista” nelle aree periferiche del mondo e delle nostre stesse metropoli. Non sono ritardi che verranno colmati: lavoro immateriale e schiavismo arcaico sono entrambi funzionali alla sopravvivenza del capitale: «L’accumulazione del capitale si alimenta di ineguaglianze sociali e spaziali necessarie al suo metabolismo»3. Il processo di decolonizzazione politica, dopo la Seconda guerra mondiale, non è riuscito ad alterare profondamente questo stato di cose; le risorse minerarie dei paesi africani restano saldamente in mani europee (come l’oro e l’uranio in Mali, dove la Francia conduce una delle sue guerre “liberatrici”, o il petrolio in Libia, contesa tra italiani e francesi in antagonismo, questo sì, molto concreto).

  27. “L’oro così guadagnato e le risorse così saccheggiate sono uno dei fondamenti dello sviluppo del capitalismo, assai più della “virtù” o del “risparmio” dei primi calvinistici imprenditori”.
    Mi sembra un’affermazione, nella sua seconda parte, priva di fondamento. Fermo restando che imperialismo e capitalismo si sono implementati a vicenda, rimane da spiegare perché il capitalismo è partito e si è sviluppato al nord protestante, che all’inizio non ha sfruttato quelle gran ricchezze coloniali (l’America settentrionale da questo punto di vista era povera) e non ad esempio nella cattolicissima Spagna, nonostante tutto l’oro e l’argento che ha pompato dal Perù.

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