di Max Frisch

[È appena uscito, per Meltemi editore, Attenzione: la Svizzera. Una proposta d’azione di Max Frisch, un pamphlet in cui lo scrittore elvetico prende di mira alcuni aspetti della mentalità della sua nazione. Ne pubblichiamo il capitolo 3, intitolato Viviamo in maniera provvisoria, ringraziando l’editore]

Se prendiamo in considerazione un qualsiasi ambito che potrebbe rivelare quale spirito ci contraddistingue – ad esempio l’urbanistica svizzera –, nessuno potrà affermare che la questione vitale, la questione relativa a quale aspetto debba avere la Svizzera di domani o anche soltanto di oggi, sia stata risolta. Anzi, al cospetto di una simile domanda ci troviamo quasi impotenti. L’urbanistica non è l’unico problema, sicuramente no. Ma limitiamoci all’urbanistica. È un problema più evidente di altri. Ed è un problema di carattere generale: ogni svizzero deve avere un’abitazione, ogni svizzero deve andare al lavoro, a piedi o con un mezzo, ogni svizzero è mortale e quindi nutre il desiderio di non essere investito, e inoltre non vorrebbe trascorrere un’ora al giorno in mezzo al traffi co bloccato. Vorrebbe vivere, e precisamente vivere come gli piace, vivere una vita che gli sembri degna di essere vissuta. In altre parole: vorrebbe una città che corrisponda alla sua forma di vita – e una simile città c’è sempre meno.

Anzitutto, l’enorme aumento del traffico stradale non è un tratto tipico dell’essenza del nostro paese. Si tratta di un fenomeno internazionale. C’è da chiedersi quali soluzioni si cercano nei vari paesi. Le soluzioni americane, ad esempio, ci aiutano solo parzialmente, perché noi viviamo in vecchie città che vennero create molto prima dell’avvento dei motori. E noi non vogliamo abbandonare e demolire queste città che appartengono alla nostra essenza storica. Il che significherebbe: noi rinunciamo alla nostra indipendenza, diventiamo il vassallo di una forma di vita altrui…

 Nei dieci anni del dopoguerra, il numero dei nostri autoveicoli si è moltiplicato. Il sistema stradale, invece, in quanto sistema, è rimasto quello vecchio. Qua e là sorge una nuova strada extraurbana che alleggerisce un po’ il traffico, e dappertutto, con un ingente dispendio di denaro, si allarga, si perfeziona, si rattoppa. Ecco: si rattoppa, perché rimane il vecchio sistema, condizionato dalle nostre città storiche. L’esempio è banale, ma è un tratto caratteristico del nostro odierno modo di vivere: il contenuto cambia e si accresce, ma noi non gli troviamo nessuna forma adeguata, una forma che sia appropriata e soddisfacente. Ogni epoca, a partire dagli abitanti delle palafi tte, ha costruito le case e le città in relazione ai mezzi e alle esigenze. Noi soltanto non lo abbiamo fatto. Perché non l’abbiamo fatto? I nostri mezzi sono più grandi che mai, è indiscutibile. E noi, nelle nostre città, ci sentiamo peggio che mai.

È un discorso che vale anche per le abitazioni. Anno dopo anno vengono costruiti insediamenti, ma noi per la maggior parte preferiamo non abitare in uno di questi odierni insediamenti. I nostri intellettuali cercano abitazioni nella città vecchia per sentirsi a proprio agio. Si tratta di persone che vivono nella scienza di oggi, nella fi losofi a di oggi, nell’arte di oggi – ma non nell’abitazione di oggi, perché si tratta di un’abitazione che certo è di oggi ma non è attuale. Agli uomini di oggi non offre nessuna forma di vita. Nella sua espressione è talmente morta che al confronto perfi no l’antiquariato risulta più vitale.

Cosa manca?

Purtroppo non manca il denaro. Purtroppo, perché sarebbe la scusa migliore. Ci troviamo addirittura in una situazione che gli esperti di finanza definiscono invasione di capitali. Il capitale a disposizione non viene utilizzato per costruire, ma viene piuttosto accumulato; l’energia a disposizione non si traduce in prestazioni pratiche, ma nella paura della perdita; il sapere a disposizione non trova alcun utilizzo e alcuna possibilità.

Cosa manca: non mancano grandi compiti, non manca il denaro, non mancano gli uomini (svizzeri) e le menti che già da tempo hanno riflettuto su queste cose e hanno delle proposte… Manca soltanto l’azione.

Si sa molto bene, ad esempio, che le nostre venerande città vecchie non possono essere ritoccate in maniera soddisfacente. Si tratta di una quadratura del cerchio della quale le nostre amministrazioni edilizie si occupano anno dopo anno. Si sa che, in base alla legge edilizia, su strade allargate sorgono edifici più alti e il traffi co non ne risulta alleggerito; si sa che le nostre città vecchie possono essere alleggerite e alla lunga salvate soltanto nella misura in cui le si aggira e si costruiscono nuove città. Si sanno molte cose. Si conoscono (perché li si vede coi propri occhi) i pericoli legati alla crescita in superficie delle nostre città, ad esempio la terribile erosione di tutti i villaggi circostanti. Lo si sa, e ci si rassegna…

Manca l’azione. Il che non significa che il popolo svizzero se ne stia con le mani in mano. Il popolo svizzero è laborioso e capace. Anche i suoi funzionari, per la gran parte, sono laboriosi e capaci. E si ha l’impressione che molto venga intrapreso: si costruisce dappertutto, qui un sottopassaggio, lì un ponte davvero ben fatto. Ma noi non ci facciamo ingannare. In verità, e cioè nella direzione della soluzione di fondo, non succede nulla.

Oppure dobbiamo considerare un’azione il fatto che i catasti immobiliari delle nostre città (sempre che non si lascino sfuggire l’opportunità) agiscano in maniera lungimirante nell’ambito della politica fondiaria, comprando terra, terra e poi ancora terra – fino a quando ci sarà ancora terra! – non diversamente dagli speculatori privati?

Manca l’azione. Il che significa: noi lavoriamo, ma lavoriamo nel segno della rassegnazione. Facciamo precisamente ciò che è possibile, ma non cambiamo nulla. Ci pieghiamo ai rischi della trasformazione senza nemmeno avviare un mutamento del nostro pensiero, che ci permetterebbe di essere all’altezza della trasformazione stessa. Lavoriamo perfino in maniera eccessiva, ma col lavoro in quanto tale non si conclude nulla. Non si va da nessuna parte senza l’azione, senza un mutamento del nostro pensiero. E siccome manca l’azione, ci si dedica alla carriera personale. La Svizzera come un tutto, a quanto pare, non è più un compito; la Svizzera si accontenta di compromessi, di soluzioni provvisorie a buon mercato, di improvvisazione senza futuro, andando avanti di precarietà in precarietà.

Tra l’altro, perché non abbiamo una critica dell’architettura? Perché? Ogni altra forma di produzione, musica, pittura, scultura o letteratura, è soggetta a una critica da parte dell’opinione pubblica. Non, però, l’architettura, per quanto si tratti di una faccenda pubblica di primaria importanza. Per poter operare una critica costruttiva, bisogna possedere un po’ di competenza in materia. La Svizzera possiede un grandissimo numero di architetti dotati di talento e vitalità: perché tacciono come critici al cospetto dell’opinione pubblica? L’opinione pubblica è impotente, non sa a partire da quali punti di vista giudicare l’architettura, eppure non può fare a meno di sborsare milioni su milioni, perché ovviamente abbiamo bisogno di edifici scolastici, ponti, ospedali e così via. Perché non c’è una seria critica all’architettura nel senso del confronto? Se uno dovesse tentare, un architetto – nella sua città non costruirebbe più molto, ma avrebbe tempo per pensare quanto sia pericoloso per una città non avere una critica dell’architettura che sia vitale. Ma un autentico architetto vuole e deve costruire. E quindi se ne stia zitto!

La rassegnazione viene considerata saggezza democratica. E così le nostre città proliferano a casaccio, simili a un’ulcera, ma in maniera molto igienica. Si viaggia mezz’ora a bordo di un filobus tirato a lucido ed ecco la sorpresa: le nostre città si ingrandiscono senza sosta, è vero, ma senza assolutamente dare nell’occhio. Si va semplicemente avanti, in modo seriale, nella stessa maniera in cui si ingrandisce un allevamento di conigli. Si continua a viaggiare, ed ecco che appare fino a che punto il Mittelland svizzero, l’altopiano, abbia smesso di essere un paesaggio. Non è città, ma nemmeno villaggio. È una sciagura, ed è l’opera della nostra generazione, che è stata travolta dallo sviluppo industriale peggio ancora di quanto siano stati travolti i nostri nonni. La differenza consiste nel fatto che la nostra generazione, in considerazione dell’eredità lasciata dai nonni, è pervenuta a un’idea della pianificazione del territorio e possiede perfino una simile pianificazione. Lavora sulla base di cospicue conoscenze, con molta buona volontà, e salva quanto c’è da salvare, però non pianifica, perché le mancano le basi legali. Ed ecco quindi che il paese continua a ricoprirsi di edifici industriali e insediamenti, come se avessimo a disposizione sufficiente spazio per cavarcela senza pianificazione. Accanto all’espansione delle città ce n’è anche un’altra, una cosiddetta urbanizzazione secondaria. Le industrie si spostano nelle zone rurali, dove trovano forza lavoro a prezzi più bassi e pagano meno tasse: una grande parte della popolazione del paese al giorno d’oggi è impiegata nell’industria, ma non per questo si è inurbata. Lo stesso quadro, una volta ancora: i fatti sono cambiati, senza che si sia nemmeno intrapreso il tentativo di conferire ai fatti stessi un’espressione vitale e una forma consona, una forma propria e quindi nuova.

Per evitare fraintendimenti: qui non stiamo scrivendo una brossura sull’urbanistica. Sappiamo che la Svizzera non ha aspettato noi tre redattori della brossura per farsi insegnare i rudimenti di urbanistica. Citiamo questioni di urbanistica come esempi noti, nient’altro.

Il problema è sociologico. Negli ultimi anni (dopo la guerra) il nostro popolo è cambiato. Il dopoguerra ha portato fortuna e miseria, nel senso che ha portato benessere e strettezza. Siamo sempre più ammassati, e si ha l’impressione che non abbiamo a disposizione la facoltà immaginativa oppure una provvista di modelli svizzeri per arrangiarci in questa nuova situazione – e non arrangiarci in un modo qualsiasi, ma nel senso di un’idea, nel senso di una forma di vita confederata. Viviamo in maniera provvisoria: in qualche modo…

Lo svizzero comincia a essere conosciuto in ambito internazionale come la fi gura del nuovo ricco. Il che non è privo di fondamenti. La nostra ricchezza (come nazione) non ha prodotto alcuna resa corrispondente. Perdiamo semplicemente la forma di vita degli antenati, forzatamente, e la mummifichiamo nelle feste. L’elveticità diventa un costume che viene curato in quanto costume. È in questa direzione che vanno ad esempio le Sechseläuten, la tradizionale festa di primavera a Zurigo: una volta all’anno si estrae dalla cassapanca la propria forma di vita confederata e si monta in sella per cavalcare attraverso la città natale, e in quel giorno il traffico e l’epoca moderna sono bloccati, perché non abbiamo una forma di vita per l’epoca moderna. È una cosa che si rivela quasi a ogni incontro tra svizzeri e stranieri: lo svizzero è semplicemente scostante, per mostrare la propria indipendenza, oppure adopera uno zelo imbarazzante per mostrarsi cortese, per dare un’impressione da uomo di mondo, per non dire da dozzinale uomo di mondo. E proprio in questo modo fornisce un’impressione di insicurezza. In effetti è insicuro e ha perfino ragione di esserlo – non abbiamo più una forma di vita svizzera, non abbiamo una forma di vita che sia entrambe le cose, moderna e svizzera. È proprio il ceto sociale che nel nostro paese è dominante, perché possiede il denaro, a essere in un’evidente situazione di imbarazzo: i membri di questo ceto sociale non sanno come arrangiarsi. Qualsiasi stile di vita legato alla patria, alla Heimat, per quanto menzognero, gli andava bene. Adesso c’è un’altra moda, adesso tentano di essere più americani… Lo sono già oggi, vassalli di una forma di vita estranea, lo sono già perfino nella parlata. Comprensibilmente, perché dove troverebbero una rappresentazione corrente della forma di vita svizzera?

Viviamo in maniera provvisoria, vale a dire senza progetti per il futuro. I nostri partiti politici sono passivi. Ormai si occupano soltanto del presente, delle legislature e delle prossime elezioni. Ecco quindi che considerano il presente in tutto e per tutto come un dato di fatto, con l’unico scopo di ritagliarsi uno spazio il più possibile vantaggioso all’interno di questo dato di fatto. Sono privi della grandezza di una volontà formatrice, e quindi sono talmente noiosi che i giovani non ne parlano. La nostra politica non è realizzazione, ma piuttosto amministrazione, lontanissima dal pianificare un altro futuro a partire dai dati di fatto del presente. Perché mai il futuro dovrebbe essere diverso? E invece sarà diverso, senza il nostro contributo: contro di noi. Come detto, non è un caso che la Svizzera abbia sempre una segreta paura nei confronti del futuro. Viviamo senza un progetto, senza un abbozzo di un futuro svizzero.

Come segnale d’allarme, basterebbe valutare cosa perde la Svizzera ogni anno quanto ai giovani. Cosa perde a causa della rassegnazione, dell’emigrazione, che non dev’essere necessariamente un’emigrazione oltreoceano ma può essere anche l’emigrazione nel primo lavoro che capita. È molto comodo affondare il cucchiaio nella minestra della congiuntura! Eppure, quando avevano vent’anni, queste persone chiedevano un progetto che le entusiasmasse, e anche oggi sarebbero felici se la Svizzera, la loro patria, la loro Heimat, appartenesse al mondo, se prendesse parte al grande confronto con realizzazioni, con progetti, mettendosi in gioco. Ma non è così, loro aspettano, fi no a quando un bel giorno si rassegnano oppure emigrano.

Vogliamo nuovamente uno scopo!

 Per dirlo in forma di negazione: non vogliamo essere amministrati dall’immobilismo di coloro che respingono come utopia tutto quanto non è ancora stato realizzato, e si spingono ad affermare che questo è il modo svizzero di pensare. Nel caso avessero ragione, allora questo paese non dovrebbe aspettarsi da noi nessun amore, nessuno sforzo e nessuna difesa.

Non vogliamo la Svizzera come museo, come stazione climatica europea, come casa di riposo per anziani, come custode dei valichi, come cassaforte, come punto d’incontro dei bottegai e dei delatori, come idillio. Vogliamo invece che la Svizzera sia una nazione piccola ma attiva, che appartiene al mondo. Non vogliamo avere un senso d’inferiorità svizzero e una megalomania svizzera. Vogliamo piuttosto una Svizzera che abbia il coraggio di guardarsi in volto, una Svizzera che non abbia timore del cambiamento, una Svizzera che cerchi di realizzare la propria idea sui problemi di oggi e coi mezzi di oggi.

– il che non succederà senza discussioni, certo che no. Dovremo discutere su ciò che intendiamo come idea confederata, su ciò che riconosciamo o meno come confederato nell’attuale situazione. Questa discussione non ci indebolirà, ma anzi ci rafforzerà. Perché infi ne sarebbe nuovamente un dibattito sull’essenziale, e risulterà quanto spirito vitale sia ancora presente. Oppure siamo già una mummia che è meglio non toccare?

 Vogliamo la Svizzera come scopo.


[Immagine: Saype, Un grand homme (Leysin, Svizzera, 2016)].

 

2 thoughts on “Attenzione: la Svizzera

  1. Poi me lo leggo tutto per intero, che diventa interessante anche per me che svizzera la sono, ma del “Sud”, dove certe cose sono amplificate. Per fare un esempio: è molto ottimistico parlare di “restare un’ora al giorno nel traffico”… a me per andare a lavorare, al giorno, e solo per coprire una distanza di 50 km in andata e 50 al ritorno, la trasferta mi “costa” tre ore e mezza di trasporti pubblici, scelti perché sono più veloci e sicuri rispetto al traffico stradale. Per dire.
    (NB: ho notato che vi sono spazi a caso tipo “fi no” “traffi co”)

  2. Ma.Ma. tenga conto che l’articolo parla del dopoguerra (quindi anni ’50-’60). Non so quando sia stato scritto l’originale, comunque Max Frisch è morto nel 1991. Quindi nel frattempo il traffico (a Zurigo come in Ticino) è cambiato…

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