di Claudio Giunta

Senza escludere che possa avere un futuro, ne parleremo al passato.

Mariano Rumor, cinque volte Presidente del Consiglio dei ministri tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta, laurea in Lettere all’Università di Padova nel 1937 con una tesi su Giuseppe Giacosa, non aveva, sui problemi dell’Italia, idee più raffinate o più profonde di quelle che aveva Matteo Renzi. E non le aveva neppure Emilio Colombo, Presidente del Consiglio dall’estate del 1970 al febbraio del 1972. E neppure le avevano Oscar Luigi Scalfaro, Sandro Pertini, Giovanni Spadolini. Loro non ne sapevano di più, lui non ne sapeva di meno. Anzi, dato che Renzi, a differenza di alcuni di quelli che ho citato, ha lavorato nella politica e nella pubblica amministrazione sin dalla post-adolescenza, è probabile che l’eventuale deficit di esperienza, di conoscenza dei problemi, non vada messo a suo carico.

Ma Rumor assomigliava al preside del mio liceo classico, un mite sessantenne torinese esperto di Tucidide, mentre Renzi aveva una somiglianza impressionante, sia nel fisico sia nell’atteggiamento sia nel linguaggio, con un tale che incontro spesso nella mia palestra di Firenze, un tale che in palestra ci va soprattutto per chiacchierare, per dire la sua, per lo più a vanvera, nei crocchi che si formano attorno agli attrezzi o negli intervalli tra un corso di aerobica e un corso di pilates.

Non tutta, ma una parte considerevole della ripugnanza che molti – e anch’io all’inizio – nutrivano nei confronti di Matteo Renzi era dovuta a questa specie di pregiudizio estetico: un uomo politico serio dovrebbe assomigliare, nel fisico, nell’atteggiamento e nel linguaggio, più a Mariano Rumor (o a Enrico Letta) che al medio frequentatore delle palestre fiorentine. Dovrebbe evitare di indossare un giubbotto di pelle alla Fonzie per farsi fotografare sulla copertina del settimanale Chi; dovrebbe evitare – unico tra gli uomini di governo occidentali – di vuotarsi addosso un secchio d’acqua ghiacciata per sensibilizzare il pubblico sul problema della SLA; dovrebbe evitare di parlare l’italiano popolare che parlava Renzi, di infarcire i suoi discorsi di clichés, battutine da due soldi e slogan da imbonitore («Non gettare la palla in tribuna», «L’Italia deve fare l’Italia», «Un’Italia che sia leader e non follower», «Non ho paura dei giudizi, ho paura dei pregiudizi»), non dovrebbe salutare il vicepresidente americano col pollice alzato, offrire coni gelato nel cortile di Palazzo Chigi, fare jogging con la maglia della Nazionale di calcio, passare in rassegna le truppe dell’esercito in jeans e mimetica, citare una poesia di Borges che non è di Borges, scrivere su Twitter «Dal profondo del cuore: buona #festadellamamma», mescolare il serio della politica col faceto della cultura pop citando i cartoni animati di Mila e Shiro, gli amori tra Ridge e Brooke in Beautiful, le canzoni dei Muse, di Samuele Bersani («È bella la cicatrice che mi ricorderà d’essere stato felice»), di Ligabue («Non è tempo per noi»), di Caterina Caselli («Non ho l’età per essere senatore»), i telefilm della Famiglia Addams. Dovrebbe evitare, in breve, di comportarsi come si comportava Renzi, scrivere come scriveva Renzi, parlare come parlava Renzi, dire le cose che diceva Renzi, essere com’era Renzi, mettere su Facebook i suoi selfie, con quella faccina.

Se all’espressione «linguaggio della politica» diamo, com’è giusto, il senso ampio di ‘modo di essere, di usare le parole, le pause, gli sguardi, i gesti, la prossemica’, è chiaro che i problemi che una parte degli italiani aveva con Matteo Renzi riguardavano non tanto, o non ancora, le sue idee politiche o la sua prassi politica, ma il suo linguaggio. È al linguaggio, non alla politica, che pensavano i suoi avversari quando, cinque o sei anni fa, domandavano ironicamente «ve lo immaginate Matteo Renzi a colloquio con Angela Merkel?». È intorno al linguaggio, non intorno alla politica, che ruotava la gran parte delle critiche che Ferruccio De Bortoli ha fatto a Renzi nei suoi editoriali del 2015: il «maleducato di talento», l’ego ipertrofico, il megalomane che parla di sé in terza persona, il premier «con la tendenza alla pinguedine». Il linguaggio, non la politica. Nessuno ha mai rimproverato a Mariano Rumor di non essere abbastanza snello.

Da questi esempi si capisce dunque che la questione del linguaggio si precisava come questione di raffinatezza, di uso del mondo, di adesione al profilo ideale che persone come D’Alema o De Bortoli pensano debba essere il profilo di un Presidente del Consiglio: un profilo più simile a quello di Mariano Rumor, o del preside del mio liceo, che a quello del mio compagno di palestra.

In questo profilo ideale entra come primo connotato la capacità di distanziarsi dalla società dello spettacolo e dalle arti pop. Nelle biografie malevole di Matteo Renzi ha sempre un posto di rilievo la notizia della sua partecipazione, a diciannove anni, alla Ruota della fortuna di Mike Bongiorno. Allo stesso modo, nelle biografie malevole di Berlusconi c’è sempre una linea di continuità che collega il fondatore di Forza Italia e il Presidente del Consiglio al cantante da crociera ventenne, con Fedele Confalonieri al pianoforte. Era un lavoro estivo, dunque se si vuole anche un segno di laboriosità, ma era un lavoro per istrioni, e in quell’istrione è sin troppo facile vedere i sintomi del futuro Grande Buffone. E allo stesso modo, in La canottiera di Bossi, Marco Belpoliti parla per due pagine del giovane Bossi che a cavallo tra gli anni Cinquanta e i Sessanta tenta la carriera di cantante, «e gira per le balere con la sua band facendo il verso ai cantanti dell’epoca». Le balere, non le discoteche; fare il verso, non fare le cover: così uno può immaginarselo già in canotta bianca a vent’anni, mentre fa il gesto dell’ombrello. Partecipa anche al Festival di Castrocaro, ma con poca fortuna. Non solo cantante: cantante fallito.

C’è qualcosa di diminuente, nel suonare o cantare in pubblico, o nel partecipare a un quiz televisivo, e non importa se lo si fa a vent’anni, quando tutti fanno o potrebbero fare di tutto, e anzi quando la tendenza ad astenersi, a pensare alla bienséance è spesso un cattivo segno, il segno di un carattere debole, poco simpatico, poco adatto alla vita. Il pensiero implicito, a volte esplicitato, è che Berlusconi, Bossi o Renzi fanno politica con lo stesso spirito con cui suonavano sulle navi, o partecipavano ai quiz, o «giravano per le balere»: per narcisismo, voglia di farsi vedere, precoce adesione ai requisiti della società dello spettacolo. «Un fatto di colore […], in un personaggio in cui il colore – ovvero lo stile, l’abito e i gesti, oltre alle parole – è tutto, riveste un ruolo significativo» (Belpoliti). Non essendo o non dovendo essere, la politica, un pezzo della società dello spettacolo, questa compromissione col pop è indice di poca serietà, di una confusione di piani che all’epoca di Mariano Rumor non sarebbe stata neppure pensabile. L’intrattenitore da crociera, il concorrente alla Ruota della Fortuna, l’aspirante cantante sarà a disagio, farà brutta figura – e la farà fare all’Italia – quando si troverà nel consesso delle persone serie.

È un punto di vista comprensibile, ma l’impressione è che questa lezione intorno al buon uso del mondo rispecchi ormai un mondo che non esiste più. Vale a dire che la quantità del cambiamento indotto dai media (radio, TV, internet) potrebbe aver modificato la qualità del linguaggio politico in una misura tale da rendere anormali, invotabili, uomini come Mariano Rumor, e normalissimi e votabilissimi, invece, uomini come Matteo Renzi.

Questa neolingua mondiale è l’idioma in cui parlano Hollande e i suoi ministri, quando per la campagna elettorale del 2012 (slogan: Le changement, c’est maintenant), si mettono a ballare agitando le mani in parallelo, con quello che gli anti-hollandiani hanno subito definito «un doppio saluto nazista orizzontale» (o anche, più crudi: «Une dans ta gueule, une dans ton cul»). È l’idioma del (molto più abile) primo ministro canadese Justin Trudeau, che si fa riprendere a torso nudo sul ring, o mentre balla danze indiane insieme ai membri della «India-Canada Association of Montreal», o mentre imita Luke Skywalker di Guerre Stellari in un centro commerciale (tre delle «19 things why the world has fallen in love with Canada’s prime minister Justin Trudeau», secondo l’Indipendent). Ma, per quanto pronunciato un po’ rozzamente, è anche l’idioma di Putin che fa judo, o cavalca a torso nudo, o va a caccia di tigri. E naturalmente è l’idioma di Obama, di molti uomini politici ma soprattutto dell’attore nato che era Obama, Obama che chiude il suo discorso davanti ai corrispondenti a Washington con un gesto e una frase – Obama out – che cita, allo stesso tempo, il cestista Kobe Bryant e i performer neri. Ed è anche, per tornare a casa nostra, l’idioma dei ministri degli Esteri della Nato che cantano in coro We Are the World alla fine di un summit ad Adalia, in Turchia, durante la crisi siriana. We are the World, in coro, nel bel mezzo della più grave crisi politico-militare nel Mediterraneo dalla Seconda Guerra mondiale… Non ha tutta l’aria di una cosa che, inimmaginabile non solo nella realtà reale, pre-pop, di Yalta 1945 ma anche in quella di Maastricht 1992, starebbe invece benissimo tra le pagine di un fumetto, i ministri degli Esteri della Paper-Nato della felice città di Paperopoli?

Questa repentina deriva pop si può misurare facilmente sull’indice dei nomi dei libri scritti negli ultimi anni dai leader della sinistra italiana. L’indice dei nomi di Un paese normale di Massimo D’Alema, classe 1949, comincia così:

Agnelli Giovanni
Amato Giuliano
Andreatta Beniamino
Andreotti Giulio
Barile Paolo
Bassanini Franco
Bassolino Antonio
Berlinguer Enrico
Berlusconi Silvio
Bertinotti Fausto.

Eccetera. Uomini politici, industriali, pensatori. L’unico nome pop, in tutto il libro, è quello di Luciano Rispoli, citato a p. 34, ma solo perché D’Alema era ospite della sua trasmissione il giorno in cui ricevette la Chiamata: «Giunse in studio una telefonata del presidente della Repubblica: mi informava che stava naufragando la formazione del governo. Luciano Rispoli, gentilissimo, mi mise a disposizione il suo camerino».

Nato sei anni dopo, nel 1955, Walter Veltroni è l’Uomo della Transizione. Questa è la lettera A dell’indice dei nomi del suo La bella politica:

Adenauer Konrad
Agnelli Giovanni
Almirante Giorgio
Amato Giuliano
Ambrosoli Giorgio
Amendola Giorgio
Andreotti Giulio
Angela Piero
Angiolini Ambra
Arendt Hannah
Argento Dario
Augias Corrado

E questa è la lettera P:

Pavese Cesare
Petrolini Ettore
Piepoli Nicola
Pisciotta Gaspare
Platini Michel
Popper Karl
Prodi Romano

Ma la Grande Contaminazione veltroniana – quella in cui si danno la mano Adenauer e Ambra, Pavese e Platini – è una contaminazione che insiste sull’asse del tempo, e che non oblitera la memoria dei padri: al contrario, la alona di nostalgia. Sono le figurine di Pizzaballa, ma vendute in allegato al giornale fondato da Antonio Gramsci.

Invece nella mente di Renzi, classe 1975, c’è troppa realtà circostante, ci sono troppe cose del mondo di oggi perché resti spazio per altro. In Oltre la rottamazione, che è il libro programmatico del futuro Presidente del Consiglio, non si citano né Gramsci né De Gasperi né Togliatti né Moro, né La Pira, a cui pure Renzi è devoto. Non c’è quasi nessuno che sia morto; se c’è (Falcone), è perché viene adoperato come simbolo, come tropo. Ma ci sono l’allenatore del Manchester United Alex Ferguson, il rapper coreano PSY, i calciatori Balotelli e El Shaarawy, il presentatore perseguitato Enzo Tortora, la ex-pasionaria birmana Aung San Suu Kyi, il comico Maurizio Crozza, il manager Sergio Marchionne, il radiocronista Mario Ferretti, l’uomo-Facebook Mark Zuckerberg. Non c’è nessuno, non c’è niente per cui occorra la mediazione dei libri anziché quella della TV o dei social network.

Anche questo, naturalmente, è un fatto di linguaggio – nell’accezione ampia di cui ho detto – che non può piacere a chi, soprattutto a sinistra, continua a essere convinto che un leader politico debba aver passato molte ore in biblioteca, e in sezione, e pochissime davanti alla TV, men che meno dentro la TV del pomeriggio. Ma è una convinzione da ancien régime; nel nuovo si tratta di adattarsi, più che a nuove regole, ad un nuovo campo di gioco. Qualche decennio fa Gore Vidal osservò che l’invenzione della TV aveva tolto ogni chance agli uomini politici brutti o menomati («Con la TV, Franklin Delano Roosevelt non sarebbe mai stato eletto»). La lezione di questi ultimi anni, anni in cui la forza di internet è venuta a sommarsi alla forza tuttora grande della TV, è un po’ più sottile. Ci sono chance anche per i brutti, o i non belli, anche se essere d’aspetto gradevole aiuta (basta guardare Obama, o Trudeau, o il macho Putin). Ma comincia a diventare intollerabile, elettoralmente intollerabile, quell’ascesi laica, quel volontario divorzio dalle trivialità della vita – e soprattutto dalla sua regione più triviale: la società dello spettacolo – che per generazioni ha rappresentato lo stigma dell’uomo politico degno di rispetto e fiducia, l’uomo di studi che si laurea con una tesi su Giuseppe Giacosa.

E Gentiloni? E Conte? Ma questi nessuno li ha votati. Ce li siamo trovati lì, uno per prendere il posto del leader pop caduto in disgrazia e l’altro per dare un’allure borghese al governo del popolo. Al popolo piacciono i professori, la Cultura. Non gli economisti o gli ingegneri, che non sono cultura; ma i letterati, i filosofi, i giuristi che hanno fatto il classico e sanno ammobiliare i loro discorsi con citazioni farlocche da Dostoevskij trovate pescando a strascico in internet. Ma i frontmen del «governo del cambiamento» sono, in ogni cosa che dicono, in ogni cosa che fanno, esseri umani naturali, non toccati da nulla di più complesso di ciò che si studia in quinta superiore. Per quanto pensino di essere diversi da lui, l’indice dei nomi delle loro memorie sarà più simile a quello di Renzi che a quello di D’Alema. Difficilmente vi si troverà il nome della Arendt, mentre in entrambi si troverà quello di Lino Banfi, incontrato al ricevimento per la Festa della Repubblica – così le cronache: «Poi lo stesso Banfi ha raccontato di aver conosciuto Luigi Di Maio circa un anno fa: “Lui conosce tutti i miei film. E tu?”, ha chiesto al leader del Carroccio. E Salvini: “Certamente, so anche del 5-5-5”».

À la guerre comme à la guerre? Bisognerà, anche a sinistra, trovare qualcuno che si sia formato sui film di Banfi, che si faccia i selfie con Barbara D’Urso con quel trasporto, quella naturalezza? Se n’era trovato uno: ma l’hanno bruciato, si è bruciato. A destra, o tra il ‘popolo’, non sussistono le stesse remore estetiche, la lezione del berlusconismo è stata assimilata senza patemi, e per esempio a una first lady quasi invisibile che insegna Lettere in un liceo di provincia, cioè una del popolo, sarà ovvio preferire Elisa Isoardi, prossima conduttrice della Prova del cuoco, cioè una che fa la televisione per il popolo. L’età dell’ibrido politico-mediatico-spettacolare, che si pensava declinante, è invece appena agli inizi: lunga vita alla nuova carne.

 

27 thoughts on “Exit Renzi

  1. La democrazia rappresentativa è questione di quantità di voti raccolti, la maggioranza guarda la prova del cuoco. Come può stupire che i nuovi politici siano i rappresentanti della maggioranza? (Altro discorso riguarda i deep state che la politica la guidano effettivmente.)Sarà per questo che governare logora? Perché le star del pop cambiano in fretta?

  2. Caro Giunta, il mio giudizio, che è solo un’opinione, è che, oggi come oggi, se la passerebbe male anche quel brav’uomo del preside del suo liceo. A causa di un diffuso pre-giudizio nei confronti dei presidi, dei presidenti, di chiunque, a qualsiasi titolo, si trovi a presiedere qualcosa. C’è chi la chiama democrazia…

  3. “Se n’era trovato uno: ma l’hanno bruciato, si è bruciato.” Io non ho ancora capito perché, com’è successo (tutte le spiegazioni che ne sono state date mi sembrano poco convincenti, comunque insufficienti). Da un renzologo come Giunta mi aspettavo una risposta a questa domanda…

  4. Apprezzo sempre tutti gli interventi di Claudio Giunta, in particolar modo quelli riferiti all’educazione. Ma questa analisi politica non avrebbe potuto essere migliore.
    La mia età mi permette di capire bene ciò che passava il convento all’epoca di Rumor e seguenti e forse per questo ho trovato il confronto con i tempi attuali, perfetta.
    Grazie, continuerò a leggerla con piacere.
    Pia Burei

  5. Cliché per cliché, Renzi si è bruciato perché non è di sinistra. Del resto, non lo era neppure D’Alema (la sinistra bolscevica era solo un’altra forma di destra, ordine e disciplina invece che disciplina e onore), non lo è il guizzante Calenda (piccolo Monti che vuole rinominare il fronte democratico in fronte repubblicano), non lo è Emiliano (un grillino ante-litteram fin dal principio, prima ancora che il M5S esistesse), non lo è Saviano (che ha un linguaggio di imprinting culturale di destra meloniana anarco-sbirresca). Andrebbe allora e piuttosto capito perché il contenitore pdnetwork attiri tutti questi pretendenti che di sinistra non sono. Forse perché la sinistra storica non ha più rapporto col popolo, ma forse perché la sinistra politica è oggi un contenitore vuoto, aperto ad ogni ricetta? Sono peraltro convinto che un PD di sinistra storica con Cacciari presidente e Fratoianni segretario (un tosco-molisano popolare, profilo assimilabile a Renzi e Salvini ma almeno formato a sinistra e stabilmente a sinistra in pensieri e parole, vedremo eventualmente nelle opere ed omisisoni) renderebbe elettoralmente meglio dell’inconsistente blob raggrumato attorno ai vari Martina, Orlando, Orfini, che non muovono voti, e al Gentiloni divenuto affidabile stando fermo, non esprimendo assolutamente niente che non fosse una passiva accettazione di ogni status quo imposto da terzi. Andiamo tutti in ferie. Il fu GiusCo (out).

  6. Certamente le critiche fastidious allo stile renziano si sono sprecate, facendo aggio sui contenuti. Ricordo (a Otto e mezzo) l’aria disgustata di Stefano Rodotà nei confronti del “chiodo” di Renzi. Non comprensibili, per me un po’ fatui, queste rilievi sulla forma, se si pensa a quello che si era dovuto digerire nel ventennio di Berlusconi. Comunque, come ora si vede, eravamo ben lontani dal fondo. Penso però che, se in passato c’è stata una liquidazione a mio modo di vedere ingiusta dell’operato di Renzi, da un anno a questa parte lui stesso stia smantellando il buono, col rischio di diventare davvero quello che sembrava.

  7. Caro Giunta,

    la sua analisi del renzismo pur impeccabile tecnicamente e dal punto di vista della sociologia della comunicazione (leggi: marketing), mi sembra troppo sbrigativa, lasciando emergere un rimpianto per ciò che poteva essere e non è stato.
    Se Renzi si è bruciato avrà pure le sue colpe strategiche (snaturare il Referendum costituzionale su un voto pro o contro di lui), politiche (mutazione antropologica del PD, non più partito gramsciano degli operai e dei contadini – con “l’Unità” che chiude) e di merito (perché la gente ce l’ha tanto con lui?) nella questione delle banche, delle riforme non sempre efficaci, delle mance elettorali di 80 euro.

    Sono d’accordo che il mondo è cambiato, ma non è che – se i segnali di questa rivoluzione antropologica della società dedita ai social-network dà segni di squilibrio e di pura vuota apparenza – bisogna per forza stargli dietro anche come caratura del personale politico, cioè delle élites che devono governare il Paese e la UE. Mi sembra così di arrendersi al ‘berlusconismo’ (sc. populismo) che ha infettato la politica dopo 20 anni di vaccino (come disse Montanelli).

    Lei scrive: <>, qui non mi convince il filo del ragionamento: è proprio la volontà del popolo che ha mandato a casa Renzi – che definiva i professori dei “gufi” che remano contro.
    Quel popolo “di pancia” e “di ripicca” che non va a votare (40-50 %) e se ci va vota dei tribuni populisti come Di Maio e Salvini, i quali sono stati costretti a nominare un Premier fantoccio che garantisse un’alleanza paritaria in partenza.

    Il popolo ha diritto di stordirsi o ricrearsi con la tv e i suoi programmi demenziali. Tuttavia l'<> non può essere l’unica strada che ci è rimasta. La buona Politica in quanto tale deve poter esprimere una élite tagliata per governare, non per farsi ospitare da Barbara D’Urso. Di D’Alema rimpiangiamo l’intelligenza, non certo il sarcasmo narcisista che a lungo andare gli si è ritorto contro.
    Non ci si può accontentare di una classe dirigente al ribasso, solo perché la società dello spettacolo va nella stessa direzione. Al nuovo segretario del PD, se continuerà a esistere come partito, toccherà rottamare non tanto la vecchia politica (altrimenti perché si sarebbe sentito dire da molti di rimpiangere la sentenza: “moriremo democristiani”?), quanto il ‘populismo’ che l’ha infettata spacciandosi per rottamazione, cambiare-verso e altre amenità; del resto smascherate poco dopo dal popolo che va a votare o che si astiene per disillusione, quell’elettorato di destra e di sinistra che, più che alle ideologie novecentesche, pensa ed è afflitto da altre preoccupazioni reali o fittizie (erosione degli stipendi per il caro-vita; invasione dei migranti).
    p.s.
    Il segretario reggente Martina si è fatto crescere una bella barba nera sul viso scavato e sofferto, un look che fa tanto Che Guevara – voluta o no che sia la nuova immagine. Se permette come elettore a sinistra, preferisco ripartire dall’icona del Che piuttosto che da quella di Oronzo Canà, pur con tutto l’affetto che porto per motivi generazionali verso Lino Banfi.

  8. Un magistrato passato per l’esperienza della guerra come Scalfaro, uno storico di buon livello come Spadolini, un esiliato con sei condanne e due evasioni come Pertini “non avevano, sui problemi dell’Italia, idee più raffinate o più profonde di quelle che aveva Matteo Renzi”? “Loro non ne sapevano di più, lui non ne sapeva di meno” ? Persone che, se non altro per l’età in cui giunsero al potere, avevano potuto vedere tutto e il contrario di tutto? Ma stiamo scherzando, vero? Vero?

  9. “ 27 agosto 1993 – Prosegue ininterrottamente la ricerca sull’URSV [*]. Ho ricordato il tempo della prima capitale intuizione: fanno esattamente vent’anni: « Qui si tratta giammai dell’abolizione ma della tattica ridicolizzazione del padre ». Una domanda: se vivesse oggi, Adrian Leverkhün lavorerebbe per Berlusconi? “ [*] Una Risata Vi Seppellirà.

  10. Mi associo a @Jacopo: ma stiamo scherzando? Capisco che il renzismo non abbia ancora potuto farsene una ragione, di essere stato silurato, ma impostare un’equazione del tipo Renzi = Pertini è quanto mai azzardato. Come anche insistere, tra le le righe, che in fondo non c’è alternativa a quel modo di fare politica. Perché invece non ci si prova?

  11. Interessante ma più un pamphlet che un’analisi, e poco originale. Non conoscevo Giunta, più che altro perché vivo in Inghilterra, e leggendo l’articolo ho pensato al solito “vecchio” che si lamenta dei tempi andati, come la mia professoressa di latino al liceo, ma Wikipedia mi dice sia 16 anni più giovane di me. Non è per Renzi, anch’io spero non si faccia più vedere dopo avere fatto l’imitazione di Blair ben dopo che questo si era ritirato. Ma per il tono sarcastico verso alcuni aspetti del suo stile che, infatti, addebita anche ad altri, come Hollande, Trudeau etc. (ma non mettiamo Renzi al loro pari, sarebbe una legittimazione!). Ha fatto l’ice bucket challenge per la ALS: cosa c’è di male sa anche i politici la fanno (non era l’unico, basta cercare su Google e vedo il ministro alla sanità irlandese)? Come scrive un altro commentatore, ho vissuto il periodo del regime democristiano e c’è poco da rimpiangere, anche se, certo, molti ministri allora avevano anche una cattedra universitaria.

    Caro Giunta, quello che a me stona, da un intellettuale, è la nostalgia del passato, come un mio collega della sua età che ha “nostalgia” del ’68. Retrotopia, direbbe Bauman: vivendo e insegnando all’università in mezzo ai giovani, confesso che mi lascia perplesso. Purtroppo è diffusissima, leggo tutti i giorni il Manifesto e trovo che le pagine culturali ne siano permeate. Mi ricorda un po’ quel film di Woody Allen, Midnight in Paris, in cui in ogni epoca si rimpiange la precedente (con Salvini-Maio, quanti di noi quasi non rimpiangono Renzi?)

  12. Cerco di precisare la mia domanda formulata sopra. Nel maggio del 2014, poco dopo la costituzione del suo governo, Renzi, cazzone com’è, prende il 40,8%. Al governo, resta esattamente cazzone com’era, fa fa più o meno le cose che aveva promesso di fare, belle o brutte che siano. Nel 2015-16, il reddito procapite in Italia, merito suo o no, com’è come non è, cresce nel 2015-2016 più che in ogni altro paese sviluppato ( http://mobile.ilsole24ore.com/solemobile/main/art/notizie/2017-12-31/i-due-ko-e-primato-pil-pro-capite-081240.shtml?uuid=AEgyGKZD&refresh_ce=1 ). Alla fine del 2016 deve dimettersi perché è sconfitto nel referendum sulla riforma istituzionale, a detta di tutti non per il contenuto della riforma, ma per punire lui e l’operato del governo. Prescindendo da ogni giudizio di valore su Renzi prima durante e dopo la sua esperienza di governo, è una roba che si capisce? Secondo me mica tanto.

  13. Fu proprio con i governi Rumor e Colombo che il debito pubblico italiano cominciò ad andare fuori controllo… e fuori controllo restò per i successivi vent’anni, fino al governo Amato. E quanto è difficile – dopo – se non impossibile, ridiventare “normali”.
    Tutto il resto non è che folklore.
    La nostra debolezza – con le conseguenti orrende cadute nel folklore – discende dall’anomalia nel debito costruita nel trentennio 64-94 proprio da quei commis d’état con la faccia da presidi di liceo.

  14. @ Buffoni: Il debito pubblico aumentò negli anni ’70 per lo shock petrolifero e per rispondere in parte alle lotte sociali, comunque non raggiunse mai il 60%. Ma furono l’aggancio allo SME e il divorzio Tesoro-Banca D’Italia a farlo crescere in modo incontrollabile. Furono scelte politiche che continuano tuttavia a reggere la situazione disastrosa in cui ci troviamo. Perfetta continuità quindi di Renzi con i predecessori nell’impegno a deprimere le richieste del lavoro.

  15. @ Chris: l’inizio del disastro, se andiamo a rileggere i dati, furono i duemila miliardi di allora, spesi per la ideologica nazionalizzazione dell’energia elettrica. Poi è stato tutto un rotolare – e le cause che citi sono ben condivisibili – fino al governo Amato del 94. Quindi abbiamo avuto i disastri del Menzogna intervallati dai tentativi di Prodi di raddrizzare la barca. Per trovare un altro punto di svolta, dopo Amato, dobbiamo arrivare a Monti. In seguito Letta Renzi Gentiloni si sono limitati a galleggiare su quella scia.

  16. Credo che le generazioni più giovani dovrebbero avere parole di conoscenza vera della storia.
    Non penso sia morale l’atteggiamento di chi mescola storia e flolkore, costruendoci sopra una posizione intellettuale.
    Soprattutto in un momento come questo: l’enorme senso di vuoto.

  17. Come sempre, Claudio Giunta ci dà una lettura acuta, intelligente di quel frammento di realtà di cui si occupa. In questo caso, la comunicazione di Renzi. E lo fa con un artificio ben noto. All’inizio sembra voler stroncare Renzi e i suoi modi di comunicare. Ma poi conclude che oggi non c’è altro modo di comunicare. Ma allora perché si è bruciato? O meglio è stato bruciato? Solo per una brutale lotta di potere?

  18. Esco dal coro per dire che l’articolo mi pare una serie di indignazioni all’italiana (inconcludenti e fumose…). Pessimo l’esempio di Ferruccio De Bortoli riguardo al linguaggio di Renzi.. De Bortoli , grande rappresentante del latifondisti editoriali..

  19. Forse la ragione principale per la quale Renzi ha perso, o almeno è stato abbandonato da molti giovani, lavoratori, precari, al Nord al Centro ma soprattutto al Sud, è che mentre emerge lo sfruttamento della gig economy, che è simbolo e sineddoche del più generale sfruttamento sul luogo di lavoro, lui fa la “sinistra” progressista siliconvallara, parla di start up e quando Marchionne è ricoverato in ospedale dice che se l’avessimo avuto in Italia ci avrebbe salvato.
    Se oggi la percezione diffusa ha sostituito l’opposizione “populista” “chi sta in alto VS chi sta in basso” a quella destra-sinistra, evidentemente la comunicazione di Renzi fa capire con chiarezza con chi va a braccetto. Le conseguenze politiche della scelta di dare questa immagine di sé sono ovvie.

  20. Sì, OK, ma questa stessa identità è quella con cui prima, completamente da solo, aveva conquistato la guida di un partito come il PD stravincendo le primarie e con cui subito dopo aveva stravinto le elezioni europee. E’ il passaggio da queste stravittorie alle strasconfitte successive in così poco tempo (senza che in questo poco tempo ci sia stato niente di così evidentemente incoerente nel suo operato o di evidentemente negativo nei risultati di questo operato) che a me sembra poco comprensibile.

  21. @Kocis
    Secondo me, si capisce benissimo.
    Tu vai al governo e imposti uno stile forsennato, sfornando continuamente leggi e provvedimenti vari, dei quali inevitabilmente gli elttori capisco poco, ma apprezzano che egli abbia mantenuto l’impegno a cambiare stile, l’ha davvero fatto e l’hanno premiato alle europee.
    Dopodichè, è evidente che lo stile non è tutto, devi anche dimostrare che riesci a capovolgere la situazione economica così disastrosa che aveva ereditato, e anche riuscire a cambiare i rapporti di forza a livello UE.
    Poichè nulla del genere è avvenuto, nella UE, Renzi non ha mai mostrato di contare qualcosa, e il suo governo ha semplicemente assecondato un rimbalzo tecnico, come quello che abbiamo sperimentato perchè alla fine il sistema economico qualche traccia di vitalità la da, ma il confronto va fatto sulla situazione ante- crisi, sulle cifre del 2007 o al più tardi 2008, e il confronto è allora impietoso. Ora, vuoi tutto il potere perchè dici di avere la formula miracolosa, e alla fine, quando mostri i tuoi gioielli, la gente è costretta a dire “tutto qui?”.
    D’altra parte, bisogna anche considerare che la crisi di Renzi si è sovrapposta con quella dell’intero PD, tanto che più di un anno di governo Gentiloni non è che abbia cambiato le sorti di quel partito.
    L’unica domanda che mi pare sarebbe degna di essere posta non è perchè cadde, ma perchè ci siano stati tanto tempo a cadere.

  22. Renzi ha stravinto le primarie e vabbé si potrebbero fare tante ironie sulla regolarità delle primarie PD, ha stravinto alle europee nì perché ha sì fatto un ottimo risultato ma con un’affluenza bassa e alle elezioni forse più inutili
    inoltre non ci sarà stato il cambio di stile nelle sboronate ma c’è stato su molti altri temi, il Renzi pre-2014 diceva cose quasi grilline, chiedeva le dimissioni della Cancellieri una volta indagata, prometteva un repulisti totale della classe politica (non di candidare Casini a Bologna), insomma portava alcune istanze anti-politica e anti-casta all’interno del PD
    invece una volta diventato premier (dopo aver detto che non l’avrebbe fatto, “Enrico stai sereno” no?) si è rivelato quel Berlusconi in sedicesimo che è, i suoi ministri indagati erano vittime di persecuzione giudiziaria e quindi dovevano restare al loro posto, “Non sono né a favore né contro l’articolo 18” è diventato “L’articolo 18 va abolito a tutti i costi”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *