Le parole e le cose

Letteratura e realtà

La disfatta del Partito Democratico

| 2 commenti

di Mauro Piras

[LPLC va in vacanza. Per non lasciare soli i nostri lettori durante la stagione estiva, riproponiamo alcuni pezzi usciti nei mesi o negli anni precedenti. Questo articolo è stato pubblicato il 12 marzo 2018].

La sinistra, in Italia, non ha mai vinto le elezioni. Nella cosiddetta prima Repubblica non è mai riuscita a superare la DC. Nel 1994 le ha prese sonoramente. Nel 1996 il centrosinistra ha vinto solo perché la Lega correva da sola e il centrodestra era quindi diviso. Nel 2001 le ha prese di nuovo. Nel 2006 ha vinto di pochissimo, trovandosi quasi senza maggioranza al Senato. Nel 2008 un’altra sconfitta. Nel 2013 ha “non vinto”, trovandosi davvero senza maggioranza al Senato. E nelle elezioni appena svolte ha toccato il suo punto più basso, subendo una sconfitta gravissima. Che cosa ci insegna questa storia? Dopo la svolta del 1992-93 in Italia si è aperta una crisi del sistema politico che non si è ancora chiusa: il sistema politico precedente, fondato sul parlamentarismo, sul ruolo centrale dei partiti, sul proporzionale, sulla contrapposizione senza alternanza tra DC e PCI, è saltato; al suo posto si è formato inizialmente un sistema bipolare, fondato sull’alternanza tra centrodestra e centrosinistra, sul maggioritario, sulle alleanze, sull’indebolimento dei partiti e un appello più diretto agli elettori; questo sistema si è dimostrato instabile, incapace di governare, e sembra saltato a sua volta dal 2013, da quando è emerso il M5S. Ma le elezioni del 4 marzo mostrano qualcosa di diverso. Non è tutto il sistema politico a essere perennemente in crisi, ma solo una sua parte. Alla fine, pur con molti cambiamenti, dopo il passo falso del 1996 il centrodestra ha trovato la sua stabilità: la formula Forza Italia più Lega più destra ex-fascista funziona sempre, cambiando gli equilibri interni riesce sempre ad avere un certo successo, e con il 37% di quest’anno ha recuperato quasi tutto il suo bacino elettorale. La parte del sistema politico che non esce dalla crisi, che non si trova, è invece la sinistra: non riesce a trovare una sua identità, per quanto in diverse formazioni, che garantisca un vero ricambio, una vera alternanza. I suoi spazi vengono occupati da un altro soggetto politico, il M5S, che rischia così di chiudere a suo modo questa eterna crisi del sistema politico italiano, creando un nuovo bipolarismo.

1.

Il PD alla sua nascita ha preso il 33% dei voti, perdendo le elezioni del 2008, ma realizzando quello che è rimasto il suo massimo storico nelle elezioni politiche nazionali. Oggi è al 19%. Un tracollo. Si trova ora al livello di molti altri partiti della famiglia socialista europea, che navigano intorno al 20% (tedeschi, spagnoli) o stanno persino peggio (francesi, greci). Come i partiti socialisti, ha pagato il fatto di avere amministrato in modo moderato e coerente al sistema la più grave crisi economica dopo quella del ’29, senza riuscire a rispondere al senso di precarietà e insicurezza di ampi strati sociali, i più deboli, il suo antico elettorato di riferimento. In più, in Italia, ha partecipato dal 2011 in avanti a governi di larghe intese, che hanno ulteriormente indebolito la sua identità, e hanno esasperato tendenze già forti in altri paesi: da una parte, sentimenti “anticasta”, ostili a qualsiasi parte della classe dirigente tradizionale, alle istituzioni europee, alle politiche economiche più o meno liberali; dall’altra, rivendicazione dell’identità nazionale e invocazione del sovranismo, come si dice.

Questa breve sintesi è incompleta. Rispetto agli altri partiti della famiglia socialista europea, il PD ha attraversato un momento in cui non sembrava affatto destinato alla stessa fine: il momento Renzi. Il PD guidato da Renzi infatti ha fatto eccezione a questo quadro, all’inizio, per varie novità: ha spinto con forza per un rinnovamento, anche brutale (la “rottamazione”), della classe dirigente del partito, creando la speranza di un’apertura alla partecipazione politica e alle esigenze reali della società; ha assunto un linguaggio e una pratica populisti, appellandosi direttamente ai cittadini, agli elettori, saltando le mediazioni degli organi di partito, dei sindacati ecc., con un linguaggio semplicistico e binario, un populismo però europeista e abbastanza soft da rassicurare i ceti produttivi; ha promesso una politica economica mista, non in conflitto aperto con i parametri UE, ma sicuramente espansiva, con un uso anche disinvolto della spesa pubblica. Questi elementi hanno fatto il momento di grazia iniziale del renzismo: le primarie del 2013 e le elezioni europee del 2014, con il famoso 40%.

Tutto questo poi si è perso. La politica economica effettiva è stata, come per i partiti socialisti europei, una gestione moderata della crisi, con qualche iniezione in più di spesa pubblica espansiva, ma niente di spettacolare. Le riforme intraprese sono certo ragionevoli e necessarie per la modernizzazione del sistema economico italiano, che si trascina da prima della crisi, ma non rispondono affatto al senso di disagio sociale che questa ha provocato. A ciò però si aggiunge che tali riforme sono state numerose, e realizzate a tamburo battente: anche questo rispondeva a una esigenza reale del nostro paese, che non riesce ad affrontarle da almeno vent’anni, se non più. Tuttavia, questa agenda riformista moderata ma accelerata, attuata in un momento di grave insicurezza economica, non poteva che provocare scontento. La razionalizzazione della pubblica amministrazione genera senso di precarietà nei dipendenti pubblici in un momento di blocco delle retribuzioni; la riforma del mercato del lavoro, se anche nella realtà non ha aumentato la precarietà né tantomeno i licenziamenti, aumenta il senso di incertezza in un momento in cui si creano in generale pochi posti di lavoro, e molti a tempo determinato; la riforma della scuola aggrava il lavoro docente in un momento di scarso riconoscimento sociale e economico della categoria; ecc. E poi in ogni caso le riforme creano sempre scontento da qualche parte, specie se realizzate in fretta, a volte con gravi errori di applicazione, con una amministrazione inefficiente che non segue.

Il rinnovamento della classe politica ha fallito miseramente, perché il PD, soprattutto nelle periferie, è sceso a mille compromessi, e i “nuovi” spesso sono stati reclutati solo per cooptazione e fedeltà alla leadership, senza accogliere risorse che si mobilitavano sul territorio; in generale il partito è rimasto piuttosto chiuso, autoreferenziale, non ha favorito la dinamica partecipativa reale, nei circoli, nelle assemblee, nei forum ecc. A ciò si sono aggiunti gli scandali, per quanto spesso infondati, e candidature discutibili. Tutto questo ha rovesciato la posizione del PD renziano: da rottamatore a casta, come tutti gli altri, anzi peggio.

Allo stesso tempo, però, il renzismo ha continuato a fare il discorso del “rinnovamento”, del vero cambiamento della politica, pur abbandonando il gergo della rottamazione. Renzi, in modo sempre più maldestro dal 2016 in avanti, ha continuato a giocare la carta dell’appello diretto agli elettori, scavalcando e delegittimando le mediazioni partitiche, per non parlare di quelle sindacali. Questo però ha determinato un rapido crollo di credibilità, perché in realtà il PD renziano non era più il cambiamento che pretendeva di essere, era molto più istituzionale, di apparato, di establishment: e in quanto tale veniva attaccato sempre di più. Dall’altro lato, l’oltranzismo nella rottura con i vecchi punti di riferimento, soprattutto i sindacati, gli toglieva consensi nell’area tradizionale di riferimento della sinistra. Il lavoro di mediazione e di recupero fatto dal governo Gentiloni su questo fronte è servito a ben poco.

Questi cambiamenti spiegano il tracollo del PD, dopo le grandi aspettative del 2014. Dopo questo tracollo, si sono affermate quelle forze politiche che hanno saputo raccogliere le esigenze tradite dal momento Renzi: il rinnovamento e la “ripulitura” della politica; l’apertura alla partecipazione dei cittadini; la difesa del lavoro e la protezione dalla precarietà sociale. Tutti questi temi sono stati percepiti come traditi dalla sinistra, e sono transitati senza mediazione verso il M5S. Sull’altro fronte: un sentimento diffuso di insicurezza; la paura dei migranti; una certa indifferenza e, in alcuni casi, ostilità verso i diritti civili (coppie di fatto, ius soli ecc.). Tutto questo è stato capitalizzato senza scrupoli dalla Lega, ma è passato in parte anche verso il M5S. La mescolanza, per quanto instabile e esplosiva, di questo insieme di esigenze è quella che fa vincere le elezioni: non solo in Italia, ma anche in molti paesi europei e non. Il M5S ha vinto tenendo insieme questo mélange.

2.

In Italia, quindi, si sono sovrapposte in questi anni due crisi di lunga durata. Da un lato, la ristrutturazione del sistema politico, in particolare nella sinistra, che non ha trovato il suo luogo e la sua identità dopo la svolta del 1992-93. Dall’altro lato, la crisi generale della democrazia rappresentativa e dei partiti tradizionali, quelli costituiti sull’asse novecentesco liberali-socialisti, che hanno governato l’Europa dopo il 1945: quei partiti cioè che hanno gestito la crisi economica nei limiti del sistema capitalistico globalizzato, e dei vincoli europei, pagando un caro prezzo al senso di insicurezza sociale da essa generato. L’unione di questi due processi ha reso il crollo italiano ancora più grave di quello di altri partiti, perché, attraverso il momento Renzi, li ha intrecciati: il PD è caduto dall’alto. Inoltre, tale intreccio ha generato la nascita di un nuovo soggetto politico, il M5S, che è molto più forte di soggetti più o meno simili nati in altri paesi. È molto più forte perché nasce dalla congiunzione di queste due cause, come abbiamo detto; e perché la crisi di legittimazione e di rappresentanza della classe politica in Italia è più antica, risale almeno agli anni ottanta, e molto più radicata. Inoltre, il M5S è rafforzato dalla profonda divisione economico-sociale del paese, soprattutto dalla frattura Nord-Sud, e dalla sua capacità di muoversi ambiguamente tra temi “antisistema” tradizionalmente di sinistra e temi “antisistema” tradizionalmente di destra. Queste due tendenze, in altri paesi, solitamente si dissociano in forze politiche opposte, mentre nel M5S sono compresenti.

Non aver visto tutto questo, da parte della sinistra, ha significato non prendere sul serio i caratteri di questo nuovo soggetto, averlo sottovalutato enormemente. Questo è un errore di prospettiva condiviso da tutti i partiti di establishment, ovunque: i democratici americani che hanno sottovalutato Trump, i socialisti francesi nei confronti del lepenismo (e anche del partito di Macron), i socialisti tedeschi nei confronti di Alternative für Deutschland ecc. L’errore consiste nell’utilizzare categorie spuntate come populismo/antipopulismo, antipolitica, euroscetticismo ecc. Soprattutto l’idea di ridurre queste forze alla motivazione populista o all’antipolitica è sbagliata e perdente, perché: delegittima l’avversario, provocando risentimento e maggiore contrapposizione politica e sociale nei suoi elettori; non riconosce i problemi di fondo, reali, che le sinistre e in generale i partiti tradizionali non hanno saputo affrontare; non vede la forte esigenza di partecipazione politica che è alla radice di molti di questi movimenti, e che è il contrario esatto del populismo o dell’antipolitica; ha l’effetto paradossale di giustificare ulteriormente l’opposizione senza quartiere alle classi dirigenti tradizionali: “se ci trattate così, meritate solo di sparire”; ma soprattutto, questo discorso è lo stesso delle élite economiche globali, proprio quelle che vengono percepite come il nemico dalle classi sociali che votano questi movimenti.

Bisogna invece abbandonare una volta per tutte queste categorie (populismo, antipolitica, voto di protesta ecc.) e leggere il quadro politico in modo del tutto diverso. Anzitutto, riconoscendo gli ideali e i modelli politici proposti dalle diverse parti politiche; inoltre, riconoscendo le esigenze sociali reali che si trovano dietro la scelta, da parte degli elettori, di quei modelli politici. Non aver fatto questo lavoro, da parte della sinistra, ha permesso l’affermazione di Berlusconi e della Lega, negli anni novanta e primi duemila: aver sempre denunciato il carattere affaristico, corrotto, e il dominio dei media per il primo; e il carattere razzista, antipolitico, ecc. per la seconda è servito solo a rafforzali, a causa della cecità totale nei confronti dei problemi ai quali cercavano di dare una risposta, e della mancanza di rispetto nei confronti dei loro progetti e quindi dei loro elettori. Le ultime elezioni confermano anche in Italia un quadro caratterizzato dall’emergere di quattro ideali diversi di democrazia, in conflitto tra di loro e in parte intrecciati, di cui ho già parlato in un altro intervento (http://www.leparoleelecose.it/?p=27755): la democrazia nazionale e identitaria, la democrazia partecipativa e sociale, la democrazia rappresentativa liberal-conservatrice e la democrazia rappresentativa progressista. Le quattro tendenze sono ben visibili, come già al primo turno delle presidenziali in Francia nel 2017, con la differenza che il M5S, facendo convergere in sé tanto la democrazia partecipativa quanto, in parte, quella nazionale, è più forte di tutti, e la tendenza rappresentativa conservatrice è più debole che altrove a causa del declino politico di Berlusconi. Ma la cosa più importante è questa: se si legge il quadro politico in questo modo, cercando di identificare i modelli politici ideali di riferimento, e di legittimare le scelte degli elettori, si deve abbandonare ogni allarme per la democrazia. La democrazia non è in pericolo, per quanto attraversi una crisi di legittimità: non ci sono forze che rischiano di scardinarne i fondamenti e di portare il Paese alla dittatura (aver detto questo di Berlusconi, a suo tempo, ha reso ridicola la sinistra, e le ha impedito di vincere). E quindi non sono affatto giustificati allarmi del tipo: “ora governeranno quelli” (Lega o M5S), come se fosse la discesa dei barbari. No, nessun allarme: tutte queste forze sono nella democrazia, benché ne diano letture diverse.

3.

Che rapporto c’è tra questa analisi e la situazione politica contingente, aperta dai risultati elettorali?

In primo luogo, come appena detto, non c’è nessun allarme democratico: c’è solo un problema di instabilità politica, generato dagli esiti delle elezioni, ma non ci sono rischi se una forza o l’altra va al governo. Quindi gli appelli alla “responsabilità” hanno valore solo in senso del tutto generico: cioè come appelli a trovare una soluzione, senza irrigidimenti inutili, ma non nel senso di cercare a tutti i costi anche soluzioni eccezionali (maggioranze trasversali, larghe intese, governi di scopo, appoggi esterni ecc.) che snaturino il voto espresso dagli elettori. Non c’è né un’emergenza democratica, né un’emergenza economica, come c’è stata nel 2011: in questo momento non ci sono rischi di speculazione finanziaria, la situazione dei mercati è piuttosto stabile, e l’economia, per quanto debole, è in lenta ripresa. Va quindi rispettato il voto degli Italiani: le forze che hanno la possibilità di costruire una maggioranza hanno la responsabilità di prendere l’iniziativa, chi è stato sconfitto non deve che restare all’opposizione, in questo momento. Le fughe in avanti di dirigenti del PD, giornalisti, opinionisti ecc. che stanno proponendo ovunque l’alleanza tra PD e M5S sono totalmente ingiustificate, al limite dell’assurdo. È del tutto prematuro discutere di alleanze ora, senza uno straccio di proposta chiara da parte di chi ha la maggioranza relativa, senza che si siano eletti i Presidenti delle Camere, senza che sia stato dato un incarico esplorativo a qualcuno per iniziare le consultazioni. Quando sarà il momento, quando si saranno definiti questi elementi, i partiti vedranno le offerte politiche e valuteranno. Il PD potrà eventualmente prendere in considerazione una proposta concreta da parte del M5S, e valutare le opzioni: alleanza o opposizione. Ma fare un’alleanza vuol dire accettare di realizzare, in parte, anche il programma dell’altro, e di governare insieme. È del tutto insostenibile la posizione del M5S (imitata in parte da Salvini): non si fanno alleanze tradizionali, perché non si “spartiscono le poltrone”, si cerca solo una convergenza su punti specifici (che sono però del M5S); insomma: “venite a noi e dateci i vostri voti”. Questa posizione rischia di delegittimare ulteriormente le istituzioni democratiche (è l’unico vero rischio che corre la democrazia italiana adesso). Essa infatti innesca una spirale perversa di questo tipo: “noi, grillini, rifiutiamo le alleanze vecchia maniera, vi chiediamo di appoggiarci su alcuni punti”; “voi, la casta, rifiutate, perché restate aggrappati alla vecchia politica”; questo approfondisce la crisi della rappresentanza politica, perché accentua il malcontento anticasta, che il M5S capitalizza, senza però riuscire a governare; il risentimento contro la classe politica non trova sbocco, e le istituzioni democratiche vengono delegittimate. Così non si esce mai dalla crisi. Questo è il vero lato preoccupante del M5S. Invece, il gesto di responsabilità lo deve fare proprio questo movimento, abbandonando una volta per tutto questa visione manichea e dogmatica della politica, accettando di fare propria la normale logica della trattativa, delle alleanze, della mediazione parlamentare.

Infine, su un piano strettamente politico, è del tutto auspicabile che il PD rimanga all’opposizione. In primo luogo, perché dal novembre 2011 a oggi ha governato per sei anni e quattro mesi senza interruzione. Ha pagato, in questi anni di governo, i suoi errori e quelli dei suoi alleati: gli elettori lo hanno punito, lo hanno spedito all’opposizione con un risultato inequivocabile, ed è quindi giusto che rimanga lì. È molto più sano per il PD, così può affrontare la sua crisi, vedere se riesce a ricostruire un’identità e una comunità politica, analizzando i suoi errori e recuperando terreno dove lo ha perso. E soprattutto è molto più sano per la democrazia italiana, perché rende possibile un’alternanza al governo (se il PD va ancora al governo l’alternanza non c’è) e perché una collocazione chiara del PD all’opposizione può aiutarlo a ricostituire la parte del sistema politico che non si trova. Il Presidente Mattarella ha fatto un appello alle forze politiche, chiedendo di “collocare al centro l’interesse generale del Paese e dei cittadini”. Nei giornali queste parole sono state lette come un appello al senso di responsabilità del PD: per salvare le istituzioni, bisognerebbe accettare anche un’alleanza tra M5S e PD. Se questo fosse il senso, sarebbe un grave errore, proprio per il bene delle istituzioni: se si continua a disconoscere in modo così plateale il voto degli elettori, che hanno bocciato l’attività di governo del PD, la crisi di legittimità della democrazia non verrà mai risolta, anzi si aggraverà sempre più. Se ne vogliamo uscire, dobbiamo smetterla di avere paura del voto: quindi, non bisogna temere di lasciare all’opposizione chi ha perso; e non dobbiamo temere nuove elezioni, se queste sono necessarie. Anche su questo punto si sbaglia: si ipotizza che non cambierà niente, se si rivota; ma in questo modo si trattano gli elettori come degli incapaci, che non capiscono che cosa sta succedendo: se si rivota gli equilibri potrebbero cambiare, in qualsiasi modo, perché gli elettori valuteranno quello che è successo in mezzo. Tutte queste manovre stanno logorando la nostra democrazia, non il voto populista o fantasie del genere.

Infine, la ragione fondamentale che impedisce l’alleanza tra PD e M5S è la radicale divergenza dei progetti politici, e dell’ideale di democrazia a essi sottesa. I pochi dettagli a cui ci si appiglia per proporre un’alleanza sono secondari. Nei nuclei fondamentali non c’è possibilità di convergere. In primo luogo, sull’europeismo, sulla difesa del progetto dell’UE fin dall’inizio, sulla promozione di un suo rafforzamento. Poi sulla gestione dei conti pubblici: il PD sostiene ormai da tempo che la sostenibilità finanziaria non è solo un problema di stabilità, ma anche di equità, mentre per i grillini è solo una macchinazione per spremere i poveri. Su questo terreno, il tema della riforma pensionistica è centrale: il PD non potrebbe mai appoggiare il ritorno a un sistema squilibrato, che sottrae risorse e impedisce qualsiasi giustizia intergenerazionale. Poi c’è il mercato del lavoro: descrivere il jobs act come un male da cancellare e basta non è affatto conciliabile con l’idea di un mercato del lavoro più adatto alle dinamiche della globalizzazione, che non crei spaccature ingestibili. Per non parlare della questione della “casta”: i grillini hanno generato nell’elettorato l’illusione che questo sia il problema principale, e che abolire i vitalizi, tagliare gli stipendi ai parlamentari ecc. siano riforme fondamentali e utili per trovare risorse. Questo, per il PD, non solo è falso, ma anche sbagliato: attaccare in modo così indiscriminato le risorse di cui dispone la politica significa distruggere le basi della democrazia rappresentativa, perché altrimenti i parlamentari perdono autonomia, dipendono sempre più da finanziamenti esterni e, soprattutto, dai ricatti dei vertici di partito. E poi ci sono i diritti civili: i grillini a un certo punto li hanno abbandonati, perché per loro sono un falso problema, perché “agli italiani non interessano”. E in effetti i loro elettori non vogliono lo ius soli, non volevano la stepchild adoption. Ma per gli elettori del PD è tutto il contrario. E così via. Tutte queste cose mostrano che la visione generale di queste due forze politiche è inconciliabile: il PD difende un’idea di democrazia rappresentativa progressista, in cui si promuovono i diritti individuali di libertà, si cerca la giustizia sociale senza intralciare la creazione di ricchezza resa possibile dal capitalismo, si rispettano dei parametri di stabilità finanziaria perché non rispettarli significa commettere delle iniquità. Il M5S vuole invece una democrazia che, pur parlamentare, viene piegata alle esigenze della democrazia diretta, non crede nel ruolo centrale dei diritti di libertà, perché ha una visione più “etica” della cittadinanza, che giustifica la lotta senza quartiere contro la casta, e vede i problemi economici come una lotta tra un popolo vessato e una cricca di pochi sfruttatori, alleati con la politica; coerentemente, vuole usare la spesa pubblica per correggere questo squilibrio. Queste visioni sono inconciliabili, e non ci sono ora le condizioni per trovare dei compromessi. Se il PD si autoimmolasse per il bene delle istituzioni (cosa del tutto discutibile, come già detto) si autodistruggerebbe come partito, in questo momento, e la tradizione democratico-liberale progressista, già debole, si annienterebbe del tutto in questo Paese. E non sarebbe affatto un bene per la democrazia.

(Firenze, 11 marzo 2018)

 

 

[Immagine: Manifesti elettorali].

2 commenti

  1. L’analisi di Mauro Piras mi era sfuggita all’epoca in cui uscì. Essa pone problemi interessanti che meritano una riflessione, con qualche lume in più tenuto conto di quanto accaduto in questi mesi dopo le elezioni. Dirò alcune cose schematicamente:
    1. il PCI, poi PDS fino al PD ha sempre guardato al centro, fin dalla svolta di Salerno di Togliatti e questa linea ha sempre perso, in particolare nell’occasione fallita del “sorpasso del 1976” dove la grande avanzata del PCI del 1975 mancò l’occasione a causa della scelta del compromesso storico (all’epoca giustificata dalle masse cattoliche rappresentate dalla DC, cosa di cui non vi è alcuna traccia oggi);
    2. l’unica scelta di unità a sinistra è quella della Fronte Popolare del 1948, che andò persa, ma pochi anni dopo riuscì a battere la legge truffa di Scelba (1953);
    3. il problema della sinistra italiana dall’epoca della divisione tra riformisti e massimalisti nel primo PSI è quella di non aver mai garantito l’unità a sinistra e tutte le volte in cui il PCI-PDS-PD ha svoltato al centro non è mai nata un’alternativa unitaria a sinistra;
    4. l’analisi di Piras sottovaluta la crisi della democrazia rappresentativa, che in tutto il mondo è diventato un abito troppo stretto per il grande capitale globalizzato; Piras si contraddice quanto sostiene che non c’è un’emergenza democratica e poi dice che il rischio della crisi della democrazia è molto elevato;
    5. la faccia proterva e razzista di Salvini e la sua testa “chiusa” rappresenta si presenta come un possibile cane da guardia degli interessi capitalistici;
    6. Renzi ha fallito perché non ha fatto una politica conseguentemente socialdemocratica: le politiche espansive alla Keynes per uscire dalla crisi politico-sociale sono tenute ai margini perché il neo-liberismo ha programmato la distruzione dei corpi intermedi dal 1950, in particolare i sindacati e Renzi è stato subalterno a questa linea, rompendo ancora a sinistra per convergere su un centro inesistente (secondo la costante storica di cui al punto 1);
    7. tutta l’analisi di Piras converge sull’obbiettivo di scongiurare l’alleanza 5Stelle-PD, ma il problema è mal posto perché manca un’analisi delle classi: i 5 Stelle sono un partito della piccola borghesia e come questa oscillante, un po’ a destra (è la linea governativa attuale) e un po’ a sinistra (è il caso degli ortodossi alla Fico); occorreva avere una capacità egemonica alla Gramsci: andare a vedere l’offerta di Di Maio voleva dire cercare di portarli dalla propria parte (ma per farlo occorreva una linea politica “egemonica” come quella che sta imponendo Salvini;
    8. conclusione occorre lavorare ad una unità vera delle sinistre su un programma di cose da fare, lasciando perdere le divergenza teoriche o le dispute passate.
    E’ schematico mi rendo conto, ma mi piacerebbe poterne discutere

  2. Circa il punto 7 del mio intervento di ieri mi rendo conto che nella fretta schematica può non essere ben compreso: è ovvio che la linea “egemonica” di Salvini sui 5 Stelle non poteva essere quella della sinistra. E’ organicamente di destra (il vero pericolo attuale). Quello che volevo argomentare è l’egemonia, la mancanza di capacità egemonica della sinistra ha oggettivamente spinto i 5 Stelle della linea “governista” di Di Maio in braccio a Salvini. Oggi occorre lavorare per spaccare l’alleanza del governo verde-giallo a sinistra, anche su questo l’opposizione del PD è debole e quindi lascia prevedere che non si potrà contare sul PD come centro di una possibile unità a sinistra. Il percorso a sinistra è tutto in salita e l’emergenza democratica aumenta di intensità.

Lascia un commento

I campi obbligatori sono contrassegnati con *.