di Luca Illetterati

 

[Una versione più breve di questo articolo è uscita sul «Mattino di Padova»].

 

È giunto in questi giorni in libreria, edito da Mondadori, l’ultimo, romanzo di Marco Franzoso: L’innocente. Il libro racconta la storia di una giornata di un ragazzo di 12 anni, Matteo, chiamato quel giorno a fare qualcosa di difficile e lacerante, qualcosa che all’inizio non si capisce e che si capirà solo – letteralmente, visto che la prima parte del racconto vede Matteo in auto con la madre per recarsi a questo appuntamento – strada facendo. Matteo dovrà quel giorno andare a spiegare a degli adulti che lo interrogheranno, cosa è successo, precisamente – e cioè fuori da qualsiasi ambiguità – due anni prima.

 

Ancora una volta il nodo attorno al quale lavora lo scrittore veneto, è quello dell’infanzia, o forse, per meglio dire, è quello della condizione asimmetrica e giocoforza violenta che caratterizza la relazione tra l’universo esistenziale dell’infanzia e quello che caratterizza invece il mondo degli adulti. Non è probabilmente esagerato dire che questa relazione è una sorta di ossessione per Franzoso, una sorta di attrito intorno al quale ruota buona parte della sua produzione letteraria, perlomeno da Il bambino indaco (da cui è stato tratto il film di Saverio Costanzo (Hungy Hearts), passando attraverso Gli invincibili e Mi piace camminare sui tetti.

 

E’ sempre difficile raccontare di infanzia o di adolescenza. Il rischio di cadere nella mitologia, ovvero in quella forma di idealizzazione della fanciullezza intesa come dimensione della purezza, dell’innocenza e della spontaneità, o ancora di cadere negli stereotipi classici relativi all’adolescenza sono sempre in agguato. Rischio che diventa ineludibile quando si tenta quella operazione incredibilmente complessa che è il dar voce al bambino, la pretesa cioè di farlo parlare con il suo stile, e quindi di usare il suo linguaggio, la sua grammatica, le sue intonazioni. Lo scrittore che cerca di dare voce all’infanzia quando riesce ad evitare la caricatura (e tanti sono i casi in questo effetto non li si riesce ad eludere) è infatti sempre preso dentro la morsa di due polarità che portano entrambe al fallimento: l’infantilizzazione della scrittura, da una parte – connessa a una invenzione artificiosa e fastidiosa del mondo dei bambini – e l’adultizzazione dell’infanzia, dall’altra, ovvero il mancato riconoscimento della differenza radicale che l’infanzia rappresenta.

 

Franzoso è assolutamente consapevole di questo. Si potrebbe anzi dire che da quando questo è diventato il suo tema, la sua prosa si è fatta sempre più essenziale, quasi a evitare il rischio di caricare con strategie retoriche e linguistiche le vicende tutte tragiche che andava raccontando. Come se il lavoro dello scrittore che vuole parlare di questo fosse quello di sottrarre la vicenda all’enfasi delle parole, invece che di arricchirla. Non a caso, recensendo Il bambino indaco, un lettore attento come lo scrittore Paolo Nori, si chiedeva se “l’attenzione rigorosa, maniacale, alla trama”, che in effetti caratterizza quel romanzo, dovesse “necessariamente andare a scapito della ricchezza della lingua”.

 

Con questo romanzo, con l’innocente, Franzoso fa un salto. Ed è un salto che coinvolge in primo luogo la lingua e, con essa, il ritmo della narrazione: una lingua sempre essenziale, asciutta e incredibilmente precisa, certo, ma meno secca e neutra; e un ritmo incalzante, potente, teso, del tutto coerente con la struttura tragica del racconto.

 

Il protagonista del libro, si diceva, è Matteo, il quale non è proprio un bambino, ma un ragazzo che frequenta la scuola media, probabilmente non ancora del tutto immerso in quella fase di dolorosa e lacerante trasformazione che è l’adolescenza, forse proprio sul crinale tra fanciullezza e adolescenza. E il racconto è quello, appunto, di questa giornata particolare: una giornata nella quale Matteo sa fin dal risveglio che a un certo punto si troverà chiamato e in qualche modo costretto a dire a degli adulti – nello specifico a un giudice e a una psicologa – quanto gli è accaduto due anni prima, poco dopo che era morto suo padre (personaggio che conosciamo solo attraverso i pensieri di Matteo, di sua madre e dei suoi nonni e che pure ha una funziona decisiva nella determinazione del suo spazio psicologico). Matteo sa fin dall’inizio di dovere, quel giorno, cercare di rendere limpido e chiaramente determinato qualcosa che invece a lui non è affatto chiaro, non ha la precisione del contorno distinto che i pensieri degli adulti invece richiedono. Nella giornata che sta per affrontare Matteo sa, insomma, che dovrà tradurre dentro la lingua e la logica degli adulti, ovvero a restituire dentro strutture categoriali ed esistenziali che in fondo non gli appartengono, se non come contenitori generici e in qualche modo vuoti, ciò che ha provato nel rapporto complesso dentro il quale si è trovato coinvolto, per una serie di circostanze che Matteo ci consegna nei pensieri che abbiamo la possibilità di ascoltare durante il viaggio in auto con la mamma, con un adulto a sua volta per molti versi adolescenziale, don Andrea; il Don, come lo chiamano i ragazzi: un prete.

 

Franzoso riesce con grande maestria e sapienza a portare il lettore dentro l’universo mentale di Matteo, a renderne lo sguardo, la differenza di giudizio rispetto a un mondo adulto che tende a collocare piacere e dolore, gioia e tristezza, realtà e immaginazione dentro compartimenti stagni ben isolati l’uno dall’altro. E riesce a far sentire dunque – con potenza e nitore, soprattutto grazie ad alcune formidabili costruzioni dialogiche – il dolore di Matteo, la doppia violenza a cui è sottoposto: quella ambigua, ombrosa e chiaroscurale che ha subito dal Don e quella invece pulita, tagliente e illuminata come di una luce al neon, ma non per questo meno crudele, di chi è lì per aiutarlo a capire, per difenderlo, dicono, di certo per condurlo e forse trascinarlo verso quella netta separazione del bene dal male che è l’accesso al mondo adulto.

 

Le parole, però, nel mondo dei grandi – è questo che Matteo sperimenta tragicamente – producono effetti, decisioni, azioni in modi e forme diverse da come accade nel mondo dei bambini. Le parole, nel modo dei grandi, una volta dette sono irreversibili, danno corpo a una realtà definita e definitiva, incidono come un bisturi tutte le zone di confine, i bordi sporgenti, le infiltrazioni: trasformano in contraddizione insostenibile gli intrecci confusi e contorti che appartengono all’esistenza e che sono anzi proprio ciò che rende tale un’esistenza. Ma è questo ciò che viene chiesto a Matteo. Gli viene chiesto di essere un uomo. E per essere uomo si trova a trasformare i ‘no’ in ‘sì’, i ‘sì’ in ‘no’ e soprattutto i ‘non so’ – l’incertezza sfuocata – o in un ‘sì’ o in un ‘no’.

 

Matteo in realtà non sa più bene come sono andate le cose, non sa distinguere con sottigliezza la carezza buona da quella sporca. Anzi, l’unica cosa che sa con certezza, per quanto gli adulti non vogliano e non possano accettarlo, è questo suo non sapere; l’unica verità della quale è certo è quella di non avere certezza alcuna rispetto a ciò che è accaduto, ovvero, per meglio dire, ai significati impliciti in quanto è accaduto. Ma a Matteo non è concesso di rimanere nell’indecisione e nell’ambiguità. E così, dentro un imbarazzo che non è tanto il segno del terrore o dell’angoscia per quanto ha vissuto, quanto della paura di ciò che quelle parole hanno provocato e possono ancora ulteriormente provocare, si trova a dire ciò che lui ha la sensazione di non essere in realtà nella condizione di dire. Si trova cioè a dire con parole precise ciò che per lui non possiede affatto precisione, a decidere, con le sue parole, di ciò che in lui non è affatto deciso. Le parole diventano, perciò, per Matteo, necessariamente, una colpa: “si vergognava di aver capito troppo tardi il senso delle parole e di avere distrutto tutto con le sue parole, anche se era l’ultima cosa che avrebbe voluto”.

 

E’ qui – credo – il punto nodale e radicale del romanzo, e forse dell’intera impresa letteraria di Franzoso, in qualche modo la chiave tragica che attraversa quasi tutta la sua produzione. Quello che Franzoso sembra mettere in evidenza attraverso l’esperienza di Matteo è la dolorosa incapacità e impossibilità della lingua, delle parole, di afferrare davvero la realtà, di poter esprimere il mondo, di riuscire a cogliere la vita nella sua specifica dinamica, nella sua mai precisa definizione. Ciò che Matteo sperimenta nel suo dolore e che noi sperimentiamo con lui è l’impossibilità, per qualsiasi discorso, di dire l’esistenza. Anzi di più: la convinzione che le parole siano sempre una riduzione, un fallimento, un’erosione rispetto al mondo che è. Come se il destino della parola e del discorso fosse quello di ingabbiare dentro strutture solide e fisse una dinamica – la vita – che non può in realtà essere ridotta ad esse.

 

E tuttavia – verrebbe da dire – il linguaggio ha anche la capacità di dire il proprio fallimento, di portare a discorso la distanza che separa la sintassi logica dalla concretezza delle esistenze. E questo è ciò che fa soprattutto la parola poetica, la parola della letteratura – ovvero, nel caso specifico, la parola di un libro duro, doloroso e bellissimo come questo – la quale, non trattando il linguaggio come un alcunché di ovvio e scontato, si rivela in grado di esibire, di portare a manifestazione e di testimoniare la differenza tra il discorso e la cosa, tra la grammatica e la realtà. Come se, facendosi carico dell’esperienza dell’inevitabile scacco della parola di fronte all’esistenza, essa consentisse di andare al di là della semplice rappresentazione e, attraverso una specie di paradossale capriola, di toccare dunque, in questo trascendimento, qualcosa che ha a che fare con l’essenza stessa della vita e dell’esistenza.

 

[Immagine: Foto di Rineke Dijkstra].

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