di Elvira Di Bona e Vincenzo Santarcangelo

[È appena uscito Il suono. L’esperienza uditiva e i suoi oggetti di Elvira Di Bona e Vincenzo Santarcangelo (Raffaello Cortina Editore). Il suono cerca di scoprire cosa si nasconde dietro la percezione uditiva, ed è il risultato di anni di ricerche nell’ambito della filosofia della mente. Pubblichiamo un estratto dall’introduzione, ringraziando l’editore].

Per celebrare il World Hearing Day 2018, la Mimi Hearing Technologies, società nota per aver commercializzato l’applicazione Hearing Test, ha progettato “How the World Hears”, un indicatore statistico che monitora lo stato di salute dell’udito a livello globale. Stando ai dati raccolti dalla società, Guangzhou, in Cina, sarebbe la città con il più alto tasso di inquinamento acustico al mondo, seguita da Il Cairo, Parigi, Pechino e Nuova Delhi. Gli abitanti della capitale indiana, in particolare, hanno registrato in media il tasso più alto di ipoacusia, ovvero una diminuzione della capacità uditiva conseguente a un danno di una o più parti del sistema uditivo. L’Organizzazione mondiale della sanità ha messo in guardia dal sottovalutare i potenziali rischi di un’esposizione costante all’inquinamento acustico, che può causare non solo perdita dell’udito, ma anche problemi cardiovascolari, disturbi neurocognitivi, stress e depressione, e potrebbe influire su patologie come ipertensione, diabete e obesità.

Non occorre un grande sforzo immaginativo per avere conferma della bontà di questi dati: rumori molesti, come quello delle automobili nel traffico cittadino, la musica costante dei centri commerciali, i cellulari che squillano ad alto volume quando viaggiamo in treno, ci spingono talvolta a desiderare di vivere in un mondo privo di suoni. Possiamo provare a immaginare come sarebbe vivere in un mondo di questo tipo oppure farne esperienza diretta, entrando nella camera anecoica – cioè priva di eco – progettata dagli Orfield Laboratories in Minnesota, negli Stati Uniti. Si tratta di una stanza da Guinness dei primati costruita con materiali in fibra di vetro, acciaio e calcestruzzo. Nella stanza non è possibile sentire alcuna vibrazione, alcuno scricchiolio o fruscio perché i rumori vengono assorbiti al 99,99%. Questa particolarità rende la camera anecoica il luogo ideale per condurre studi sulla sordità e per analizzare la resa sonora di alcuni prodotti prima che vengano messi sul mercato, come il rumore dell’accensione del motore di automobili o quello di elettrodomestici progettati per funzionare di notte.

Sembrerebbe un sogno trascorrere del tempo nel posto più silenzioso al mondo, eppure si riesce a resistervi solo per pochi minuti: eliminando tutti i suoni e i rumori ambientali, quelli che si ascoltano sono solo i rumori del proprio corpo, come il battito cardiaco o il respiro. È una situazione che può mettere a disagio, generare claustrofobia e disorientamento. Se si spengono le luci, poi, l’esperienza di deprivazione sensoriale diventa ancora più intensa. In una stanza priva di rumori perdiamo il senso dell’orientamento perché normalmente, quando ci muoviamo, sono i nostri sensi a guidarci, soprattutto la vista e l’udito. In assenza di rumori che ci forniscano informazioni sullo spazio che ci circonda, avremmo grandissimi problemi a capire dove ci troviamo.

Un’esperienza di camera (semi)anecoica passata alla storia è quella più volte raccontata dal compositore americano John Cage. Nel 1951, dopo essere andato a Boston, Cage si recò in una stanza semianecoica dell’Università di Harvard. “Tutti quelli che mi conoscono sanno questa storia. La ripeto continuamente”, affermò una volta Cage. “In quella stanza silenziosa, udii due suoni, uno alto e uno basso. Così domandai al tecnico di servizio perché, se la stanza era tanto a prova di suono, avevo udito due suoni. Disse: ‘Me li

descriva’. Lo feci. Rispose: ‘Il suono alto era il suo sistema nervoso in funzione, quello basso il suo sangue in circolazione’” (Cage, 1967, p. 88). Meno noto è il parere su questo celebre aneddoto di un’altra grande compositrice americana, Pauline Oliveros, secondo la quale in quella stanza il musicista in realtà stava ascoltando i suoni provocati dalle avvisaglie dell’ictus per cui sarebbe morto. Secondo Oliveros, in quella stanza, Cage aveva sentito il suo futuro. I suoni sono veicoli di informazioni che riguardano il tempo non meno che lo spazio, come avremo modo di vedere in questo libro. Studiare in che modo i suoni ci permettono di orientarci nello spazio, come li distinguiamo l’uno dall’altro, quali informazioni ricaviamo dall’udito al fine di dare un senso al caotico “spazio uditivo” che ci circonda è il compito di discipline come l’acustica, la psicoacustica e la filosofia.

Diversi filosofi, sin dall’antichità, si sono chiesti che tipo di entità siano i suoni e si sono soffermati sulla loro duplice natura di veicoli di informazioni cruciali per il riconoscimento della fonte sonora e di entità distinte da essa. In molti si sono interrogati su come sia possibile percepirne l’assenza quasi assoluta, come nel caso della camera anecoica degli Orfield Laboratories, e come sia possibile esserne spesso circondati senza alcuna consapevolezza.

In questo libro ci occupiamo di metafisica del suono e della natura della percezione uditiva in filosofia analitica, prendendo in esame un periodo che va grosso modo dalla pubblicazione di Individui di Peter Strawson (1959) a oggi. Ci è sembrato importante introdurre in Italia il dibattito sul suono, ormai giunto a un alto grado di sofisticazione, per come è stato impostato in filosofia analitica. Tale dibattito ci consentirà, infatti, di focalizzare l’attenzione sul senso dell’udito, mettendo in discussione la centralità del senso della vista, sul quale poggia gran parte delle teorie della percezione.

Sebbene la filosofia analitica sia l’ambito disciplinare d’elezione entro cui ci muoviamo, nel libro prendiamo spunto anche da autori classici come Locke e Berkeley, e facciamo ampio riferimento a teorie del suono sviluppate in psicoacustica e nelle neuroscienze cognitive, a dimostrazione della necessità di adottare un approccio interdisciplinare al fine di affrontare il complesso problema dei suoni e della percezione uditiva.

[…]

Siamo a una festa di compleanno. In questa situazione ci sembra del tutto normale rivolgere l’attenzione alle parole di un amico con cui stiamo intrattenendo una conversazione, ascoltare la musica di sottofondo, interromperci nel momento in cui qualcuno suona al citofono o domandarci a cosa sia dovuto quel frastuono che sentiamo provenire dalla strada. L’abilità con cui distinguiamo senza grandi sforzi i diversi suoni che popolano il nostro ambiente uditivo è il risultato di un processo estremamente complesso e in parte ancora sconosciuto. Albert Bregman, uno dei più autorevoli psicologi dell’udito degli ultimi trent’anni, suggerisce di riflettere su una similitudine basata su un gioco per comprendere la complessità con cui il nostro sistema uditivo distingue voci, melodie e rumori che tipicamente costituiscono il panorama acustico della nostra vita quotidiana. Il gioco è il seguente:

Immagina di essere sulla riva di un lago e che un tuo amico ti sfidi a fare un gioco. […] Il tuo amico scava due stretti canali a partire da una sponda del lago. Ciascuno di essi è lungo pochi metri e largo pochi centimetri; distano pochi metri l’uno dall’altro. A metà di ogni canale, il tuo amico stende un fazzoletto legandolo alle rive del canale. Quando le onde raggiungono la riva del lago, si propagano fino ai canali e mettono in movimento i due fazzoletti. Ti è permesso solo di guardare i fazzoletti e di rispondere, basandoti sul loro movimento, alle seguenti domande: quante barche ci sono nel lago e dove si trovano?
Qual è la più grande? Qual è la più vicina? Il vento sta soffiando? È caduto all’improvviso un oggetto voluminoso nel lago? Sembra impossibile risolvere questo problema, ma si tratta di una buona metafora per descrivere il problema affrontato dal nostro sistema uditivo. Il lago rappresenta il lago d’aria che ci circonda. I due canali sono i due canali uditivi e i fazzoletti sono i nostri timpani. L’unica informazione di cui dispone il nostro sistema uditivo […] sono le vibrazioni dei due timpani. Eppure, il sistema sembra essere capace di rispondere a domande molto simili a quelle formulate sulla riva del lago: quante persone stanno parlando? Chi parla più forte o più da vicino? Si sente il ronzio di un motore in sottofondo? (Bregman, 1990, pp. 5-6)

In situazioni acustiche non molto favorevoli – come quando siamo a un concerto con musica ad altissimo volume oppure ci troviamo su una pista aeroportuale – potremmo avere difficoltà nel distinguere i suoni. In circostanze normali, invece, basandoci semplicemente sul nostro udito, siamo in grado di rispondere a domande come: quante persone stanno parlando? Oppure: chi tra un certo numero di persone parla più forte? Questa capacità appare prodigiosa se ci si ferma a riflettere sul fatto che la quantità di informazioni utili di cui dispone il nostro sistema uditivo (anche in circostanze favorevoli) è pari a quella di cui si disporrebbe se si dovesse indovinare il numero di barche in un lago, o le loro dimensioni, guardando solo il movimento di un fazzoletto disposto sulle rive di due canali che si trovano a pochi metri l’uno dall’altro.

[Immagine: onda sonora]

 

2 thoughts on “Il suono. L’esperienza uditiva e i suoi oggetti

  1. “ 27 maggio 1992 – « Avendo l’udire sottile, sì come le più volte veggiamo avere gl’infermi. » (Giovanni Boccaccio, Decamerone, I, 1 – Ser Ciappelletto) “.

  2. E poi l’udito è un senso talmente soddisfacente da utilizzare, ma richiede uno sforzo troppo grande di questi tempi per i culi pesanti che girano intorno ai computer o che siedono in fronte alle televisioni o che si muovono nelle città piene di luci a tutte le ore della giornata.

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