di Pierluigi Pellini

[Questo articolo è uscito su “Alias”].

Nel ricorrente, e in anni recenti un po’ stracco, dibattito sull’identità europea, e sull’esistenza di una letteratura del vecchio Continente capace di nutrire un immaginario condiviso, non di rado viene evocata, come possibile modello positivo, la cosiddetta Repubblica delle Lettere: una comunità sovranazionale di scrittori e filosofi, collezionisti e filologi, che dal Cinquecento di Erasmo al Settecento degli Illuministi ha coltivato la dotta urbanità del dialogo erudito, a dispetto delle guerre innumerevoli (religiose e no) che in quei tre secoli hanno insanguinato quasi ogni angolo di terra, fra l’Atlantico e gli Urali. Grandi epistolografi in lingua franca (latino e poi francese), i membri di questa comunità extraterritoriale si scambiavano idee e aggiornamenti scientifico-culturali, e così tenevano in vita un ideale di universalismo del sapere e di pax litteraria (meno irenica, in realtà, di quanto spesso si pensi), prima che le rivoluzioni di classe e i nazionalismi ottocenteschi accentuassero divisioni e contrapposizioni anche nelle élite colte, costringendo i savants a prendere partito, a rinunciare al privilegio aristocratico di un sapere super partes, insomma a diventare, con neologismo affermatosi durante l’affaire Dreyfus, ‘intellettuali’: più o meno organici, più o meno impegnati, ma in ogni caso consapevoli del fatto che nessuna conoscenza è neutrale, nessun valore di cultura privo di rapporti con la politica, l’economia, la storia.

Proprio il rifiuto di questa consapevolezza novecentesca è il centro intorno al quale gravitano i saggi – di argomento in realtà disparato: le forme della conversazione nell’Europa delle Corti, la nascita delle Accademie, l’epistolografia umanistica, il genere letterario delle Vite – raccolti nell’ultimo libro di Marc Fumaroli, La Repubblica delle lettere, uscito in Francia nel 2015 e ora tradotto da Adelphi (pp. 464, euro 32). Duplice è infatti lo scopo della nostalgica rievocazione della comunità dei dotti d’ancien régime, «permanente concilio degli spiriti» e «cittadinanza ideale» astratta dai conflitti della storia: da un lato il richiamo ai valori condivisi di una tradizione umanistica che ha consentito il dialogo oltre le differenze di religione e nazione, e ancora oggi può costituire un punto di riferimento per i processi di integrazione europea; dall’altro l’affermazione militante dell’«unità dell’Europa cristiana» e classicista, sulla scia di una tradizione di pensiero nobilmente reazionario (da Novalis a Valéry). Non senza una rivendicazione snobistica dei privilegi del letterato puro, avulso da ogni compromissione con l’engagement politico.

Nulla di sorprendente, per chi conosca i precedenti libri di Fumaroli. Del resto, essere cattolico e reazionario è legittimo, soprattutto se non impedisce di scrivere volumi importanti sul grand siècle francese, come L’età dell’eloquenza (1980), e su Chateaubriand (2003), o un pamphlet non privo di provocatoria intelligenza contro l’interventismo dei poteri pubblici francesi in materia di creazione artistica (Lo stato culturale, 1991). Meno legittimo pare invece addebitare all’invenzione della stampa le guerre di religione del Cinquecento (colpa del libero esame delle Scritture, giacché la cattolica ignoranza avrebbe garantito la pace); o postulare un’improbabile comunanza d’intenti fra Repubblica delle Lettere e Curia, o addirittura, per la proprietà transitiva, fra Galileo e i suoi censori; e perfino convertire la filologia, con toni da apologetica parrocchiale, in «leale sottomissione dello spirito umano al suo creatore»; o, ancora, individuare, contro ogni evidenza storica, nel potere di «un’élite culturale e morale» il migliore antidoto contro «le passioni e le violenze» del volgo.

Ancor meno legittimo è ignorare – o fingere di ignorare, con superciliosa nonchalance – la più elementare deontologia della ricerca storica: in cui il caso singolo può diventare emblematico solo se è indizio, o sineddoche, di fenomeni più ampi; mentre in tutto il libro Fumaroli non soltanto pretende di fare storia delle élite prescindendo completamente dai dati quantitativi e dalle condizioni materiali dell’attività intellettuale (riesce a non citare nemmeno una volta Lucien Goldmann), ma procede come quei laureandi che, innamorati del proprio microscopico argomento di tesi, cercano goffamente di promuoverlo a emblema universale. Così, per fare due esempi, un mediocre collezionista e epistolografo di primo Seicento, Nicolas-Claude Fabri de Peiresc, assurge al ruolo di Principe della Repubblica delle Lettere; e i vieti stereotipi sui caratteri dei diversi popoli europei, propalati nel Seicento da John Barclay e, in modi poco meno grossolani, nel primo Novecento da Hermann von Keyserling, sono proposti come preziosi contributi ancora d’attualità. Sprezzante con i suoi avversari di sempre – la sociologia marxista, la storiografia delle «Annales» (che la non impeccabile traduttrice, Laura Frausin Marino, declina al maschile) –, Fumaroli è ditirambico con i suoi maestri, tanto da fare di due onesti eruditi di vecchia scuola sorbonarda, René Pintard e Paul Dibon, gli ideali antagonisti di Pierre Bourdieu, a sua volta mai citato, ma costante bersaglio polemico implicito di un libro la cui impostazione di fondo, di là dai contenuti più o meno interessanti, più o meno marginali, dei singoli saggi, consiste precisamente in questo: nell’esaltare l’erudizione e l’impressionismo salottiero contro il metodo, lo snobismo contro l’analisi materialista dei rapporti di forza e dei privilegi sociali.

L’affinità elettiva di un editore dichiaratamente snob (Roberto Calasso, di cui Fumaroli incensa un «mirabile saggio») ha portato questo tomo inutile nelle librerie italiane; la deferenza dei recensori gli garantirà un qualche successo commerciale. Intanto si discorre da trent’anni, e di recente anche su queste colonne, di crisi della critica; mentre chi scrive ha letto di recente, per dovere d’ufficio (concorso di abilitazione), libri molto belli di autori trentenni, pubblicati da minimi stampatori come Aguaplano o Fiorini. Senza indulgere a retoriche farlocche (TQ, rottamazioni), sarà lecito auspicare che, per cercare un’uscita dalla crisi, la grande editoria conceda spazio a qualche giovane, anziché dar fiato ai tromboni del 1932.

6 thoughts on “Erudizione snob

  1. “ Sabato 11 settembre 1999 – Quando la ragazza usa quella parola – che ho sentito usare mille volte -, la parola « trombone », anche stavolta non dico niente, però stavolta penso che dopotutto un « trombone » è solo una specie di tromba, qualcosa che produce un suono, uno strumento per fare musica. Penso anche che se a lei questa – « la »? – musica non piace io non ci posso – e non ci voglio – fare niente. (La ragazza diceva a me) “.

  2. Bellissimo articolo: contro il chiacchiericcio e i tromboni, il metodo, anche declinato in poche e pungenti disanime è sempre efficace. E in fondo è anche molto più rispettoso dell’eredità intellettuale di quella Repubblica delle Lettere che viene tirata per la giacchetta da Fumaroli.

    Ma ancora più importante: qualcuno sa a quali testi fa riferimento Pellini alla fine dell’articolo? Alludo ai “libri molto belli di autori trentenni” pubblicati da Aguaplano o Fiorini!
    Ché c’è bisogno di far pubblicità a chi lo merita!

  3. “Poesia, pittura, musica, teatro, danza, tutte le arti maggiori e minori, la miniatura, l’incisione, l’editoria, la poesia figurata, sono per Fumaroli funzioni complementari, che appartengono alla stessa famiglia e possono presentare la loro tessera, per così dire, a uno stesso club, a una società transtorica e trascendente, una stanza separata, religiosa e monastica – la letteratura – intravista per la prima volta da Petrarca nel De vita solitaria. Questa stanza può essere un paesaggio pastorale, un bosco, un giardino, una biblioteca, una galleria. Due cime vi si fronteggiano, il Golgota e il Parnaso. Vi scompaiono le divisioni troppo pronunciate tra sacro e profano. Un luogo di meditazione – la scuola del silenzio – che nasce nel Medioevo e si prolunga fino all’Ottocento […]”.

    Cesare Garboli, “E se le migliori idee fossero già vecchie?” La Repubblica 23 febbraio 1996 – poi in Cesare Garboli, Pianura proibita, Milano 2001 p. 122

  4. “…un mediocre collezionista e epistolografo di primo Seicento,
    Claude-Nicolas Fabbri [sic] de Peiresc…”P. Pellini

    “Pourquoi se souvenir de Claude-Nicolas Fabbri de Peiresc (1580-1637) ?
    Il n’a pas laissé d’œuvre à proprement parler et son renom d’antiquaire, sa fidélité à la Provence et son catholicisme ne lui valurent pas l’estime des hommes des Lumières, ses successeurs.
    De lui ne nous restent qu’une correspondance démesurée et une renommée qui fut immense en Europe, dans ce qu’on appelait alors la République des Lettres. Pourtant, apprendre qui fut Peiresc, c’est découvrir le plus grand humaniste français, c’est observer sur le vif la construction, entre Renaissance et Modernité, d’un espace européen des idées, du savoir et des arts.
    Au cœur de l’Europe savante, Peiresc s’intéresse au Nord comme au Sud, à la topographie de la lune autant qu’aux camées et aux pierres, aux langues orientales comme au breton, aux traces présumées de géants comme à l’apprivoisement des chats persans ou à l’observation des caméléons.
    Astronome réputé, mais aussi archéologue, égyptologue, botaniste, zoologue, ami de Galilée et de Rubens, il correspondit depuis Aix-en-Provence avec toute l’Europe, conseilla le roi de France et le pape, reçut, discuta et diffusa les théories, les connaissances et les arts, et défendit l’idée qu’aucun savoir, qu’il concerne la nature ou l’histoire, n’était inutile ou superflu.”

    Peter N. Miller. L’Europe de Peiresc. Albin Michel, Paris 2015 [risvolto di copertina]

  5. Nicolas-Claude, non Claude-Nicolas
    Fabri, con una b sola, non Fabbri

    Gli editori, di mestiere, vendono libri: difficile che scrivano sulla quarta di copertina “questo libro è dedicato a un personaggio minore, mediocre, noioso”.

    Naturalmente la Correspondance di Peiresc è preziosissima e interessantissima per gli storici della cultura, se studiata appunto con metodo storico; altra cosa è l’apologetica (di qualsiasi colore: non solo quella catto-reazionaria di Fumaroli, cui evidentemente non mancano gli adepti).

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