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Letteratura e realtà

Federer fisico e metafisico

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di Andrea Cortellessa

[Inizia oggi, negli impianti di Church Road, la 132a edizione del torneo di Wimbledon. Come da tradizione l’incontro inaugurale – in programma alle 14 sul Campo Centrale – vede opposto il campione in carica Roger Federer al serbo Dušan Lajović ]

Lo devo ammettere. Quando nel 2006 pubblicava le pagine oggi classiche di Roger Federer come esperienza religiosa, anch’io ho pensato che David Foster Wallace l’avesse sparata grossa. Dodici anni dopo, il meno che si possa dire è che il compianto DFW avesse, fra le sue molti doti, anche quella divinatoria. Il “caso” in oggetto, infatti, da un pezzo ha oltrepassato la dimensione del culto pagano, e pacchiano, che il nostro tempo tributa alle icone dell’entertainment sportivo, per fare accesso al culto tout court: quello che non si può non riservare a quanto ecceda la nostra sfera razionale. Lo dice il décor metafisico, accompagnato dalla musica di Interstellar, del promo di Sky in onda nei giorni scorsi nell’attesa ormai dolorosa dell’Evento, il possibile nono successo a Wimbledon, che definitivamente proietterebbe l’Icona in una sfera ultraterrena. Lo dice la posa rinascimentale della copertina che Time gli ha dedicato lo scorso aprile, nell’eleggerlo – con l’endorsement di Bill Gates, che celebra la sua fondazione di beneficenza – fra i 100 «most influential people» del nostro tempo. E lo dice il trattamento che gli riserva Umberto Marino (l’unico nostro drammaturgo che, con titoli come La stazione e Italia-Germania 4 a 3, negli anni Ottanta e Novanta si sia conquistato un’autentica popolarità) nel piacevole monologo Roger, appena pubblicato e qualche giorno fa andato in scena al Sannazaro, per il Napoli Teatro Festival, dopo un’anteprima all’Argot di Roma. Il bravo Emilio Solfrizzi vi interpreta un tennista professionista sì, ma irrimediabilmente umiliato – trafelato, balbettante, impataccato – dal confronto con un Avversario che eccede, appunto, la dimensione umana. Paragonando se stesso a Giobbe in lotta con l’angelo, il Numero Due (primo degli umani, cioè) comprende alla fine che «lui, quell’altro, è Dio. O Roger. Fa lo stesso». Un Deus absconditus che si sottrae ai suoi fedeli come il Godot di Beckett (non mancano le banane, a evocare più Krapp di Michael Chang…); ma Marino sa come appartenga a questo sport, in generale, una dimensione metafisica («il tennis è fatto di attacchi verso il punto dove l’avversario non è. Non è il pugilato, in cui si attacca verso l’avversario»).

Ed è una felice intuizione, questa di Marino, perché c’è davvro nel tennis una dimensione teatrale, sinora sfuggita ai suoi colleghi (ma non – ho scoperto il giorno stesso in cui andavo all’Argot consultando, com’è mia norma, il più informato sito specializzato nella nostra lingua, Ubitennis – ai cultori dello psicodramma: nell’accezione tecnica di questo termine). Il fatto è che in pochi altri sport come questo il tempo non è una dimensione lineare, uniforme: si espande e si restringe, a seconda delle situazioni di gioco, perché non uniforme vi è il punteggio (un dettaglio sul quale il testo di Marino, non a caso, si sofferma a lungo). Ci sono individuate azioni, gestualità, situazioni appunto, dalle quali dipende un’intera partita – e dunque, in certi casi, un’intera carriera, un’intera esistenza, parte non esigua dell’immaginario collettivo. Se John McEnroe non avesse incredibilmente messo in corridoio una per lui elementare volée di diritto alta, nel terzo set della finale del Roland Garros 1984 poi persa contro Ivan Lendl, sono convinto che non solo la mia vita emotiva a venire sarebbe stata un’altra (stavo per compiere sedici anni, quel pomeriggio). Di qui l’attenzione spasmodica, snervante che è richiesta ai giocatori in campo (e, in misura tanto minore ovviamente, a chi ne segua le gesta); di qui l’enfasi appunto teatrale sui turning points (come quello celebrato dal Woody Allen di Match Point, colle vite dei personaggi che dipendono da quale lato della rete ricada la palla che danza sul net); di qui lo stress nervoso, molto più che fisico, che quasi sempre decide l’esito dei match; che brucia le carriere degli astri più fulgidi in una manciata di anni luminosi; che rende appunto la longevità di Federer (nonché, devo aggiungere a denti stretti, quella della sua nemesi Nadal) qualcosa di stupefacente. (L’unico precedente che conosca, al testo di Marino, è Jeux, il poème dansé composto da Claude Debussy nel 1912 per i Ballets Russes di Diaghilev; ma l’immaginario in quel caso faceva appello piuttosto alla metafisica erotica, del tennis – argomento che non è dato sviluppare in questa sede.)

Come in ogni Culto, c’è in quello per Roger Federer un quanto di Mistero. Nel 2006 solo un veggente come Foster Wallace poteva intuire in quell’allora 25enne l’alloghenes gnostico, «una creatura dal corpo che è insieme di carne e, in qualche modo, di luce». A proiettarlo in questa dimensione non sono i suoi record, come quello – in termini sportivi davvero formidabile – raggiunto lo scorso febbraio a Rotterdam riconquistando a 36 anni, quando tutti i suoi coetanei si sono ritirati da un pezzo, il numero Uno della classifica ATP; e neppure, forse, la qualità estetica del suo gioco (quella che lo fa considerare, come ha fatto J.M. Coetzee, un’«opera d’arte»). Bensì il suo incarnare un Archetipo. Già due anni prima dell’exploit di DFW, al secondo degli otto Wimbledon conquistati, un avversario brocco ma intelligente, Andy Roddick (che a Wimbledon alla fine ci perderà tre finali, una delle quali 16-14 al quinto set…), aveva intuito che c’era «ormai un’aura attorno a lui»; proprio in quel 2004, a 23 anni, gli veniva dedicata la prima biografia.

L’ultima e più completa, pubblicata poco prima del miracolo di Rotterdam, è quella del bravissimo cronista della Stampa e commentatore di Eurosport, Stefano Semeraro. Conosco l’autore da quasi vent’anni, da ben prima cioè di scoprire che nutrissimo la stessa ossessione incurabile: era fra i poeti che animavano la bella rivista bolognese Versodove (pubblicata tuttora, con periodicità irregolare e sempre inappuntabile confezione, da Pendragon). Con polemica implicita (ma esplicita nel prefatore, il grande Gianni Clerici) nei confronti delle vertiginose exphrasis di Foster Wallace, Semeraro prende però il partito di “tradurre in prosa” Federer. Il suo libro dunque ne segue la carriera passo passo, si può dire settimana per settimana (riservando i propri estri pindarici, semmai, ai cameo dedicati ai Rivali, come il quasi altrettanto ieratico Juan Martin del Potro: il cui diritto è «come una caterva d’aria che si sposta»). Ma è proprio in virtù di questa epoché che consegna, a noi testardi evemeristi, indizi preziosi per sondare il Mistero Federer.

Descrive benissimo per esempio, Semeraro, la Dialettica del Controllo (per citare un notevole saggio recente, pubblicato l’anno scorso da Castelvecchi, del filosofo Stefano Velotti) che ha fatto, del talentuoso ma isterico frantumaracchette di Basilea, la Statua di Se Stesso che a Marino evoca un’insondabilità da Gioconda. Definisce «dogane psicologiche» quelle che scandiscono un percorso che «si chiama crescere»: la madre Lynette che gli ripete come un mantra «controllati, Roger», il padre Robert che un giorno, di ritorno da un torneo giovanile, ferma l’auto, trascina fuori il figlio, sfebbra quella testa calda strofinandola sulla neve al ciglio della strada (un dettaglio che, c’è da scommettere, deve aver salato l’immaginazione all’autore di Due inverni). L’Archetipo Roger è l’Apollineo che serba, segreta, la memoria del Dionisiaco vinto in se stesso. Lo diceva uno che se ne intendeva, Paul Valéry: ogni Classico è il superamento di un Romantico. Semeraro descrive l’inquietudine delle «maree interiori sotto l’eleganza dei gesti»: così ripetendo, alla lettera, la definizione che del classico dava Winckelmann. Del classicismo Federer ha anche la normatività: una volta il suo più grande predecessore, Rod Laver, ha detto non la banalità che nessuno ha mai giocato bene come lui, bensì una cosa più precisa, tanto antipatica quanto inoppugnabile: «Federer gioca a tennis nel modo in cui il tennis deve essere giocato».

Sempre più, man mano che passa il tempo – la dimensione che nega, cioè –, si manifesta il «classicismo» celebrato in Federer da un altro filosofo, Andé Scala. La sua inattualità, l’illusione di eternità che ci consegna: la sua «estetica della grazia» contrapposta a quella «dell’espressività» del dionisiaco Nadal. Quella che lo rende «una scultura di sé». Già nel 2009 ammetteva Federer di «giocare contro le generazioni future»: inevitabile dunque che si sottragga all’umana contingenza impersonata dal numero Due di Umberto Marino. Il paradosso lo enuncia Claudio Mezzadri: «il futuro del tennis oggi si chiama Federer». Pensare al momento razionalmente prossimo del suo ritiro, pensarlo davvero, è impossibile come pensare al momento della nostra morte.

L’immobilità trascendentale, eleatica, incarnata da Roger pare estranea, in effetti, alla dimensione teatrale – o, più nello specifico, alla contingenza, all’ananche temporale del tragico. Ma proprio per questo, trascendendola, la esalta. Nel suo saggio su Federer, per molti versi discutibile ma pieno di idee, André Scala recupera opportunamente la celebre lettera sugli spettacoli, scritta da Cartesio alla principessa Elisabetta di Bosnia, nella quale il filosofo paragona appunto a quello di assistere al jeu de paume il piacere che prova lo spettatore a teatro; in entrambi i casi c’è qualcosa di lievemente sadico nel trarre piacere dalla fatica, dalla sofferenza, dall’agonismo degli attori sulla scena: «il motivo di questo piacere, dice Cartesio, è che il gioco fa sì che lo spirito prenda coscienza della forza, dell’abilità e della perfezione del corpo». Ma il vero campione – non dello sport, bensì della sua metafisica – è colui che trascende questa dimensione, trasformandosi nell’impassibile spettatore di se stesso. Non lo ricorda Scala, ma Cartesio scriveva queste parole senz’altro memore di un altro suo celebre appunto, risalente a tanto tempo addietro: «come gli attori, accorti a non fare apparire l’imbarazzo sul volto, vestono la maschera, così io, sul punto di calcare la scena del mondo, dove sinora sono stato spettatore, avanzo mascherato (larvatus prodeo)». Così il tennis si fa non semplicemente metafora, ma immagine assoluta dell’esistenza. Guardare Federer giocare è oggi qualcosa di struggente perché, come scrive Semeraro, ci consegna l’illusione «che la vita possa essere un eterno pomeriggio soleggiato».

Stefano Semeraro, Il codice Federer, prefazione di Gianni Clerici, statistiche di Luca Marianantoni, Pendragon, pagg. 333, € 18; Umberto Marino, Roger, prefazione di Stefano Meloccaro, postfazione di Stefano Pescosolido, MdS, pagg. 94, € 12. Altri testi citati: David Foster Wallace, Il tennis come esperienza religiosa, traduzione di Giovanna Granato, Einaudi Stile Libero, 2012; Stefano Velotti, Dialettica del controllo. Limiti della sorveglianza e pratiche artistiche, Castelvecchi, 2017; André Scala, I silenzi di Federer, traduzione di Alessandro Giarda, O barra O, 2012.

[Una versione più breve di questo articolo è uscita il 1 luglio sul «Sole 24 ore»].

[Immagine: Roger Federer].

9 commenti

  1. articolo molto interessante.
    (in lotta con l’Angelo c’è Giacobbe,non Giobbe)

  2. “ 14 maggio 1987 – Il tennis in tv. Più di vent’anni fa. Penombra frescura. Freserleverfreserlever. Dolcissima accidia. Senza nemmeno il colore. “.

  3. oops! grazie molte a Jenny Catullo

  4. a mia parzialissima discolpa, ho verificato che la svista è già nel testo di Marino (a p. 83)

  5. federer, da federn molleggiare (sulle ginocchia: in den knien federn), il molleggiante.
    (kierkegaard, la ripetizione, bur 2001, su giobbe il molleggiante)

  6. ciao DB,
    dunque si potrebbe dire anche «il molleggiato»?

  7. c’è già adriano…

    in realtà la desinenza in -er indica il professionista (letteralmente il molleggiatore, sottinteso l’automolleggiatore – come dicesi ad es. del tappezziere), mentre il molleggiato (p.p.p.) sottintende un mero dono di natura (la natura lo rese molleggiato).

    il molleggiato è ingenuo
    il molleggiatore è sentimentale

    (così almeno secondo schiller, l’intorbidatore)

  8. Match-point: “ Senza data [1981] – nononèincorridoiochesplendidavolée / hai detto qualche cosa mi era parso / fammi un caffé che caldo che ora è. “.

  9. Grazie mille. Anché dopo Anderson. Princesse Elisabeth de Bohême (mi sembra).

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