Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Una piccola tabaccheria

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di Franco Buffoni

[A più di dieci anni dal precedente, esce oggi in libreria il mio nuovo quaderno di traduzioni, Una piccola tabaccheria (Marcos y Marcos), dal quale sono tratte queste poesie di Shakespeare, Byron e Baudelaire].

William Shakespeare, Sonnet 73

That time of year thou mayst in me behold,
When yellow leaves, or none, or few, do hang
Upon those boughs which shake against the cold,
Bare ruined choirs where late the sweet birds sang.

In me thou seest the twilight of such day
As after sunset fadeth in the west,
Which by and by black night doth take away,
Death’s second self, that seals up all in rest.

In me thou seest the glowing of such fire
That on the ashes of his youth doth lie,
As the death-bed whereon it must expire,
Consumed with that which it was nourished by.

This thou perceiv’st, which makes thy love more strong,
To love that well which thou must leave ere long.

Tu sai scorgere in me quella stagione

Tu sai scorgere in me quella stagione
Che ogni foglia va perdendo
Dai rami tremanti contro il freddo,
Nudi cori in rovina al canto degli uccelli.

Tu sai scorgere in me quel declinare
Del giorno verso il crepuscolo
E poi la notte nera, notte-morte
Che tutto sigilla nel riposo.

Tu sai scorgere in me già vacillante
Il bagliore di un fuoco, sulle ceneri
Della sua giovinezza, agonizzante
Su ciò che un tempo lo nutriva.

Te ne accorgi, lo vedo, ed il tuo amore
Si fa più forte per chi dovrai lasciare.

***

G. G. Byron, She Walks in Beauty

She walks in beauty, like the night
Of clodless climes and starry skies;
And all that’s best of dark and bright
Meet in her aspect and her eyes:
Thus mellowed to that tender light
Which heaven to gaudy day denies.

One shade the more, one ray the less,
Had half impaired the nameless grace
Which waves in every raven tress,
Or softly lightens o’er her face;
Where thoughts serenely sweet express
How pure, how dear their dwelling-place.

And on that cheek, and o’er that brow,
So soft, so calm, yet eloquent,
The smiles that win, the tints that glow,
But tell of days in goodness spent,
A mind a peace with all below,
A heart whose love is innocent.

Ella splendida incede

Ella splendida incede, come notte
Di cielo limpidamente stellato,
E tutto il meglio di oscuro e di luce
Negli occhi e nell’aspetto suo rifulge
Dolce in quel tenero chiarore
Che il cielo nega allo sfarzo del giorno.

Un’ombra in più, un raggio in meno
Avrebbero sciupato la grazia indicibile
Che tra i capelli di ebano si tinge
E sul suo volto poi risplende chiara;
Un volto dai pensieri lieti che dicono sereni
Quanto puro il loro rifugio sia e prezioso.

E sulla fronte, lungo le guance dolci
E calme, e tuttavia vivaci,
Sorrisi docili e colori ardenti
Parlano solo di giorni puri
E di una mente serena e sovrana
E di un cuore che ama innocente.

***

Charles Baudelaire, A une passante

La rue assourdissante autour de moi hurlait.
Longue, mince, en grand deuil, douleur majestueuse,
Une femme passa, d’une main fastueuse
Soulevant, balançant le feston et l’ourlet;

Agile et noble, avec sa jambe de statue.
Moi, je buvais, crispé comme un extravagant,
Dans son oeil, ciel livide où germe l’ouragan,
La douceur qui fascine et le plaisir qui tue.

Un éclair… puis la nuit! – Fugitive beauté
Dont le regard m’a fait soudainement renaître,
Ne te verrai-je plus que dans l’éternité?

Ailleurs, bien loin d’ici! trop tard! jamais peut-être!
Car j’ignore où tu fuis, tu ne sais où je vais,
O toi que j’eusse aimée, ô toi qui le savais!

Lui passava

C’era la strada intorno brulicante.
Lungo lungo di nero vestito e maestoso
A suo modo ma sciolto nella giacca slacciata
Sul maglione nero a dolce vita,

Lui nobile e agile passava
Con la sua falcata straordinaria. E io bevevo
Pazzo nei suoi occhi – cielo livido
Dove nasce l’uragano – la dolcezza che affascina

E il piacere che uccide. Un lampo e poi la notte.
Bellezza fuggitiva dallo sguardo improvviso:
La vita mi hai ridato. E ti rivedrò solo nell’eternità?

Ben lontano da qui e troppo tardi. O forse mai.
Perché non sai dove vado e io non so dove vai.
Eppure l’hai capito che io ti avrei amato.

 

[Immagine: Victoria Lucas, Richard William Wheater, Love, Love Will Tear Us Apart Again, www.12monthsofneonlove.blog.com, 14 febbraio, San Valentino (gm)].

8 commenti

  1. Ottime traduzioni, complimenti a Franco Buffoni. Particolarmente riuscita, a mio avviso, quella di Byron.

  2. la traduzione di “a una passante” è più una traslazione, un tentativo di attualizzazione a partire dall’immaginario di buffoni, operazione legittima, certo; ma in questo caso, il concetto di traduzione come tradimento mi pare preso un po’ troppo alla lettera… quanto restituisce della poesia di partenza questa traduzione? forse sarebbe più giusto considerarla come un omaggio “autonomo”…

  3. “Se ogni interpretazione dell’atto di traduzione deve concludere (e non può non concludere) ad una interpretazione del testo di arrivo, credo di poter concludere – provvisoriamente! – che l’interpretazione della traduzione di “poesia” in “poesia” nasce (meglio: può nascere) contrastiva o comparativa ma si conclude nella valutazione critico-qualitativa del testo d’arrivo, indipendentemente dalla comparazione col testo di partenza” (F. Fortini, Lezioni sulla traduzione, p. 85)

  4. Sì, Marchese, difatti nella prefazione a UNA PICCOLA TABACCHERIA parlo anche di certamen, di imitatio, di aemulatio ecc
    Grazie GP! Un abbraccio f

  5. Grazie Emily per la citazione dal Maestro. Che partecipò nel 1988 all’università di Bergamo al Convegno La traduzione del testo poetico, dal quale l’anno successivo nacque la rivista semestrale Testo a fronte, ancora oggi operativa.

  6. Caro Franco Buffoni,

    avevo avuto modo di ammirare l’eleganza e la raffinatezza di questa PICCOLA TABACCHERIA già negli assaggi su NAZIONE INDIANA: mi seduce il titolo stesso dell’intera raccolta, che mi richiama alla mente ovviamente Pessoa, ma che mi fa pensare anche ad un luogo raccolto in cui entrare, conversare con amici che condividono le nostre stesse passioni, annusare il profumo di buon tabacco, magari anche ammirare e tastare tabacchiere che nascondono o nelle quali nascondere fragranze baudelairiane o poundiane che non conoscevo…..
    Quando leggo le traduzioni in italiano effettuate da un poeta mi aspetto di leggere una SUA poesia e di vedere attraverso i SUOI occhi il poeta inglese o francese ecc. tradotto, in modo da aggiungere altre prospettive a quelle da cui già guardavo quello stesso poeta inglese o francese ecc.

    Auguro tanto successo a questo libro.

  7. Tutte molto belle, in particolare “A une passante”.

  8. Grazie! Chi volesse visualizzare la copertina e il sommario del libro può cliccare qui:

    http://www.francobuffoni.it/nuovo_quaderno_di_traduzione_sommario.aspx

    Mentre qui sotto riporto la prefazione:

    Songs of Spring, il mio precedente Quaderno di traduzioni, apparso da Marcos y Marcos nel 1999, racchiudeva nel titolo il cuore di un verso di John Keats, tratto da To Autumn: dove sono i canti di primavera, dove sono ora? L’intendimento era quello di comunicare al lettore, sin dal titolo, l’alta temperatura “romantica” che percorreva la raccolta: se ne accorsero i giurati del “Mondello” che vollero premiarlo, in primis proprio per quella febbre, misurata – nella loro motivazione – come altissima.
    Dodici anni dopo mi trovo qui a raccogliere una nuova messe di traduzioni e imitazioni (certamen, æmulatio, imitatio: volta a volta ripeto tra me quando sigillo una nuova versione nel mio pc) di diverso segno e temperatura. Sempre più convinto che – nei confronti della poesia scritta in altre lingue che quotidianamente mi giunge sul tavolo o rileggo in biblioteca – il mio servizio non possa essere che di tipo “estetico”. Lascio ad altri la funzione “sociale”, la traduzione integrale di un’opera o di un autore…
    L’unico modo che conosco per rapportarmi a un altro poeta è quello di incontrarlo “poieticamente” su un dato testo. Un incontro che fa leva da un lato sull’incastro tra due poetiche, la poetica del tradotto e la poetica del traduttore (con sempre ben presente nella memoria emotiva la definizione anceschiana: “la riflessione che gli artisti e i poeti compiono sul proprio fare, indicandone i sistemi tecnici, le norme operative, le moralità, gli ideali è la poetica”); dall’altro proprio quel poiein, quel “fare” che indusse gli antichi bardi scozzesi a definirsi Makar, fattori, costruttori.
    Un poeta è – insieme – un costruttore e un divoratore di linguaggi, operazioni che tuttavia non può compiere senza avvalersi di un metodo. Il mio – con specifico riferimento al tradurre – principalmente si rifà alla distinzione poundiana tra melopea, logopea e fanopea. In ogni testo che capisco di voler “tradurre” cerco di individuare l’elemento prevalente, quello irrinunciabile: può consistere nell’intarsio ritmico-melodico, o nel pensiero nitidamente formulato, oppure nell’illuminazione, nell’epifania: quel guizzo, che da solo costituisce il senso profondo del testo. In tal modo, so dove posso eventualmente compiere un sacrificio.
    Mia ferma convinzione è che non di “fedeltà” si dovrebbe parlare bensì di “lealtà”. Il termine fedeltà connota guanciali, lenzuola e sotterfugi; il termine lealtà due occhi che fissando altri occhi dichiarano amore ammettendo un momentaneo “tradimento”. Sono stato leale alla tua altezza poetica, tradendoti qui e qui e qui: l’ho fatto per restare il più lealmente possibile alla tua altezza. Questo è ciò che dico ogni sera ai poeti vivi e morti coi quali cerco di intessere il dialogo poietico.
    Un dialogo che essi proseguono anche tra loro, spesso con insofferenza verso la mia idea di macrotesto, per via degli accostamenti imposti, delle sequenze argomentative.
    Nella moderna traduttologia, i concetti di ritmo, di avantesto, di intertestualità, di poetica e quello “apeliano” di movimento del linguaggio nel tempo, vanno sempre più sostituendosi alla dicotomia ciceroniana ut orator/ut interpres e alle novecentesche coppie oppositive: traductions des professeurs e traductions des poètes, come scriveva Mounin; traduzioni target-oriented o source-oriented (le famose traductions ciblistes e traductions sourcières dibattute da Meschonnic e Ladmiral); o the translator’s invisibility ipotizzata da Lawrence Venuti, implicitamente convincendoci dell’esistenza di una translator’s visibility.
    Ecco, come questa terminologia mi sfugge dalla penna, subito passo al “noi”, mentre mi ero ripromesso di essere solo singolare: prima persona – magari – ma singolare.
    Condivido la sostituzione, ritengo chiusa l’epoca delle dicotomie e delle coppie oppositive, ma questa sera non ci voglio pensare. Questa sera vi chiedo: lasciatemi divertire, lasciatemi volgere altrove sguardo e pensiero, dis-vertere per quanto possibile.
    Per quanto possibile: perché, a chi scrive, ciò non è mai dato fino in fondo. Pound – in una delle poesie qui tradotte – vorrebbe aprire una piccola tabaccheria pur di smetterla con questo lavoro dello scrittore che lo costringe a pensare. Sempre. Provate anche voi a entrare nel negozietto. *

    F. B.

    * Confesso che a questo punto il pensiero mi è andato fortemente oscillando anche verso la famosa tabaccheria di Pessoa (“L’uomo esce dalla tabaccheria / Infilandosi il resto nella tasca dei calzoni. / Ah, so chi è: è Esteves senza metafisica. / Il padrone della tabaccheria si affaccia all’ingresso. / Per istinto divino Esteves si volta e mi vede. / Mi saluta con un cenno, gli grido: arrivederci Esteves, e l’universo / Mi si ricostruisce senza ideali né speranza. / Sorride il padrone della tabaccheria”), ma a questa tentazione ho resistito. Sarà per un’altra volta.

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