Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Nell’Antropocene. Etica e politica alla fine di un mondo

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di Gianfranco Pellegrino e Marcello Di Paola

[Il 21 giugno scorso per DeriveApprodi è uscito Nell’Antropocene. Etica e politica alla fine di un mondo, di Gianfranco Pellegrino e Marcello Di Paola. Ne pubblichiamo l’inizio].

Alla fine di febbraio del 2018, mentre eravamo impegnati a scrivere questo libro, a Roma ha nevicato. Per due o tre giorni, la temperatura media è stata di – 4°C. Le medie stagionali a Roma fra febbraio e marzo oscillano fra 4-5°C e 13-14°C. L’ultima neve era caduta nel 2011 e 2012, e prima ancora nel 2005 e nel 2001. Negli stessi giorni, in altre parti dell’Europa del nord faceva molto più freddo che nei tre anni precedenti nello stesso periodo. Una settimana prima della neve romana, ancora più a nord, in Groenlandia, la stazione meteorologica di Capo Morris Jesup aveva registrato per quasi un giorno una temperatura superiore allo zero. Il picco è stato di 6,1°C, circa sette gradi sopra le massime stagionali. In realtà già nei tre anni precedenti al Polo nord c’erano state temperature massime superiori alla media.

I due fenomeni potrebbero essere collegati. Il cosiddetto vortice polare – un’area di bassa pressione che di solito separa i venti gelidi del Polo Nord da quelli temperati che soffiano più a sud – sta diventando meno stabile. Per questa ragione al Polo Nord si accumula aria calda, che spinge a sud quella fredda.

Ma non è sicuro che la neve a Roma e il caldo al Polo Nord siano legati: potrebbe essere ancora troppo presto per dirlo – dobbiamo aspettare altre osservazioni, altri inverni. Forse la neve a Roma ci ha sorpreso tanto perché gli inverni a queste latitudini sono ormai molto più caldi di prima.

È molto probabile che il clima globale stia mutando. Sta cambiando non tanto, o non solo, il tempo di una giornata o di una stagione, ma la media statistica del tempo di molti giorni e stagioni (secondo l’Organizzazione meteorologica mondiale, il clima è la media statistica del tempo atmosferico in una certa zona nell’arco di trent’anni). Il 2016 e il 2017 sono stati gli anni più caldi da quando abbiamo iniziato a misurare la temperatura globale del nostro pianeta – nel 1880.

Secondo una schiacciante maggioranza di scienziati (il 97%), il cambiamento climatico è causato dall’uso di combustibili fossili (carbone e petrolio, per lo più). Il clima sta cambiando perché i gas immessi nell’atmosfera in conseguenza della combustione di risorse energetiche fossili (i cosiddetti gas serra) funzionano come uno schermo che impedisce di disperdersi nello spazio a parte del calore che arriva dal Sole e viene riflesso dalle superfici del nostro pianeta. Ciò vuol dire che la nevicata a Roma del 2018 non è naturale. A differenza di altre nevicate, per esempio quella del 1956, non è stata causata dalle forze della natura. La neve di Roma del 2018 è un prodotto umano: è neve artificiale, insomma, come quella sparata sulle piste per gli sciatori.

Sarebbe più corretto dire che la neve di Roma del 2018 è stata causata dall’interazione fra forze naturali e una forza non naturale – l’attività umana che produce gas serra. Di conseguenza, la neve caduta a Roma non è né naturale né artificiale, è un prodotto dell’interazione fra attività umana e processi naturali – è ibrida. E si dovrebbe pure dire che interazioni di questo genere non producono sempre le stesse conseguenze – i loro effetti non si possono prevedere in maniera deterministica, ma solo probabilistica. Dato quello che stava succedendo al Polo Nord nel 2018, era molto probabile che la neve quell’anno arrivasse sino a Roma. Ma avrebbe anche potuto andare diversamente, e non è detto che accadrà di nuovo.

C’è un aspetto paradossale di questa nevicata artificiale, o ibrida. La neve sparata su una pista da sci è conseguenza dell’intenzione dei gestori della pista di garantire un manto nevoso adeguato ai propri clienti. La neve caduta su Roma nel 2018 non è una conseguenza voluta dell’azione di nessuno. Piuttosto si tratta dell’effetto collaterale, non voluto e non previsto, di miliardi di azioni di tutti, nessuna delle quali da sola sarebbe bastata a causare questo risultato. Per arrivare alla neve di Roma ci vuole l’interazione fra gli effetti a lungo termine di cose come la prima macchina a vapore, l’attività economica fervente descritta nei Buddenbrook di Thomas Mann, l’aumento dei viaggi in aereo prodotto dalle compagnie low cost e l’incremento del trasporto su gomma favorito dalla costruzione di autostrade, l’elettrificazione progressiva dell’Europa e degli Stati Uniti a partire dagli anni Cinquanta, e miriadi di altri fattori storici, economici, politici e culturali. Detto altrimenti, la neve di Roma è una conseguenza non voluta delle nostre vite nel loro complesso – della vita che abbiamo vissuto negli ultimi tre secoli, in particolare nei paesi occidentali industrializzati ma ormai sempre più anche in paesi come Cina e India. E però, paradossalmente, non c’è nulla nel nostro modo di vivere attuale che avrebbe potuto evitare la nevicata che abbiamo causato.

Per via dell’escursione termica fra giorno e notte, in quei giorni di febbraio alcuni alberi di limoni nei giardini di Roma hanno perso le foglie, e non produrranno frutti. In un certo senso, chiunque stia leggendo questo libro a bordo di un treno, o di un aereo, sta contribuendo alla catena di cause ed effetti che ha compromesso il raccolto di limoni e ha dissolto il profumo delle zagare. La produzione stessa e la distribuzione di questo libro ha un impatto, dal momento che richiede energia elettrica e combustibili fossili e dunque produce emissioni di gas serra a ogni parola scritta. Ma smettere di scrivere queste parole non sarebbe servito a evitare la nevicata.

Nel 1962, apparve l’Angelo sterminatore di Luis Bunuel. Il film racconta di una cena organizzata da una famiglia dell’alta borghesia. All’alba, dopo esser stati a chiacchierare in salotto per quasi tutta la notte, i protagonisti si rendono conto che, nonostante la porta sia aperta, non possono più uscire – e chi è all’esterno non può entrare. Passano le ore e i giorni, la situazione degenera, le liti e i conflitti divampano, uno degli ospiti muore.

Probabilmente, Bunuel criticava la classe borghese e voleva far intendere che i suoi esponenti fossero prigionieri dei loro stessi privilegi. Il mondo privilegiato dell’Occidente industrializzato in cui viviamo potrebbe essere un delizioso salotto che sta andando in rovina e da cui non possiamo allontanarci.

Per molti, i paradossi descritti sin qui sono il marchio di un’epoca nuova in cui ci troviamo a vivere: l’Antropocene, l’epoca in cui l’azione degli esseri umani può cambiare il corso naturale delle cose. […] L’Antropocene è un’idea difficile da accettare, perché ci richiede di vedere il mondo diversamente. Le concezioni del mondo naturale e del mondo umano ereditate dal passato sono del tutto inadeguate alla nuova condizione. Prima la natura era lo sfondo immutabile dell’azione umana – era fonte di risorse, ma non incarnava valori, il mondo della cultura era il luogo dell’etica e della politica, dell’agire intenzionale degli esseri umani. Questo quadro è adesso contraddetto da fatti nuovi. Rimanere aggrappati alla vecchia concezione è impossibile o poco utile; ma una concezione nuova è ancora da costruire.

[…] Molti sono indifferenti all’Antropocene – perché non ne sanno nulla, o pur essendone a conoscenza, non se ne curano. Tanti altri ne sono spaventati, perché per la prima volta non siamo di fronte a una minaccia e a un nemico esterni, ma siamo noi stessi il nemico e la vittima. E parecchi si preoccupano del fatto che la maggioranza di noi non s’interessa affatto all’Antropocene. Recentemente, Amitav Ghosh si è chiesto come mai nella letteratura contemporanea non si dia lo spazio che merita al cambiamento climatico che sta avvenendo (ma lo stesso si può dire dell’inquinamento globale, della scarsità di risorse naturali e, forse in misura minore, della perdita di biodiversità). Nella nostra epoca l’arte e la letteratura nascondono la realtà, suggerisce Gosh: viviamo nell’ «epoca della Grande Cecità».

[…] Altri invece vedono l’Antropocene come una grande opportunità – finalmente dominiamo completamente il pianeta, e ce lo potremo modellare a nostra immagine e somiglianza. Con l’Antropocene non siamo più creature ma creatori, non siamo più soggetti alle leggi della natura ma siamo noi i legislatori. A lungo la natura ha amato nascondersi e il sogno è stato di penetrarne i segreti, prima per difendersi e poi per dominarla e trarne profitto. Ora la natura la scopriamo cambiandola, o costruendola. Tutto è chiaro nella natura, come è chiaro il funzionamento di una macchina per il costruttore. Può esserci un ‘buon Antropocene’ – da cui possiamo trarre vantaggi e opportunità inaspettate.

[…] Parte di questo libro, soprattutto il primo capitolo, si dedicherà a ricostruire le molte facce dell’Antropocene e le tante reazioni che ha destato. Il nostro obiettivo è incoraggiare la discussione, rompere il grande silenzio e uscire dalla cecità. Sosterremo che la maniera migliore di cogliere la natura dell’Antropocene è adottare il punto di vista delle scienze della Terra – cioè di quelle discipline scientifiche che considerano il funzionamento del pianeta nel suo complesso come un sistema unitario – e concepirlo come una vera e propria rottura del corso della storia del pianeta Terra e della storia umana – il momento in cui la Terra come sistema complessivo e gli esseri umani come specie iniziano a interagire in maniera co-dipendente e ricorsiva e la storia e la geologia si intrecciano.

La reazione alla nuova epoca cui daremo voce è di cauta preoccupazione e di risoluto impegno: l’Antropocene non è necessariamente una catastrofe, ma non è neanche una meravigliosa opportunità. Piuttosto, l’Antropocene richiede scelte nuove, su cui è necessario riflettere e discutere, e pratiche nuove, che è necessario rendere possibili e perseguire. Abbiamo un’influenza senza precedenti sul corso futuro del nostro pianeta: potremo prendere decisioni buone o cattive, vivere in modo migliore o peggiore – per noi stessi, per gli animali e le piante, per il pianeta intero. Quindi servono criteri che ci guidino nelle nostre scelte nelle nostre pratiche.

 

[Immagine: Andreas Gursky, Los Angeles]

Un commento

  1. GUARIRE LA NOSTRA TERRA: “VERITÀ E RICONCILIAZIONE” (#MandelaDay2018):

    […] Intorno a noi, la Terra, c’è il “cielo puro” e il “libero mare” – come scriveva Nietzsche, non ci sono gli extra-terrestri, che ci verranno a salvare o a distruggere. Gli extra-terrestri siamo noi! Cosa vogliamo fare? Forse ci conviene deporre le armi e cominciare a dialogare in spirito di verità. Cominciamo. La discussione è appena agli inizi, continuiamo …. […] (cfr.: http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=5269)

    Federico La Sala

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